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venerdì 1 giugno 2018

Il Governo GialloVerde ha Giurato Fedeltà alla Repubblica Italiana

Il Governo GialloVerde ha Giurato Fedeltà alla Repubblica Italiana

Tria e Moavero tecnici non sgraditi al Colle. 
Di Maio e Salvini vicepremier per guidare Conte. 
Giorgetti sottosegretario chiave. Tutti i ministri.
La base del nuovo accordo è la stessa di una settimana fa, con un bilanciamento dei ministeri di peso tra Lega e M5s. Ma le due caselle chiave dell'esecutivo giallo-verde, dicastero dell'Economia ed Esteri, sono state stravolte per sbloccare l'impasse e avere il consenso del Capo dello Stato.

Il foglietto con la lista dei ministri, sventolato su Facebook da un arrabbiatissimo Luigi Di Maio domenica scorsa quando il governo politico era naufragato, è tornato quindi sul tavolo della trattativa. Come era stato stabilito il capo politico grillino e Matteo Salvini in tandem vigileranno da vicepremier sul presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ed entrambi saranno anche ministri: Di Maio dello Sviluppo economico e del Lavoro, il segretario leghista agli Interni. Due dicasteri da loro sempre rivendicati perché simbolo delle rispettive battaglie.

Il cambio sostanziale in quest'ultima trattativa riguarda il ministero dell'Economia con il passo indietro dei leghisti che hanno accettato di spostare Paolo Savona agli Affari europei. Al posto del professore anti-euro, il cui nome era stato stoppato dal Colle, compare quello di Giovanni Tria, che espressamente ha sostenuto che uscire dall'euro non è conveniente. Conosciuto da tempo in ambienti leghisti, in particolare da Giancarlo Giorgetti, e suggerito dallo stesso Savona,
 rappresenta il punto di caduta.

Sul tavolo di Salvini e Di Maio, proprio quando si stava per chiudere, è emerso il nodo del ministero degli Esteri, che come stabilito non doveva essere in quota né M5s né Lega. Domenica scorsa, nella lista con cui Conte è salito al Quirinale, la Farnesina era occupata dall'ambasciatore Luigi Giansanti. Ma anche su questo nome sono stati avanzati dei dubbi, così nelle ultime ore si è fatto largo il nome di Enzo Moavero Milanesi, ex ministro del governo Monti e gradito al Colle. 5Stelle e Lega hanno provato a fare resistenza dal momento che Moavero Milanesi rappresenta un tecnico del periodo montiano. Così hanno provato a proporre il nome dell'ambasciatore italiano in Russia, Pasquale Terracciano, ma nulla di fatto.

Andando ai numeri in tutto ci sono 18 ministeri ma 17 ministri poiché Di Maio ricoprirà sia quello dello Sviluppo economico sia quello del Lavoro. Nove sono destinati al Movimento 5 Stelle, sette alla Lega che in più vede Giorgetti come sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la funzione di segretario del consiglio dei ministri. Poche donne nella compagine di governo, solo cinque. Erika Stefani (Lega) sarà responsabile degli Affari regionali e delle autonomie, Barbara Lezzi (M5s) ministro del Sud, alla Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno (Lega), alla Salute Giulia Grillo, attualmente capogruppo M5s, infine alla Difesa Elisabetta Trenta.

A sorpresa Danilo Toninelli, capogruppo del Movimento 5 Stelle, è il nuovo ministro delle Infrastrutture. Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, quest'ultimo già questore anziano della Camera, saranno rispettivamente ministro della Giustizia e ministro per i rapporti con il Parlamento e democrazia diretta. In quota Lega Marco Bussetti all'Istruzione l'Università, Alberto Bonisoli al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Lorenzo Fontana alla Famiglia e disabilità, Gian Marco Centinaio alle Politiche agricole. In sostanza Di Maio e Salvini hanno messo nella squadra di governo le persone più fidate, in particolare gli M5s non hanno badato al doppio incarico.

Ricapitolando:
-al Ministero dell'Interno abbiamo un razzista antimeridionalista conclamato, 
-al Ministero del Lavoro abbiamo uno che non ha mai lavorato in vita sua ed è pure sgrammaticato,-
al Ministero dell'Economia c'è uno che vuole l'aumento dell'IVA ed auspica la Flat Tax, 
-al Ministero della Salute abbiamo una No Vax, un medico si, legale, che più che di salute dei vivi si è occupata di obitori,
-al Ministero Istruzione c'è un prof di educazione fisica che ha definito La Buona Scuola come "un'ottima Legge",
-al Ministero della Famiglia c'è un antiabortista, pure omofobo, 
-al Ministero per il Sud c'è una tizia che attribuiva ai condizionatori la crescita del Pil,
-ai Servizi Segreti c'è uno che convintamente crede all'estenza delle scie chimiche.....


