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venerdì 6 aprile 2018

Ex Parlamentari Scrivono a Fico e Casellati per i Vitalizi



Nella lettera è sottolineato 
che un colpo di spugna sarebbe "un atto punitivo"

Gli ex parlamentari scrivono ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, per avviare un confronto sul tema dell'abolizione dei vitalizi, mettendo tuttavia in guardia i vertici delle istituzioni sul rischio incostituzionalità 
di un intervento che andrebbe ad agire su diritti acquisiti. 


Nella lettera, inoltre, gli ex parlamentari sottolineano 
che un colpo di spugna tout court sarebbe un "atto punitivo". 
In vista delle decisioni che il Movimento 5 stelle si appresta ad assumere sul fronte vitalizi e 
costi della politica, l'Associazione degli ex parlamentari ha scritto a Fico e Casellati chiedendo un 
incontro e suggerendo anche degli spunti di riflessione all'Ufficio di presidenza, organo competente in materia, come ad esempio inserire il tema dei vitalizi all'interno del dibattito sul bilancio interno.  
"L'Associazione degli ex-parlamentari della Repubblica condivide l'esigenza di contenimento dei costi della politica razionalizzando le spese delle Camere senza tagliare i costi della democrazia", si legge nella lettera. Quindi, "l'Associazione degli ex-parlamentari chiede di essere ascoltata per esporre il proprio punto di vista sugli annunciati provvedimenti in materia di vitalizi". Gli ex parlamentari elencano quindi, nella lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, 
una serie di "temi del confronto".
Innanzitutto, "la necessità di un coordinamento tra Camera e Senato per giungere a decisioni comuni, 
evitando quanto è accaduto nella scorsa legislatura con la delibera sul contributo di solidarietà adottata dall'Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati". In secondo luogo, l'Associazione suggerisce che "le eventuali misure riguardanti i vitalizi" vengano inserite "nella sede del dibattito d'aula sul bilancio interno, in considerazione del fatto che all'origine delle disposizioni in materia previdenziale per i parlamentari vi fu una decisione d'aula (seduta del 20 maggio 1954) e perché la discussione avvenga con il massimo di trasparenza, e coinvolga tutti i gruppi presenti in Parlamento".
"Chiediamo il rispetto per la legalità costituzionale"
In terzo luogo, gli ex parlamentari chiedono il "rispetto della legalità costituzionale. A questo riguardo si ricorda che l'unica forma di intervento sui trattamenti previdenziali in essere ammessa dalla Corte costituzionale in varie sentenze, è quella del contributo di solidarietà, a fini di solidarietà interna al sistema previdenziale, nel rispetto dei principi di legittimo affidamento, di ragionevolezza, di proporzionalità e di non reiterabilità. Nessuna legge approvata dal Parlamento di modifica della 
disciplina previdenziale ha mai messo in discussione 
retroattivamente diritti già maturati dai cittadini. 

