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venerdì 6 aprile 2018

Ex Parlamentari Scrivono a Fico e Casellati per i Vitalizi



Nella lettera è sottolineato 
che un colpo di spugna sarebbe "un atto punitivo"

Gli ex parlamentari scrivono ai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, per avviare un confronto sul tema dell'abolizione dei vitalizi, mettendo tuttavia in guardia i vertici delle istituzioni sul rischio incostituzionalità 
di un intervento che andrebbe ad agire su diritti acquisiti. 


Nella lettera, inoltre, gli ex parlamentari sottolineano 
che un colpo di spugna tout court sarebbe un "atto punitivo". 
In vista delle decisioni che il Movimento 5 stelle si appresta ad assumere sul fronte vitalizi e 
costi della politica, l'Associazione degli ex parlamentari ha scritto a Fico e Casellati chiedendo un 
incontro e suggerendo anche degli spunti di riflessione all'Ufficio di presidenza, organo competente in materia, come ad esempio inserire il tema dei vitalizi all'interno del dibattito sul bilancio interno.  
"L'Associazione degli ex-parlamentari della Repubblica condivide l'esigenza di contenimento dei costi della politica razionalizzando le spese delle Camere senza tagliare i costi della democrazia", si legge nella lettera. Quindi, "l'Associazione degli ex-parlamentari chiede di essere ascoltata per esporre il proprio punto di vista sugli annunciati provvedimenti in materia di vitalizi". Gli ex parlamentari elencano quindi, nella lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, 
una serie di "temi del confronto".
Innanzitutto, "la necessità di un coordinamento tra Camera e Senato per giungere a decisioni comuni, 
evitando quanto è accaduto nella scorsa legislatura con la delibera sul contributo di solidarietà adottata dall'Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati". In secondo luogo, l'Associazione suggerisce che "le eventuali misure riguardanti i vitalizi" vengano inserite "nella sede del dibattito d'aula sul bilancio interno, in considerazione del fatto che all'origine delle disposizioni in materia previdenziale per i parlamentari vi fu una decisione d'aula (seduta del 20 maggio 1954) e perché la discussione avvenga con il massimo di trasparenza, e coinvolga tutti i gruppi presenti in Parlamento".
"Chiediamo il rispetto per la legalità costituzionale"
In terzo luogo, gli ex parlamentari chiedono il "rispetto della legalità costituzionale. A questo riguardo si ricorda che l'unica forma di intervento sui trattamenti previdenziali in essere ammessa dalla Corte costituzionale in varie sentenze, è quella del contributo di solidarietà, a fini di solidarietà interna al sistema previdenziale, nel rispetto dei principi di legittimo affidamento, di ragionevolezza, di proporzionalità e di non reiterabilità. Nessuna legge approvata dal Parlamento di modifica della 
disciplina previdenziale ha mai messo in discussione 
retroattivamente diritti già maturati dai cittadini. 