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giovedì 10 maggio 2018

Governo : così il Salvini Di Maio si farà


BERLUSCONI DORME MENTRE SI DISCUTE DEL GOVERNO
CON IL PRESIDENTE DELLA 
REPUBBLICA MATTARELLA



Qualche considerazione.
- Chi pensa che tutti gli elettori 5 Stelle siano sul piede di guerra o delusi, ha un’idea appena distorta: lo saranno alcuni, ma non la maggioranza. Sin dal 4 marzo sera era chiaro che un governo (di scopo e breve) M5S-Lega fosse non l’opzione migliore, ma l’unica opzione praticabile. Tutto il resto era impossibile (accordo M5S-Pd senza Renzi), orripilante (accordo coi renziani) o un incubo purulento a cielo aperto (Renzusconi in salsa salviniana). 
Salvimaio, purtroppo, era l’unica strada. E poi (presto) il voto.
- Quello che inquieta non è tanto il Salvimaio, ma il ruolo di Berlusconi. E’ un uomo che gratis non fa nulla e vorrà rassicurazioni. E’ vero che i suoi parlamentari non sono necessari, e quindi Salvimaio nasce autosufficiente, ma Berlusconi sa come vendicarsi: con le tivù, con i giornali. E con le tante giunte condivise al Nord da Lega e Forza Italia.
- I 5 Stelle esultano, ma hanno tantissimo da perdere: Berlusconi ha sempre fottuto tutti quelli che hanno cercato di fotterlo e la stessa Lega non è che all’improvviso sia diventata la forza smaniosa di fare il conflitto di interessi o “una seria legge anticorruzione”. Di Maio deve avere ben chiaro che un Salvimaio breve e di scopo è forse tollerabile, stante il risultato del 4 marzo, ma un Grillusconi (che al momento non esiste minimamente) sarebbe uno schifo inverecondo.
- Salvini sa che deve “uccidere dolcemente” Berlusconi e i suoi. Lo sta facendo: è furbo, bravo (che non vuol certo dire condivisibile) e nel centrodestra è il più bravo per distacco. 
- Il lavoro ai fianchi di Salvini e M5S a Forza Italia ha portato al risultato sperato. Ma ha vinto anche Mattarella, con l’ottimo discorso di lunedì. Ha fatto un piccolo capolavoro.
- La formula usata dai berluscones per non mettersi di traverso, ovvero “astensione critica” o talora “astensione benevola”, tradotta in maniera spicciola significa: “Allo stato attuale non contiamo una sega e se torniamo al voto rimaniamo in 6, quindi ci tocca accettare ‘sta roba”. Non è che Berlusconi abbia cambiato idea: è che numericamente è alla canna del gas. 
- Berlusconi non darà la fiducia, non entrerà nel governo e non romperà l’alleanza con Salvini. Sulla carta è la vittoria perfetta di Di Maio e ancor più Salvini. Ma – insisto – gratis Berlusconi non fa nulla. Ed è il più furbo di tutti. Per Di Maio e Salvini si profilano innumerevoli cetrioli all’orizzonte.
- M5S e Lega hanno numeri per governare autonomamente, ma hanno anche molte diversità. Che succederà quando esploderanno? Anche per questo il contratto deve essere chiaro e con pochi punti, per poter tornare al voto in fretta e chiudere quella che resta un’anomalia: Salvimaio deve essere cioè un’emergenza, non un’alleanza.
- La Lega, dove governa, non pare essere detestata dagli elettori. Infatti poi spesso viene rivotata (Lombardia, Veneto, Friuli). Segno che per molti sa governare e questo volerla tratteggiare come una nuova Gioventù Hitleriana fa ridere gli zebedei. La Lega ha molta più esperienza dei 5 Stelle, che userà per sopperire all’inferiorità numerica e per annacquare le richieste grilline. La Lega, per scaltrezza e furbizia, può mettersi in tasca quando vuole i 5 Stelle, che anche per questo dovranno essere vigilissimi: rischiano mooooolto più della Lega.
- Per i grillini sarà davvero decisivo il contratto. I 5 Stelle hanno più numeri e un elettorato più “esigente”: non dovranno giocare al ribasso. Se daranno la sensazione di andare al Governo solo per il potere, la pagheranno cara in termini elettorali.
- Renzi ha ottenuto quello che voleva e il suo “tanto peggio tanto meglio” ha la sua logica: se i giallo-verdi sbagliano, lui torna in auge. E intanto evita il bagno di sangue del voto anticipato. C’è però il risvolto della medaglia: in questa legislatura, il Pd sarà decisivo come una ciabatta lisa nel deserto. Non solo: se Di Maio e Salvini faranno poche cose ma bene, al prossimo giro potranno fare ancora più male a Renzi. Soprattutto Salvini, che ha dimostrato di avere non solo scaltrezza ma pure coraggio. Ho più volte scritto che sarebbe dipeso tutto da lui: poteva assecondare il Renzusconi II o avere palle. La seconda, e gliene va dato atto.
- Un governo così, che per me durerà poco e forse neanche nascerà perché la strada del contratto e dei nomi è ancora lunga (fino al 4 marzo M5S e Lega si detestavano), qualora si protraesse aprirebbe praterie per una vera forza di sinistra.
- La maggioranza degli elettori 5 Stelle starà per un po’ a guardare, perché se un governo coi renziani era visto come male assoluto – infatti la base era subito insorta – questo è dai più percepito come sopportabile. Ma è una fiducia a tempo. E intanto il “voto alla Marescotti”, cioè di coloro che avevano votato M5S per costringere il Pd a spostarsi a sinistra, si allontana già.
- Proprio perché i 5 Stelle si sono finora presentati come quelli diversi, più bravi di tutti e mejo fighi del bigoncio, verranno ora - giustamente – massacrati non appena deluderanno. Non appena flirteranno coi Gasparri, saranno crivellati. Non appena dimostreranno che stare accanto ai Calderoli non è un’emergenza ma una liaison sentimentale, saranno martoriati. Non appena abiureranno alla questione morale, saranno morti. Eccetera. Se i grillini pensano di avere sconti, non hanno capito proprio nulla. Il difficile, per loro, arriva adesso.

