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giovedì 15 novembre 2018

Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati

Egitto: 19 i difensori dei diritti umani arrestati


In manette anche la nota avvocata Hoda Abdelmoniem. Decimata dalle detenzioni, l’ong Ecrf sospende le attività. Intanto all’ambasciatore Cantini il Cairo parlava di tutela delle libertà.

Le hanno devastato la casa: oltre due ore di raid della polizia e poi l’arresto. È stata portata via all’alba di giovedì Hoda Abdelmoniem, tra le più note avvocate egiziane per i diritti umani ed ex membro del Consiglio nazionale per i diritti umani. Di lei non si sa ancora nulla: è stata condotta in una località sconosciuta. E non è stata l’unica: la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre è stata notte di retate in Egitto.

Almeno 19 i difensori dei diritti umani arrestati nelle loro case, otto donne e undici uomini, nell’ennesima escalation della repressione di cui si macchia dal luglio 2013 il regime golpista del presidente al-Sisi. Come non c’è pace per oppositori e giornalisti indipendenti, non c’è pace per chi prova a tutelare i diritti umani in un paese in cui non esistono più, falcidiati dalla repressione di Stato.

Tanto dura è stata l’ultima campagna di arresti da spingere l’Egyptian Coordination for Rights and Freedoms, organizzazione che monitora le violazioni dei diritti umani e offre sostegno legale alle vittime, a sospendere le attività: tra gli arrestati c’è anche Mohamed Abu Horira, avvocato dell’Ecrf e suo ex portavoce. Sono spariti dal 14 settembre, invece, il fondatore dell’ong Ezzat Ghonim e l’avvocato Azzouz Mahboub: avrebbero dovuto essere rilasciati il 4 settembre dopo cinque mesi di detenzione, ma di loro non si hanno più notizie.

Ieri il sito dell’Ecrf era irraggiungibile. «Il clima in Egitto non permette il lavoro di nessuna ong», ha commentato Ahmed Attar, ricercatore di Ecrf basato a Londra, spiegando la sospensione delle attività. Dura la condanna di Amnesty che tramite la direttrice per il Nord Africa, Najia Bounaim, parla di «agghiacciante ondata di arresti»: «Le autorità egiziane hanno mostrato ancora una volta la loro spietata determinazione a stroncare ogni forma di attivismo. Chiunque osi parlare di violazioni dei diritti umani oggi in Egitto è in pericolo».

A dare la misura del pericolo è anche l’ultima legge promossa dal governo per garantirsi il controllo della rete: ai siti web sarà richiesto di registrarsi presso l’esecutivo, pena la chiusura. Un destino già sperimentato da oltre 500 siti, tra cui agenzie indipendenti, offline in Egitto da oltre un anno.

Come sottolinea Attar, «il continuo attacco ai difensori dei diritti umani costituisce un crimine premeditato che richiede l’intervento del Consiglio dell’Onu per i diritti umani». Ma è il silenzio a rimbombare sulla devastazione della società egiziana, della sua politica, delle sue organizzazioni di base. Dal 2014 il numero dei prigionieri politici in Egitto è sestuplicato rispetto all’era Mubarak: 60mila i detenuti per motivi politici.

E mentre la sua polizia portava via 19 persone, al-Sisi era in Germania per incontri con i ministri tedeschi e la cancelleria Merkel volti a rafforzare rapporti commerciali, lotta congiunta al terrorismo e formazione delle forze di sicurezza. Le stesse che decapitano la società civile egiziana. Ci siamo anche noi: a poche ore dalla retata, l’ambasciatore italiano Cantini incontrava la Commissione dei diritti umani del parlamento egiziano. A Cantini (che ha ribadito la richiesta di verità per Giulio Regeni) il presidente della Commissione Alaa Abed ha enumerato i presunti sforzi per garantire il rispetto dei diritti nel paese. Chissà di cosa stava parlando.

di Chiara Cruciati – Il Manifesto





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mercoledì 13 giugno 2018

Stadio di Roma: nove arresti

Stadio di Roma: nove arresti


Nove persone sono state arrestate dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Roma nell’ambito di un'indagine coordinata dalla Procura della Repubblica capitolina, su un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di condotte corruttive e di una serie di reati contro la Pubblica Amministrazione, nell’ambito delle procedure connesse alla realizzazione del nuovo stadio della A.S. Roma calcio. I militari hanno eseguito gli arresti emessi dal Gip: per 6 indagati è stata disposta la custodia cautelare in carcere, per 3 gli arresti domiciliari.

IN MANETTE POLITICI E IMPRENDITORI - Ci sono anche politici e imprenditori fra le nove persone arrestate questa mattina. Fra questi, il vicepresidente del Consiglio Regionale e coordinatore Forza Italia Provincia di Roma, Adriano Palozzi, l'imprenditore Luca Parnasi e l'avvocato Luca Lanzalone, presidente Acea. Prima della indicazione per il vertice di Acea (di cui il Comune detiene il 51%), Lanzalone aveva seguito come consulente legale il dossier sullo stadio per conto proprio dell'amministrazione Raggi.

