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lunedì 28 marzo 2016

Usa Banche e Derivati


Banche e derivati: 
arriva dagli U.S.A. la peggiore catastrofe 
della storia finanziaria

Parliamo di banche e di derivati. Tranquilli non delle nostre, sulle quali pure ci sarebbe da dire, ma di quelle made in Usa e made in Europa. Se c’è qualcosa che la storia possa insegnare è non ripetere gli errori passati. Eppure questa semplice assunzione è sempre più spesso disattesa.


Quando parliamo di banche è meglio farlo con i dati alla mano (sono quelli pubblici dell’Office of the Controller of the Currency – Occ). E i dati ci dicono che il totale dell’attivo delle prime 25 banche Usa a fine giungo 2014 era di 14,1 trilioni di dollari, mentre il valore nozionale dei prodotti derivati in pancia alle stesse ammontava a 302,2 trilioni di dollari. Di questi il 58.4% erano contratti swaps e il 16.6% contratti forward, tutti Over The Counter, ovvero contratti che non passano dai listini di nessuna borsa e i cui scambi sono organizzati da alcuni attori del mercato (spesso le banche stesse). In altre parole per ogni dollaro di totale attivo, ce ne sono 21,4 di prodotti derivati. Ci si aspetterebbe che dopo la crisi finanziaria iniziata con i subprime che ha investito il mondo intero (ve la ricordate) e tutte le promesse fatte circa la regolamentazione del sistema bancario, la situazione sia migliorata. Invece è il contrario, è fortemente peggiorata: i dati al giugno 2006 indicano che l’ammontare del totale dell’attivo delle prime 25 banche made in Usa ammontava a 8,95 trilioni di dollari, mentre il valore nozionale dei contratti derivati era 124,3 trilioni di dollari, vale a dire che per ogni dollaro di attivo ne esistevano 13,9 (contro 21,4 del giugno 2014) di derivati. Detto in altri termini, la bomba Lehman Brothers non ha insegnato nulla alle banche made in Usa. 
Non ci vuole tanto per capire che il rischio complessivo del sistema bancario americano è decisamente maggiore oggi di quanto non lo fosse all’epoca del fallimento di Lehman. La volatilità (il rischio) di una perdita in conto capitale dei prodotti derivati è decisamente molto più elevata rispetto a quella media degli altri prodotti finanziari. E lo abbiamo visto nel picco della crisi, quando il valore di mercato di gran parte dei derivati era pari a zero.

Meglio immaginare una crisi legata magari a problemi valutari, oppure un cambio delle normative sul mercato dei derivati con una ipotetica imposizione di un limite massimo di esposizione, che scateni una conseguente ondata di vendite di questi strumenti finanziari (si parla di un fenomeno che si può verificare anche in pochi giorni o settimane), oppure una perdita di valore delle attività sottostanti, come per esempio un rialzo dei tassi di interesse dell’1%. Il valore nozionale dei contratti rimarrebbe probabilmente costante, ma cambierebbe significativamente il loro valore di mercato. Questo produrrebbe una forte oscillazione nei conti economici delle banche, aumentando la rischiosità complessiva del sistema dovuto ad un aumento dell’incertezza: non essendo a conoscenza di ogni singolo contratto è impossibile sapere chi guadagna e chi perde. Per inciso vi ricordate quando Jp Morgan ha perso 6,22 miliardi di dollari per un “banale errore”. E ancora, se una delle prime cinque banche Usa più esposte ai derivati secondo i dati dell’Occ (Jp Morgan, Citigroup, Goldmand Sachs, Bank of America o Morgan Stanley) facesse la fine della Lehman, che cosa succederebbe al sistema finanziario mondiale? Sarebbe la peggiore catastrofe della storia finanziaria.

Spostiamoci in Europa e prendiamo la più grossa banca Europea: Deutsche Bank. L’ammontare dei derivati che si legge nel bilancio 2013 (pag. 101) è di 54,7 trilioni di Euro, che vuol dire 20 volte il Pil tedesco o 5,7 volte il Pil dell’intera Europa. E’ vero che stiamo confrontando due grandezze diverse: un dato economico (Pil) con uno finanziario (derivati). Non esiste nessuna tuttavia nessuna crisi economica capace di ridurre dell’80-90% il Pil di un paese (nemmeno in Grecia è successo). 

Ma l’esposizione ai derivati può creare danni di diversi trilioni di euro anche in pochi mesi.
 E questo solo per una banca tedesca.



EPPURE UNA SOLUZIONE MOLTO SEMPLICE CI SAREBBE.
LA SEPARAZIONE BANCARIA
SEPARARE IL DENARO IN POSSESSO DELLE BANCHE IN
1) PRODOTTI FINANZIARI
2) SEMPLICI CONTI CORRENTI DEI CITTADINI
IN QUESTO MODO SOLO LE BANCHE PAGHEREBBERO
L'ERRORE DI ACQUISTO DEI DERIVATI IN CASO DI PERDITA
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mercoledì 27 novembre 2013

Bankitalia e la pioggia di denaro sulle banche italiane



Un provvedimento che risolve parzialmente la contraddizione di Via Nazionale, un istituto pubblico in mano a soci privati senza alcun poter di influenzare le scelte decisionali di Palazzo Koch, e che pone un aggravio futuro ai contribuenti. 

NUOVO MECCANISMO – Banca d’Italia, come fissa il suo Statuto, è un soggetto di diritto pubblico, indipendente, i cui organismi apicali sono nominati dal governo. La sua struttura azionaria però è privata: il 95% delle azioni è infatti in mano alle maggiori banche italiane, un retaggio dell’epoca fascista e del periodo in cui i più grandi istituti di credito del paese erano pubblici. Le privatizzazioni degli ultimi decenni hanno portato ad una particolare concentrazione delle azioni di Banca d’Italia in Unicredit ed Intesa Sanpaolo, i due maggiori istituti italiani, che insieme possiedono quasi i due terzi delle sue azioni. Partecipazioni che hanno un valore simbolico, visto che il capitale nominale di Banca d’Italia vale 156 mila euro. Le singole banche però hanno iscritto nei loro bilanci valori di queste partecipazioni molto difformi tra loro.