Di Andrea Scanzi



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domenica 6 maggio 2018

Monti bacchetta il Pd: Doveva sedersi al tavolo con il M5S



Il Pd avrebbe dovuto consentire la nascita di un governo M5S? "La mia posizione espressa a diversi esponenti del Pd è stata: vi è andata molto male ma avete un'occasione d'oro fra le mani. Nel momento in cui M5S vi chiederà il sostegno, non dite di no: sedetevi a un tavolo ma ponente condizioni molto esigenti nell'interesse del Paese, sul rapporto con l'Ue e i conti pubblici. Oggi non avremmo l'onorevole Di Maio venire a parlare di abolizione della legge Fornero, come se fosse una cosa leggera dal punto di vista dell'equilibrio dell'Itali". Lo ha detto Mario Monti, a 'In mezz'ora in più' su RaiTre.

"Mi preoccupa l'immagine che Di Maio ci ha presentato: lui stesso e Salvini che si siedono a un tavolo, decidono chi sia un primo ministro accettabile a loro due e, non l'ha detto ma l'abbiamo capito noi, il Presidente della Repubblica dovrebbe attenersi a quella scelta. Questo - sottolinea Monti - non c'è nella Costituzione della Repubblica italiana".



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martedì 3 aprile 2018

Il Nuovo Governo fa Solo Promesse da Rimangiare

 Dopo la pausa di riflessione pasquale, in attesa delle consultazioni di Sergio Mattarella per formare il nuovo governo. Capitani di qualsiasi combinazione possibile sono ovviamente la Lega e i Cinque Stelle, i “vincitori” della disfida elettorale. Impensabile un governo senza loro due, molto difficile trovare la quadra per un governo con dentro entrambi.

Non vi illudete, 
non ci sarà nulla da redistribuire.

Dopo la pausa di riflessione pasquale, in attesa delle consultazioni di Sergio Mattarella per formare il nuovo governo. Capitani di qualsiasi combinazione possibile sono ovviamente la Lega e i Cinque Stelle, i “vincitori” della disfida elettorale. Impensabile un governo senza loro due, molto difficile trovare la quadra per un governo con dentro entrambi.

Il nodo vero non sono le intenzioni e i “magheggi” di Salvini e Di Maio, ma quel che saranno costretti a fare, in totale contrapposizione con le promesse elettorali che li hanno portati in cima alla piramide. In estrema sintesi, Salvini ha giurato che “brucerà la Fornero” (la legge, ovviamente) e interverrà sul sistema fiscale applicando un flat tax, ovvero una tassa sostanzialmente uguale per tutte le fonti di reddito (salari, profitti, rendite finanziarie, ecc). Di Maio ha a sua volta garantito che abbatterà i “costi della politica” e introdurrà il reddito di cittadinanza.

Tralasciamo qui l’analisi puntuale alcune di queste misure, che abbiamo già espresso in molte occasioni (una tassa uguale per tutti è un premio favoloso soltanto per i più ricchi, il reddito di cittadinanza grillino è in realtà un obbligo ad accettare qualsiasi lavoro, eliminare quasi del tutto i “costi della politica” significa consegnare i parlamentari completamente nudi alle “offerte” delle lobby, ecc) e concentriamoci invece sulla realizzabilità di queste misure all’interno del quadro istituzionale ed economico esistente.

Non c’è giornale mainstream che non ricordi i costi, in termini di spesa pubblica, di ognuna di queste proposte. L’unica che taglierebbe qualcosa sono “i vitalizi” e altre voci di contorno della busta paga di un parlamentare. Popolarissima in termini di consenso, ma risparmi solo per pochi spiccioli (qualche decina di milioni davanti a centinaia di miliardi).

Tutte le altre sono voci di spesa in espansione. Un’eresia contro cui è partito immediatamente il fuoco di sbarramento della Troika (Unione Europea, Bce, Fondo Monetario Internazionale).

L’ultimo bollettino della Bce, per esempio, esclude che si possa toccare la legge Fornero; anzi, consiglia caldamente una “riforma” ancora più drastica che allunghi ancora l’età pensionabile e, se necessario, riduca gli assegni pensionistici già in essere, abolendo subito la quattordicesima per le pensioni minime, appena istituita a fini elettorali.

Come ragiona la Bce? Come un ragioniere di lager, al solito. La premessa è che l’Europa sta invecchiando velocemente e questo inciderà pesantemente su due fronti: diminuiranno i posti di lavoro disponibili e la scarsità di giovani al lavoro abbasserà la produttività per unità di lavoro.

