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mercoledì 17 febbraio 2016

LOMBARDIA: 20 anni di Scandali Sanitari

Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari


Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari
L'arresto di Rizzi è soltanto l'ultimo capitolo. Da Poggiolini a Poggi Longostrevi fino a Mantovani:
 i casi di appalti pilotati, corruzione e malaffare in Regione.
Appena il tempo di spiegare la portata della riforma - o, meglio, «evoluzione» come la preferisce definire Roberto Maroni - del Sistema socio-sanitario lombardo, «perché 'riforma'», spiegava il governatore il 18 gennaio 2016, «evoca qualcosa che non funziona, mentre il Sistema socio-sanitario in Lombardia è una eccellenza» - che ecco piombare sul Pirellone un nuovo scandalo.

Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari

IN MANETTE IL CONSIGLIERE LEGHISTA. 
Tra i 21 arresti spiccati il 16 febbraio nell'ambito 
dell'operazione Smile su presunte irregolarità in appalti odontoiatrici presso aziende ospedaliere 
lombarde c'è pure Fabio Rizzi, presidente della Commissione Sanità e Politiche sociali del Consiglio 
regionale nonché braccio destro di ROBERTO MARONI e padre di quell'«evoluzione» della Sanità più volte decantata dal governatore.
L'accusa nei confronti del leghista è pesante: associazione per delinquere.

IL LIBRO NERO DELLA SANITÀ. 
L'indagine della procura di Monza è però solo l'ultimo capitolo del libro 
nero della Sanità lombarda.
Che va dall'arresto di Duilio Poggiolini, il Re Mida della Sanità o il boss della malasanità, e arriva fino alle manette scattate ai polsi di Mario Mantovani, console berlusconiano, ras della sanità regionale ed ex vice presidente lombardo.
In mezzo ci sono mazzette, truffe, vacanze e viaggi sospetti, turbative d'asta. Ma anche emoderivati 
infetti e cliniche degli orrori.

1993: Tangentopoli scoperchia gli affari di Poggiolini

Nella bufera milanese di Tangentopoli finì nel 1993 Duilio Poggiolini, presidente della Commissione per i farmaci dell'allora Comunità economica europea e iscritto alla P2.
Secondo il pool di Di Pietro, Poggiolini era a libro paga delle case farmaceutiche per fare inserire i 
farmaci nei prontuari manipolandone i prezzi.
A riscuotere le mazzette delle multinazionali era la moglie Pierr di Maria, 
anch'essa arrestata e morta nel 2007.

IL TESORO NEL MATERASSO. 
Quando venne catturato latitante sotto falso nome in una clinica di 
Losanna, gli inquirenti trovarono su un conto svizzero intestato alla consorte 15 miliardi di vecchie lire.Nulla in confronto al cosiddetto 'tesoro Poggiolini': lingotti d'oro, gioielli, quadri, monete antiche, rubli e banconote nascoste perfino nei puff e nei materassi della sua abitazione all'Eur. 

1997: Poggi Longostrevi e lo scandalo delle prescrizioni d'oro

Per un Re Mida della Sanità nazionale, ce n'era uno di quella lombarda: Giuseppe Poggi Longostrevi, medico e proprietario di una rete di cliniche private nel Milanese.
Nel 1997 un'inchiesta mise con le spalle al muro centinaia di medici di famiglia che prescrivevano 
scintigrafie presso le strutture convenzionate di proprietà di Longostrevi dietro compenso (dalle 50 alle 100 mila lire) più il 15% del valore degli esami di laboratorio e regali da parte del manager.

UN DANNO DA 60 MILIARDI.
 Secondo l'accusa, molti esami non vennero nemmeno effettuati.
In compenso fioccavano i rimborsi da parte della Regione.
La Corte dei conti stimò i danni causati all'erario in 60 miliardi.
Ma c'è di più: Poggi Longostrevi tra il '96 e il '97 aveva pagato una mazzetta da 72 milioni di lire a 
Giancarlo Abelli, allora presidente della Commissione Sanità in Regione Lombardia.
«Una consulenza», spiegò Abelli, già braccio sanitario di Roberto Formigoni.

ABELLI FECE CARRIERA. 
«Per me pagare Abelli era come stipulare un’assicurazione», confessò 
invece Longostrevi, che dopo nove mesi agli arresti si tolse la vita con una overdose di barbiturci.
«Dovevo tenermi buono un personaggio politico che nel settore contava molto... Alcuni sono stati 
costretti alle dimissioni solo per un sospetto, altri sono stati premiati con la nomina ad assessore».
Ciò che accadde ad Abelli che dopo lo scandalo delle ricette ottenne la poltrona alla Sanità.
Alla fine se la cavò con un processo per false fatture. Ma visto che non si dimostrò la volontà di evadere le tasse, fu assolto dall'accusa di frode fiscale, continuando la sua carriera al Pirellone al fianco del Celeste e poi come fedelissimo di Silvio Berlusconi a Roma.
È scomparso il 26 gennaio 2016.