RIVALUTAZIONE – La stessa Banca d’Italia, che ha stimato tra i 5 ed i 7,5 miliardi di euro il valore complessivo delle sue azioni. Una rivalutazione che porterà un beneficio significativo ad Unicredit ed IntesaSanpaolo in particolare, ma anche a tutte le altre banche che detengono quote del capitale nominale del nostro istituto centrale. Il governo imporrà inoltre alle banche di vendere queste azioni, per porre un tetto massimo del 5% alle quote che un istituto privato può detenere. La vendita delle partecipazioni unita alla loro rivalutazione genererà un profitto futuro, visto che il mercato per queste azioni al momento non esiste, ma sarà creato da una normativa ad hoc. Inoltre, l’attuale rivalutazione delle quote permetterà alle banche di rafforzare il loro stato patrimoniale, grazie ad una crescita del loro capitale che renderà più agevole l’adesione ai parametri di Basilea, seguiti dalla Bce nella valutazione dello stato degli istituti continentali.

BENEFICI CONTROVERSI – La rivalutazione delle azioni non beneficerà solo le banche, perché la possibilità di mettere sul mercato le partecipazioni in Banca d’Italia consentirà di tassarle. L’aliquota del 16% dovrebbe garantire un gettito fiscale di circa un miliardo l’anno, non poco viste le ristrettezze finanziarie del nostro paese. Il governo attende però il via libera della Bce per procedere alla riforma, anche se più di una voce critica si era sollevata nei confronti di una rivalutazione eccessiva. I problemi sono sostanzialmente due. Il primo è la crescita dei dividendi che Banca d’Italia dovrà erogare ai suoi azionisti. Il secondo riguarda un tema futuro che il nostro paese dovrà affrontare. Benché l’istituto centrale sia un soggetto di diritto pubblico, la sua struttura azionaria privata rimane una contraddizione, specie se consideriamo che la maggior parte delle banche centrali dell’eurozona sono interamente statali. La Bundesbank o la Banque de France hanno un capitale interamente in mano allo stato, e se l’Italia decidesse di trasformare la struttura azionaria di Palazzo Koch da privata a pubblica d’ora in poi dovrà pagare di più a seguito di questa rivalutazione.

DA http://www.signoraggio.it/bankitalia-e-la-pioggia-di-denaro-sulle-banche-italiane/
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sabato 23 novembre 2013

SENTENZA DELLA CASSAZIONE CONTRO LE BANCHE



MUTUI, I LEASING E I FINANZIAMENTI CON TASSI USURAI POSSONO ESSER ANNULLATI. IL CALCOLO DEL TASSO USURA SI FA SOMMANDO AGLI INTERESSI PATTUITI, ANCHE TUTTE LE SOMME ADDEBITATE DALLA BANCA PER PENALI, COMMISSIONI, INTERESSI DI MORA, SPESE.

La Corte di Cassazione, con la sentenza del 9 gennaio 2013 n. 350, pubblicata pochi giorni fa, ha sancito due principi importanti e nuovi a favore dei risparmiatori: 1) i mutui con tassi usurai possono essere annullati interamente; 2) il calcolo del tasso di usura si fa sommando tutte le somme addebitate dalla banca e non solo guardando agli interessi pattuiti per contratto. Pertanto, se le penali, le commissioni, gli interessi di mora, le spese comunque denominate ecc., sommate al tasso degli interessi, sforano la soglia dei tassi ufficiali fissati in base alla legge antiusura n.108 del 1996, il mutuo è invalido.

Le conseguenze pratiche di questi due principi sono: il consumatore non dovrà pagare neppure un euro di interessi e tutti quelli già pagati dovranno essere restituiti dalla banca. I consumatori che stanno subendo una procedura espropriativa da parte di una banca possono chiedere l’annullabilitá del mutuo e questo sará motivo molto forte per bloccare la procedura esecutiva in corso.

Confconsumatori mette a disposizione il proprio sportello di Bari in Via Bozzi n.13, nonchè l’indirizzo
 emailconfconsumatoripuglia@yahoo.it
, per fornire assistenza, con propri consulenti specializzati, a chi abbia stipulato un contratto di finanziamento e voglia verificare se la sua banca ha violato o meno i principi stabiliti dalla Cassazione.

Sul sito www.confconsumatoripuglia.it sará a breve disponibile il testo di una diffida che il consumatore potrá inviare alla propria banca, per chiedere il rispetto di quanto sancito dalla Cassazione, l’invito a restituire le somme e l’interruzione della prescrizione. A cura Confconsumatori Puglia

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sabato 7 luglio 2012

ITALIA: banche boicottano i giovani



banche boicottano i giovani
di Francesca Sironi

Un'indagine di Altroconsumo rivela che allo sportello la grande maggioranza degli istituti non rivela ai precari che esiste un fondo di garanzia governativo per i loro mutui. In compenso, cercano di vendergli le proprie polizze assicurative (anche se è vietato)

(06 luglio 2012)

Un mutuo all'1,2% anziché al 4? Cari precari, continuate a sognare. Eppure nel giugno del 2011 l'ex ministro Meloni e molti istituti di credito avevano siglato un accordo che prevedeva proprio questo: grazie a un fondo garantito dal governo le banche avrebbe potuto offrire mutui a prezzi agevolati alle giovani coppie di precari. Un'opzione di cui sembra si siano dimenticati tutti. Come dimostra un'inchiesta di Altroconsumo, a un anno dall'attivazione del fondo, le banche si guardano bene dall'offrire questa soluzione, anzi. Solo nove agenzie sulle 71 visitate dall'associazione lo hanno proposto: tutte le altre si son limitate a proporre prestiti con tassi d'interesse due o tre volte superiori.

«Dicevano sempre di non sapere nemmeno dell'esistenza del fondo, o che la loro banca non vi aveva aderito - racconta Anna Vizzari, una dei membri di Altroconsumo che ha seguito l'inchiesta - quando sappiamo non è vero: erano tutte agenzie di istituti che hanno firmato il protocollo d'intesa». Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, tanto per citarne alcune (potete trovare qui la lista completa http://
www.diamoglifuturo.it/
fondo-casa/Soggetti%20Finanziatori).

