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giovedì 24 gennaio 2019

Il Reddito di Cittadinanza come Jobs Act 2

Reddito di Cittadinanza come Jobs Act 2


La misura detta “reddito di cittadinanza” non è altro che un sussidio temporaneo di disoccupazione con un certo guadagno per le imprese: in pratica un Jobs act 2. 
La filosofia è la stessa: come aiutare la flex-security.

Il 2018 è stato un anno orribile per il reddito di cittadinanza, ritirato in quasi tutti i Paesi che lo avevano sperimentato per via di costi insostenibili se non sono accompagnati da adeguate politiche redistributive. Eppure economisti e imprenditori nelle élite della tecnologia lo considerano una risposta adeguata alla disoccupazione tecnologica – le perdite di posti di lavoro causate dall’automazione.

L’idea è che tutti i cittadini ricevano una certa quantità di denaro dal governo per le spese di cibo, alloggio e abbigliamento – indipendentemente dal reddito o dalla condizione lavorativa come “reddito di base incondizionato”, ovvero modulato se reddito di cittadinanza. I sostenitori dicono che aiuterà a combattere la povertà dando alle persone la flessibilità di trovare lavoro e rafforzare la loro rete di sicurezza, o che offre un modo per supportare le persone che potrebbero essere negativamente influenzate dall’automazione. Per i detrattori favorisce l’ozio a spese di quanti lavorano.

La notizia per quanto allarmante non deve però preoccupare il Governo. Quello che loro definiscono “reddito di cittadinanza” è in realtà un “sussidio temporaneo di disoccupazione”.

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Il sussidio di disoccupazione è stato introdotto per la prima volta in Danimarca nel 1899 come strumento per rendere più flessibile il mercato del lavoro – il neologismo è flex-security, che coniuga flessibilità e sicurezza – all’interno di quelle che vengono definite politiche attive del lavoro. In altre parole, visto che il mercato del lavoro funziona assai male – i tassi di disoccupazione nel dopoguerra nei paesi OECD hanno variato dal 2 al 39% – si è al solito data una risposta semplicistica ad un problema complesso: non c’è abbastanza flessibilità.

Ora, a parte che la flex-security ha costi elevati che solo una forte politica fiscale può supportare (la Danimarca ha una tassazione sul PIL di oltre il 50% – di flat-tax non si parla e c’è un tasso di evasione fiscale bassissimo), il problema non è che il mercato del lavoro è troppo rigido: è che non c’è abbastanza domanda aggregata. Nonostante i centri per l’impiego, i programmi di formazione ed i sussidi all’occupazione, l’ispirazione è la stessa del “Jobs Act” renziano: più flessibilità dovrebbe portare maggior competitività e in definitiva a più PIL ed occupati. Ma ciò che non era vero per il vecchio governo non diventa verità con il nuovo.

In questo senso, il sussidio temporaneo di disoccupazione è una misura neoliberista meno pelosa ma che continua a trascurare la domanda e la (re)distribuzione. Il sussidio temporaneo di disoccupazione non è quindi che un provvedimento di politica economica di stampo neoliberista. Mentre diversa sarebbe stato un reddito di cittadinanza coniugato a una più equa politica fiscale o il “lavoro di cittadinanza” di Minsky (lo Stato diventa “datore di lavoro in ultima istanza” – in settori di alto valore sociale: terzo settore, assistenza a categorie deboli, ecologia e biodiversità, cultura e ambiti non direttamente profittevoli – perseguendo la piena occupazione in modo anticiclico, di modo che sia la domanda aggregata che la produzione si mantengono ad un livello stabile).

Inoltre, ma questo avviene da ormai 30 anni, la rivoluzione tecnologica 4.0 ha prodotto 2 fenomeni mai visti prima e su cui il sussidio temporaneo di disoccupazione, come prima il Jobs Act, è silente anche se il futuro dei giovani si gioca su questo. Mi riferisco alla crescita senza lavoro – cioè il PIL cresce ma l’occupazione no, perché sono i robot a produrre – e ai working poor – le persone cioè che pur lavorando hanno un reddito così basso da restare poveri, così mal retribuiti da scivolare nella zona di povertà relativa: la classe media che va scomparendo e la distribuzione del reddito si polarizza sempre più con i ricchi proprietari dei robot sempre più ricchi ed i poveri, sostituiti o in concorrenza coi robot, via via più poveri.

Solo se gli aumenti di produttività verranno accompagnati da corrispondenti aumenti di domanda, il benessere economico sarà distribuito e ci liberemo dalla trappola di una domanda aggregata stagnante da cui non scapperemo con strumenti neoliberisti 
come sussidio temporaneo di disoccupazione o Jobs Act.