2011: Daccò e l'impero di ROBERTO FORMIGONI

In piena era formigoniana la sanità regionale è stata sconvolta da un altro scandalo: il crac della 
Fondazione San Raffaele, centro d'eccellenza di Don Verzé.
Nel mirino nel novembre 2011 è finito Pierangelo Daccò, uomo vicino a Comunione e liberazione, 
accusato di distrarre milioni dall'ospedale: avrebbe ricevuto denaro in contante dal vice di Verzé, Mario Cal, poi finito suicida.
Tra l'altro fu lui a gestire l'acquisto del nuovo aereo privato del prete-manager, intascandosi una 
consulenza da un milione di euro.
Affare che provocò 10 milioni di buco nel bilancio dell'ente.

FONDI NERI ALLA MAUGERI. 
Il nome di Daccò però è legato anche all'inchiesta sui fondi neri del 
Pirellone alla clinica Maugeri in cui è accusato di aver distratto circa 70 milioni di euro sotto forma di consulenze e finti appalti.
Vicenda che vede imputato anche l'amico ed ex governatore lombardo Formigoni con cui il faccendiere condivideva feste, cene, vacanze e viaggi.
Che, secondo l'accusa, in realtà erano benefit per ottenere favori dalla Regione.
Il Celeste è stato così rinviato a processo per associazione a delinquere e corruzione assieme, tra gli 
altri, all'ex assessore regionale alla Sanità Antonio Simone e allo stesso Daccò.
«SOLO VIAGGI DI GRUPPO». Nel 2012 Formigoni si difese parlando di quelle vacanze in Sardegna come «scambi tra persone amiche» e «viaggi di gruppo in cui alla fine si conguagliano le spese», negando di aver mai ricevuto «regalie».
Ferie a tre che la moglie di Simone Carla Vites - accusata di riciclaggio - aveva invece definito 
«weekend “romantici” a cui mio marito non mi portava. Daccò trascinava in vacanza gente che aveva fatto voto di castità, povertà e obbedienza, facendoli ballare come bambini deficienti».

2015: bufera sul ras della Sanità lombarda Mantovani

I guai della Sanità lombarda dall'impero del Celeste passano alla gestione di Roberto Maroni, colui che brandendo una ramazza aveva promesso di disinfestare la Lega dagli scandali bossiani.
Eppure il Barbaro sognante si è dovuto arrendere alla realtà dei fatti.

APPALTI SOSPETTI.
 A ottobre del 2015 è infatti finito in manette il suo vice ed ex assessore alla 
Sanità, il forzista Mario Mantovani con l'accusa di corruzione e concussione per appalti nella sanità, 
compresa una gara sul trasporto dei dializzati. 
In carcere sono finiti pure il collaboratore del berlusconiano, Giacomo di Capua, capo di gabinetto 
dell'assessorato e mente dei manifesti «Via le Br dalla procura», e Angelo Bianchi, ingegnere del 
provveditorato alle opere pubbliche per la Lombardia e la Liguria, già rinviato a giudizio per presunti 
appalti truccati in Valtellina.

GUAI PURE PER GARAVAGLIA. 
Tra i 12 indagati compare anche il leghisita Massimo Garavaglia, 
assessore all'Economia e vicinissimo a Maroni.
Avrebbe agito per turbare la gara «per l'affidamento del servizio di soggetti nefropatici sottoposti al 
trattamento dialitico».
Mantovani - signore di Arconate di cui è stato sindaco per quasi 15 anni, badante di Mamma Rosa, la 
madre di Berlusconi, che ha assistito fino all'ultimo e organizzatore dei pullman di anziani in occasione delle manifestazioni di Silvio - è un altro dei ras della Sanità lombarda: alla sua famiglia fanno capo la società Immobiliare Vigevanese che realizza residenze socio assistenziali e la Fondazione Mantovani che gestisce alcune di queste strutture.
Come slogan ha: «Il valore della vita, il calore della famiglia, la forza della solidarietà».

2016: Rizzi, Longo e il legame tra imprenditoria e politica
E ora con l'arresto di Rizzi, medico anestesista e rianimatore, segretario provinciale del Carroccio di 
Varese dal 2006 al 2008, e dal 2008 al 2013 senatore, Bobo deve fare fronte a un nuovo terremoto.
L'indagine, coordinata dalla procura di Monza, ha ricostruito l'operato di un gruppo imprenditoriale 
accusato di aver corrotto funzionari delle gare di appalto pubbliche lombarde, bandite da diverse 
aziende ospedaliere per la gestione esterna di servizi odontoiatrici, riuscendo ad aggiudicarsele.
Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, alla corruzione e alla turbativa 
d'asta per i servizi odontoiatrici esternalizzati in Lombardia.

LONGO, IMPRENDITORE DELLO STAFF.
 Con Rizzi è finito in carcere l'imprenditore Mariuo Valentino 
Longo, componente dello staff del consigliere.
I due sarebbero stati pagati dal gruppo imprenditoriale al centro dell'inchiesta con il finanziamento della campagna elettorale di Rizzi per le elezioni regionali del 2013.
E successivamente con versamenti tra cui una tangente di 50 mila euro e una serie di finte consulenze, per 5 mila euro al mese, fatturate dalla moglie di Longo.
Al centro dell'inchiesta c'è l'mprenditrice Maria Paola Canegrati, considerata
 il «vertice» del sistema corruttivo.