Infatti, le riforme delle pensioni che si sono susseguite negli anni, da quella Dini del 1995 a quella 
Fornero del 2011 tutte hanno fatto salvi i diritti dei cittadini 
maturati prima della loro entrata in vigore.
Anche i regolamenti vigenti di Camera e Senato in materia previdenziale hanno rispettato questo 
principio prevedendo l'applicabilità delle nuove norme soltanto a chi è diventato parlamentare dopo il 1 gennaio 2012 e lo stesso Collegio di Appello della Camera dei deputati con sentenza n. 2 del 24 
febbraio 2014 ha stabilito che proprio per rispetto di detto principio la misura del sistema contributivo introdotto dal regolamento del 2012 è 'adottata esclusivamente de futuro". Ne consegue che 
"pretendere di farlo per gli ex-parlamentari avrebbe soltanto un significato punitivo, di delegittimazione e umiliazione della funzione parlamentare che è libera e indipendente".
Per gli ex parlamentari "uscire dai binari della legalità costituzionale significa creare, inoltre, un 
pericoloso precedente che mette a rischio lo Stato di diritto e apre la strada al taglio delle pensioni in 
essere degli italiani". E ancora, per l'Associazione "quanto al ricalcolo dei vitalizi in essere con metodo contributivo ipotizzato da alcuni non si può non tener conto dei tanti problemi attuativi seri e complessi: il metodo di calcolo contributivo è stato introdotto in Italia a partire dal 1 gennaio 1996. È del tutto evidente che per i vitalizi erogati prima di quella data non si potrebbe procedere al metodo di ricalcolo contributivo. Nel sistema contributivo oggi in vigore non è prevista, come è noto, alcuna forma di tassazione dei contributi previdenziali nè è previsto alcun contributo aggiuntivo per avere titolo alla reversibilità. L'applicazione retroattiva del metodo contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari obbligherebbe alla restituzione delle tasse, da loro pagate, sui contributi previdenziali (valutate, per il periodo 2001-2011, in oltre 154 milioni di euro tra Senato e Camera)
 e del contributo del 2,5% per la reversibilità".
Dopo altre perplessità ed eccezioni riguardanti il ricalcolo dei vitalizi con metodo contributivo, gli ex 
parlamentari osservano che "i problemi attuativi sopra indicati genererebbero, a nostro parere, oneri 
finanziari consistenti a carico delle Camere che vanno attentamente quantificati al fine di verificare 
l'esistenza di problemi di copertura". Inoltre, nella lettera si mette in guardia dalle "ricadute finanziarie delle inevitabili richieste di danni da parte di quanti, in base alle regole vigenti in passato, hanno rinunciato alla propria carriera professionale per mettersi al servizio del Paese. Per ultimo, non certo per ordine di importanza, si pone il tema della tutela giurisdizionale riconosciuta dalla Costituzione a tutti i cittadini quando ritengano lesi i loro diritti". Infine, gli ex parlamentari chiedono che ogni decisione in materia non sia adotatta "prima che siano costituiti gli organi di giurisdizione interna". e che sia garantita la "terzietà di questi organi. Riteniamo necessario garantire, come avviene per il personale dipendente delle Camere, la presenza negli organi di giurisdizione interna di rappresentanti dell'Associazione degli ex parlamentari della Repubblica", 

conclude la lettera, firmata dal presidente dell'Associazione, 

Antonello Falomi. 



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giovedì 11 gennaio 2018

RETATA IN CALABRIA : a rischio la libertà di voto



IL PROCURATORE NON HA DUBBI: «È L’OPERAZIONE DEL SECOLO»

«È la più grande operazione antimafia degli ultimi 20 anni». Parole e musica di Nicola Gratteri, il procuratore antimafia di Catanzaro che ieri ha chiuso l’ennessima retata in Calabria: 169 arresti, 50 milioni di beni confiscati e ferri ai polsi anche per il presidente della provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2% di voti. E sull’onda dell’entusiamo per l’operazione appena conclusa, il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ha avvertito: «Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Secondo gli inquirenti, infatti, il presidente Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui.

RETATA IN CALABRIA

Gratteri ne arresta 169 e giura:
 «È la più grande operazione del secolo»

Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Le parole del procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, suonano quasi come una sentenza. Sono quelle che commentano la maxi operazione di ieri a Crotone, che ha portato a 169 arresti tra Calabria e Germania, e che ha fatto finire in carcere anche dieci amministratori pubblici, tra i quali il presidente della provincia di Crotone, Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2 per cento di voti. Un’intera squadra politica che, secondo la Dda, si piegava ai voleri della cosca, in cambio di voti, mettendo l’attività istituzionale a disposizione del clan. Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui. Ma non si tratta del solo: il vicesindaco Giuseppe Berardi, in Consiglio da 10 anni, il presidente del Consiglio Giancarlo Fuscaldo, coinvolto nella vicenda della concessione della piscina comunale, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio, già assessore.