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Il Balcone e la prima manovra GialloVerde

Il balcone e la prima manovra gialloverde

Sforare i rigidi parametri dell’austerity di Bruxelles è ciò che più convince della manovra annunciata dal governo, che resta in larga parte ancora da scoprire nel dettaglio. La flat tax viola i principi di progressività fiscale, la pace fiscale appare un condono e anche i criteri “reddito di cittadinanza” sembrano una retrocessione al welfare .

I ministri cinque stelle la sera di giovedì 27 settembre hanno chiamato le masse sotto Palazzo Chigi, a festeggiare l’approvazione in Consiglio dei ministri della nota di aggiornamento del DEF 2018 che dovrebbe avviare la realizzazione concreta dei punti qualificanti del programma di governo giallo-verde (in particolare il cosiddetto reddito di cittadinanza, la flat tax, la revisione della riforma pensionistica Monti – Fornero del 2011) e, a tal fine, porta, altro elemento caratterizzante la manovra, il deficit pubblico al 2,4% annuo per il triennio 2019-2021.

Diciamo subito che le modalità di comunicazione sono state in pieno stile populista. I ministri che scendono in piazza, mentre al termine del Consiglio dei Ministri non viene neanche tenuta una conferenza stampa. Il testo non è disponibile e non lo sarà, verosimilmente, ancora per qualche giorno. Nessuna possibilità per la stampa di interloquire, per i tecnici di valutare qualcosa che non siano gli annunci dei politici o qualche documento di lavoro di incerta provenienza e dubbia attendibilità. Non è cosa nuova (ricordiamo le 26 slide con cui Renzi presentò l’aggiornamento del DEF nel 2014, in conferenza stampa si soffermò solo sulla prima, si scoperse poi che le altre 25 contenevano solo il titolo), ma possiamo ben dire che tale modalità ben rappresenta tutte le ansie e le difficoltà della squadra grillina a trasformare
 i propri annunci in progetti operativi tecnicamente adeguati.

Vero è che la prima battaglia politica interna, sul livello cui fissare il deficit, è vinta: il deficit pubblico, che il governo Gentiloni un anno fa si era impegnato a portare nel 2019 allo 0,9%, viene portato al 2,4%, oltre l’1,6% che aveva ipotizzato il Ministro Tria e oltre anche al 2% ipotizzato in questi giorni. Il tutto alleggerisce di circa 27 miliardi i fabbisogni finanziari rispetto a quanto previsto in autunno 2017, permettendo il finanziamento della manovra.

E’ il segnale che più convince. Da anni critichiamo i parametri e le impostazioni di politica fiscale europei, strutturalmente recessivi, che sono fra le cause delle specifiche difficoltà che l’Unione Europea ha avuto ad emergere dalla crisi e del come ne è uscita (divergenza economica, marginalizzazione delle economie periferiche, impoverimento e svalutazione del lavoro e del welfare). Accogliamo dunque questa esplicita messa in discussione dell’ortodossia di Bruxelles e ci auguriamo che il governo sia consequenziale, indicando un obiettivo: la denuncia del fiscal compact (che non è un trattato) e la revisione del pareggio di bilancio in Costituzione (che l’Italia è stato uno dei pochi paesi ad adottare, con la legge costituzionale del 2012).

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Ciò detto, la strada intrapresa dal governo presenta comunque i suoi rischi.

Il precedente governo aveva sempre manifestato pubblicamente fedeltà alle regole fiscali europee, salvo poi operare dietro le quinte per un alleggerimento di fatto dei vincoli, strappando la concessione di rilevanti margini di flessibilità e l’accettazione da parte europea di clausole di salvaguardia (ovvero previsioni di aumento di IVA e accise) che ancora valgono 12,5 miliardi di euro per il 2019 e quasi 20 miliardi dal 2020 a garanzia di tagli impossibili da realizzare.

L’attuale governo ha scelto un metodo di confronto esplicito del quale è stato scritto solo il primo capitolo. Perché il sistema di regole europee dà alla Commissione e al Consiglio Ecofin poteri non indifferenti e l’applicazione delle regole fiscali da parte degli organismi comunitari potrebbe ora diventare rigida, senza quella flessibilità strappata (anche con stringenti argomentazioni di tipo tecnico) negli ultimi anni. Gli effetti dell’avvio di una procedura d’infrazione – che potrebbe arrivare a tradursi in multe nell’ordine di qualche punto decimale di PIL) non dovrebbero essere presi alla leggera.

D’altra parte, il lascito del governo Gentiloni al governo Conte conteneva polpette avvelenate non da poco, dalle clausole di salvaguardia, alla flessibilità concessa negli anni scorsi da recuperare, all’ulteriore riduzione del deficit, fino al pareggio di bilancio, prevista nell’orizzonte di programmazione, fino ad una riduzione del debito ottenuta economizzando i saldi dei conti correnti pubblici nel 2017 per 14 miliardi che, già era scritto nel DEF 2018, avrebbero dovuto essere reintegrati nel 2019; tutti elementi che diventano critici laddove Bruxelles decida una posizione rigida.