GARE MILIONARIE SOLO FORMALI. 
Secondo gli inquirenti, le società a lei riferibili tra cui la Elledent e 
la Service Dent (del gruppo Odontoquality con sede ad Arcore-Monza), in 10 anni avrebbero preso il 
monopolio dei servizi odontoiatrici appaltati in esterno dagli ospedali lombardi.
Rizzi e Longo avrebbero favorito l'imprendice in gare di appalto bandite dalle Aziende Ospedaliere 
Istituti Clinici di Perfezionamento (del 2015, da 45 milioni di euro) e Ospedale di Circolo di Busto Arsizio (del 2014, da 10 milioni di euro). Gare che secondo l'accusa erano puramente formali.
Canegrati stessa, dal 2013, avrebbe tessuto una rete di azione a livello amministrativo con funzionari 
pubblici corrotti, i quali erano a libro paga del suo gruppo imprenditoriale.
Si parla di un giro di affari di 400 milioni di euro.

2007: non solo tangenti, anche i morti della clinica Santa Rita

Ma la malasanità lombarda non è solo fatta di mazzette, benefit e appalti truccati.
È fatta anche di morti.
Nel 2007 un'operazione della Guardia di finanza e della procura di Milano hanno portato alla luce gli 
orrori della clinica Santa Rita di Milano dove venivano effettuate operazioni chirurgiche senza che 
fossero necessarie solo per incassare i rimborsi della Regione.
Il primario di chiurugia toracica Pier Paolo Brega Massone è stato condannato all'ergastolo anche in 
Appello con l'accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la morte di quattro pazienti e 45 casi di lesioni.

«Semo in una bott de ferr. Tutto regolare!».
Era il 14 maggio del 2015 quando Fabio Rizzi
 veniva intercettato in auto con la compagna Lorena Pagani.
E' il padre della riforma sanitaria della Lombardia di Roberto Maroni e ora sospeso da Matteo Salvini dalla Lega Nord si diceva tranquillo di fronte alle insistenze della donna che, preoccupata per il mutuo, i mobili da acquistare e i lavori da fare in casa, domandava quanti soldi sarebbero arrivati in futuro dai presunti affari che i due avevano in ballo con Mario Valentino Longo, responsabile odontoiatria in Regione, e soprattutto con Maria Paola Canegrati, la dominus dell’odontoiatria lombarda e secondo i magistrati di Monza il vertice del sistema corruttivo scoperchiato dai magistrati. È questo uno dei passaggi dell'ordinanza di custodia cautelare dell'indagine condotta dal procuratore aggiunto Luisa Zanetti insieme con il sostituto Manuela Massenz.

GLI AFFARI IN BRASILE DI RIZZI E LONGO. 
Ma appalti lombardi a parte, nelle loro ricerche i pm sono arrivati fino a Miami, a Panama, in Lussemburgo, Dubai e in Brasile durante questa indagine denominata «Smile» che scuote le fondamenta di una 
Regione abituata da 20 anni a scandali sulla Sanità.
Hanno ricostruito le società dove gli indagati avevano le quote azionarie, un universo di scatole fiscali dove le compagne di Rizzi e Longo avrebbero fatto da prestanome, 
con conti persino Montecarlo.
Ma sono soprattutto gli affari in Brasile quelli su cui la procura ha acceso un faro scoprendo che dietro la costruzione di un ospedale per i bambini si sarebbero celati in realtà altri interessi e spartizione di utili illeciti.
«L’intenzione», si legge nell’ordinanza, «è quella di sfruttare il proprio ruolo politico e istituzionale per favorire, in cambio di compensi occultati attraverso false consulenze pagate a prestanome – l’inserimento delle imprese italiane nei rapporti commerciali con lo Stato brasiliano».

I SOLDI PER IL MUTUO ED AL PARTITO. 
Gli investigatori hanno intercettato gli indagati sin dal 2013, scoprendo anche lo stato patrimoniale di Rizzi, che in alcune conversazioni telefoniche spiegava alla compagna di guadagnare in totale 8 mila euro al mese, di questi 5 andavano nel mutuo di casa, mentre 1.500
 a favore del suo partito la LEGA NORD.

Sanità Regione Lombardia: 20 anni di scandali giudiziari


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sabato 23 maggio 2015

#MOSE: Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura


Galan agli Arresti Domiciliari e' Presidente della Commissione Cultura

La rimozione di un parlamentare dalla propria carica non è permessa a causa della tutela della libertà di mandato.