Secondo il protocollo, intitolato "Diamogli futuro", il governo metteva a disposizione un fondo di garanzia di 50 milioni di euro perché le banche concedessero mutui agevolati alle coppie di precari: un tasso dell'1,20% o dell'1,50% per mutui superiori ai 20 anni. «Praticamente nessuno ce l'ha proposto, e sì che spesso, soprattutto nelle agenzie più piccole, parlavamo direttamente con i direttori. E se non sono loro a offrire questa soluzione ai clienti chi dovrebbe informare i precari di questo diritto?». Nessuno. Nemmeno sul sito "Patti Chiari", fondato dall'associazione bancaria italiana per "migliorare la relazione banca-cliente", se ne trova il minimo cenno.

Per le coppie di precari under 35, insomma, le barriere per l'accesso al credito rimangono le stesse, nonostante gli impegni di banche e governo. Non che per i lavoratori "stabili" le cose vadano meglio: «La banche stanno proponendo tassi insostentibili per il reddito medio - continua Anna Vizzari - oltre a richiedere ormai anche un terzo garante. Per mutui, poi, che non coprono più del 50, 60% del valore di perizia della casa: tutto questo impedisce di accedere al credito a milioni di persone che lo potrebbero sostenere».

Ma l'inchiesta di Altroconsumo ha verificato anche altro. Secondo l'ultimo regolamento Isvap (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private e d'interesse collettivo), le banche non possono vendere polizze legate al mutuo di cui sono beneficiarie. Bene, su 185 agenzie visitate da Altroconsumo, il 68% ha offerto ai finti clienti dell'associazione delle polizze di incendio e scoppio: «Dicevamo di voler aprire un mutuo da 100.000 euro - racconta la Vizzari - poi chiedevamo se si potessero legare al mutuo delle polizze assicurative, e chi ne fosse il beneficiario. Ce le offrivano subito, infischiandosene del regolamento. Abbiamo denunciato tutto all'Isvap». Cigliegina sulla torta: tra le 12 città visitate non sono mancate le banche che queste polizze le offrivano a prezzi esorbitanti. Come se non bastasse già tutto il resto.

Foto da Altroconsumo, luglio 2012 (premi massimi richiesti per polizza vita per un mutuo di 100mila euro)

Fonte:
espresso.repubblica.it/dettaglio/le-banche-boicottano-i-giovani/2186013


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martedì 19 giugno 2012

i soldi degli Sms imboscati dalle banche

 

I soldi donati tramite sms

Terremoto Abruzzo, i soldi degli Sms imboscati dalle banche

I circa cinque milioni di euro donati dagli italiani per "dare una mano" alla ricostruzione dei luoghi colpiti dal sisma del 2009, sono fermi nei forzieri degli istituti di credito. La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato e spiega come li ha spesi


Gira e rigira sono finiti alle banche i 5 milioni di euro arrivati via sms dopo il terremoto dell’Aquila sotto forma di donazione. E la loro gestione è stata quella prevista da qualsiasi rapporto bancario: non è bastata la condizione di “terremotato” per ricevere un prestito con cui rimettere in piedi casa o riprendere un’attività commerciale distrutta dal sisma. Per ottenerlo occorreva – occorre ancora oggi – soddisfare anche criteri di “solvibilità”, come ogni prestito. Criteri che, se giudicati abbastanza solidi, hanno consentito l’accesso al credito, da restituire con annessi interessi. I presunti insolvibili sono rimasti solo terremotati. Anche se quei soldi erano stati donati a loro. Il metodo Bertolaso comprendeva anche questo. È accaduto in Abruzzo, appunto, all’indomani del sisma del 2009. Mentre Silvio Berlusconi prometteva casette e “new town”, l’ex numero uno della Protezione civile aveva già deciso che i soldi arrivati attraverso i messaggini dal cellulare non sarebbero stati destinati a chi aveva subito danni, ma a un consorzio finanziario di Padova, l’Etimos, che avrebbe poi usato i fondi per garantire le banche qualora i terremotati avessero chiesto piccoli prestiti. E così è stato. Le donazioni sono confluite in un fondo di garanzia bloccato per 9 anni. Un fondo che dalla Protezione civile, due mesi fa, è stato trasferito alla ragioneria dello Stato. La quale, a sua volta, lo girerà alla Regione Abruzzo. E di quei 5 milioni i terremotati non hanno visto neanche uno spicciolo. Qualcuno ha ottenuto prestiti grazie a quel fondo utilizzato come garanzia, ma ha pagato fior di interessi e continuerà a pagarne. Altri il credito se lo sono visto rifiutare.
L’emergenza
Bertolaso
, allora, aveva pieni poteri. Come capo della Protezione civile, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma soprattutto nella veste di uomo di fiducia del premier Silvio Berlusconi. I primi soldi che Bertolaso si trovò a gestire furono proprio i quasi 5 milioni donati dagli italiani con un semplice messaggio del cellulare. Ma lui, “moderno” nella sua concezione di Protezione civile, decise che i milioni arrivati da tutta la penisola sarebbero stati destinati al post emergenza e alle banche, non all’emergenza. Questo aspetto non venne specificato al momento della raccolta, ma Bertolaso avevailpoteredidecidere a prescindere. Spedì poi un suo emissario alla Etimos di Padova, consorzio finanziario specializzato nel microcredito, che raccoglie al suo interno, attraverso una fondazione, molti soggetti di tutti i colori, da Caritas a Unipol.
I numeriQuello che è successo in questi 3 anni è molto trasparente, al contrario della richiesta di donazione via sms che non precisò a nessuno dove sarebbero finiti i soldi. Nemmeno a un ente, la Regione Abruzzo che, paradossalmente, domani potrebbe usare quei soldi per elicotteri o auto blu. La Etimos, accusata nei giorni scorsi su alcuni blog di aver gestito direttamente il patrimonio, ci ha sì guadagnato, ma non fatica ad ammettere come sono stati usati i soldi: dei 5 milioni di fondi pubblici messi a disposizione del progetto dal dipartimento della Protezione civile, 470 mila euro sono stati destinati alle spese di start-up e di gestione del progetto, per un periodo di almeno 9 anni; 4 milioni e 530 mila euro invece la cifra utilizzata come fondo patrimoniale e progressivamente impiegata a garanzia dell’erogazione dei finanziamenti da parte degli istituti di credito aderenti. Intanto sono state 606 le domande di credito ricevute (206 famiglie, 385 imprese, 15 cooperative). Di queste 246 sono state respinte (85 famiglie, 158 imprese, 3 cooperative) mentre 251 sono i crediti erogati da gennaio 2011 a oggi per un totale di 5.126.500 euro (famiglie 89/551mila euro, imprese 153/4 milioni 233mila e 500 euro, cooperative 9/342mila euro). Infine 99 domande sono in valutazione (68 famiglie, 28 imprese, 3 coop).
Gli aiuti e le bancheAl termine dell’operazione quello che è successo è semplice: i soldi che le persone hanno donato sono serviti a poco o a niente. Non sono stati un aiuto per l’emergenza, ma – per decisione di Bertolaso – la fase cosiddetta della post emergenza. Che vuol dire aiuti sì, ma pagati a caro prezzo. Le persone si sono rivolte alle banche (consigliate da Etimos, ovviamente) e qui hanno contrattato il credito. Ma chi con il terremoto è rimasto senza un introito di quei soldi non ha visto un centesimo. Non è stato in grado neppure di prendere il prestito perché giudicato persona a rischio, non in grado di restituire il danaro.
Che fine han fatto gli sms?I terremotati sono stati praticamente esclusi. Se qualcosa hanno avuto lo hanno restituito con un tasso d’interesse inferiore rispetto agli altri, ma pur sempre pagando gli interessi. Chi ha guadagnato sono le banche, sicuramente, e la Regione Abruzzo che, al termine dei 9 anni stabiliti, si troverà nelle casse 5 milioni di euro in più. Vincolati? Questo non lo sappiamo. Ne disporrà come meglio crede, sono soldi che entreranno nel bilancio.
La posizione di EtimosFino a oggi, scoperto il metodo Bertolaso, il consorzio finanziario Etimos si è preso le accuse. Ma il presidente dell’azienda padovana al Fatto Quotidiano spiega che il loro è stato un lavoro pulito e trasparente. “Se qualcuno ha mancato nell’informazione”, dice il presidente Marco Santori, “è stata la Protezione civile che doveva precisare che i soldi erano destinati al post emergenza e non all’aiuto diretto. Noi abbiamo fatto con serietà e il risultato è quello che ci era stato chiesto”.
Da il Fatto Quotidiano del 16 giugno 2012
 di Emiliano Liuzzi
LEGGI ANCHE:
http://cipiri.blogspot.it/2012/06/i-soldi-donati-tramite-sms.html