Vi è poi il tema dello spread, che non va sottovalutato, stanti le dimensioni del debito italiano, superiori al 130% del PIL: l’Italia ha beneficiato sostanzialmente dei bassi tassi di interesse che hanno caratterizzato gli ultimi anni. Si pensi che ad aprile 2013 Monti e Grilli, nel DEF, prevedevano che l’Italia avrebbe pagato nel 2017 interessi passivi per 109 miliardi, diventati 91 miliardi ad ottobre dello stesso anno e poi ridottisi fino a 66 miliardi a consuntivo, esclusivamente per merito della caduta dei tassi di interesse. Si parla di decine di miliardi di minori spese, di cui hanno beneficiato i governi precedenti e che, di converso, ben segnalano la vulnerabilità dell’Italia su questo fronte. Possiamo certo condividere la voglia di confrontarsi con asprezza in sede europea e di non subire il ricatto dei mercati finanziari internazionali, ma risulta evidente la necessità di una strategia politica e di convincimento attenta, il pericolo essendo, altrimenti, l’entrata in una spirale che potrebbe minare non solo la costruzione europea ma anche le basi economiche del sistema italiano.

Tale opera di convincimento dovrà necessariamente passare per la dimostrazione che le politiche fiscali europee hanno fallito negli ultimi anni e che una qualche espansione fiscale è indispensabile al paese per non morire. In tal senso, andrà necessariamente argomentato con forza che gli ambiti di maggiore spesa prevista potranno avere un effetto espansivo che permetterà di compensare l’ampliamento del deficit: se l’aumento del deficit porta ad una maggiore crescita economica (del PIL, o come preferiremmo, degli indicatori di sviluppo economico e sociale) le basi del sistema stesso si allargano e lo stesso rapporto deficit / PIL può ridursi.

Andiamo così a trattare gli obiettivi della manovra, i progetti di spesa e di entrata, e qui francamente sorgono troppe perplessità. Il rischio è che di nuovo, come già successo nelle precedenti legislature, i miliardi che si vanno a strappare in qualche modo siano poi impiegati per iniziative estemporanee che, non inserite in un contesto organico e complessivo, non potranno tradursi nell’agognato sviluppo.

Premettiamo che non possiamo parlare, in assenza di testi, del piano di investimenti preannunciato dal ministro Di Maio, possiamo solo augurarci che tale piano veda la luce e contempli, come promesso, non poche grandi opere ma molte piccole opere di diretto impatto sui cittadini (pendolarismo, risanamento ambientale,…), non nascondendoci che problemi amministrativi e tempi di realizzazione richiederanno un’azione costante che vada ben al di là degli stanziamenti di bilancio.

Venendo alla politica impositiva, al di là della neutralizzazione delle clausole di salvaguardia, contano da un lato la ribadita volontà di perseguimento della flat tax, pur con caratteristiche ancora da definire e, dall’altro, quello che di fatto viene letto come un ampio condono fiscale e, forse, contributivo. Se l’estensione a partite IVA e piccoli imprenditori della flat tax già introdotta sui redditi d’impresa e del regime dei contribuenti minimi potrà avere un qualche impatto positivo (ma a quali costi?), è il disegno complessivo che ci vede, non da ora, contrari, innanzitutto perché nega i principi di progressività e di capacità contributiva indicati dalla nostra Costituzione, in secondo luogo perché, tecnicamente, operare su riduzione di aliquote generalizzate ha un costo immensamente superiore rispetto ad operare con detrazioni che vadano riducendosi all’aumentare del reddito e, infine, perché per l’ennesima volta viene riproposta la favola che una riduzione delle imposte avrebbe effetti espansivi senza ricordare che, a fronte di tale riduzione, sta necessariamente una riduzione di investimenti e servizi pubblici quali scuola, sanità,…. Quanto alla cosiddetta “pace fiscale”, essa non fa che legittimare una volta di più l’evasione, all’insegna di un condono presentato come l’ultimo e che l’ultimo non sarà, a scapito di coloro che tasse e imposte le pagano. Vero è che, contestualmente al condono, viene annunciato l’inasprimento delle pene, con una nuova norma in stile “manette agli evasori”, ma ciascuno di noi può ben pensare quale potrà essere l’efficacia di una tale norma.

Piuttosto, sarebbe opportuno rafforzare oltre ai controlli, gli incentivi alla regolarità fiscale. Un punto di vista che non sembra la maggioranza si ponga, col risultato che le cose potrebbero anche peggiorare come effetto della misura che più di altre il movimento cinque stelle vorrebbe intestarsi, quella dell’introduzione dei cosiddetti reddito e pensione “di cittadinanza”: perché con le pensioni minime tutte a 780 euro, con nessun premio aggiuntivo per chi ha pagato contributi lavorativi, il livellamento significa che soprattutto i lavoratori più poveri, che non arriveranno a pensioni significativamente superiori a quella cifra, avranno contribuito negli anni a nessun fine. Idem varrà col reddito di cittadinanza, se si riconfermerà quanto già vale per il REI, ovvero che un eventuale reddito da lavoro andrà (salvo casi limitati) a ridurre in pari misura la prestazione, col risultato di generare una trappola della povertà.