Infatti, le riforme delle pensioni che si sono susseguite negli anni, da quella Dini del 1995 a quella 
Fornero del 2011 tutte hanno fatto salvi i diritti dei cittadini 
maturati prima della loro entrata in vigore.
Anche i regolamenti vigenti di Camera e Senato in materia previdenziale hanno rispettato questo 
principio prevedendo l'applicabilità delle nuove norme soltanto a chi è diventato parlamentare dopo il 1 gennaio 2012 e lo stesso Collegio di Appello della Camera dei deputati con sentenza n. 2 del 24 
febbraio 2014 ha stabilito che proprio per rispetto di detto principio la misura del sistema contributivo introdotto dal regolamento del 2012 è 'adottata esclusivamente de futuro". Ne consegue che 
"pretendere di farlo per gli ex-parlamentari avrebbe soltanto un significato punitivo, di delegittimazione e umiliazione della funzione parlamentare che è libera e indipendente".
Per gli ex parlamentari "uscire dai binari della legalità costituzionale significa creare, inoltre, un 
pericoloso precedente che mette a rischio lo Stato di diritto e apre la strada al taglio delle pensioni in 
essere degli italiani". E ancora, per l'Associazione "quanto al ricalcolo dei vitalizi in essere con metodo contributivo ipotizzato da alcuni non si può non tener conto dei tanti problemi attuativi seri e complessi: il metodo di calcolo contributivo è stato introdotto in Italia a partire dal 1 gennaio 1996. È del tutto evidente che per i vitalizi erogati prima di quella data non si potrebbe procedere al metodo di ricalcolo contributivo. Nel sistema contributivo oggi in vigore non è prevista, come è noto, alcuna forma di tassazione dei contributi previdenziali nè è previsto alcun contributo aggiuntivo per avere titolo alla reversibilità. L'applicazione retroattiva del metodo contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari obbligherebbe alla restituzione delle tasse, da loro pagate, sui contributi previdenziali (valutate, per il periodo 2001-2011, in oltre 154 milioni di euro tra Senato e Camera)
 e del contributo del 2,5% per la reversibilità".
Dopo altre perplessità ed eccezioni riguardanti il ricalcolo dei vitalizi con metodo contributivo, gli ex 
parlamentari osservano che "i problemi attuativi sopra indicati genererebbero, a nostro parere, oneri 
finanziari consistenti a carico delle Camere che vanno attentamente quantificati al fine di verificare 
l'esistenza di problemi di copertura". Inoltre, nella lettera si mette in guardia dalle "ricadute finanziarie delle inevitabili richieste di danni da parte di quanti, in base alle regole vigenti in passato, hanno rinunciato alla propria carriera professionale per mettersi al servizio del Paese. Per ultimo, non certo per ordine di importanza, si pone il tema della tutela giurisdizionale riconosciuta dalla Costituzione a tutti i cittadini quando ritengano lesi i loro diritti". Infine, gli ex parlamentari chiedono che ogni decisione in materia non sia adotatta "prima che siano costituiti gli organi di giurisdizione interna". e che sia garantita la "terzietà di questi organi. Riteniamo necessario garantire, come avviene per il personale dipendente delle Camere, la presenza negli organi di giurisdizione interna di rappresentanti dell'Associazione degli ex parlamentari della Repubblica", 

conclude la lettera, firmata dal presidente dell'Associazione, 

Antonello Falomi. 