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Glass-Steagall per finanziare la ricostruzione



A Mirandola chiedono Glass-Steagall per finanziare la ricostruzione dopo il sisma.

“Separare le banche” e “Ci vuole un Roosevelt per le PMI” sono i titoli di due cartelli con cui Flavio Tabanelli – responsabile di MoviSol per l’Emilia Romagna – sta conducendo una importante opera di testimonianza e controinformazione.

Mirandola è un simbolo, dato che tra Modena e Ferrara è presente il più grande comparto biomedicale d’Europa, ma adesso che è finito il clamore mediatico legato al sisma, con il ritorno alla normalità si temono le difficoltà e le lungaggini per reperire risorse fresche per la ricostruzione.
Quel che il terremoto dell’Emilia ha mostrato in tutta evidenza, proprio nei giorni della crisi del sistema dell’euro e delle banche centrali private, è l’impotenza di uno Stato che ha le mani legate e non può intervenire, salvo però trovare soldi freschi per finanziare con 125 miliardi di euro l’ESM.

Flavio Tabanelli
Al Governo devono voltare pagina, anzi cambiare libri, che leggano Hamilton e FD Roosevelt piuttosto che ripetere frasi solenni di circostanza per poi sfuggire alle responsabilità.
Si dovrebbero generare linee di credito per le imprese e famiglie così da rimettere in sesto le cose, ma non è possibile stante i vincoli dell’Unione Europea.
E così Flavio Tabanelli nella visita di Giorgio Napolitano ha sfoderato dei cartelli di proposte che hanno incuriosito i giornalisti accorsi al seguito del Presidente della Repubblica.
La notizie, che documentiamo con link e immagini, ha fatto il giro del web, dispiace soltanto che certa stampa abbia bollato la cosa come una  protesta da ‘centri sociali’ perché agli occhi di qualche giornalista suonava strano che si manifestasse chiedendo la separazione bancaria quando il problema era il terremoto (Napolitano a MirandolaYouReporter.it con una videoregistrazione completa della protesta, ripresa anche dal sito del Corriere della Sera e MO24.it al minuto 4 riprende Tabanelli mentre espone il principio della Legge Glass-Steagall).
Il senso della proposta è stato ben spiegato:
- proteggere soltanto le banche autorizzate a raccogliere i risparmi ma vincolate a finanziare le infrastrutture e le imprese;
- vagliare i debiti che, come nel caso eclatante della Grecia, sono attribuiti ai Paesi che si vuole colpire con l’austerità;
- chiedere ai grandi creditori ragione dei titoli vantati, pronti a cancellare tutti quelli di origine illegittima (gioco d’azzardo finanziario, derivati, ecc.);
- emettere i nuovi crediti produttivi, nella piena certezza che non finissero nuovamente fagocitati nel sistema speculativo del profitto a breve.
Quanto agli schiamazzi e ai fischi che hanno accolto Napolitano, è lo stesso Tabanelli a chiarire:
“Alcuni manifestanti si sono dati a fischi e frasi insultanti, nei confronti del Presidente e dei rappresentanti delle istituzioni locali. Si spera che questi sappiano fare le dovute distinzioni e riconoscano il valore costruttivo delle proposte strategiche del Movimento Solidarietà”.
Riportiamo in proposito anche un bel lavoro dello stesso Tabanelli pubblicato sul sito del sindacato Gilda degli Insegnanti pubblici che riporta il discorso sui principi che sorreggono la legge Glass-Steagall: Nessun sacrificio! Separare le banche e salvare la scuola www.gildacentrostudi.it
Se vogliamo cambiare direzione prima che sia troppo tardi, occorrono le vere riforme: separazione bancaria e credito produttivo.
Vi invitiamo a usare per Twitter gli hashtag #separazionebancaria, #nobigbanks.
Teniamo sempre dritta la barra: “Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza”.
Dateci mano a diffondere la campagna di raccolta firme per Glass-Steagall: http://www.firmiamo.it/nobigbanks

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lunedì 30 aprile 2012

LUXOTTICA attacca le banche e denuncia la speculazione


LUXOTTICA
 attacca le banche 
e  denuncia la speculazione.