Galan Giancarlo, Presidente della Regione Veneto dal 1995 al 2010, accusato di avere intascato tangenti provenienti dai lavori del Mose, che, secondo l'accusa, ammontano ad oltre 1milione di euro all'anno, chiede ed ottiene il patteggiamento, grazie al quale, le sue vicende giudiziarie si concludono rapidamente con una condanna agli arresti domiciliari e la confisca di 2milioni e mezzo di euro....Mantiene nel contempo però il vitalizio e la carica di presidente della Commissione cultura dell'Aula di Montecitorio.... L'ex ministro ed ex governatore del Veneto è accusato di corruzione nell'ambito dell'inchiesta Mose. A ottobre scorso i 5 stelle hanno chiesto la sua rimozione dalla guida dell'organo parlamentare. La Boldrini: "Non è mia competenza". Brunetta: "Sarebbero pressioni indebite". Il Quirinale: "Apprezzo motivazioni, ma il Capo dello Stato non può intervenire".



Nessuno può chiedergli di fare un passo indietro, nemmeno la presidente della Camera Laura Boldrini. E lui nel dubbio resta al suo posto. Il deputato di Forza Italia Giancarlo Galan continua a ricoprire la carica di presidente della commissione Cultura a Montecitorio, ma da casa. Galan, infatti, non può uscire: è agli arresti domiciliari dopo aver patteggiato per l’inchiesta sul Mose, nella quale è accusato per corruzione. Durante l’estate, il 21 luglio scorso, il Parlamento aveva autorizzato l’arresto dell’ex governatore del Veneto che secondo i pm – nel sistema di tangenti veneziane – riceveva uno “stipendio” da un milione di euro all’anno. Il 16 ottobre Galan, dopo essersi dichiarato innocente per settimane, ha patteggiato la pena a 2 anni e 10 mesi e da quel giorno è ai domiciliari nella sua villa in Veneto. Ma nessuno ha ancora messo in discussione la sua poltrona di presidente dell’organo parlamentare. Silenzio dai colleghi di Forza Italia, silenzio anche dalla maggioranza e in particolare dal Pd che in commissione Cultura è rappresentato tra l’altro dal presidente del partito, Matteo Orfini.

La Costituzione effettivamente non prevede la possibilità di rimuovere un parlamentare dalla sua carica per tutela della libertà di mandato. Ma nulla vieta di porre la questione politica. L’ha fatto il 14 ottobre il Movimento 5 stelle che ha scritto una lettera alla Boldrini per chiedere che Galan venisse rimosso. La presidente ha risposto che non rientra nelle sue competenze. E il primo capitolo si è chiuso. Allora Andrea Cecconi, capogruppo M5s, ha scritto ai presidenti dei gruppi. Ha risposto solo Renato Brunetta (Forza Italia), che ha difeso il collega appellandosi “al costituzionalismo delle origini”: “Come Lei stesso riconosce”, si legge nella lettera, “è precluso a chiunque rimuovere dall’ufficio parlamentare un collega. All’atto di configurare il nostro sistema parlamentare, peraltro in linea con una tradizione antica che affonda le sue radici nel costituzionalismo delle origini, i padri costituenti hanno voluto circondare la funzione parlamentare con istituti di garanzia che hanno il proprio perno nella libertà di mandato e nella tutela del singolo parlamentare”. Insomma, secondo Brunetta, o si fa indietro Galan o nessuno toccherà la sua posizione. “Non spetta certamente”, conclude Brunetta, “al Presidente di un gruppo intervenire in alcun modo per svolgere pressioni o indurre a dimissioni che il diritto parlamentare esclude. Tali pressioni sarebbero del tutto indebite”.

Che Galan non sia fisicamente presente in Aula da due mesi, proprio perché agli arresti domiciliari, e che la commissione Cultura sia senza guida da varie settimane restano dettagli. Almeno secondo la maggior parte dei partiti in Parlamento. “Ci chiediamo”, scriveva Cecconi alla Boldrini il 14 ottobre scorso, “come sia possibile che un deputato coinvolto nell’inchiesta Mose e posto agli arresti domiciliari possa ancora ricoprire il ruolo di presidente di una commissione che, senza sminuire l’importanza di tutte le altre commissioni, da un punto di vista morale, etico ed educativo, dovrebbe avere un ruolo principe”. E concludeva Cecconi nella lettera: “Tali finalità dovrebbero a nostro avviso essere coordinate e presiedute da una personalità moralmente diversa e che più propriamente dovrebbe essere presente ai lavori e non agli arresti domiciliari”. Ma la Boldrini ha risposto che può farci poco o nulla: “E’ noto che nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il Presidente di un organo parlamentare. La rinuncia alla carica, allo stato, che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan”.

Laura Boldrini presidente della Camera : vi spiego tutti i nodi della vicenda Galan

Il presidente della Camera interviene sulla vicenda del presidente della commissione Cultura agli arresti domiciliari .