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Previsioni per il 2018






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giovedì 25 febbraio 2016

Intoccabili le Pensioni d’Oro



Abolite le pensioni di latta, intoccabili le pensioni d’oro

Chi va in pensione adesso quasi sempre lo fa con le regole del retributivo e del sistema misto, che prevedono per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia 20 anni di contributi e un’età anagrafica che ora è di 66 e 7 mesi per gli uomini e 65 anni e 7 mesi per le donne (età che crescerà con il passare degli anni). Una volta raggiunto il diritto alla pensione si ha diritto, a certe condizioni, all’integrazione al minimo ( 502,39) se si matura una pensione più bassa, altrimenti si ha diritto a quello che risulta dal calcolo. Per chi andrà in pensione (con la vecchiaia) interamente nel sistema contributivo, cioè ha cominciato a versare contributi a partire dal 1/1/1996, non basterà raggiungere i contributi e l’età prevista; è necessario anche aver maturato il diritto ad un importo di pensione almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale: 671 euro nel 2014. Se non si supera tale importo, non si ha diritto ad andare in pensione e si deve continuare a lavorare, se si ha un lavoro, sperando di superare tale importo oppure aspettare l’età della vecchiaia contributiva che ora (2016) è pari a 70 anni e 7 mesi (in aumento con il passare degli anni). 
A quell’età si avrà diritto all’importo maturato; se l’importo è inferiore all’assegno sociale e si è abbastanza poveri per averne diritto si percepirà almeno l’assegno sociale (attualmente pari a 448 euro). Per capire in modo approssimativo i possibili effetti sociali di questa regola, abbiamo reperito i dati relativi alle pensioni di vecchiaia liquidate nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti e degli Autonomi nel 2014, che è l’ultimo anno di cui si dispone di dati completi. La questione è semplice: tutte le pensioni liquidate con un importo inferiore a quello che dà diritto alla pensione contributiva non sarebbero state liquidabili se fosse stato già in vigore per tutti il sistema contributivo. Quante sono? Molte più di quelle che si potrebbe pensare. La classificazione elaborata dall’INPS è per fasce di importo di pensione e quindi non è possibile fare un calcolo preciso; si può però proporre una stima. Per i lavoratori dipendenti privati maschi le pensioni inferiori a 500 euro sono il 19% del totale a cui vanno aggiunte le pensioni della fascia da 500 a 750 euro. In questa fascia l’importo medio della pensione è pari a 597 euro. 
Per prudenza si può ipotizzare che sotto la soglia prevista ci sia la metà delle pensioni di questa fascia; in questo modo verrebbe fuori che oltre il 30% delle pensioni di vecchiaia di lavoratori non sarebbe stato liquidabile. Un conto analogo per le lavoratrici dipendenti le pensioni non liquidabili porterebbe ad escludere dal diritto addirittura il 50%. Lo stesso calcolo fatto per i lavoratori autonomi porta per i maschi ad una percentuale di non liquidabili del 39%, per le donne invece del 60%. Gli autonomi hanno pensioni più basse perché dichiarano redditi più bassi e pagano meno contributi. Bisogna tenere presente che una parte delle pensioni molto basse potrebbe avere un’origine che non le farebbe rientrare nel conteggio; tale aspetto però non è rilevabile dalla banca dati. In ogni caso non è immaginabile che questo infici in modo molto significativo il risultato, considerato per esempio che le pensioni integrate al minimo (501 euro) da sole sono, a seconda della categoria, dal 16 al 23% del totale. Per certi aspetti, poi il quadro così ricostruito è anche ottimistico, perché se le pensioni liquidate nel 2014 fossero ricalcolate con il contributivo, a parità di età e contributi l’importo della pensione sarebbe inferiore, e quindi un numero superiore di pensioni non sarebbe liquidabile. Se si considerano i redditi, si può anche affermare con assoluta certezza che per quanto riguarda i dipendenti il problema è presente fra gli operai molto più che fra gli impiegati, i dirigenti e i quadri. 

All’interno di questa classificazione le donne mostrano sempre un reddito più basso di quello degli uomini. Non c’è dubbio, inoltre, che gli immigrati rientrerebbero in questa esclusione in misura ancora maggiore. Le lavoratrici domestiche (per l’85% donne) iscritte regolarmente all’INPS nel 2013 erano 944.000. Il reddito di queste lavoratrici è stato per il 95% dei casi inferiore ai 13.000 euro e con una aliquota contributiva del 25% rispetto al 33% degli altri lavoratori. Si può dire che la stragrande maggioranza di loro non maturerà mai il diritto ad una pensione nel sistema contributivo anche lavorando in regola per 40 anni. Un discorso analogo si può fare per i parasubordinati, almeno quelli che in realtà sono lavoro dipendente. Abbiamo sottolineato questi aspetti perché riteniamo che per coloro che sono integralmente all’interno del sistema contributivo quello che ho evidenziato sia il problema principale. Per sintetizzare, si può dire che mentre noi discutiamo, anche accapigliandoci, sulle pensioni d’oro magari discettando se sono d’oro a partire dai 3.000 o dai 5.000 euro, in realtà sono state abolite, e da 20 anni, proprio le pensioni di latta, quelle di chi sta peggio. Sinteticamente evidenziamo alcuni aspetti politici.