E’ il nostro fiore all’occhiello. E’ forse l’unica grande azienda italiana, leader planetario nel suo specifico settore merceologico, ad essere virtuosa, solida, in espansione.
L’azienda non ha mai visto uno sciopero, né uno scorporo, né proteste.

Si chiama LUXOTTICA. Produce lenti per occhiali e li vende in tutto il mondo. Tra i suoi clienti più famosi la polizia stradale della California (i celeberrimi CHIPS) l’esercito cinese, tutta la linea occhiali di Christian Dior e Yves Saint Laurent. Produce in Italia e vende in Cina.

Il suo proprietario e fondatore, Leonardo Del Vecchio, nato nel 1935 a Milano, è poco noto alla massa degli italiani. Ma il suo nome è un mito in Usa, Germania, Gran Bretagna, Cina.

La sua frase più recente? “Non investiamo neppure un euro nella finanza, perché noi sappiamo come produrre, come inventare mercato, avendo come fine la ricchezza collettiva della comunità, altrimenti questo lavoro non avrebbe senso”.

“Basta con i manager mitomani finanzieri” ha detto al giornalista Daniele Manca in una esplosiva intervista pubblicata sul corriere della sera qualche giorno fa, non a caso, in Italia, volutamente passata sotto silenzio e rimasta priva del dibattito che avrebbe meritato.

Ma non all’estero.

Oltre ad essere il maggior azionista di Luxottica è un importantissimo grande azionista di Unicredit e soprattutto le assicurazioni Generali. Data la sua posizione è sempre stato nel consiglio direttivo del colosso assicurativo. Tre giorni fa (ed ecco perché ne parliamo e lui ha deciso di parlarne al pubblico) si è dimesso, se n’è andato sbattendo via la porta, con un clamoroso atto d’accusa...
E’ impietoso, Del Vecchio. Picchia duro. E se lo può permettere.
E parlando al canale televisivo di Bloomberg, quando un giornalista americano gli ha fatto la domanda da 1 milione di dollari “Lei come si pone rispetto all’articolo 18 che in Italia è il punto dolente nello scontro tra imprenditori e lavoratori?” ne è uscito in maniera impeccabile. Ha risposto: “Un dibattito inutile, fuorviante. Personalmente, ripeto “personalmente” non mi riguarda. Su 65.000 lavoratori italiani che pago ogni mese, non c’è nessuno, neppure uno che rischia il licenziamento. Che ci sia l’art.18 così com’è, che venga abolito, modificato, cambiato, per me è irrilevante. La mia azienda funziona e ogni imprenditore -parlo di quelli veri- ha come sogno autentico quello di assumere e non di licenziare. Il paese si rialza assumendo non licenziando. E la colpa è delle banche”.

“Finchè Unicredit e le Generali facevano le banche andava bene. Poi si sono buttati nella finanza e hanno perso la testa. Ho visto sotto i miei occhi trasformarsi Profumo. Partecipazioni, fusioni, investimenti a pioggia inutili e perdenti, con l’unico fine di agguantare soldi veloci e facili invece che produrre impresa con l’unico risultato di ottenere perdite colossali e bonus di uscita per diverse decine di milioni di euro. Le banche italiane hanno perso la testa. affonda”.

Del Vecchio spera e auspica che Monti intervenga molto presto nel settore che lui (e Corrado Passera) conoscono molto ma molto bene: banche e finanza italiane. E propone di far applicare un codice ferreo di regolamentazione comportamentale che imponga a tutti gli amministratori delegati di banche, fondazioni e aziende, di riferire come usano i soldi.
S.G.
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venerdì 6 aprile 2012

Economia: Banche, prendi i soldi e scappa



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 Eugenio Benetazzo

QUELLO 

CHE NESSUN POLITICO

 TI DIRA' MAI !!!!




Economia: Banche, prendi i soldi e scappa

Hanno avuto in prestito dalla Bce centinaia di miliardi di euro, a un tasso ridicolo, perché riaprissero il credito alle aziende. Invece hanno investito i soldi in titoli di Stato. Per diventare ancora più ricche. E addio 'sviluppo'

Bazooka o metadone? I 26 miliardi presi da Unicredit, i 36 di Intesa, i 25 di Mps, ma anche i 14 del Banco Popolare, sono un'arma letale contro la recessione o un palliativo per tenere in vita un organismo sfibrato? Il dibattito sugli effetti che il fiume di euro - fino a oggi circa mille miliardi - offerti alle banche europee da Mario Draghi per placare la sete di liquidità, sta montando, e dividendo le opinioni in due partiti: quelli che lo vedono come una mano santa, che ha tenuto accesa la macchina del credito che altrimenti si sarebbe ingrippata; e quelli che, viceversa, considerano le banche che vi hanno attinto come incapaci di sostenersi nel business da sole, e quindi candidate naturali a una nazionalizzazione.

Per vedere chi ha ragione, la domanda rivolta ai banchieri da entrambe le parti è la stessa: cosa ne avete fatto di quei soldi? Li avete affidati al tesoriere, con il mandato di amministrarli solo nell'interesse del bilancio e degli azionisti, o siete stati più generosi con i clienti allo sportello? A mettere le cose in chiaro sul fronte italiano, è sceso in campo Roberto Nicastro, direttore generale di Unicredit, uno dei pesi massimi del settore, che ha parlato per tutti: avremo anche fatto errori, ma abbiamo ridato all'economia reale tutti i denari raccolti in Italia - ha detto in sintesi - quanto a quelli messi a disposizione dalla Bce, sono serviti a "sostituire" le risorse che a causa della recessione ci venivano meno. D'altra parte, ha concluso Nicastro, non si può pensare che le banche facciano beneficienza: "Senza banche in salute non ci può essere nuovo credito". Dunque anche la redditività del business è importante.