Coinvolto anche il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, non intraneo alla cosca, ma capace di fornire «un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione». Arrestati anche il vicesindaco di Casabona, Domenico Cerrelli, che avrebbe addirittura partecipato alla “bacinella” del clan, il sindaco di Mandatoriccio, Angelo Donnici, accusato per una gara sospetta, il suo vice Filippo Mazza e l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore, Giovanbattista Benincasa. Per il procuratore della Dda Nicola Gratteri, “Stinge” è «una delle più grandi operazioni degli ultimi 23 anni», un blitz che disarticolato la cosca di Cirò Marina Farao-Marincola, che aveva allungato i suoi tentacoli anche al centronord e fino in Germania, dove sono state arrestate 13 persone. L’indagine ha messo in evidenza il controllo da parte della cosca di praticamente tutta l’imprenditoria del crotonese, monopolizzando l’offerta di pescato dei porti di Cariati e Cirò e i rispettivi servizi portuali, i servizi di lavanderia industriale, la distribuzione di prodotti alimentari, carta e plastica per alimenti, la raccolta e rigenerazione della plastica e dei cartoni, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani - inclusi inquietanti viaggi per smaltire in Calabria i rifiuti tossici dell’Ilva di Taranto -, la gestione dei servizi per l’accoglienza migranti, la distribuzione di prodotti vinicoli anche all’estero, specie in Germania, i servizi di onoranze funebri, i prodotti da forno, la distribuzione di bevande, le slot machine, gli appalti di tagli boschivi e quelli per la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina. Un quadro pesante, ricavato anche dalle intercettazioni dei colloqui in carcere di Giuseppe Farao, ergastolano e capo indiscusso anche dietro le sbarre, da dove continuava a tirare le fila della cosca rivendicandone il comando. Un boss che vuole continuare a comandare, ma che soprattutto mira a preservare i familiari da possibili catture in modo da assicurare la continuità della leadership. La ‘ ndrangheta, dunque, ha realizzato che il clamore e i vecchi metodi non sono più utili, al punto che il capo suggerisce a figli e nipoti di limitarsi a lavorare per addentrarsi nel tessuto economico- produttivo, mettendo da parte violenza e minacce. «La seconda generazione doveva essere diversa dopo che “loro” avevano acquisito il potere con metodi “bellici”», scrive il giudice citando Farao. Una prospettiva strategica che Luberto definisce «mutazione genetica» . L’attenzione della Dda sui politici si concentra in particolare su Parrilla, eletto presidente della provincia il 12 gennaio dello scorso anno. Un’elezione per la quale Parrilla, sempre secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto l’aiuto della cosca, così come prima avrebbe fatto quando in ballo c’era la poltrona di sindaco. Un ruolo, quest’ultimo, che avrebbe garantito alla locale di Cirò diversi benefici, 
come l’assunzione di alcuni familiari negli enti comunali.

SECONDO LA PROCURA DI CATANZARO
 IL VECCHIO BOSS ERAGOSTOLANO 
GIUSEPPE FARAO DIRIGEVA 
GLI AFFARI DI FAMIGLIA DIRETTAMENTE DAL CARCERE


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venerdì 19 agosto 2016

Passerella di Christò uno spreco di soldi pubblici


 Indaga la Corte dei Conti
Punto chiave della denuncia Codacons, che quindi non è caduta nel vuoto: i costi dell’opera a carico della collettività. La Guardia di Finanza acquisisce i documenti

Strascichi dell’«effetto Christo». Non sull’indotto del Sebino, stavolta, ma nelle «aule» di giustizia. Per il Codacons i conti non tornano. E a deciderlo sarà proprio (giochi di parole a parte) la Corte dei Conti, che ha deciso di aprire un’indagine proprio a seguito di un esposto presentato dall’associazione a tutela dei consumatori nelle scorse settimane in relazione alla passerella installata dall’artista bulgaro sul lago 
d’Iseo tra giugno e luglio.

The Floating Piers: dalla carta alla realtà

Nel mirino i costi sostenuti dagli enti locali
Punto chiave della denuncia, che quindi non è caduta nel vuoto: i costi dell’opera a carico della 
collettività. E per vederci chiaro, su delega della magistratura, gli uomini della Guardia di Finanza hanno acquisito tutta la documentazione contabile necessaria agli accertamenti del caso negli uffici della Comunità Montana del Sebino. Nel mirino, i costi sostenuti dagli enti locali per la realizzazione della passerella. Nel dettaglio, si legge a pagina cinque dell’esposto del Codacons, si chiede di «mettere in luce molteplici aspetti sintomatici dell’esistenza di condotte che potrebbero aver posto in essere sprechi di rilevanza tale da poter configurare, oltre a un vero e proprio danno erariale, anche un danno a tutti i cittadini residenti in Lombardia e nei paesi limitrofi al luogo di installazione della passerella che finanziano i servizi pubblici fortemente compromessi e a tutti i titolari di piccoli esercizi commerciali che 
hanno visto ridotta l’affluenza». Situazioni «non conformi» denuncia il Codacons «a un corretto operato tanto nella gestione dei servizi pubblici essenziali - trasporti, ambulanza ed elisoccorso, pronto intervento dei vigili anche del fuoco - che nella programmazione di un evento al fine esclusivo di creare un indotto economico e non solo per la comunità di riferimento». Quindi, «si chiede alle procure di indagare». Anche su eventuali «responsabilità dei soggetti coinvolti nei confronti dell’erario», oltre che al 
fine di «accertare i fatti». E la Corte dei Conti, a quanto pare, 
non ha buttato la segnalazione nel cestino.