In generale, la parte di contrasto alla povertà, con l’introduzione del beneficio di 780 euro mensili, è comunque la misura sociale cui si deve guardare con massima attenzione e favore. 10 miliardi sulla povertà (si spera aggiuntivi ai 3-4 già stanziati per il REI e a quelli che serviranno per le pensioni) e la previsione di una platea di oltre 6 milioni di individui potrebbero segnare una discontinuità forte nelle politiche italiane. Molto dipenderà dalla realizzazione pratica e dal raccordo della misura con quanto già esistente.

Si è già detto che, in ambito pensionistico, il livellamento a 780 euro rischia di neutralizzare quel principio del sistema pensionistico contributivo tanto sbandierato negli ultimi anni, che i contributi sociali non sono per il singolo individuo altro che risparmio pensionistico; servirebbe a questo punto inserire la pensione a 780 euro in un contesto più generale di riforma del sistema, nel quale poco a poco i 780 euro diventano universali e finanziati fiscalmente, con la pensione contributiva che si aggiunge a quest’ultima e una corrispondente riduzione degli oneri contributivi, ma non sembra che una riforma organica del sistema sia stata ventilata.

Quanto al reddito di cittadinanza per i non pensionati, bisognerà vedere se la strada intrapresa sarà quella di un mero sussidio monetario, se di una misura di welfare to work, o di una misura di sostegno anche di tipo sociale. Attualmente, la più volte richiamata volontà di introdurre il reddito in parallelo con l’ormai inderogabile rilancio dei servizi per l’impiego, indica la volontà di condizionare la misura alla sola disponibilità all’attivazione lavorativa. Viene da chiedersi se tale condizionamento non segni un regresso rispetto all’attuale reddito di inclusione, che supera l’impostazione “welfare tu work” prevedendo un’analisi e un progetto individualizzati, nei quali se il problema economico è puramente lavorativa si attivano i servizi per l’impiego, ma se emergono – come spesso succede – altri tipi di bisogni e fragilità da parte dell’individuo e della sua famiglia, l’amministrazione comunale è obbligata ad offrire una esplicita presa in carico da parte dei servizi sociali.

L’ultima misura, ampiamente annunciata per quanto ancora di incerta specificazione, è quella sull’ammorbidimento delle norme sui pensionamenti, con l’adozione di una qualche versione di “quota 100”, quale somma di età anagrafica e anzianità contributiva minime per accedere al pensionamento. Qui il dato di fatto, sul quale Sbilanciamoci si è già soffermato in passato, è quello di una riforma Monti Fornero che, nell’ansia di ridurre immediatamente il profilo di spesa pensionistica, in un contesto di crisi economica ha fatto sì che in Italia (estremizzando) si siano costretti vecchi con la quinta elementare a rimanere al lavoro e al tempo stesso si siano tenuti fuori dal mercato del lavoro i giovani laureati. Il superamento dei requisiti della riforma del 2011 può dunque servire per rilanciare la produttività e lo sviluppo, ma di nuovo bisognerà vedere come si tradurrà concretamente in atti normativi: i costi nell’immediato rischiano di essere molto significativi, anche se potrebbero almeno in parte venir riassorbiti nel medio e lungo periodo, giacché a coloro che andranno in pensione prima dovrebbero essere pagate pensioni di importo proporzionalmente più basso. In ogni caso, la misura non potrà sicuramente essere finanziata con il solo prelievo di solidarietà sulle pensioni di importo più consistente, mentre, onde evitare effetti perversi, dovrà essere opportunamente raccordata sia con quella relativa ai 780 euro mensili, che con le norme che attualmente prescrivono l’aver maturato una pensione di un ammontare minimo per il pensionamento prima dei 70 anni.

Se dunque c’è da plaudire alla scelta della manovra di esplicita messa in discussione dell’ortodossia del fiscal compact, ci si aspettano atti consequenziali anche sul piano normativo, a cominciare dalla messa in discussione della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, mentre i rischi di conflitto con la UE dovranno essere gestiti con grande attenzione. Quanto ai contenuti della manovra, ancora troppo confusi sono i dettagli tecnici e concreto il rischio che l’implementazione concreta degli annunci mostri seri limiti e tenda a caratterizzarsi come sommatoria di interventi pur in sé condivisibili (o fortemente criticabili) senza, in ogni caso, 
venire inserita in un quadro organico e coerente.

da redazione Sbilanciamoci
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sabato 20 ottobre 2018

Reddito di cittadinanza che intrappola nella povertà

Reddito di cittadinanza:   un circolo vizioso che intrappola nella povertà.