Una difesa con l'obiettivo di dissipare i sospetti più insinuanti: che le banche italiane abbiano in realtà preso la liquidità offerta dalla Bce a un tasso dell'1 per cento per fare grassi "carry trade" (cioè prendere in prestito a interesse basso e investire su titoli a tassi più alti, lucrando sulla differenza) oppure che l'abbiano usata per ricomprare le proprie obbligazioni, scese di prezzo, o anche che abbiano lasciato la liquidità in gran parte inutilizzata nei forzieri di Francoforte. O tutte e tre le cose insieme. Vero, o falso?

Su quest'ultimo fronte, un dato balza all'occhio: la Bce ha in deposito una cifra record, 770 miliardi. Prendere all'1 per cento e ridepositare allo 0,25 - il rendimento riconosciuto dalla Bce - non è un affare. Ma è sempre meglio che prestare a qualcuno di cui non ci si fida, osserva un analista, e si tengono le munizioni per il futuro. Non tutti sono ottimisti sull'uscita dalla crisi, e i nervi sono a fior di pelle, come ha dimostrato qualche giorno fa la reazione alle parole di Willem Buiter, capo economista dalla Citibank, sui rischi di default della Spagna, e del conseguente contagio dell'Italia: i mercati hanno subito spinto all'insù il nostro spread con il bund.

Tenersi liquidi, quindi, può essere una strategia, soprattutto facendo il seguente calcolo: ogni cento euro presi, basta investirne 20 in titoli di Stato al 4 per cento, e lasciare i rimanenti 80 fermi a Francoforte allo 0,25, per ottenere il rendimento dell'1 per cento, e con ciò pareggiare il costo del prestito. Un'operazione a costo zero a cui molti hanno aderito. Ma chi? "Non le banche italiane", assicura Gianfranco Torriero, direttore generale dell'Abi: "A gennaio i nostri depositi a Francoforte non superavano i 6,1 miliardi". "La presenza dei depositi non vuol dire che quei soldi non stanno stimolando il credito", fanno trapelare dalla Banca centrale europea, "e poi chi prende e chi deposita non è la stessa banca". E chi allora? Le prime indiziate sono le banche tedesche e olandesi. E' da lì che viene il grosso della liquidità inutilizzata, più o meno i 3/4. La spiegazione è semplice. Come si vede dal grafico a pagina 143, il sistema tedesco ha, al contrario di quello italiano, una sovrabbondanza di depositi rispetto ai prestiti che fa: 236 miliardi a fine 2011 contro il nostro "rosso" di oltre 400. Sono afflussi dai paesi europei più deboli (anche dal nostro), ma sono anche finanziamenti che le banche tedesche non vogliono fare, per non alimentare l'inflazione, visto il rialzo dei prezzi che, per esempio, si sta registrando sul fronte immobiliare. Dunque, preferiscono "restituirli" alla banca centrale.

L'altro tema aperto è: hanno usato i soldi per i propri comodi? La prima operazione di "Ltro" fatta da Draghi a dicembre per 489 miliardi, al netto di altre operazioni di politica monetaria, si è ridotta a 193 miliardi di effettiva liquidità. Le banche italiane hanno prelevato 116 miliardi, netti 57. A fine febbraio, con il secondo giro più o meno della stessa entità (529,5), le banche hanno risucchiato, netti, 80 miliardi. Un totale di 137 miliardi, circa 8 punti di Pil, una force de frappe che potrebbe dare la carica alla nostra economia. Invece? "Nella seconda metà del 2011 abbiamo visto i fondi Usa togliere la metà delle risorse impegnate in Europa", ricorda con angoscia Torriero, "e la crisi del nostro debito sovrano faceva impennare i tassi: se non ci fosse stata la liquidità Bce, avremmo dovuto ribaltare quei tassi sui clienti. E chiedere i soldi indietro alle imprese". Invece, l'Abi guidata da Giuseppe Mussari ha confermato l'accordo sulla moratoria dei prestiti e ha allungato le scadenze.

Ogni banca, però, ha la sua strategia. Prendiamo Intesa: "La liquidità Bce servirà alla riduzione del costo del funding, al buy-back di strumenti ibridi, al sostegno del debito pubblico italiano", ha dichiarato l'istituto guidato da Enrico Cucchiani; "Utilizzeremo i fondi per fare buoni prestiti", ha detto l'a.d. di Unicredit Federico Ghizzoni: "Non intendiamo aumentare massicciamente i titoli di Stato che già abbiamo". E che faranno Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, il tandem che guida Mps? Dalla banca senese, ragionano così: i soldi della Bce sono sostituivi di quelli che i risparmiatori e le altre banche non danno più; essendo un prestito a tre anni, non possono tradursi in un prestito a dieci anni a un'impresa o in un mutuo a venti a una famiglia; terzo: viste le prossime scadenze dei titoli, sono somme prenotate per le future esigenze di liquidità. Viva la sincerità.

Stando ai dati, una mano al debito pubblico le banche l'hanno data, guadagnandoci. "Tra dicembre-gennaio, le banche italiane hanno acquistato titoli di Stato per 32,6 miliardi. Nello stesso periodo, i prestiti bancari alle imprese e alle famiglie italiane si sono ridotti di 20 miliardi", calcola Angelo Baglioni su Lavoce.info. Ma non potranno continuare a farlo agli stessi ritmi. Contemporaneamente, è aumentato molto il buy-back delle proprie emissioni, approfittando del crollo delle quotazioni (anche qui un guadagno), ma pure l'arrivo di quelle nuove: erano 864 miliardi quelle sul mercato a novembre, sono salite a 940, secondo l'osservatorio del Centro europa ricerche, a gennaio. E queste servono come garanzie presso la Bce e in parte anche per integrare i requisiti di patrimonio chiesti dai regolatori europei.

Ma dal lato impieghi al sistema economico? A febbraio gli impieghi delle banche italiane sono superiori dell'1 per cento a quelli di un anno fa, dice l'Abi. Vero: ma in cifra assoluta sono inferiori a quelli di gennaio (1.942 contro 1.947 miliardi). E poi langue la domanda, si lamentano i banchieri: quella sui mutui, è ferma al 50 per cento del budget. Senza contare le sofferenze in aumento e la fuga dai depositi. A dicembre c'erano 727 miliardi sui conti correnti, a gennaio erano diventati 696: 20 miliardi in fuga. Dove? Per esempio verso i conti deposito (a tassi più alti), che dagli 84,2 miliardi di dicembre si sono rimpinguati a 96,8 in gennaio.