Miracolo italiano o baracconata?

Record di presenze. Ha pagato (quasi) tutto Christo
Dalla sua inaugurazione, The Floating Piers avrebbe causato esborsi non indifferenti, a partire dagli interventi messi in campo dai presidi ospedalieri e dalle forze di soccorso pubblico (per Areu 1600 interventi in poco più di due settimane) che «hanno messo in risalto un impiego di risorse economiche e di personale le quali di fatto hanno finito per gravare esclusivamente sui cittadini e non sull’autore dell’opera», cioè Christo. Che, di suo, ha messo sul piatto 15 milioni di euro. Più altri 3, stanziati da Regione Lombardia. Sulla passerella hanno camminato un milione 200 mila visitatori: record di presenze che, va di pari passo con «non meno rilevanti ricadute sul territorio». Capitolo trasporti: per Trenord 1.200 treni per 460 mila visitatori. Oltre ai 400 mila che hanno scelto invece il battello. Preso atto quindi 
che «la scelta del lago d’Iseo per l’esposizione di un’opera capace di attrarre milioni di turisti e portare la cultura internazionale a disposizione dei residenti in Lombardia costituisca un momento importante di crescita e sviluppo (pagina tre dell’esposto firmato dall’avvocato Giuseppe Ursini) al tempo stesso il Codacons rileva come programmare questo evento «avrebbe imposto una maggiore preventivazione 
dell’impatto sul territorio, sia in termini di pregiudizi che di individuazione di azioni idonee a migliorare e catalizzare il turismo». Prima della firma, l’elenco dei «mancata»: dalla stima degli utenti alla previsione dell’impatto sul territorio, passando all’assenza di previsione di misure straordinarie «finalizzate a garantire livelli essenziali dei trasporti».


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venerdì 29 aprile 2016

INTERNET nei Paesini Italiani GRATIS


Il social web di Verrua Savoia: 
Internet a costo (quasi) zero per tutti.
Primo caso in Italia: un gruppo di cittadini fonda un’associazione no profit con lo scopo di gestire la rete senza bisogno dei tradizionali provider. Il ministero approva: costerà 4 euro al mese.
Cinque anni fa era una sfida: portare Internet là dove i provider non arrivano perché non conviene, c’è troppo poco da guadagnare. Oggi è ben più di un esperimento. È una breccia, una strada aperta che migliaia di comuni potranno replicare. 

Tra due giorni Verrua Savoia, paese di 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, sarà il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet, sul modello delle compagnie telefoniche cui tutti noi siamo abbonati. Meglio, il provider non sarà il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc. L’hanno chiamata «Senza Fili, Senza confini», progetto culturale senza fini di lucro con un unico scopo: «sostenere la crescita e il rafforzamento della cultura locale e il sostegno di Internet come strumento di promozione e tutela delle identità culturali». Fornirà una connessione Internet a 20 Mb/s a qualunque abitante di Verrua Savoia lo richieda. Non più gratuitamente, come avveniva finora, ma in cambio della quota d’iscrizione annuale all’associazione: 50 euro, ovvero 4 al mese, prezzo imbattibile per una connessione che nessuna compagnia telefonica riuscirebbe a garantire in un comune di montagna. 

A capo di questo esperimento dirompente c’è Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem. L’hanno soprannominato «mister Wireless» perché da qualche anno si è fissato con un’idea che persegue tenacemente: portare i collegamenti Internet nei luoghi più remoti che, proprio perché isolati, sono poco convenienti. Lui ci riesce. Spendendo pochissimo. Ha portato Internet a Capanna Margherita, sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa. L’ha portato nella foresta amazzonica, 
in Ecuador; e l’ha portato alle isole Comore. Poi ha deciso di portarlo a casa sua, a Verrua Savoia. «Un giorno, nel 2009, incontro il sindaco, mi racconta di aver ricevuto un preventivo di 30 mila euro per portare l’adsl. Uno sproposito». Trinchero riunisce i ragazzi di i-Xem e cerca un’alternativa. Quale? Recuperare vecchi pc, schede radio come quelle montate nei router e alcune antenne recuperate da un vecchio provider che faceva comunicazioni radio fm. Tanto basta per creare due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga nel 97% del territorio comunale. Il tutto spendendo quasi nulla. 