 Per quanto riguarda i lavoratori rappresentati dal sindacato è prima di tutto un problema operaio (in senso lato) e femminile. Il problema nasce non con la “Fornero”, che lo ha solo aggravato, ma con la legge “Dini” cioè è connaturato al sistema contributivo così come è stato costruito. Nella piattaforma unitaria sulle pensioni non c’è traccia di proposta in merito, perché né la flessibilità né la previdenza integrativa danno la minima soluzione a questo problema. Non è scarso acume, ma consapevolezza che affrontare questo aspetto significa mettere in discussione la stessa legge “Dini”, che è stata fatta a seguito di un accordo fra il Governo e Confederazioni. L’integrazione al minimo della pensione è stata abolita e sostituita, per coloro che hanno cominciato a lavorare dopo l’1/1/1996, con l’assegno sociale che è finanziato con il fisco e slegato dai contributi versati. Il rischio è quello di una richiesta di massa di abolire il pagamento dei contributi per questa fascia di lavoratori visto che tanto non servono a nulla? E’ necessario affrontare il tema inserendo fra gli obiettivi della piattaforma pensionistica anche il ripristino dell’integrazione al minimo e l’abolizione della soglia da maturare come criterio per il diritto alla pensione. E’ chiaro che non è un obiettivo di poco conto perché si tratta di mettere in discussione uno dei pilastri del sistema contributivo. Quello che è sbagliato è nascondere il problema sotto il tappeto pensando forse di affrontarlo in un futuro indefinito quando sarà diventato tanto grande da essere molto più difficilmente risolvibile.

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30 Mila Pensionati d’Oro



Deputati, assessori e giudici: ecco
chi sono i 30 mila pensionati d’oro
La politica li ha tenuti al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Assegni da 200 mila euro all’anno.

Lo stipendio di un Giudice è equiparato a quello di un deputato. Aumenta l'emulomento dell"uno e allora aumenta anche l'altro. Può un Giudice decidere di tagliare il reddito di un deputato ? 
Vorebbe dire tagliarsi il proprio introito.

 Ci sono circa 30 mila pensioni in Italia che rappresentano un mondo a parte, di assoluto privilegio, che la politica ha tenuto al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Sono le pensioni del personale della Camera e del Senato; quelle degli ex deputati e senatori (ipocritamente definite «vitalizi»); le pensioni dei dipendenti della Regione Sicilia; quelle del personale della presidenza della Repubblica; quelle dei dipendenti della Corte Costituzionale e degli ex giudici della stessa; i vitalizi degli ex consiglieri regionali. Di questi assegni, che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno, si sa poco o nulla, se non appunto che sono d’oro e costruiti su regole di assoluto favore. Eppure da dodici anni c’è una legge che imporrebbe di conoscere tutto di queste pensioni, i cui dati dovrebbero essere trasmessi al Casellario centrale della previdenza. Solo che la legge viene disattesa. E non si trova il modo di farla rispettare, perché gli organi costituzionali invocano l’autodichia, cioè il principio di autonomia regolamentare garantito dalla carta fondamentale, e la Sicilia il suo statuto speciale.

Il rapporto
Un tentativo di censire questo piccolo paradiso delle pensioni è contenuto nel rapporto «ll bilancio del sistema previdenziale italiano» appena diffuso dal centro studi di Itinerari previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex presidente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro, istituito dalla legge Dini del 1995. Il Nucleo è poi stato chiuso nel 2012. Ma Brambilla ha continuato a sfornare il rapporto annuale, aiutato dai migliori esperti del settore. E nell’ultima edizione, «per la prima volta», ha inserito un capitolo dedicato a quello che viene definito «l’altro sistema previdenziale», quello appunto che si sottrae a tutte le riforme. «Reperire questi dati è difficile – si sottolinea – poiché mancano le informazioni di questi soggetti che non comunicano i dati, come previsto dalla legge 243 del 23 agosto 2004, al Casellario centrale». Non si sa, in particolare, quanti contributi vengono pagati e quante pensioni e per quali importi sono erogate.

I dati e la mancata trasparenza
Ad oggi, le amministrazioni ed enti che non comunicano i dati sono: Camera e Senato, che hanno proprie regole previdenziali approvate dagli stessi parlamentari sia per i propri dipendenti sia per deputati e senatori; la Regione Sicilia, «che gestisce un fondo di previdenza sostitutivo per i propri dipendenti», quindi fuori dal regime Inps; la Corte costituzionale per i giudici e i propri dipendenti (anche qui vige un regolamento interno); la Presidenza della Repubblica per il proprio personale; le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale per le cariche elettive. Infine, c’è lo strano caso del Fama («una anomalia tutta italiana»), il Fondo agenti marittimi ed aerei, con sede a Genova, che gestisce la previdenza per gli agenti marittimi: «Non pubblica dati» e «non risulta sottoposto a particolari controlli», dice il Rapporto.