Ma se la torta si restringe, se le banche fanno sempre più fatica a svolgere il mestiere per cui sono nate, intermediare il denaro, che ne sarà dei loro bilanci? Ecco la sorpresa: una bella spinta alla redditività del settore la darà proprio l'Ltro. Morgan Stanley ha alzato del 10 per cento la redditività delle banche italiane nel 2012 in virtù dell'operazione Bce. E Mediobanca Securities il 20 marzo ha aggiornato il calcolo. L'uso della liquidità a basso prezzo, dicono gli analisti, darà un bel supporto agli interessi attivi. Resta il problema, però, che il piatto dell'economia piange: solo il 50 per cento della seconda tranche del Ltro andrà a nuovo prestiti, prevedono gli analisti di Mediobanca. Il resto, si dividerà tra deposito Bce e bond governativi. Mentre tutta la prima tranche è andata in titoli di Stato. Con tante scuse alle imprese

Fonte: http://


espresso.repubblica.it/
dettaglio/banche-prendi-i-soldi-e-scappa/2177984/10

LE FONDAZIONI BANCARIE NON PAGHERANNO L'IMU

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mercoledì 4 aprile 2012

LE BANCHE CI TRUFFANO : MARTIN SCHULZ



LE BANCHE CI TRUFFANO 

 ORA LO DICE ANCHE

 IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO!

 Il meccanismo è semplice e ve l'ho raccontato molte volte, ma vale sempre la pena riassumere. Le banche hanno preso un miliardo di euro dalla BCE. Quelle italiane ne han presi 260 miliardi. Soldi buoni, che dovranno restituire al tasso vantaggioso dell'1% in tre anni. Con quei soldi avrebbero dovuto - idealmente - far ripartire l'economia. Quindi far credito alle aziende e fare mutui alle famiglie. Invece ci hanno comprato titoli di stato. Perché? Perché - vi dicono loro - così ci aiutano a non andare in default.

 Balle! La risposta vera è: perché i soldi dello Stato sono sicuri, e su quei 260 miliardi ci fanno un tasso che va dal 4% al 7%. Se volevano aiutarci compravano i titoli di stato al tasso con il quale han preso soldi dalla BCE, che tanto non li hanno mica pagati. Prendendo soldi dal nulla e comprando BOT a tassi elevati, ci indebitano ricapitalizzandosi alle nostre spalle, mentre le pensioni se ne vanno, mentre il lavoro non c'è più, mentre tutto va a puttane.

 Allora sentite cosa ha chiesto Cristian Alicata al Forum Nazionale dei Giovani:

" Le sembra giusto e sensato che la Banca Centrale Europea stampi euro e li ceda all'1% alle banche commerciali che, a loro volta, decidono se acquistare titoli di debito a tassi che vanno dal 4 al 7%? Le sembra giusto che un tale sistema sia in vigore o non è piuttosto una delle più grandi truffe, invece, perpetrate negli ultimi secoli da parte delle consorterie bancarie e finanziarie a danno dei cittadini? "
 Risposta? "Sono d'accordo".

  Ad essere d'accordo è Martin Schulz: il presidente del Parlamento Europeo in carica.
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 INCREDIBILE! MARTIN SCHULZ, ALLA DOMANDA SE LE CONSORTERIE BANCARIE NON CI TRUFFINO CON IL MECCANISMO DEL PRESTITO DEI SOLDI ALL'1% ALLE BANCHE, CHE CON QUEI SOLDI POI CI INDEBITANO AL 5/7%, RISPONDE CON UN CHIARO, SECCO E INEQUIVOCABILE: "SONO D'ACCORDO!".
MARTIN SHULZ NON E' UN COMPLOTTISTA QUALSIASI, MA IL PRESIDENTE DEL PARLAMENTEO EUROPEO IN CARICA.


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mercoledì 25 gennaio 2012

Separazione tra Banche d’affari e banche di deposito



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http://youtu.be/enomt2JU-kY

A Piazza Pulita su LA7 il servizio della giornalista Francesca Nava che intervista un esponente di NOBIGBANKS.it
www.nobigbanks.it


 Separazione tra Banche d’affari e banche di deposito

Glass-Steagall

Dobbiamo dividere le banche in due tronconi: da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, dall’altra le banche che giocano in borsa, che fanno finanza speculativa giocando con i propri soldi, non con quelli dei risparmiatori: questo il senso dello standard della Glass-Steagall del 1933.
La Glass-Steagall sancisce la separazione fra attività bancaria tradizionale e quella di investimento (Banche di Affari): le due attività non possono essere esercitate dallo stesso intermediario, sancendo in questo modo a separazione tra banche di deposito e banche d’affari (investment bank).
Fu il Presidente degli Stati Uniti F.D. Roosevelt a volere la legge Glass-Steagall, nella foto lo vediamo all’atto della firma.
Fu Bill Clinton nel 1999, come ultimo atto formale prima di lasciare la Casa Bianca, a promulgare la Gramm-Leach-Bliley Act con cui abrogò le disposizioni della Glass-Steagall Act.
L’abrogazione ha permesso la costituzione di gruppi bancari che al loro interno hanno consentito, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale sia l’attività di investment banking e assicurativa.
In Italia riuscimmo addirittura ad anticipare Bill Clinton, con la introduzione del Testo unico bancario del 1993 che ha abbattuto le barriere tra i due tipi di attività bancaria alzate dalla legge del 1936 esattamente come ha fatto il Gramm-Leach-Bliley Act in America.
L’abrogazione ha scoperchiato il vaso di Pandora, generando una frenetica attività finanziaria che è pagata adesso dalle famiglie, le imprese e gli stati.