Il progetto funziona, il Politecnico lo sostiene, il Comune ovviamente anche: in pochi mesi 260 famiglie di Verrua si garantiscono una connessione veloce alla rete che altrimenti non avrebbero avuto. Ora, però, l’esperimento si è esaurito. «Ma noi non potevamo chiudere questa storia con un bollo ministeriale apposto su una relazione tecnico-accademica. Volevamo trovare il modo di dargli continuità mantenendo inalterate, anzi rafforzando, tutte le caratteristiche sociali e comunitarie che hanno animato la sua esistenza», racconta Trinchero.  

Nei mesi scorsi raduna un team: i suoi collaboratori, un esperto di Internet e di tutte le sue implicazioni come Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, l’avvocato Marco Ciurcina e Tiziana Sorriento, vicepresidente del Codacons: Cercano una soluzione. La trovano: trasformare l’esperimento in un’associazione di cittadini e registrarla come provider. Nessuno l’ha mai fatto in Italia. Ma il ministero dello Sviluppo economico accoglie la richiesta e concede tutte le autorizzazioni. Venerdì si parte. Con tecnologie commerciali, non più quelle fai da te di cinque anni fa, ma con la stessa vocazione sociale: un gruppo di cittadini (l’associazione ha 29 soci) si unisce facendosi carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo con costi più accessibili ed evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. «Può diventare un modello dirompente, soprattutto nelle zone rurali», ragiona Trinchero. Per portare il web - e, con esso, informazioni, cultura, opportunità - a chi vive isolato dai grandi centri. Se si pensa che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti, la portata di quanto sta per accadere a Verrua Savoia diventa subito lampante. 

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sabato 7 novembre 2015

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martedì 15 settembre 2015

Vent'Anni di Emergency


Cecilia Strada racconta i vent'anni di Emergency
"Tutto iniziò in cucina, da un'idea di papà" ricorda la figlia di Gino e presidente dell'associazione.

Sul computer, l’immagine di una radiografia: è il cranio di un bambino di Kabul, con una pallottola in fronte. «Aveva 8 mesi, purtroppo non siamo riusciti a salvarlo». Poi appare la foto di una neonata, nello stesso ospedale. «La madre era stata ferita all’addome, ora stanno bene entrambe». La giornata di Cecilia Strada, presidente di Emergency, è sempre così: emozioni forti, un lavoro senza ferie né
weekend ma che non cambierebbe mai, perché «fai la differenza tra la vita e la morte». Nel 2014
l’associazione compie 20 anni e la Mostra del Cinema di Venezia ha festeggiato l’anniversario con
Jaeger-LeCoultre, che dal 2011 è a fianco della Ong e dallo scorso anno sostiene il Centro chirurgico e pediatrico di Goderich, in Sierra Leone. Abbiamo incontrato Cecilia nel suo ufficio milanese, tra i
manifesti delle campagne di raccolta fondi e le carte geografiche dell’Asia e dell’Africa.

Partiamo dall’emergenza Ebola, in Sierra Leone. Come riuscite a fronteggiarla?
Di giorno in giorno diventa più difficile. Per fortuna il personale - 20 dello staff internazionale, 300 locali - è formato: nessuno è andato via, e stiamo rinforzando la struttura. Abbiamo avuto qualche caso positivo, ma il nostro è un centro chirurgico, non facciamo il trattamento. Ora stiamo valutando con il governo della Sierra Leone e con l’Organizzazione mondiale della sanità come essere più incisivi.
Il problema è che dagli ospedali pubblici i medici stanno scappando per paura del contagio e molti
ammalati, con la sanità al collasso, si rifugiano nella medicina tradizionale. Ci arrivano bambini con la setticemia procurata dagli impacchi di letame.
Oggi siete presenti con 45 strutture in 6 Paesi, avete curato 6 milioni di persone. Se lo immaginava?
No. Mi ricordo ancora quando Gino (il padre, lei lo chiama per nome, ndr) al ritorno da una missione di guerra ci disse che dovevamo fondare un’organizzazione umanitaria. Eravamo al tavolo della cucina, io e Teresa (Sarti, sua madre, scomparsa nel 2009, ndr), e pensammo che Kabul gli aveva dato alla testa. Invece cominciammo a parlarne con gli amici della Croce Rossa Internazionale. Tante persone si appassionarono subito all’idea semplice di curare le vittime delle guerre e delle mine.