Non serve un premio Nobel per trovare i difetti di questa pseudo-argomentazione. I posti di lavoro vanno diminuendo a causa della prorompente avanzata dell’automazione nei processi produttivi, che elimina la necessità di braccia e menti umane sostituendo con hardware e software (robot, insomma). Questo processo, comunque, aumenta e non diminuisce la produttività per unità di lavoro. Insomma, la Bce mente sapendo di mentire. A meno di non esaminare in quali posizioni lavorative verrà impiegata la gran parte dei giovani lavoratori che vengono assunti ora o lo saranno nel prossimo futuro. E’ ovvio che se – come in Italia – la quasi totalità dei nuovi posti di lavoro è nella ristorazione, alberghiero, grande distribuzione, logistica, assistenza alla persona, ecc, con alta precarietà contrattuale e bassissima intensità di capitale, la produttività media del sistema-paese non potrà che calare nonostante il progresso della cosiddetta “industria 4.0”

Non basta, naturalmente. Dice infatti la Bce: lavoratori costretti a restare al chiodo in età avanzatissima saranno mediamente assai meno in salute e quindi graveranno maggiormente sui costi della (residua) sanità pubblica. Quindi, conclude il ragioniere di Treblinka, bisogna riformare “seriamente la spesa pubblica” di tutti i paesi europei altrimenti non si riuscirà a mantenerla entro i parametri fissati dai trattati europei.

Un essere umano normale si preoccuperebbe di individuare dei parametri che consentano all’economia di far fronte alle necessità concrete dalla popolazione. A Francoforte si ragiona all’opposto: i parametri sono intoccabili, dunque sono le popolazioni a doversi adeguare, stringendo molto di più la cinghia.

Un indenuo potrebbe dire: scusate, ma qui in ventidue anni abbiamo già fatto quattro o cinque riforme delle pensioni seguendo le vostre indicazioni (Dini, Maroni, Prodi, Fornero), com’è possibile che si debba ogni volta discutere di come tagliare un altro pezzo?

In effetti la Bce, specie sulla Fornero, ci ha detto e ci dice “bravi!”, aggiungendo anche un “ancora più avanti!”. Un ulteriore aumento dell’età pensionabile è per i banchieri centrali un obbligo fondamentale. Certo, chi come l’Italia l’ha già innalzata molto (67 anni, dal 2019) dovrà apportare modifiche minori su questo punto. Ma dovrà comunque porsi l’obiettivo di ridurre la spesa pensionistica, abbassando il livello degli assegni già erogati. 
Proprio come è stato imposto alla Grecia.

Messa così, i margini di manovra per attenuare gli effetti della Fornero sono praticamente nulli. E infatti l’espertone della Lega, Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi 1 e 2 (2004-2005), estensore del capitolo pensioni nel programma elettorale della Lega, spiega con tono bellicoso dove andrà a prendere i soldi per ritoccare almeno in parte la riforma più odiata dai lavoratori italiani, specie in quei territori dove è più alta la concentrazione di dipendenti (il Nord, naturalmente). “La spesa previdenziale italiana è all’11% del Pil, non al 16: assolutamente sostenibile. Il resto è assistenza: qui spendiamo 100 miliardi all’anno, senza sapere dove vanno. Il nostro piano non è abolire la Fornero: toccare la previdenza è dinamite, guai a farlo. Ma di rivederla, questo sì. Permettendo a chi ha 35-36 anni di contributi e almeno 64 anni di età, oppure 41 anni e mezzo di contributi a prescindere dall’età di andare in pensione. Intervento chirurgico e fattibile: 50 miliardi in 10 anni. Che si coprono tagliando quell’assistenza che va ai falsi invalidi e a chi non se la merita, perché mente sui requisiti”.

Non è un mistero che il fenomeno dei falsi invalidi è prevalentemente concentrato nel Mezzogiorno, dunque la Lega da una parte non ha mai messo in programma una abolizione della Fornero, ma pensa di far comunque quadrare i conti abolendo grandi quote della spesa assistenziale (che, come ricordiamo sempre, è furbescamente addossata all’Inps, che dovrebbe occuparsi solo di previdenza). Insomma: trasferendo risorse – per quanto spesso immeritate – dal mezzogiorno al Nord. Altro che “nuovo partito nazionale”, la Lega è sempre quella vecchia, 
con giusto una spruzzata di razzismo in più…

Ma questo programma leghista sbatte pesantemente sul “blocco sociale” meridionale che ha rimpinzato di voti il M5S attendendosi – oltre che meno corruzione e qualche idea di sviluppo – anche qualche misura universale di sostegno al reddito. Dunque è un ostacolo non da poco, che costringerebbe uno dei due “promessi sposi” e perdere la faccia con il proprio elettorato sul punto principale che ha determinato il loro successo: le pensioni per la Lega,
 il reddito di cittadinanza per i grillini.

Il punto della spesa pensionistica ha già segnato uno dei passaggi più complicati dei rapporti recenti tra governi italiani e Commissione Europea, che ora ha varato un terribile rapporto sull’invecchiamento della popolazione (Ageing Report 2018)… 
per chiedere le stesse cose indicate dalla Bce.