Caro Stella,
rispondo alle domande che ha posto su Sette circa la permanenza dell’on. Galan, da due mesi agli arresti domiciliari, alla presidenza della Commissione cultura della Camera. Lei chiede se «non sarebbe opportuno che Galan desse le dimissioni». Senza giri di parole: sì, lei ha ragione. Poi aggiunge: «È possibile che non ci sia modo di farlo accomodare per ragioni di decoro istituzionale?». Le rispondo in modo altrettanto netto: no, purtroppo non è possibile. Come ho scritto nella risposta ai deputati M5S: «Nel nostro ordinamento non sono ammissibili strumenti volti a revocare il presidente di un organo parlamentare». Ci tengo a risponderle soprattutto ora che il Paese è sotto choc per l’inchiesta su Mafia Capitale, che segue l’Expo milanese e il Mose veneziano. Non dimentico di essere entrata in Parlamento, come tanti altri, condividendo un diffuso sentimento di indignazione. Un sentimento che, per quanto mi riguarda, non si è per nulla affievolito, ma che da presidente ho cercato di incanalare nello sforzo quotidiano di rinnovamento per far riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Anche a questo scopo la Camera ha deciso la riforma delle retribuzioni dei dipendenti, i risparmi sul bilancio, la legge sul voto di scambio. Azioni positive, che però rischiano di essere oscurate da vicende come quella da lei richiamata. All’antipolitica, descritta con toni giustamente allarmati dal presidente Napolitano, è la buona politica che deve rispondere. Le norme appena annunciate dal governo sono certo utili, ma la politica non sta solo nella produzione di nuove leggi. Sta anche nei nostri comportamenti, che nessun codice può disciplinare fino ai minimi dettagli.

Il principio per cui il presidente della Camera e i presidenti di Commissione non possono essere dimissionati ha lo scopo di tutelarne il ruolo di garanzia non certo quello di fare da scudo contro la magistratura. Serve una norma che lo espliciti? In realtà dovrebbe bastare l’art. 54 della Costituzione, chiarissimo: «I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». Spero che anche il suo richiamo concorra a far maturare la soluzione. Ne beneficerebbero tutti coloro che lavorano per la credibilità della politica, ovunque siedano nell’aula di Montecitorio.

Se liberare il posto di presidente della Commissione cultura della camera dei Deputati è impossibile per vincoli costituzionali, allora dovremmo iniziare a pensare che alcune modifiche al testo fondamentale del nostro Paese potrebbero rivelarsi necessarie. Nessun stravolgimento, nessun cambiamento radicale, ma nuovi accorgimenti che renderebbero più moderna la nostra Costituzione. Possiamo davvero accettare che un uomo che dal 16 ottobre non mette piede in Parlamento continui a coprire una carica così importante e continui a ricevere il salario come se niente fosse? Intervenire, apportare e leggere modifiche in determinati casi significherebbe migliorare e adattare ai nostri tempi quella che è la legge delle leggi. In questo specifico caso, inoltre, contribuirebbe a evitare che milioni di euro vengano inutilmente sprecati per pagare un lavoro che nessuno svolge.

Il caso della presidenza della Commissione di cultura, lasciata alla mercé di chi si approfitta solo del proprio grado è la metafora diretta della situazione in cui si trova la cultura italiana. Lasciata in uno stato quasi di abbandono, gran parte del patrimonio artistico del nostro Paese non viene valorizzato, così che, con il passare degli anni, non può fare altro che deteriorarsi e perdere il suo originario splendore. Vogliamo davvero che tutto ciò che di più bello abbiamo in Italia venga amministrato da un fantasma? Cultura e crescita sono a due passi da noi, pronti per diventare un binomio fondamentale per un’Italia che sta per aprire le proprie porte al mondo. Se non siamo pronti adesso, quando riusciremo ad esserlo?

Inchiesta Mose, 35 arresti.

Il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni è stato arrestato nell’inchiesta per corruzione, concussione e riciclaggio, della Procura di Venezia nell’ambito delle indagini sull’ex ad della Mantovani Giorgio Baita e gli appalti per il Mose. In manette anche l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso.  A vario titolo, sono finite in manette 35 persone complessivamente ed un altro centinaio sarebbero gli indagati. Nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri per la realizzazione del Mose a Venezia la Procura della Repubblica ha chiesto l’arresto dell’ex Governatore veneto e Ministro, oggi senatore, Giancarlo Galan. Lo si apprende da fonti della Procura stessa. Per poter procedere, però, occorre il placet dell’apposita Commissione di Palazzo Madama. Tra le persone arrestate anche il consigliere regionale del Pd Giampiero Marchese, gli imprenditori Franco Morbiolo e Roberto Meneguzzo nonché il generale in pensione Emilio Spaziante.