Reddito di cittadinanza:
 un circolo vizioso che intrappola nella povertà.
Confrontata con il resto d'Europa, la proposta italiana è quella con più vincoli. E, per come è concepito, rischia di trasformarsi in uno strumento di controllo sociale.

Le modalità di attuazione del cd. “reddito di cittadinanza” del governo Lega-M5S non sono del tutto originali, al limite sono un po’ più rigide. La principale differenza con gli altri Paesi europei sta nel fatto che in Italia non esiste un salario minimo legale e questa mancanza può generare un effetto boomerang sui salari, favorendone una riduzione.

Nei vari Paesi europei dove misure di sostegno al reddito sono già operanti, i beneficiari devono sottostare a una serie di condizioni.

La via tedesca al reddito di cittadinanza
In Germania nell’articolato sistema di sostegno alle categorie più svantaggiate, l’Arbeitslosengeld II è il sussidio mensile destinato a chi cerca un lavoro o ha un salario molto basso.


Lo Stato garantisce l’assistenza al soggetto a patto che si impegni nella ricerca di un nuovo lavoro e abbia un paniere di consumo limitato ai soli beni di necessità. Non può avere più di 2000 euro sul conto corrente e viene seguito da un operatore sociale che può controllarlo sino ad entrare in casa per verificare ciò che possiede. Oscilla attorno ai 400 euro e prevede somme supplementari se nel nucleo familiare sono presenti figli.

L’RSA francese
In Francia è stato creato il Revenu de solidarité active (RSA), disponibile per chi ha almeno 25 anni o per chi, con un’età inferiore, è già genitore single. La base si aggira attorno ai 400 euro e, anche in questo caso, la presenza di figli determina un aumento della cifra. La condizione è la ricerca di un’attività lavorativa sulla base di un rigido programma di inserimento eterodiretto e controllo dei consumi.

Gli importi del Revenu de solidarité active (RSA) francese per il 2018. FONTE:Gli importi del Revenu de solidarité active (RSA) francese per il 2018. L’assegno mensile aumenta in funzione del numero di membri nel nucleo familiare.
I 1300 euro danesi
Anche la Danimarca, che prevede un reddito tra i 1300 e i 1400 euro al mese, ha ristretto i parametri di accesso, soprattutto a svantaggio degli stranieri, e aumentato i vincoli di comportamento, con particolare riferimento all’obbligo di frequenza di corsi di formazione.

In Italia, il provvedimento appare tra i più condizionati:

l’accesso dovrebbero essere limitato a coloro che hanno una soglia di reddito inferiore alla povertà assoluta (780 euro mensili), sulla base dell’indicatore Isee (che tiene conto del patrimonio personale, compresa l’eventuale casa di abitazione).
Vale per i soli cittadini italiani. Per evitare rischi di incostituzionalità, pare che vi possano accedere anche gli stranieri (comunitari e extra-comunitari) che vivono legalmente in Italia da più di 10 anni (per il Rei – Reddito di inclusione – introdotto dal governo Gentiloni, il limite era 5 anni).
I beneficiari hanno l’obbligo di accettare la terza proposta di lavoro.
Si devono iscrivere ai Centri per l’impiego e firmare un impegno per l’inserimento lavorativo (così come avviene per il Rei).
Sono obbligati a fornire gratuitamente 8 ore settimanali di lavoro socialmente utile a vantaggio del comune di residenza.
Inoltre, gli acquisti effettuati dai beneficiari vengono tracciati digitalmente e si devono limitare ai soli beni di stretta necessità.
Secondo alcune dichiarazioni pubbliche del ministro del Lavoro Luigi Di Maio, i percettori del reddito di cittadinanza saranno così impegnati nella ricerca attiva di un posto di lavoro e nello svolgere lavori socialmente utili che non avranno il tempo né di fare lavori sommersi né di dedicarsi a “consumi immorali” (categoria, quest’ultima, di non chiara definizione…). Per chi sgarra, viene introdotta una nuova fattispecie di reato: il “falso in reddito di cittadinanza” che prevede la reclusione sino a sei anni di carcere.

Il povero va davvero guidato?
Tra le molte considerazioni, due sembrano quelle più pertinenti.

La prima ha a che fare con l’ottocentesca credenza, che non trova giustificazione nell’evidenza empirica, secondo la quale il “povero” è tendenzialmente incapace di provvedere a se stesso e quindi abbisogna di educazione e guida. Si tratta dell’antico retaggio secondo cui la condizione di povertà è l’esito di scelte individuali: un retaggio che dal Medioevo si è ammodernato sino a diventare parte integrante dell’antropologia dell’homo oeconomicus neo-liberale.