Primi ricordi?
Gino tornato da Kigali, in Ruanda, dove era riuscito a riaprire l’ospedale. Aveva portato le punte delle lance che avevano ucciso i pazienti. Pensavo che non avrei più rivisto armi simili e invece, oggi, nella Repubblica Centrafricana i bambini vengono ammazzati a colpi di machete.

Il primo contatto con la guerra?
A 8 anni mio padre mi ha portato al campo medico di Quetta, in Pakistan, e là ho visto un bambino della mia età con una pallottola in testa. Mi è scattato qualcosa.

Non sarà stato facile crescere come “figlia di Emergency”.
Mi sento fortunatissima, ho avuto la possibilità di scoprire che il mondo non è come lo immaginavo e al tempo stesso di fare la mia parte. Questo lavoro mi dà più di quanto mi prenda.
Si sarà sentita diversa dai coetanei.
Certo. Vent’anni fa con un mio compagno di liceo, che ancora lavora con noi, portavamo in giro le
mostre sulle mine antiuomo. Diversi ci sentiamo tutti: un medico che sta sei mesi da solo in una valle
dell’Afghanistan, poi torna e si ritrova in un ospedale con troppi dottori e zero pazienti... Be’, è chiaro che si senta fuori posto.

Le altre emergenze di oggi, per voi?
L’Afghanistan, dove a luglio abbiamo avuto il record di ricoveri, in 15 anni.
Eppure non se ne parla.
Se i militari se ne vanno, non è il caso di raccontare che ci sono ancora vittime. Invece ci sono.
L’Afghanistan è anche il Paese dove la presenza di Emergency è più articolata, perché le donne
devono chiedere al marito il permesso per farsi curare. Noi nel centro maternità abbiamo solo personale femminile. Il mio cuore è là.

In Italia avete poliambulatori a Palermo, Marghera, Polistena. La sanità pubblica non basta?
Diamo una mano a quelli che al pubblico non si rivolgono, perché non conoscono i loro diritti: stranieri irregolari e regolari, ma anche italiani. A settembre cominciamo i lavori per un nuovo poliambulatorio a
Ponticelli, vicino a Napoli.

I rapporti con la politica?
Invitiamo sempre i politici a conoscere le nostre strutture. Ma solo il presidente della Camera, Laura
Boldrini, ha visitato il nostro centro mobile a Siracusa. Con pochi altri.

Dov’è suo padre, adesso?
In Sudan, al centro di cardiochirurgia che è uno dei nostri fiori all’occhiello. L’idea era quella di portare la chirurgia d’eccellenza in Africa, perché non è vero che là si devono curare solo la diarrea o le infezioni.

Ha mai avuto paura per lui?
Mio padre ha visto da vicino parecchie guerre. E' rientrato in Afghanistan a cavallo quando le frontiere erano chiuse superando un passo a 4500 metri, e aveva già 4 bypass. Ho paura per tutti: qualche settimana fa è morto un nostro soccorritore in Afghanistan, il primo ucciso in servizio. Ho avuto paura per me nel ’94. Ero a Falluja, stavamo portando un camion di aiuti quando un uomo ci aggredì urlando “Berlusconi”: non voleva gli aiuti da un Paese che in Iraq aveva mandato i soldati.

Prossimo obiettivo?
Un centro di eccellenza di chirurgia pediatrica in Uganda. E' appena partito il primo cantiere di test,
servono i fondi. Il progetto c’è, firmato da Renzo Piano. Ci ha fatto un bel regalo.

Suo figlio crescerà come lei?
Ha 5 anni: per ora l’ho portato a trovare il nonno, in Sudan. Spero che faccia quel che vuole e sia felice.