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domenica 5 aprile 2015

EXPO 2015: tutte le Colpe di FORMIGONI




EXPO 2015, TUTTE LE COLPE DI FORMIGONI

E' comprensibile che il presidente Formigoni, di fronte all’opinione pubblica, voglia esaltare e valorizzare un evento come quello di Expo 2015, però, all’interno del consiglio regionale (in cui martedì scorso si è svolta una discussione su questo tema) era bene dirsi le cose per quelle che sono, evitando di presentare la situazione in maniera un po’ troppo ottimistica rispetto alla realtà.
Fin dall’inizio della vicenda di Expo 2015, il Partito democratico non ha mai fatto mancare il proprio sostegno all’iniziativa, anzi, abbiamo sostenuto convintamente la candidatura della città di Milano e abbiamo contribuito a fare in modo che il capoluogo lombardo fosse scelto come la sede dell’evento. Non abbiamo fatto e non faremo mancare neanche adesso il nostro sostegno ad Expo ma, se vogliamo la riuscita di questo evento, il nostro non può essere un sostegno acritico.
Innanzitutto, dobbiamo essere chiari su un punto: Expo deve restare una grande opportunità per Milano, per la Lombardia e per il nostro paese. Expo ha portato ad alcune scelte, ha portato già ad investimenti sulle infrastrutture ma, soprattutto, resta una grande opportunità per quello che sarà l’evento e per quello che potrà lasciare a questa città, a questa Regione e a questo paese, sapendo che oggi – al di là della propaganda – la crisi ci ha costretto a ridimensionare il progetto ed è giusto che questo avvenga. Gran parte delle opere previste (come, ad esempio, il collegamento via ferro tra l’aeroporto di Malpensa e Rho oppure tra l’aeroporto di Orio al Serio e Bergamo, che Formigoni ha annunciato) in realtà non si faranno mai, nonostante siano comprese nelle quarantacinque opere ritenute necessarie all’evento. Non solo: non siamo assolutamente certi che neanche le opere essenziali saranno tutte pronte per il 2015. E dobbiamo avere questa consapevolezza, non possiamo fingere che non ci siano problemi.La crisi ci costringe a ridimensionare e ripensare l’evento e non ci sfugge neanche il rischio che ci siano ritardi sulle infrastrutture. Tuttavia, paradossalmente, la crisi mondiale – per i suoi caratteri – può essere anche un elemento positivo per Expo 2015 e può essere un grande volano per l’evento proprio perché il tema che si andrà ad affrontare diventerà decisivo con questo scenario. Nel 2015 speriamo di avviarci verso la fine di questa crisi globale e il tema di come devono cambiare i consumi e i comportamenti e delle cose che bisogna fare per rimettere in campo politiche nutrizionali diverse da quelle in essere sarà decisivo. Se scommetteremo su questo, Milano e l’Expo potranno diventare una straordinaria occasione e, per sei mesi, potranno diventare davvero il punto di riferimento nel mondo per un tema che, a quel punto, sarà di tutti.
Ora però serve ciò che non c’è stato in questi anni: serve il massimo impegno e la massima coesione istituzionale, tra tutte le istituzioni. Oggi, non si può parlare di Expo senza vedere i problemi che ci sono nei rapporti tra le diverse istituzioni protagoniste dell’evento. Non si può non vedere che i troppi contrasti hanno già prodotto danni ad Expo: hanno prodotto ritardi e confusione.A tuttora non sappiamo chi sarà il commissario dedicato al Padiglione Italia. Non tutto è chiaro rispetto al diritto di superficie per le aree perché si sono creati problemi anche su quel fronte. Ci sono ancora troppe incognite, troppi contrasti, troppa poca coesione tra le istituzioni. Ma il danno peggiore che è stato prodotto è che si è passato due anni a litigare su chi doveva stare nelle società, sull’assetto delle società, a quale corrente dovevano appartenere i membri della società. Dobbiamo sapere che, in quei due anni, si è parlato di Expo solo per questo e tutto ciò ha prodotto una disaffezione profonda proprio in quei cittadini che in Expo credevano e che volevano investire su Expo. Una disaffezione che ha coinvolto, dunque, proprio quei soggetti che pensavano che Expo fosse una grande opportunità e che oggi dobbiamo tornare a convincere di questo.Oggi la priorità è questa: recuperare la fiducia di chi abita in Regione Lombardia rispetto al fatto che Expo possa essere un’opportunità per tutti i cittadini e non solo per qualcuno. Dobbiamo recuperare la fiducia dei cittadini e dobbiamo recuperare una capacità di coinvolgere gli enti locali. Ovunque si andava, due anni fa, molti enti locali, i sindaci, gli amministratori chiedevano di far loro sapere di Expo perché era una grande occasione per loro; oggi non lo dice più nessuno. Oggi anche i Comuni, i sindaci, i presidenti delle provincie lombarde vivono l’Expo come un appuntamento lontano. Dobbiamo fare in modo che gli enti locali tornino a vedere l’Expo come una grande opportunità non solo per il sito ma per tutta la realtà milanese e lombarda.
I tempi sono stretti e o la politica dà un supporto vero, di coesione che attualmente sta mancando – a partire dalla collaborazione sui temi cruciali, a partire dal governo, a partire dal coinvolgimento dei Comuni, delle realtà produttive – o non ce la facciamo.In questo scenario che si è venuto a definire, però, ci sono delle responsabilità. Formigoni è il commissario generale di Expo ed è l’unico che ha seguito questa vicenda dall’inizio e che avrebbe dovuto garantire la continuità della scommessa sull’Expo. Formigoni, quindi, ha la responsabilità del deterioramento che c’è stato in questi anni nei rapporti tra le istituzioni e, in particolare, tra il Comune di Milano e la Regione Lombardia e tra il governo e chi organizzava l’Expo. Formigoni ha la responsabilità di non aver coinvolto gli enti locali, le istituzioni lombarde e di non averle fatte sentire protagoniste di questa vicenda. Formigoni non è riuscito a tenere il quadro istituzionale; lo dicono le cronache, è sotto agli occhi di tutti.Il perché è evidente: Formigoni confonde l’occasione dell’Expo con un’occasione non per la città, per i cittadini, per la Regione, ma come un fatto di propaganda, assumendosi troppo spesso ruoli o meriti che non ha e non sono suoi o che non lo sono interamente e questa ossessione di mostrarsi come il deus ex machina di Expo 2015 non aiuta.
Durante l’ultima seduta del consiglio regionale, Formigoni ha parlato del futuro delle aree di Expo, ma non sarà lui a decidere che cosa si farà lì. Formigoni ha anche tenuto per un quarto d’ora una lezione interessante sul tema e su come intende svilupparlo, dimenticando che su questo ha solo un compito: controllare che durante i sei mesi di svolgimento dell’Expo non si vada fuori tema e tutto ciò che viene organizzato stia in quell’ambito. Non ha la responsabilità del tema, di istruirlo o di costruirlo, mentre invece ha la responsabilità di coinvolgere tutti. Dal momento che siamo in ritardo, oggi, occorre che tutte le responsabilità siano dedicate a tempo pieno allo svolgimento dell’Expo e Formigoni non è in grado di farlo. Lo dimostrano le vicende di questi mesi. Per questo, il Partito democratico – che comunque non farà mancare il proprio impegno e il proprio contributo ad Expo 2015 – insieme al resto delle opposizioni, aveva presentato un ordine del giorno per chiedere a Formigoni di rimettere al governo il suo mandato di commissario generale, prendendo così atto dei limiti che ci sono stati.Richiesta questa che, a parole, era stata avanzata anche da Matteo Salvini ma che, nei fatti, è rimasta inascoltata dal gruppo della Lega in consiglio regionale, come dimostra l’esito della votazione. Richiesta questa che non significa meno impegno da parte della Regione Lombardia per Expo ma, anzi, vuol dire dedicare un lavoro serio su questo terreno.