Secondo la Commissione, infatti, la “gobba previdenziale” si avrà quando la generazione dei quarantenni attuali uscirà dal mercato del lavoro, facendola salire nel 2040 al 18,5% anziché al 16,3% come sostenuto dall’Italia. Un livello più alto di quello registrato nel 2015 ( 15,7%), e la cui previsione aveva giustificato tutte le riforme pensionistiche dal 1996 in poi.

Com’è possibile che si crei una nuova “gobba” dopo 20 anni di tagli sanguinosi per eliminarla? Nel modo più classico dell’economia, che dovrebbe tenere in considerazione – sempre – più parametri. La voce “pensioni” è una classica voce in uscita (nonostante si tratti solo di restituire a fine carriera quel che si è forzosamente accantonato, in contributi, in una vita di lavoro). Questa voce è in effetti diminuita, anche in prospettiva, ma è solo uno dei termini del rapporto debito/Pil. Il problema, soprattutto italiano, è che la spesa è scesa, sì, ma meno del prodotto interno lordo. Insomma, questo paese è e resta in crisi, non ha affatto recuperato le perdite subite nella crisi ormai decennale e soprattutto, le previsioni di crescita per gli anni a venire sono molto più basse di quelle inventate da Renzi e Gentiloni. Secondo la Commissione la crescita del Pil sarà dello 0,7% in media nei prossimi anni, anziché all’1,2% stimato dalla Ragioneria dello Stato; inoltre diminuirà di un terzo il contributo degli immigrati regolari (anche di più, applicando le “ricette” della Lega), occupazione e produttività resteranno asfittiche, l’invecchiamento della popolazione diventerà più grave e il ricambio generazionale continuamente rinviato.

E’ necessario far osservare al lettore che questa triste situazione italiana è dovuta – oltre che alla crisi globale – all’applicazione ferrea di tutti i diktat imposti negli anni passati proprio dalla Commissione. L’austerità ha falcidiato redditi e diritti, comprimendo i consumi interni e dunque la stessa crescita economica (le esportazioni, da sole, non bastano; specie in una congiuntura di incremento della competizione internazionale che si applica proprio sul terreno delle esportazioni); i giovani, pur diminuendo di numero, non hanno lo stesso trovato sbocchi lavorativi e molti hanno dovuto emigrare; il lavoro ha perso valore e peso dei contributi previdenziali (nei contratti precari, spesso, non sono neanche previsti per via degli innumerevoli “incentivi alle imprese”).

Invece di prendere atto del fallimento completo di una strategia economica, Bce-Ue-Fmi pretendono una maggiore dose della stessa medicina. Secondo il noto principio della tossicodipendenza…

In realtà, l’austerità ha rappresentato finora un meccanismo di redistribuzione della ricchezza e delle filiere produttive interne all’Unione Europea, in particolare tra i paesi della zona euro (la moneta comune è uno strumento potentissimo di disciplinamento dei vari Stati, basta ricordare i bancomat chiusi nella Grecia che votava per il referendum). Tutta a favore dei paesi del Nord e del capitale multinazionale, soprattutto finanziario (i padroni dello spread).

L’attuale Parlamento italiano dovrà ora esprimere un governo con almeno una delle due forze teoricamente euroscettiche, che hanno platealmente cavalcato il malessere della maggioranza della popolazione (oltre il 55%, se calcoliamo anche Fratelli d’Italia 
e i voti di forze rimaste sotto la soglia di sbarramento).

La prova del fuoco non è tanto nella capacità o meno di mettere in piedi un esecutivo (Salvini e Di Maio sono disponibili a qualsiasi compromesso, e si vede). Sta nel dover rispettare il “vincolo esterno” (Unione Europea e “mercati”) facendo finta di metterlo in discussione.

Un po’ di numeri aiutano a capire. Soltanto per tenere botta nel 2018 bisognerà varare una manovra da 30 miliardi: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva (come previsto dalla clausola di salvaguardia), 12 di minori spese per far scendere il deficit pubblico allo 0,9% (come da impegni presi con la Ue), il resto per coprire gli aumenti (miseri e già revocati) previsti dai contratti del pubblico impiego e infine per le spese incomprimibili
 (quelle militari devono aumentare, dice la Nato e la Ue).



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martedì 13 marzo 2018

Reddito di Cittadinanza è una Bufala Clamorosa ?


  Ve la siete bevuta tutta?
Secondo diversi analisti è la promessa che ha fatto trionfare i Cinque Stelle, soprattutto al Sud. Il problema è che non c’entra nulla con quel che la gente crede che sia. E che già così, nella sua versione mignon, è difficilissima da realizzare. Qualcuno rimarrà deluso.

È stata uno delle idee vincenti dell’ultima campagna elettorale, nei fatti la proposta politica identitaria più forte del Movimento Cinque Stelle che ha dominato le elezioni del 4 marzo. Eppure, senza nemmeno aspettare la nascita del governo Di Maio, già si può dire con certezza che il reddito di cittadinanza sia la più grande mistificazione cui abbiamo assistito: la gente si aspetta una cosa, ne avrà un’altra. E soprattutto, sono parole dello stesso Di Maio, non si capisce bene se, come e quando.