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venerdì 5 dicembre 2014

FAUSTO e IAIO : #‎MafiaCapitale di Massimo Carminati



COMUNICATO STAMPA ASSOCIAZIONE FAMILIARI E AMICI DI FAUSTO E IAIO


Gli ultimi sviluppi che riguardano l'inchiesta sulla nuova mafia di Roma e il ruolo di leadership di Massimo Carminati non colgono impreparata l 'associazione familiari e amici di Fausto e Iaio.
Il nome di Massimo Carminati è contenuto dai primi anni Novanta, nelle carte dell'inchiesta sul duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, avvenuto a Milano, in via Mancinelli, la sera del 18 marzo 1978 e rivendicato dalla "Brigata Combattente Franco Anselmi".
Il 14 luglio 1997, il giudice Guido Salvini scrive infatti nell'ordinanza - sentenza N.271/80F:
«Le caratteristiche somatiche e d’abbigliamento quantomeno di uno degli assassini di Fausto e Iaio sono decisamente compatibili con la persona di Massimo Carminati. L’impermeabile chiaro, indossato probabilmente da due degli aggressori, era del resto quasi una "divisa" per gli esponenti della destra romana. I collaboratori di giustizia Walter Sordi e Cristiano Fioravanti, sulla base di voci e di valutazioni di ambiente, hanno quindi indicato nel gruppo di Carminati il possibile responsabile del duplice omicidio di Milano.» E Massimo Carminati compare il 6 dicembre 2000 nel decreto di archiviazione del giudice Clementina Forleo.
«(…) Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati (Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni.» Alla luce delle nuove inchieste che coinvolgono Massimo Carminati nella più ampia associazione di stampo mafioso, l'associazione familiari e amici di Fausto e Iaio chiede che la verità e la giustizia sull'omicidio di via Maninelli a Milano non venga archiviata.

LEGGI TUTTO  : http://cipiri.blogspot.it/2013/03/fausto-tinelli-e-lorenzo-iannucci.html

Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci


Carminati e il filo nero delle armi

Sono le armi il filo nero che lega il passato e il presente di Massimo Carminati.
Sul finire degli anni Settanta, il capo della nuova mafia romana era affiliato ad una batteria della Banda della Magliana, quella dell'Eur. Nel gruppo criminale il suo ruolo era duplice:
Carminati e il filo nero delle armi - Le inchieste di Daniele Biacchessi
da una parte garantiva il collegamento con l'area dell'eversione di destra, i Nar, dall'altra era l'uomo che conosceva meglio l'utilizzo di armi ed esplosivi.
Tra le molte vicende in cui Carminati viene coinvolto c'è l'omicidio del direttore dell'agenzia Mino Pecorelli, vicino agli ambienti del Sismi, i servizi segreti militari del tempo.
Nell'inchiesta, i giudici scrivono che le munizioni utilizzate per uccidere Pecorelli provengono da quel ristretto lotto di cartucce al quale appartengono anche i proiettili sequestrati presso il Ministero della Sanità a Roma e nella disponibilità, tra gli altri, proprio di Massimo Carminati.
Per quel delitto viene assolto insieme ad Andreotti, Vitalone, La Barbera, Calò.
Dallo stesso arsenale, secondo i magistrati, Carminati avrebbe prelevato mitra, valigetta e contenuto da utilizzare nel depistaggio sul treno Taranto-Milano per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Anche in questo processo Carminati viene assolto.
Il filo delle armi giunge ad oggi, alle ultime inchieste.
Nella lunghissima ordinanza cautelare del Giudice delle indagini preliminari Flavia Costantini, più volte Carminati e gli altri suoi sodali vengono citati.
Massimo Carminati e Riccardo Brugia detengono numerose armi acquisite illegalmente presso le rispettive abitazioni. Nelle intercettazioni parlano di almeno due Makarov calibro 9, 4 silenziatori, due Mp5, le micidiali pistole mitragliatrici prodotte dalla tedesca Heckler&Koch, numerosi giubbotti antiproiettile, mitragliatori Uzi.
Poi Carminati descrive a Brugia la metodologia con cui il suo abituale fornitore, certo Fabio, riesce a rendere legale il commercio delle armi attraverso un giro di false fatture prodotte nei dintorni di Cortina. Infine i due descrivono il sistema per nascondere nelle autovetture, pistole, mitragliatori e denaro per eludere possibili controlli da parte delle forze dell'ordine.
Le armi del gruppo non sono state mai trovate.
Avranno sparato? E contro chi?
di Daniele Biacchessi