in Galera i Manager Nominati da Formigoni

La procura di Milano ha sequestrato i conti bancari di Roberto Formigoni nell'ambito dell'inchiesta sulla fondazione Maugeri. Sequestrata anche la villa ad Arzachena, in Sardegna, e alcune proprietà immobiliari. 
Formigoni: sequestro 49 mln e villa
Caso Maugeri,
Il sequestro è stato effettuato dalla Guardia di Finanza di Milano su richiesta della Procura. Oggetto del provvedimento conti correnti di Formigoni e la villa in Sardegna di Alberto Perego, amico di vecchia data dell'ex Governatore. Il provvedimento di sequestro è stato firmato dal gip Paolo Guidi.

Il sequestro preventivo di tutti i conti, meno uno, di Formigoni viene motivato dal gip col recupero del profitto dei reati contestati a Formigoni nel rinvio a giudizio di un mese fa nell'ambito dell'indagine San Raffaele - Maugeri. Il 'Celestè è indagato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e appropriazione indebita. Il sequestro ammonta a 49 milioni di euro che vengono trasferiti sul Fondo Unico Giustizia. La villa in Sardegna sequestrata venne ceduta nel 2011 a un prezzo ritenuto di favore dagli inquirenti a un coinquilino di Formigoni nella comunità del Memores Domini. L'unico conto non risparmiato è quello in cui l'attuale senatore percepisce l'indennità parlamentare mensile.

FORMIGONI: VOGLIONO DISTRUGGERMI, NON HO VILLE
«Non ho conti milionari né ville. Quello che è stato fatto è l'ennesima calunnia nei confronti di Formigoni. Si vuole distruggere la figura di Formigoni e la sua opera». Lo ha affermato lo stesso ex presidente della Regione Lombardia . «Strabilio - ha detto - Non ho mai avuto a disposizione tanti soldi. Neanche la centesima parte di 49 milioni. Vorrei che i magistrati tirassero fuori le prove se le hanno, ma non le hanno. Non ho mai posseduto una villa in Sardegna. Per ora hanno sequestrato un conto corrente con 75 mila euro di passivo. Se questo servirà ad azzerare i miei debiti, ne sarò felice». E ha aggiunto: «Se privati hanno sottratto fondi da aziende private, ne risponderanno».

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mercoledì 18 marzo 2015

M. LUPI sulla TAV ed EXPO



Ancora una volta è dovuta intervenire la Magistratura per fermare ‘i soliti noti’ che la fanno da padroni con i nostri soldi. Questa volta è toccato (anzi è ‘ritoccato’) ad Ettore Incalza ed ai suoi compari.

Il ministro delle Infrastrutture ha negato di aver raccomandato il figlio Luca presso l'uomo di fiducia di Ettore Incalza, ma un'intercettazione del gennaio 2014 lo smentisce. A sua volta, il plenipotenziario del dicastero di piazzale di Porta Pia informa il sodale Perotti: "C'è da incontrare il figlio di Maurizio".