Un mondo a parte
Per ovviare a questa situazione, gli esperti coordinati da Brambilla hanno esaminato i bilanci degli enti e degli organi costituzionali per scattare una prima fotografia di questo mondo a parte. I dati sono contenuti nella tabella che pubblichiamo. Le 29.725 pensioni d’oro censite costano più di un miliardo e mezzo l’anno. Gli assegni medi oscillano tra i circa 40 mila euro lordi dei 16.377 pensionati della Regione Sicilia (3.338 euro al mese) ai 200 mila euro dei 29 ex giudici costituzionali (16.666 al mese), passando per i circa 91 mila euro dei vitalizi di Camera, Senato e Regioni (7.583 al mese), i 55 mila euro dei pensionati ex dipendenti del Parlamento e del Quirinale (4.583 al mese), che stanno un po’ peggio – si fa per dire – di quelli della Consulta, che ricevono in media 68.200 euro (5.683 al mese). Per avere un’idea di quanto siano ricchi questi assegni, basti dire che la pensione media dei dipendenti statali è di 26 mila euro lordi l’anno (2.166 euro al mese), quella dei dipendenti privati di 12.500 euro (1.041 al mese), quella degli avvocati di 27 mila euro (2.250 al mese) e quella dei dirigenti d’azienda di 50 mila (4.166 al mese).

Regole «autonome»
Ma non c’è solo questa sperequazione negli importi. C’è che le pensioni dell’«altra previdenza» hanno seguito sempre proprie regole sull’età di pensionamento, infischiandosene delle riforme generali. Sulla base di anacronistici e malintesi principi di autonomia hanno subito solo qualche timido correttivo ai loro privilegi e comunque con molto ritardo. Prendiamo i parlamentari. Fino al 1997 bastava aver fatto una legislatura (anche se le camere erano state sciolte anticipatamente) per andare in pensione a 60 anni e per ogni ulteriore legislatura il limite per ottenere il vitalizio si abbassava di 5 anni. Solo dal 2012 l’età di pensionamento è stata portata a 65 anni e servono 5 anni effettivi di legislatura. E comunque per ogni anno in più di presenza in Parlamento l’età pensionabile scende di un anno fino al limite dei 60 anni. Giova ricordare che per i comuni mortali, nel regime Inps, servono 66 anni e 7 mesi d’età per la pensione di vecchiaia oppure 42 anni e 10 mesi di lavoro per ottenere la pensione anticipata. Certo, un miliardo e mezzo di euro all’anno di spesa per le pensioni dell’«altra previdenza» sono una goccia rispetto al mare magnum dei 250 miliardi di euro che si spendono ogni anno per tutte le pensioni (pensioni, invalidità, superstiti). Ma una goccia che ancora oggi non accetta di confondersi con le altre.

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Abruzzo e Pensionati d’Oro


Abruzzo, 4,2 mln di euro per 152 pensionati d’oro. 
Ecco tutti i nomi e le cifre

ABRUZZO. Ben 4,2 milioni di euro: a tanto ammonta la cifra che solo nel 2015 la Regione ha dovuto sborsare per pagare i vitalizi ai pensionati d’oro del Consiglio regionale.


E’ stata infatti depositata una proposta di legge per introdurre il divieto di cumulo tra il vitalizio da parlamentare e quello da consigliere regionale. Un provvedimento, con effetto retroattivo, che consentirebbe alla Regione Abruzzo di risparmiare non meno di 500 mila euro annui.


La Regione ha comunque abolito dal 2011 i vitalizi per i suoi consiglieri regionali, ma ha salvato tutti i diritti già maturati. Il provvedimento prevede l'allineamento dell'età pensionabile di tutti i consiglieri regionali a 65 anni, per chi ha un solo mandato; coloro che hanno più mandati lo otterranno a 60 anni, ma con una serie di detrazioni.

Solo nel 2015 la Regione Abruzzo ha sborsato oltre 4 milioni di euro per onorare il privilegio destinato a 152 fortunati che percepiscono un vitalizio medio di 27 mila euro l'anno. Nella lista sono inclusi anche i coniugi dei politici (41 in tutto), che hanno il diritto alla reversibilità in caso di decesso dell'avente diritto al vitalizio.