Il fatto che negli ultimi trent’anni, abbiamo assistito al diffondersi della trappola della precarietà del lavoro non retribuito, al venir meno di alcuni diritti fondamentali del lavoro e del migrante, al dumping perverso verso il basso che deriva dallo smantellamento delle politiche di welfare e dall’emergere di nuove forme di ricattabilità (dal reddito all’indebitamento personale) sembra non essere preso in considerazione.

Eppure, se oggi il fenomeno della povertà diventa sempre più dilagante, la causa principale sta proprio nella sua natura sociale (e non individuale), esito dei nuovi processi di valorizzazione capitalistica, al ruolo liberticida della finanza, alla crescente concentrazione dei redditi.

Dal welfare universalistico al workfare per i ricchi
La seconda considerazione è che tali misure di sostegno al reddito (comuni a quasi tutti i paesi europei, come abbiamo ricordato) si inquadrano perfettamente nella concezione del workfare, ovvero di un sistema di welfare non universalistico, usufruibile da chi se lo può pagare (in seguito alla privatizzazione finanziaria dei servizi sociali – dalla previdenza integrativa alle assicurazioni sanitarie) e fondato sull’esclusione sociale.


Ed è proprio questa esclusione che deve essere governata con efficienza economica: moderno business produttivo che non elimina la povertà ma la valorizza, consentendo l’attivazione di servizi di controllo, guida e coazione che crea reddito non ai poveri ma a chi li gestisce.

I vantaggi macroeconomici dell’aumento delle pensioni minime
Va invece visto favorevolmente il fatto che a questo reddito di cittadinanza, selettivo, condizionato e che non elimina la povertà né la precarietà, si accompagna la misura che alza il livello minimo delle pensioni a 780 euro mensili in modo incondizionato.

Ed è positivo che tale misura, dopo anni di leggi di stabilità che erogavano sussidi alle imprese (25 miliardi solo negli ultimi tre anni) con scarsissimi effetti sulla crescita economica ma elevato impatto sui profitti, avrà effetti positivi sulla domanda e quindi va contro il diktat dell’austerity imposta dalla troika economica: un provvedimento che, piaccia o non piaccia, avrebbe dovuto entrare in un’agenda di politica economica di sinistra.

* L’autore è professore associato di Economia politica all’Università di Pavia. Insegna anche Teoria dell’Impresa, Economia politica della conoscenza e Storia dell’Economia politica. I suoi interessi di ricerca sono prevalentemente relativi alla teoria macroeconomica, alla teorie monetarie eterodosse, all’economia dell’innovazione, alla distribuzione del reddito e alle mutazioni del capitalismo contemporaneo.

Spesso su posizioni ben lontane dal pensiero “ mainstream” in ambito economico ha più volte sostenuto la necessità di introdurre un
 “reddito minimo di esistenza”.


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martedì 13 marzo 2018

Reddito di Cittadinanza è una Bufala Clamorosa ?


  Ve la siete bevuta tutta?
Secondo diversi analisti è la promessa che ha fatto trionfare i Cinque Stelle, soprattutto al Sud. Il problema è che non c’entra nulla con quel che la gente crede che sia. E che già così, nella sua versione mignon, è difficilissima da realizzare. Qualcuno rimarrà deluso.

È stata uno delle idee vincenti dell’ultima campagna elettorale, nei fatti la proposta politica identitaria più forte del Movimento Cinque Stelle che ha dominato le elezioni del 4 marzo. Eppure, senza nemmeno aspettare la nascita del governo Di Maio, già si può dire con certezza che il reddito di cittadinanza sia la più grande mistificazione cui abbiamo assistito: la gente si aspetta una cosa, ne avrà un’altra. E soprattutto, sono parole dello stesso Di Maio, non si capisce bene se, come e quando.

Partiamo dall’inizio però, perché il problema è soprattutto semantico e le parole, come diceva il buon Nanni Moretti, sono importanti. Quando si parla di reddito di cittadinanza o di reddito di base si definisce un’erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata o non effettuata, ed erogato durante tutta la vita del soggetto.

Questo è ciò di cui parlano, quando ne parlano, quelli come Bill Gates ed Elon Musk: «Ci sono buone possibilità che alla fine arriveremo a un reddito universale garantito, proprio a causa dell'automazione. Questo sarà un tema su cui discuteremo nei prossimi 10 o 20 anni... Le persone avranno più tempo per fare altre cose, cose più complesse e interessanti». Questo ha detto il fondatore di Tesla e SpaceX in un’intervista alla Cnbc di un annetto fa. Di una misura universale e garantita per combattere la disoccupazione tecnologica.