Partiamo dall’inizio però, perché il problema è soprattutto semantico e le parole, come diceva il buon Nanni Moretti, sono importanti. Quando si parla di reddito di cittadinanza o di reddito di base si definisce un’erogazione monetaria, a intervallo di tempo regolare, distribuita a tutte le persone dotate di cittadinanza e di residenza, cumulabile con altri redditi indipendentemente dall'attività lavorativa effettuata o non effettuata, ed erogato durante tutta la vita del soggetto.

Questo è ciò di cui parlano, quando ne parlano, quelli come Bill Gates ed Elon Musk: «Ci sono buone possibilità che alla fine arriveremo a un reddito universale garantito, proprio a causa dell'automazione. Questo sarà un tema su cui discuteremo nei prossimi 10 o 20 anni... Le persone avranno più tempo per fare altre cose, cose più complesse e interessanti». Questo ha detto il fondatore di Tesla e SpaceX in un’intervista alla Cnbc di un annetto fa. Di una misura universale e garantita per combattere la disoccupazione tecnologica.


Quel che ha in mente Di Maio è un’altra cosa, completamente diversa, che del reddito di cittadinanza ha solo il nome. Leggiamo dall’intervista che ha concesso proprio a noi de Linkiesta: «Il nostro reddito di cittadinanza è condizionato - spiega - Non diamo soldi a persone per starsene sul divano. Noi vogliamo fare in modo che chi prende sostegno al reddito abbia un rapporto di diritto-dovere con lo Stato. Se hai perso il lavoro, il nostro reddito di cittadinanza ti obbliga a formarti per dei lavori che richiede il centro per l’impiego incrociando domanda e offerta e devi dare 8 ore di lavoro volontario al comune. Il sindaco ha a disposizione gratis per lavori di pubblica utilità tutti quelli che prendono il reddito di cittadinanza. È un meccanismo condizionato che si conclude con una proposta di lavoro che proviene dal centro per l’impiego».

Molto semplicemente, caro Di Maio, il vostro reddito di cittadinanza non è reddito di cittadinanza. Assomiglia a una cosa che si chiama flexsecurity, che in Europa settentrionale è la prassi già da qualche decennio, e che prevede flessibilità contrattuale, formazione continua, politiche attive del lavoro e misure di sostegno al reddito condizionate alla ricerca attiva di un posto di lavoro per chi rimane senza occupazione. Un approccio meritorio al mondo del lavoro, ma non di certo rivoluzionario. Si tratta di roba che in Italia funziona male, ma che nei fatti c’è già, e non da ieri. A cui aggiungete pure otto ore di lavoro settimanale socialmente utile, gratuito, che dovrebbe coinvolgere un bacino potenziale di circa 9 milioni di persone, secondo i calcoli dei Cinque Stelle. Lasciamo agli economisti del lavoro il calcolo in termini 
di compressione salariale di una simile trovata.

Spacciare una misura condizionata e selettiva per una misura incondizionata e universale. O, se preferite, una da 14 miliardi e spicci per una che ne costerebbe, a regime, circa 350, venticinque volte tanto. Stessimo parlando di un prodotto commerciale, a Di Maio arriverebbe una denuncia dell’Agcom per pubblicità ingannevole. Anche perché ci sono circa 11 milioni di elettori che se lo sono comprati, il reddito di cittadinanza, alle ultime elezioni.
Chiamare tutto questo reddito di cittadinanza è stata una mossa di marketing geniale. Spacciare una misura condizionata e selettiva per una misura incondizionata e universale. O, se preferite, una da 14 miliardi e spicci per una che ne costerebbe, a regime, circa 350, venticinque volte tanto. Stessimo parlando di un prodotto commerciale, a Di Maio arriverebbe una denuncia dell’Agcom per pubblicità ingannevole. Anche perché ci sono circa 11 milioni di elettori che se lo sono comprati, il reddito di cittadinanza, alle ultime elezioni. E ha voglia Di Maio a girare la frittata - «Dicono che ci avete votato per il reddito di cittadinanza, quindi perché abbiamo promesso soldi, vi trattano come miserabili!», arringa la folla a Pomigliano d’Arco - facendo finta che il reddito di cittadinanza non sia stato un argomento decisivo in regioni come quelle meridionali, in cui la disoccupazione giovanile supera il 50%, quella femminile il 22%, quella generale il 15%. Dite quello che volete, ma siete sicuri che ora la gente non si aspetti davvero un sussidio universale, 
nel caso i Cinque Stelle vadano al Governo?

Peraltro, beffa nella beffa, pure la flexecurity a Cinque Stelle - molto poco sexy, ma comunque utile, se ben fatta - è molto difficile da realizzare, e Di Maio ha cominciato a dire pure questo, a urne chiuse. Ha detto che ci vorrà tempo, perché «prima bisogna riformare i centri per l’impiego». Giusto, giustissimo. Ma siamo sicuri basteranno i tre miliardi stanziati dal programma dei Cinque Stelle? E soprattutto, basterà metterci dei soldi senza spostare le competenze per le politiche attive del lavoro dalle Regioni allo Stato? E ancora, visto che si tratta di competenze sancite dalla costituzione, siamo sicuri che ci sia una maggioranza politica in grado di approvare una legge costituzionale, o che non sarà necessario un nuovo referendum per la riforma del Titolo V della Costituzione?