Zingaretti, Baldi, Carminati e Marione: tutti i nodi vengono al pettine.
Ci auguriamo che, nell’indagine sulla Roma mafiosa, la Procura della Repubblica faccia piena luce sugli inquietanti e quotidiani rapporti che il capogruppo della lista civica di Zingaretti ha tenuto per anni con Mario Corsi, detto “Marione”, e legatissimo al Carminati con il quale ha condiviso in gioventù la comune matrice eversiva e la conseguente dura esperienza del carcere.
È grazie a Mario Corsi che il Baldi ha instaurato un intenso e saldo rapporto personale con il boss Carminati. Questa quotidiana frequentazione ha fruttato, ad un campione del trasformismo come Michele Baldi che è transitato da Alleanza Nazionale al P.D. di Zingaretti attraverso tutti i partiti possibili, ben 14.000 preferenze alle ultime Regionali.
È facile oggi comprendere a cosa erano finalizzati i continui, lunghi ed accalorati attacchi che il Baldi dalla radio di Marione, seguitissima nella Capitale, ed insieme allo stesso Marione, quotidianamente effettuava su alcuni dei settori più delicati della vita amministrativa ed in particolare sull’AMA e la gestione dei rifiuti.
Tali interventi seguivano le istruzioni ricevute indirettamente da Marione e direttamente nei suoi colloqui e contatti con il boss Carminati a favore del quale il Baldi metteva a disposizione finanche le proprie relazioni con giornalisti .
La riconoscenza di Zingaretti e Baldi ed il desiderio di consolidare i rapporti con Marione da parte dei due si sono spinti sino a far lavorare, a spese della Regione Lazio, la sorella di Mario Corsi nella segreteria dello stesso capogruppo Baldi.
Ci auguriamo che questo bieco trasformista, grazie ai propri rapporti trasversali, non riesca anche in questa circostanza a farla franca così come sembrerebbe sia riuscito a fare con la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal G.I.P. di Perugia per le firme false in occasione delle Regionali del 2010 che sembrerebbe caduta nell’oblio.
Speriamo quindi che anche al più corrotto dei trasformismi ci sia un limite.
Associazione Giustizia e Libertà

http://contropiano.org/politica/item/27909-carminati-e-marione-corsi-e-poi-baldi-che-sta-con-zingaretti

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domenica 1 dicembre 2013

Mundimago : Associazione Culturale per il Lavoro


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CHE HA COME OBIETTIVO 
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In BASE alle 
PROPRIE CAPACITA' POLIFUNZIONALI

Siamo un gruppo di Donne e Uomini  con diversi livelli culturali
Medie - Diploma - Liceo - Laurea
ci riuniamo settimanalmente
ed esponiamo sul Tavolo diverse
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Affrontiamo e Risolviamo ogni problema che si presenta
pur di 
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Chiunque Avesse la Sua -  Idea - Progetto - Sogno nel Cassetto
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lunedì 11 giugno 2012

avvocato gratis



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Questo pagina FB è il braccio operativo di ART. 24 un’associazione no profit che crede nella necessità dell’effettiva attuazione dell’art. 24 della Carta Costituzionale ove si prevede che:

"Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari."


Questo blog è il braccio operativo di ART. 24 un’associazione no profit che crede nella necessità dell’effettiva attuazione dell’art. 24 della Carta Costituzionale ove si prevede che:
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
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Che cosa vogliamo

L’associazione ART. 24, con il suo blog www.avvocatogratis.com, promuove la diffusione della conoscenza e la effettiva fruizione dell’istituto del gratuito patrocinio con una discussione pubblica consapevole ed informata sui temi dell’esercizio del diritto di difesa, dei mezzi processuali per attivarlo e della riforma forense.
Nata nel 2009 sul modello delle associazione onlus no profit, ART. 24 vuole rappresentare un pungolo ed una risorsa per la classe politica, i media, le istituzioni e la società, stimolando nel contempo una maggiore attenzione e consapevolezza dei privati cittadini verso i propri diritti processuali e  delle istituzioni verso tutte le questioni che attengono l’effettiva accessibilità alla difesa legale da parte dei non abbienti.
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Le soluzioni per cui ci battiamo, sul terreno delle politiche concrete, sono quelle che sanno dare maggior respiro ai diritti processuali dell’individuo senza nulla togliere al diritto di proteggersi della società civile.

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