Quel che ha in mente Di Maio è un’altra cosa, completamente diversa, che del reddito di cittadinanza ha solo il nome. Leggiamo dall’intervista che ha concesso proprio a noi de Linkiesta: «Il nostro reddito di cittadinanza è condizionato - spiega - Non diamo soldi a persone per starsene sul divano. Noi vogliamo fare in modo che chi prende sostegno al reddito abbia un rapporto di diritto-dovere con lo Stato. Se hai perso il lavoro, il nostro reddito di cittadinanza ti obbliga a formarti per dei lavori che richiede il centro per l’impiego incrociando domanda e offerta e devi dare 8 ore di lavoro volontario al comune. Il sindaco ha a disposizione gratis per lavori di pubblica utilità tutti quelli che prendono il reddito di cittadinanza. È un meccanismo condizionato che si conclude con una proposta di lavoro che proviene dal centro per l’impiego».

Molto semplicemente, caro Di Maio, il vostro reddito di cittadinanza non è reddito di cittadinanza. Assomiglia a una cosa che si chiama flexsecurity, che in Europa settentrionale è la prassi già da qualche decennio, e che prevede flessibilità contrattuale, formazione continua, politiche attive del lavoro e misure di sostegno al reddito condizionate alla ricerca attiva di un posto di lavoro per chi rimane senza occupazione. Un approccio meritorio al mondo del lavoro, ma non di certo rivoluzionario. Si tratta di roba che in Italia funziona male, ma che nei fatti c’è già, e non da ieri. A cui aggiungete pure otto ore di lavoro settimanale socialmente utile, gratuito, che dovrebbe coinvolgere un bacino potenziale di circa 9 milioni di persone, secondo i calcoli dei Cinque Stelle. Lasciamo agli economisti del lavoro il calcolo in termini 
di compressione salariale di una simile trovata.

Spacciare una misura condizionata e selettiva per una misura incondizionata e universale. O, se preferite, una da 14 miliardi e spicci per una che ne costerebbe, a regime, circa 350, venticinque volte tanto. Stessimo parlando di un prodotto commerciale, a Di Maio arriverebbe una denuncia dell’Agcom per pubblicità ingannevole. Anche perché ci sono circa 11 milioni di elettori che se lo sono comprati, il reddito di cittadinanza, alle ultime elezioni.
Chiamare tutto questo reddito di cittadinanza è stata una mossa di marketing geniale. Spacciare una misura condizionata e selettiva per una misura incondizionata e universale. O, se preferite, una da 14 miliardi e spicci per una che ne costerebbe, a regime, circa 350, venticinque volte tanto. Stessimo parlando di un prodotto commerciale, a Di Maio arriverebbe una denuncia dell’Agcom per pubblicità ingannevole. Anche perché ci sono circa 11 milioni di elettori che se lo sono comprati, il reddito di cittadinanza, alle ultime elezioni. E ha voglia Di Maio a girare la frittata - «Dicono che ci avete votato per il reddito di cittadinanza, quindi perché abbiamo promesso soldi, vi trattano come miserabili!», arringa la folla a Pomigliano d’Arco - facendo finta che il reddito di cittadinanza non sia stato un argomento decisivo in regioni come quelle meridionali, in cui la disoccupazione giovanile supera il 50%, quella femminile il 22%, quella generale il 15%. Dite quello che volete, ma siete sicuri che ora la gente non si aspetti davvero un sussidio universale, 
nel caso i Cinque Stelle vadano al Governo?

Peraltro, beffa nella beffa, pure la flexecurity a Cinque Stelle - molto poco sexy, ma comunque utile, se ben fatta - è molto difficile da realizzare, e Di Maio ha cominciato a dire pure questo, a urne chiuse. Ha detto che ci vorrà tempo, perché «prima bisogna riformare i centri per l’impiego». Giusto, giustissimo. Ma siamo sicuri basteranno i tre miliardi stanziati dal programma dei Cinque Stelle? E soprattutto, basterà metterci dei soldi senza spostare le competenze per le politiche attive del lavoro dalle Regioni allo Stato? E ancora, visto che si tratta di competenze sancite dalla costituzione, siamo sicuri che ci sia una maggioranza politica in grado di approvare una legge costituzionale, o che non sarà necessario un nuovo referendum per la riforma del Titolo V della Costituzione?

Questa è la dura realtà, che non è tanto diversa da quella degli ultimi cinque anni. Problemi complessi, situazioni incancrenite da correggere, pochi soldi per farlo. Chi si è comprato la bacchetta magica di Di Maio temiamo rimarrà parecchio deluso. Poco male: al prossimo giro si berrà le panzane di qualcun altro. Gran brutta bestia, la memoria corta.


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venerdì 9 marzo 2018

Reddito di Cittadinanza : Subito le Richieste ai Caf


Reddito di cittadinanza, i Caf ribadiscono: 
"È vero, picco di richieste dopo la vittoria M5s"

M5S ha bollato come fake news la richiesta di moduli ma dalla Puglia arrivano conferme. 
Pellegrino (dg del Comune di Bari): "Richieste da una cinquantina di utenti". 
Picchetto pentastellato nel centro per l'impiego.