RAGGI - Soltanto ieri, la sindaca di Roma Virginia Raggi aveva rassicurato tifosi e appassionati con aggiornamenti sul progetto attraverso un post su Facebook: "Lo stadio a Tor di Valle si avvicina. Voglio aggiornarvi: ieri a mezzanotte è scaduto il tempo per presentare osservazioni al progetto. Ne sono arrivate 31. E già da questa mattina ci siamo messi al lavoro per rispondere nel merito. 
Non perdiamo tempo".




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sabato 23 maggio 2015

#MOSE: Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura


Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura

La rimozione di un parlamentare dalla propria carica non è permessa a causa della tutela della libertà di mandato.

Galan Giancarlo, Presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010, accusato di avere intascato tangenti provenienti dai lavori del Mose, che, secondo l'accusa, ammontano ad oltre 1milione di euro all'anno, chiede ed ottiene il patteggiamento, grazie al quale, le sue vicende giudiziarie si concludono rapidamente con una condanna agli arresti domiciliari e la confisca di 2milioni e mezzo di euro....Mantiene nel contempo però il vitalizio e la carica di presidente della Commissione cultura dell'Aula di Montecitorio.... L'ex ministro ed ex governatore del Veneto è accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Mose. A ottobre scorso i 5 stelle hanno chiesto la sua rimozione dalla guida dell'organo parlamentare. La Boldrini: "Non è mia competenza". Brunetta: "Sarebbero pressioni indebite". Il Quirinale: "Apprezzo motivazioni, ma il Capo dello Stato non può intervenire".



Nessuno può chiedergli di fare un passo indietro, nemmeno la presidente della Camera Laura Boldrini. E lui nel dubbio resta al suo posto. Il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan continua a ricoprire la carica di presidente della commissione Cultura a Montecitorio, ma da casa. Galan, infatti, non può uscire: è agli arresti domiciliari dopo aver patteggiato per l’inchiesta sul Mose, nella quale è accusato per corruzione. Durante l’estate, il 21 luglio scorso, il Parlamento aveva autorizzato l’arresto dell’ex governatore del Veneto che secondo i pm – nel sistema di tangenti veneziane – riceveva uno “stipendio” da un milione di euro all’anno. Il 16 ottobre Galan, dopo essersi dichiarato innocente per settimane, ha patteggiato la pena a 2 anni e 10 mesi e da quel giorno è ai domiciliari nella sua villa in Veneto. Ma nessuno ha ancora messo in discussione la sua poltrona di presidente dell’organo parlamentare. Silenzio dai colleghi di Forza Italia, silenzio anche dalla maggioranza e in particolare dal Pd che in commissione Cultura è rappresentato tra l’altro dal presidente del partito, Matteo Orfini.

La Costituzione effettivamente non prevede la possibilità di rimuovere un parlamentare dalla sua carica per tutela della libertà di mandato. Ma nulla vieta di porre la questione politica. L’ha fatto il 14 ottobre il Movimento 5 stelle che ha scritto una lettera alla Boldrini per chiedere che Galan venisse rimosso. La presidente ha risposto che non rientra nelle sue competenze. E il primo capitolo si è chiuso. Allora Andrea Cecconi, capogruppo M5s, ha scritto ai presidenti dei gruppi. Ha risposto solo Renato Brunetta (Forza Italia), che ha difeso il collega appellandosi “al costituzionalismo delle origini”: “Come Lei stesso riconosce”, si legge nella lettera, “è precluso a chiunque rimuovere dall’ufficio parlamentare un collega. All’atto di configurare il nostro sistema parlamentare, peraltro in linea con una tradizione antica che affonda le sue radici nel costituzionalismo delle origini, i padri costituenti hanno voluto circondare la funzione parlamentare con istituti di garanzia che hanno il proprio perno nella libertà di mandato e nella tutela del singolo parlamentare”. Insomma, secondo Brunetta, o si fa indietro Galan o nessuno toccherà la sua posizione. “Non spetta certamente”, conclude Brunetta, “al Presidente di un gruppo intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite”.

Che Galan non sia fisicamente presente in Aula da due mesi, proprio perché agli arresti domiciliari, e che la commissione Cultura sia senza guida da varie settimane restano dettagli. Almeno secondo la maggior parte dei partiti in Parlamento. “Ci chiediamo”, scriveva Cecconi alla Boldrini il 14 ottobre scorso, “come sia possibile che un deputato coinvolto nell’inchiesta Mose e posto agli arresti domiciliari possa ancora ricoprire il ruolo di presidente di una commissione che, senza sminuire l’importanza di tutte le altre commissioni, da un punto di vista morale, etico ed educativo, dovrebbe avere un ruolo principe”. E concludeva Cecconi nella lettera: “Tali finalità dovrebbero a nostro avviso essere coordinate e presiedute da una personalità moralmente diversa e che più propriamente dovrebbe essere presente ai lavori e non agli arresti domiciliari”. Ma la Boldrini ha risposto che può farci poco o nulla: “E’ noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il Presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan”.