Questa è la dura realtà, che non è tanto diversa da quella degli ultimi cinque anni. Problemi complessi, situazioni incancrenite da correggere, pochi soldi per farlo. Chi si è comprato la bacchetta magica di Di Maio temiamo rimarrà parecchio deluso. Poco male: al prossimo giro si berrà le panzane di qualcun altro. Gran brutta bestia, la memoria corta.


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martedì 6 marzo 2018

Chi si è Spartito i Voti di Silvio e del PD ?


Elezioni 2018: 
Salvini e Di Maio 
vincono promettendo sogni


Le parole amare di Gianni Letta:
 "C’è chi voleva spartirsi i voti di Silvio" 
Mattarella non fa sconti


È già finito il tempo dei festeggiamenti per Di Maio e Salvini: il giorno dopo il voto, il capo del Movimento 5 Stelle e il segretario del Carroccio toccano con mano quale sia la differenza tra vincere le elezioni e arrivare primi. E quale sia il rischio che da questo momento corrono. Ecco perché, all’unisono, si trincerano dietro le prerogative del capo dello Stato come a prender tempo, quasi evitando di rivendicare il mandato per formare il prossimo governo: non subito comunque, di certo non a tutti i costi. Entrambi temono di trovarsi esposti troppo presto ai giochi di Palazzo, di diventare le vittime degli avversari interni ed esterni e di pregiudicare così la loro ambizione, quella di assumere — ognuno per la propria parte — la leadership del nuovo bipolarismo ancora in incubazione. Fiutano la trappola, la scorgono sotto un’eventuale offerta di un incarico esplorativo. Infatti, se questo fosse il tragitto per arrivare a Palazzo Chigi, è certo che Di Maio non lo percorrerebbe: «O mandato pieno o niente», ha detto durante la prima analisi sul dopo-voto. E come Di Maio anche Salvini osserva con circospezione quanti — tra compagni di partito e alleati — gli portano doni, sostenendo che adesso tocca a lui il mandato.





«Stampella» dei populisti
È tutto troppo semplice per non essere un agguato. E i due sanno che non possono macchiare la vittoria con un’iniziale passo falso: sarebbe un personale fallimento. Allo stesso tempo il capo dei Cinque Stelle e quello della Lega temono che in assenza di una soluzione di governo si torni presto al voto, e un simile epilogo farebbe saltare i loro piani. Di Maio perché costretto dal limite del «doppio mandato», che è una delle regole costitutive del Movimento. Salvini perché — attraverso «una rivoluzione gentile» — punta a costruire il centrodestra de-berlusconizzato. Per entrambi Palazzo Chigi è «a un passo» ma entrambi sanno di aver bisogno di voti altrui per arrivarci. E questi voti possono arrivare solo dagli scranni del centrosinistra. La visita di ieri ad Arcore compiuta dal capo del Carroccio non è stata solo un gesto di cortesia verso l’alleato, se è vero che Salvini ha chiesto al Cavaliere di assumere un ruolo nell’operazione che mira a conquistare alla causa di governo una parte di quell’area. Il vincolo di mandato, cavallo di battaglia elettorale, è già alle spalle. Come Salvini, anche Di Maio l’ha dimenticato. Come Salvini, anche il capo dei grillini ha preso a dialogare con una costola del Pd, al punto da aver avviato dei contatti con Orlando in attesa che Renzi ieri rassegnasse le dimissioni. Peccato che Renzi si sia messo di traverso e abbia annunciato di voler gestire la fase iniziale della legislatura per impedire che il Pd si trasformi nella «stampella» dei populisti: ha parlato al partito perché lo ascoltasse Mattarella, verso cui nutre i soliti sospetti e con cui i rapporti si sono interrotti.

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venerdì 26 gennaio 2018

Razzi contro Di Maio



Razzi contro Di Maio: «Parlassi l’italiano come lui mi vergognerei»

Antonio Razzi contro Luigi Di Maio sull’uso corretto della grammatica. Alla domanda durante 

un’intervista a Radio Padova se la mancata ricandidatura dell’esponente di Forza Italia sia dovuta 

anche alla fatica a coniugare correttamente i verbi, Razzi controbatte: «Non sono l’ultimo della 

classe  spiega - sa quante ne sento io di fregnacce, da certi professori, 

ed anche dai Cinque stelle che ce ne 

sono parecchi qui al Senato, che poi si mettono a ridere tutti. Almeno io sono andato a lavorare da 

bambino perché avevo altre sorelle a cui dare da mangiare, anche se a me mi piaceva studiare. Ma in 

compenso conosco tre o quattro lingue». «Mi vergognerei - rincara riferendosi a Di Maio del 

Movimento 5 stelle - a voler fare il leader del Paese, 

quando sa l’italiano peggio di me. Almeno io ho fatto 41 anni di 

lavoro in Svizzera, quello quando cazzo ha lavorato?». Sulla sua esclusione dalle liste il senatore non 

nasconde la delusione. «Nella vita io ho imparato l’educazione, 

anzi i miei genitori che non ci sono più 

mi hanno imparato sempre il rispetto. Io quando non voglio dire una cosa a uno, gli vado

 personalmente e gli dico: guarda mi dispiace questo non si può fare - sottolinea -. 