E in tutto questo l’ente pubblico non brilla nemmeno per trasparenza: l'articolo 1 della Legge Regionale 2/2016 prevede infatti l'obbligo di pubblicazione della lista dei pensionati d’oro, ma affida al responsabile della trasparenza modalità e termini di pubblicazione.

Di fatto alla pagina dedicata non c’è traccia di alcun nome e di nessuna lista e se in cima è scritto «in questa sezione sono riportati i nominativi dei soggetti che hanno percepito l'assegno vitalizio e gli importi delle somme a tal fine erogate» in realtà non c’è nulla.

Oggi PrimaDaNoi.it pubblica la lista relativa al 2015. Il record lo segna Anna Maria Fracassi che solo nel 2015 ha ricevuto 62.963 euro (lordi).

La ex consigliere regionale della Margherita ha ricevuto 28.620 euro per i suoi trascorsi politici più 34.343 euro per la reversibilità del marito Giovanni Bozzi, consigliere regionale della Dc a palazzo dell'Emiciclo per tre intere legislature, dal 1975 al 1990.

Non è andata male nemmeno all’ex presidente Vincenzo Del Colle (Dc), con i suoi 60 mila. Stessa cifra per l’ex collega di partito e presidente del Consiglio Gaetano Novello (all’Emiciclo dal 1975 al 1990) o a Giuseppe Tagliente, consigliere regionale per 5 legislature.

Seguono tra i più ‘fortunati’ Paolo Ciammaichella, consigliere regionale dall’80 al 90 e poi assessore all’Agricoltura nella giunta del presidente Emilio Mattucci e Sergio Antico Fortunato,  gaspariano doc, con 51.149 euro lordi.

Poco sotto Ugo Giannunzio, assessore socialista alle opere pubbliche, fu arrestato con la giunta Salini nel 1992. A lui nel 2015 sono stati versati 51.376 euro. Poco più sotto l’ex consigliere regionale di Sinistra Italiana e attuale sindaco di San Valentino, medico e deputato per due legislature, Antonio Saia, con 45.792 euro .

Stessa cifra anche per l’ex presidente della Regione Rocco Salini, già sottosegretario del Ministero della Salute, voluto da Berlusconi.

Un centinaio di euro in meno anche per Romeo Ricciuti, presidente della Regione dal 1977 al 1981,  deputato della Dc e sottosegretario all'Industria e all'Agricoltura (dunque anche lui cumula i vitalizi) e padre del consigliere regionale Luca Ricciuti.

Ricciuti, originario di Giuliano Teatino, paese del celebre Antonio Razzi, nel 2006 è stato nominato presidente della Selex.  Vitalizio da  42 mila euro anni per gli ex presidenti Antonio Falconio (anche lui ex parlamentare), Giovanni Pace, e l’ex sindaco di Vasto -dall’80 al 93- Antonio Prospero

Poco meno, 41.349 euro, per ex sindaco L’Aquila, Biagio Tempesta e per l’ex assessore regionale Marco Verticelli.   Vitalizio d’oro anche per l’ex presidente (e parlamentare) Anna Nenna con  37.706 euro all’anno.

E poi ancora l’attuale direttore tecnico dell’Arta Giovanni Damiani ha percepito 27.530, l’ex assessore alla Sanità Vito Domenici 27.039 euro così come Ezio Stati.

26.633 euro li ha percepiti invece l’ex presidente della Provincia di Chieti e senatore Tommaso Coletti mentre Claudio Ruffini, oggi braccio destro di D’Alfonso  22.941 euro

I politici più ‘giovani’, quelli che hanno partecipato alla vita politica degli ultimi 20 anni o sono ancora in pista,  sono tutti appaiati: l’ex consigliere regionale dell’Idv Cesare D’Alessandro nel 2015 ha incassato 32.643 euro, Luciano Lapenna 32.643 euro, l’ex presidente della regione, Ottaviano del Turco ha preso 28.620 euro, Franco La Civita 21.762 euro così come l’ex assessore alla Sanità della giunta Chiodi, Lanfranco Venturoni. Vitalizio assicurato anche per l’ex consigliera regionale di Forza Italia, Nicoletta Verì che nel 2015 ha portato a casa 14 mila euro.