Laura Boldrini presidente della Camera : vi spiego tutti i nodi della vicenda Galan

Il presidente della Camera interviene sulla vicenda del presidente della commissione Cultura agli arresti domiciliari .

Caro Stella,
rispondo alle domande che ha posto su Sette circa la permanenza dell’on. Galan, da due mesi agli arresti domiciliari, alla presidenza della Commissione cultura della Camera. Lei chiede se «non sarebbe opportuno che Galan desse le dimissioni». Senza giri di parole: sì, lei ha ragione. Poi aggiunge: «È possibile che non ci sia modo di farlo accomodare per ragioni di decoro istituzionale?». Le rispondo in modo altrettanto netto: no, purtroppo non è possibile. Come ho scritto nella risposta ai deputati M5S: «Nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare». Ci tengo a risponderle soprattutto ora che il Paese è sotto choc per l’inchiesta su Mafia Capitale, che segue l’Expo milanese e il Mose veneziano. Non dimentico di essere entrata in Parlamento, come tanti altri, condividendo un diffuso sentimento di indignazione. Un sentimento che, per quanto mi riguarda, non si è per nulla affievolito, ma che da presidente ho cercato di incanalare nello sforzo quotidiano di rinnovamento per far riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Anche a questo scopo la Camera ha deciso la riforma delle retribuzioni dei dipendenti, i risparmi sul bilancio, la legge sul voto di scambio. Azioni positive, che però rischiano di essere oscurate da vicende come quella da lei richiamata. All’antipolitica, descritta con toni giustamente allarmati dal presidente Napolitano, è la buona politica che deve rispondere. Le norme appena annunciate dal governo sono certo utili, ma la politica non sta solo nella produzione di nuove leggi. Sta anche nei nostri comportamenti, che nessun codice può disciplinare fino ai minimi dettagli.

Il principio per cui il presidente della Camera e i presidenti di Commissione non possono essere dimissionati ha lo scopo di tutelarne il ruolo di garanzia non certo quello di fare da scudo contro la magistratura. Serve una norma che lo espliciti? In realtà dovrebbe bastare l’art. 54 della Costituzione, chiarissimo: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Spero che anche il suo richiamo concorra a far maturare la soluzione. Ne beneficerebbero tutti coloro che lavorano per la credibilità della politica, ovunque siedano nell’aula di Montecitorio.

Se liberare il posto di presidente della Commissione cultura della camera dei Deputati è impossibile per vincoli costituzionali, allora dovremmo iniziare a pensare che alcune modifiche al testo fondamentale del nostro Paese potrebbero rivelarsi necessarie. Nessun stravolgimento, nessun cambiamento radicale, ma nuovi accorgimenti che renderebbero più moderna la nostra Costituzione. Possiamo davvero accettare che un uomo che dal 16 ottobre non mette piede in Parlamento continui a coprire una carica così importante e continui a ricevere il salario come se niente fosse? Intervenire, apportare e leggere modifiche in determinati casi significherebbe migliorare e adattare ai nostri tempi quella che è la legge delle leggi. In questo specifico caso, inoltre, contribuirebbe a evitare che milioni di euro vengano inutilmente sprecati per pagare un lavoro che nessuno svolge.

Il caso della presidenza della Commissione di cultura, lasciata alla mercé di chi si approfitta solo del proprio grado è la metafora diretta della situazione in cui si trova la cultura italiana. Lasciata in uno stato quasi di abbandono, gran parte del patrimonio artistico del nostro Paese non viene valorizzato, così che, con il passare degli anni, non può fare altro che deteriorarsi e perdere il suo originario splendore. Vogliamo davvero che tutto ciò che di più bello abbiamo in Italia venga amministrato da un fantasma? Cultura e crescita sono a due passi da noi, pronti per diventare un binomio fondamentale per un’Italia che sta per aprire le proprie porte al mondo. Se non siamo pronti adesso, quando riusciremo ad esserlo?

Inchiesta Mose, 35 arresti.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni è stato arrestato nell’inchiesta per corruzione, concussione e riciclaggio, della Procura di Venezia nell’ambito delle indagini sull’ex ad della Mantovani Giorgio Baita e gli appalti per il Mose. In manette anche l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso.  A vario titolo, sono finite in manette 35 persone complessivamente ed un altro centinaio sarebbero gli indagati. Nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri per la realizzazione del Mose a Venezia la Procura della Repubblica ha chiesto l’arresto dell’ex Governatore veneto e Ministro, oggi senatore, Giancarlo Galan. Lo si apprende da fonti della Procura stessa. Per poter procedere, però, occorre il placet dell’apposita Commissione di Palazzo Madama. Tra le persone arrestate anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonché il generale in pensione Emilio Spaziante.

ECCO UN ALTRO ESEMPIO DI SOLDI NOSTRI SPERPERATI 

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