Mi piacerebbe sapere il motivo, come 

mi hanno chiesto il voto nel 2010 potevano dire guarda che adesso non ti possiamo ricandidare per 

tanti motivi». Alla domanda se abbia parlato con Silvio Berlusconi o con Niccolò Ghedini, Razzi 

aggiunge: «ho il telefono, lo chiamo, ma non te lo passano e quindi è inutile che lo chiamo. 

Ho lavorato così bene che mi sentivo orgoglioso di fare ancora una legislatura». 

QUESTO è UN RUBASTIPENDIO IGNORANTONE


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mercoledì 24 gennaio 2018

Elezioni 2018 : Di Maio M5s sceglie la Lega



«Dobbiamo essere pronti a tutto e so che per noi sarebbe più facile allearci con Liberi e Uguali ma li avete visti i sondaggi? Li danno al 6%». Luigi Di Maio è sommerso di percentuali. Le studia assieme al suo staff ristretto, nella sede del comitato elettorale e mentre dà gli ultimi ritocchi alle liste per gli uninominali, ragiona di scenari post-elettorali. Previsioni e speranze si mescolano nei suoi ragionamenti: se il M5S andrà bene, prenderà il 30%-32%, «la convergenza di Leu non basterebbe, perché serve il 40% per avere una maggioranza».

Non resta che la prospettiva più praticabile, agli occhi del M5S: l’intesa con la Lega Nord, sul modello di Alexis Tsipras che per formare un governo in Grecia si è alleato alla destra di Anel. «Sono i numeri che ci costringono». E certo è diverso che sentire quasi contemporaneamente Beppe Grillo, mentre annuncia la separazione del suo blog dal M5S, dire che «anche quando sai che non ci sono i numeri, sai che è un’impresa impossibile, riuscire ad andare avanti è essere coraggiosi». Ma in fondo Grillo è uno che dice di voler andare «in cerca di visioni e di folli, di quell’utopia che ti porta ad andare avanti». È quello che era il M5S prima che Di Maio lo portasse nell’età adulta della politica, dove invece per andare avanti i numeri servono eccome. L’asse con la Lega non è proprio la proposta che i parlamentari del M5S si attendono, più propensi a guardare a sinistra che ai sovranisti di Matteo Salvini. Ma Di Maio garantisce che sarebbe un patto di breve durata, «un governo di scopo per realizzare pochi punti importanti per l’Italia». A un mese e mezzo dalle elezioni, i sondaggi hanno convinto i 5 Stelle che al Nord è difficile scalfire il dominio leghista. A Sud la situazione è il contrario: «Sarà un boom, soprattutto in Sardegna e in Sicilia. Lo capisco anche da quanto ci cercano gli imprenditori».

Ma perché la Lega dovrebbe accettare di votare la fiducia al M5S? E perché, soprattutto, dovrebbe farlo se il centrodestra unito avrà una maggioranza autonoma? Di Maio ha un paio di argomenti con cui persuadere Salvini, e ruotano attorno al complicato rapporto con Silvio Berlusconi. Com’è noto l’accordo tra il presidente di Forza Italia e Salvini prevede che il partito della coalizione che prenderà più voti esprimerà il premier. Prima ipotesi: «Se Berlusconi arriva primo non darà molto spazio a Salvini» sostiene Di Maio con i suoi. Altra ipotesi, la Lega arriva prima: «Berlusconi metterà il veto su Salvini premier, magari usando il suo amico Roberto Maroni, per spaccare la Lega». Risultato: sarebbe negli interessi del leader leghista cercare un ’intesa con il M5S, «piuttosto che con un Berlusconi che va in Europa a dare rassicurazioni sulla subalternità dell’alleato nel futuro governo». L’ultima prova è la lite sullo sforamento del 3% del rapporto Debito/Pil. Di Maio sa che nella sfida all’Europa potrebbe più facilmente trovare un spalla in lui che in Berlusconi, anche se il leader 5 Stelle sta accentuando il proprio profilo europeista proprio per rassicurare Bruxelles in vista di un eventuale accordo con Salvini.

Ma basta guardare i venti punti del programma grillino per intuire quanto sia stato costruito in modo da attirare le convergenze di partiti tra loro agli antipodi. Sull’economia, però, al netto del reddito di cittadinanza, la genericità delle misure delineate aiuta a renderle appetibili per la Lega: la riduzione delle aliquote Irpef (non si dice come e quanto) potrebbe benissimo amalgamarsi con la flat tax che propongono i leghisti. «La manovra choc per le piccole e medie imprese» e «la riduzione drastica dell’Irap» non vogliono dire nulla senza cifre, ma fanno gola allo stesso elettorato della Lega. Poi la no-tax area, le 10 mila assunzioni nelle forze dell’ordine, una politica più muscolare su sicurezza e migranti («stop al business dell’immigrazione»), la cancellazione della Fornero sulle pensioni, e in politica estera i rapporti da ricostruire con Vladimir Putin: c’è tanto da offrire ai leghisti in cambio di un sostegno in Parlamento. Ma a una condizione, sulla quale Di Maio non arretrerà: 
«Il presidente Mattarella dovrà dare a noi l’incarico».


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