C’è poi anche un’altra lista (anche di questa non c’è traccia sul sito della Regione) di 31 nomi: sono gli ex consiglieri regionali in attesa che il vitalizio maturi poi toccherà anche a loro.

Tra questi ci sono decani del Consiglio regionale come l’ex vicepresidente della giunta Chiodi Alfredo Castiglione (14 anni all’Emiciclo), Giorgio De Matteis (14 anni), Nazario Pagano (14 anni), Antonio Norante (10 anni), la senatrice Stefania Pezzopane (10 anni), Giovanni D’Amico (9 anni), Augusto Di Stanislao (8 anni), Maurizio Teodoro (7 anni).

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Odia l’Italia con Pensione da 945 mila euro




Detesta l’Italia ma da Roma si beccherà più di 900 mila euro di pensione. Si sta parlando di Eva Klotz, la politica altoatesina che per 50 anni e più ha lottato per l’indipendenza del Sud Tirolo promuovendo anche un referendum consultivo. Anche se per lei “Il Sud Tirolo non è Italia” una pensione da consigliere provinciale e regionale del Trentino Alto Adige pari a 946.175 euro non si rifiuta mai, neanche se arriva dall’odiatissimo Stato centrale.

Come spiega il Corriere della Sera una cifra tanto alta nasce in virtù della nuova legge votata dalla regione autonomista e che taglia del 20% circa un precedente vitalizio. Vitalizio che la pasionaria altoatesina, insieme ad altri suoi colleghi, si era impegnata a restituire dopo la polemica nata a proposito dei privilegi per chi sedeva nel consiglio regionale di Trento

Fino al 2014 i consiglieri regionali e provinciali (a Trento e Bolzano le due cariche coincidono) potevano, per legge, incassare la pensione non a cadenza mensile ma tutta in un colpo solo, calcolando la cifra sull’aspettativa di vita ma questo ha portato allo scandalo delle “pensioni d’oro del Trentino”. Pensioni che in alcuni casi superavano il milione di euro e che erano state oggetto di un’inchiesta della procura.

Con la nuova legge l’assemblea regionale ha rivisto i calcoli ma ha continuato a dare la possibilità ai politici di incassare la pensione anche tutta in una volta sola. E la Koltz, che pure era tra coloro che avevano accettato di restituire la somma, in attesa che la nuova legge regionale fosse approvata, poche settimane fa, raggiunti i termini di legge per la pensione, ha optato per il tutto e subito.

La 'pasionaria' del Sudtirolo Eva Klotz difende i 945 mila euro che ha ricevuto come compensazione della sua pensione da consigliera provinciale. Due anni fa le cosiddette "pensioni d'oro" dei consiglieri del Trentino Alto Adige avevano causato aspre polemiche e anche manifestazioni in piazza. Recentemente la presidente del consiglio regionale Chiara Avanzo ha dichiarato in risposta ad un'interrogazione che due ex consiglieri nel frattempo hanno maturato i requisiti per questi "anticipi" sulla pensione, l'ex assessore provinciale trentino Marco Benedetti e la Klotz.

"Non si tratta di un anticipo sulla pensione, ma di un compenso per il fatto che la mia pensione mensile è stata quasi dimezzata da 7.000 euro a 2.800 euro", spiega all'ANSA l'ex consigliera. "Sono stata in consiglio regionale per 31 anni e nel 2003 avevo già maturato i requisiti per la pensione e da ex consigliera all'epoca avrei ricevuto circa 6.000 euro al mese", prosegue.

"Sono rimasta in consiglio fino al 2014 e ho continuato a versare contributi per 11 anni". "Ho ricevuto quanto previsto dalla legge", precisa Klotz. "Di certo - aggiunge - non ho bisogno di una Porsche oppure di una pelliccia, ma userò questi soldi per l'impegno politico a favore dell'autodeterminazione del Sudtirolo".

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