Proposte

- Stabilizziamo il debito pubblico e Vietiamo le scommesse sui nostri titoli di stato.
NO ai derivati sul debito pubblico, NO alle decisioni sul debito di banche e hedge funds internazionali. 
- Separiamo le banche d’affari dalle banche commerciali invece di finanziare i salvataggi bancari.
Fino agli anni Novanta era vietato l’uso dei depositi per fini speculativi, c’era un muro che separava le banche di investimento e le tradizionali banche commerciali che erogano credito. Poi hanno abbattuto i muri, unendo tra loro servizi bancari, servizi di investimento ed attività assicurative, conseguentemente le holding finanziarie hanno preso a operare anche nel settore degli strumenti derivati, tra i quali si annidano molti di quei titoli cosiddetti “tossici” che hanno in gran parte determinato l’esplosione dell’attuale crisi finanziaria.
Perchè invocare la Separazione tra Banche d’affari e banche di deposito?
1) Il compito delle Banche: Prestare Soldi, non finanziare il gioco d’azzardo nel casinò mondiale con i nostri risparmi.
Chi vive nella vita reale ha bisogno di prendere denaro a prestito dall’economia finanziaria.
Prima il ceto medio guadagnava bene da metter via una parte maggior del reddito e si prestavano soldi attraverso intermediari finanziari che rispondevano al nome di banche commerciali locali e cooperative di risparmio. La Borsa si occupava delle nuove emissioni azionarie.
Ma la legge del periodo della Depressione (legge Glass Steagall) che separa gli investimenti dall’attività bancaria fu cambiata negli anni Novanta: abolita quella legge, si è aperta la porta ad una grave distorsione, visto che la principale funzione delle Borse è fare scommesse finanziarie.
2) Finanziamo l’aumento del tenore di vita degli italiani.
3) Chiudiamo il casinò mondiale! Questo sistema che da quarant’anni è orientato alla speculazione finanziaria, un sistema fatto di gioco d’azzardo in cui far affluire i capitali un tempo investiti in grandi imprese scientifiche-tecnologiche dalle grandi ricadute nei rami dell’imprenditoria privata.
4) La Politica deve difendere gli interessi di tutti.
Dobbiamo essere veri e coraggiosi, sappiamo tutti che sulla politica grava il peso di un’accusa infamante: servire gli interessi di pochi grandi gruppi interessati a se stessi. C’è un diffuso malessere per la percezione che i partiti politici non lottano per affermare gli interessi di tutti.
E allora: sarà possibile ottenere le riforme sulle banche affinchè i politici si fanno difensori degli interessi della popolazione? O dobbiamo accettare il diktat della lettera della Bce? Tagli, tagli, tagli…?
Il premio Nobel Paul Krugman ha scritto sul Sole24Ore che “raramente, nel corso degli eventi umani, così tante persone si sono impegnate così tanto per fare così tanti danni”.
Krugman accusa la Banca centrale europea di sposare con entusiasmo la dottrina dell’austerità:“Queste organizzazioni farebbero bene a farsi un esame di coscienza e a chiedersi come hanno fatto a sbagliare così clamorosamente nonostante si vantino di essere le depositarie della saggezza”.
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Supporters

Robert Reich sostiene la nostra iniziativa per dividere le banche (legge Glass-Steagall). 
“Il settore finanziario globale sta diventando un’enorme bisca che mette a rischio l’economia reale. Il migliore modo per fermare questo processo è separare le attività bancarie ordinarie da quelle d’affari. I banchieri d’affari che vogliono fare scommesse finanziarie non dovrebbero avere il diritto di rischiare i soldi delle persone che si aspettano solidità e sicurezza. La bisca dovrebbe essere nettamente separata dalle funzioni bancarie ordinarie che consistono nel remunerare i depositi ed erogare prestiti in modo prudente“.
Robert B. Reich
Docente di Politiche pubbliche all’Università di Berkeley (California)
Ministro del Lavoro USA durante la presidenza di Bill Clinton
Berkeley, California
15 ottobre 2011
Lo ringraziamo e invitiamo a leggere i suoi articoli su: http://robertreich.org/

Partecipa!

Mettiti in contatto con noi e attivati, discuti, scrivici, proponi idee e iniziative nella tua città!
    nobigbanks [at] gmail.com
Il successo della campagna NOBIGBANKS si misura sulla capacità di vincere la sfida di Davide contro Golia. Intendiamo:
- far parlare di noi e attirare l’attenzione sulle proposte forti per spezzare il potere di banche e finanza.
- ricercare il sostegno e l’endorsement di personaggi pubblici importanti, come Robert Reich (ex ministro Usa di Bill Clinton).
- favorire il coinvolgimento attivo dei cittadini fino a creare una community: solo se le persone si convinceranno dell’importanza di NOBIGBANKS potremo ottenere un largo sostegno e una profonda diffusione.
- creare partnership: la diffusione di NOBIGBANKS in cambio di notorietà e pubblicità ai professionisti/consulenti nelle nostre iniziative.
Nasciamo per portare a conoscenza della gente la legge GLASS-STEAGALL. Vuoi partecipare a NOBIGBANKS?
1. ci serve una mappatura per la tua città dei soggetti/amici da contattare/coinvolgere con servizio mailing iniziale (se preferisci restare anonimo, potreste indicarci le email le inoltreremo direttamente dal nostro indirizzo), sindacati, categorie economiche, Università, pagine locali di giornali e giornali online, imprenditori, studenti, disoccupati.
2. organizzazione di momenti di incontro-discussione nella tua città.
3. produzione di materiali audio-video per il sito così da arricchirlo: i video sono molto importanti, come pure le immagini, i materiali informativi che possiamo veicolare on line e stampare per fare il volantinaggio.
Per il momento la priorità è dare risalto al sito e alla Fanpage su Facebook NOBIGBANKS.it cui chiediamo di iscriversi, diffondere e pubblicizzare.

Questo messaggio lo dedico ai folli.
A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.

Potete citarli. Essere in disaccordo con loro.

Potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potete fare è ignorarli.

Perchè riescono a cambiare le cose.

E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, io ne vedo il genio.

Perchè solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.

Mahatma Gandhi

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lunedì 5 dicembre 2011

Nazionalizzate le banche Chavez aumenta salario minimo del 30%




Nazionalizzate le banche Chavez aumenta salario minimo del 30% alla faccia dei mondialisti usurai!



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 Dopo la nazionalizzazione delle banche Chavez aumenta il salario minimo del 30% dimostrando che chi si svincola dai banchieri internazionali porta nel proprio paese il benessere per tutti e soprattutto per il popolo




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