La conferma più autorevole arriva dal direttore generale del Comune di Bari, Davide Pellegrino: "In questi giorni sono arrivate decine di richieste per il reddito di cittadinanza". Evidente effetto della vittoria del M5s. Proprio i Cinque Stelle, però, si erano affrettati a bollare come fake news le notizie diffuse giovedì 8 marzo sulle richieste arrivate ai Caf del Sud. "Una bufala" aveva smentito l'apparato di Di Maio diffondendo le foto delle sale d'attesa vuote.


Cittadini già chiedono reddito di cittadinanza.

Ma nel solo centro per l'impiego di Bari (Porta Futuro) si sono presentati circa 50 utenti negli ultimi due giorni, come conferma Pellegrino. "Questa è una caratteristica delle misure di lavoro - ha spiegato - l'utente poco informato sente la notizia al bar e si viene a informare negli uffici. Soprattutto i 50enni che sono diventati disoccupati con la crisi". 

Reddito di cittadinanza, in Puglia decine di richieste ai Caf: "Molti sono convinti che sia già attivo"

Proprio in questo centro per l'impiego si è presentato lo stato maggiore dei pentastellati pugliesi per chiedere al dirigente Franco Lacarra di smentire gli accessi a Porta Futuro da parte di utenti in cerca di moduli per il reddito di cittadinanza. Ma, nonostante il picchetto dei Cinque Stelle e i comunicati dai toni aspri, la posizione del Comune è ribadita dal dg Pellegrino. 

Il caso è esploso a Giovinazzo. Anche nel piccolo Comune alle porte di Bari circa 50 persone si sono presentate al Caf Uil: "Soprattutto giovani, gente che non ha mai avuto un posto di lavoro e lo sta cercando, o chi l'ha perso - spiega la referente Uil locale, Valeria Andriano - si sono presentate intere famiglie, marito e moglie, e in alcuni casi mi hanno fatto domande per strada". 

Bari, decine di persone al Caf: "Dateci i moduli per il reddito di cittadinanza"

Tommaso Tortelli, del Caf Cgil di Noicattaro (Bari) conferma. "La prima richiesta è arrivata martedì 6 marzo: un anziano mi ha chiesto di fare domanda per il reddito di cittadinanza, gli ho spiegato che forse confondeva e lui ha detto che aveva appurato che dopo la vittoria 5 Stelle era legge e gli spettava la differenza rispetto alla sua pensione sociale. Gli ho anche detto scherzando che se voleva il reddito cittadinanza poteva chiedere al sindaco, forse avrà lui i moduli. Non è stato unico caso, si sono avvicinate altre 4 persone in questi giorni.  Cifre non di poco conto se si considera che la media giornaliera è di circa venti, trenta accessi al giorno".

Maria Romanelli, responsabile provinciale Senas Brindisi conferma: "Le prime richieste sono arrivate subito dopo le elezioni perché pensavano potessero già redigere il modello per il reddito di cittadinanza e inviarlo, un po’ mandati dalla sede Inps che è qui di fronte e un po’ mossi da ciò che leggono su reddito di cittadinanza, che ha importi superiori a quello di inclusione. Erano Coppie di giovani disoccupati e ultra 50enni usciti fuori dal circuito lavorativo e anche extracomunitari".

"Ho già ricevuto tre telefonate da parte di persone che chiedevano informazioni su come e quando presentare domanda per il reddito di cittadinanza" conferma il presidente della Claai (Confederazione delle Libere Associazioni Artigiane Italiane) di Lecce Gigi Pedone - erano convinti che gli uffici del nostro patronato fossero già attrezzati per fornire assistenza. C'è molta disinformazione e i cittadini confondono i programmi elettorali con le reali misure di Governo".

Anche l'Unsic, sindacato autonomo d'impresa, riferisce che in una decina di Caf si sono verificati casi di richieste riguardanti il tema del reddito di cittadinanza. A Palermo, dove i numeri dei cittadini richiedenti informazioni sono stati più rilevanti, gli operatori sono stati costretti ad affiggere un cartello, scritto anche in lingua araba, spiegando l'inesistenza di una tale pratica. "Alcune persone si sono presentate addirittura con un finto modulo per tale richiesta e non sappiamo chi l'abbia messo in giro" spiega Totò Barone, responsabile del Caf.

"Probabilmente c'è un'aspettativa da parte dei cittadini che hanno votato i 5 stelle" ribadisce Pino Gesmundo, segretario generale della Cgil in Puglia. I numeri lo confermano: dal primo dicembre 2017 ad oggi in tutta la Puglia circa 20mila cittadini hanno fatto domanda per accedere alle principali misure di sostegno al reddito 
(Red-Reddito di dignità della Regione Puglia e Rei-Reddito di inclusione del Governo).

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