Siccome molti potrebbero non ricordare chi è Ettore Incalza e che cosa accadeva ed accade ancora al Ministero delle Infrastrutture vi invito a leggere l’intervista che ho rilasciato ad Alessandro De Angelis per l’Huffington Post che potete anche leggere qui di seguito:

Tangenti su Tav ed Expo, intervista a Di Pietro: “Lupi si deve dimettere. Vi racconto io chi è Incalza”

 “Eccerto che in un paese normale Lupi si dovrebbe dimettere”. Il telefono di Tonino Di Pietro, quando c’è un’ordinanza, bolle. Perché la toga, in fondo, non se l’è mai tolta. Legge le carte, si informa, ha fiuto. E lo scandalo che coinvolge il ministro Lupi è grosso: “Si, però non farmi parlare di Rolex al figlio e vestiti a lui, che devo prima leggere bene le carte”. Ma la responsabilità politica del ministro, secondo l’ex pm, c’è già tutta. Scusi Di Pietro, Lupi poteva non sapere? Risposta: “Eh no, il ministro mica può dire: non sapevo nulla e facciamo finta che nulla sia successo. Un ministro che non si accorge di quello che è successo, ammesso che non se ne fosse accorto, ha già una responsabilità enorme”. Tanto che lui, Di Pietro, quando mise un piede al ministero delle Infrastrutture, la prima cosa che fece fu quella di allontanare Ercole Incalza.

Scusi Di Pietro, partiamo dall’inizio. Ci dice chi è davvero questo Incalza?
Incalza è un manager già in voga nella Prima Repubblica che, a partire dalla gestione del ministro Signorile, ha passato la sua attività professionale, nel bene o nel male, al ministero dapprima come dirigente e poi come consulente.

Nel bene o nel male.
Io ho avuto modo di prendere atto della esistenza del personaggio Incalza all’epoca di Mani Pulite svolgendo indagini nei confronti di imprenditori che tra i tanti appalti con l’amministrazione dello Stato avevano anche ottenuto alcuni appalti per la progettazione ed esecuzione della Tav.

E che scoprì?
Successe che, nell’ambito delle attività investigative e in particolare di documentazione reperita a seguito di perquisizioni e sequestri, avevo avuto modo di individuare anche in Incalza un punto di riferimento per fatti la cui valutazione penale non poteva essere data da noi, poiché non competenti territorialmente. E quindi tutti gli atti furono trasmessi alla procura di Roma che “se ne occupò, e non se ne occupò”, tanto che vero che, se va su internet, vedrà una serie di indagini della procura di Perugia sui magistrati di Roma per valutare l’approfondimento delle indagini.

Sta dicendo che l’indagine su Incalza si perde nel porto delle nebbie di Roma?
Questo lo sta dicendo lei… E Perugia ha indagato. Quel che è certo è che, avendo preso atto della sua esistenza, arrivai al ministero nel 2006 con le idee chiare.

E che successe?
Aspetta che qua viene il bello. Succede che, quando divento ministro, andando al ministero trovo due novità. Primo: era stato creato un ufficio “strano” dal mio predecessore chiamata “struttura tecnica di missione” posto alle dirette dipendenze del ministro e al di fuori delle competenze dei provveditori alle opere pubbliche e della direzione generale del ministero. Una struttura col compito specifico di occuparsi delle grandi opere e grandi commesse. E la seconda è che la struttura era coordinata da Incalza.

Direbbe lei: “Capisci a me…”.
Bravo, e infatti hai già capito… Dunque, appena arrivai in ufficio alla luce dell’esperienza di Mani Pulite, feci due cose in via preventiva: la rotazione di tutti gli incarichi direttivi e quindi del provveditorato e della direzione generale. E la sostituzione di quelle realtà professionali che, al netto della posizione processuale, ritenni poco opportuno lasciare al loro posto. E i due personaggi erano Incalza (alla struttura di missione) e Angelo Balducci (come presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici). E qua ci vuole un altro “capisci a me…”.

Li tolse entrambi?
Sì. Incalza era un consulente esterno e venne allontanato dal ministero facilmente. Mentre Balducci era un dipendente e l’ho relegato a una funzione per cui egli stesso ha chiesto di essere assegnato fuori dal ministero e purtroppo non da Prodi, ripeto non da Prodi, ma dalla presidenza del Consiglio fu poi nominato commissario straordinario per la realizzazione delle opere e degli interventi funzionali allo svolgimento dei mondiali di nuoto “Roma 2009″, su cui poi si aprì la famosa inchiesta.

Come si spiega che poi Incalza torna al ministero?
La morale della favola è: se Incalza da allora ad ora, al netto della gestione Di Pietro, può mantenere incarichi nonostante le vicende che gli sono accadute, significa che ha un giro di relazioni per cui, diciamo così, “spontaneamente o spintaneamente” non hanno potuto fare a meno di darglielo. È cioè a conoscenza di fatti, cose o circostanze, per cui chi avrebbe dovuto fare a meno di lui ha ritenuto di non poterlo fare.

Lupi compreso. Le leggo la dichiarazione del ministro su Incalza: “Era ed è una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro paese abbia sia da un punto di vista dell’esperienza tecnica nazionale che della competenza internazionale, che gli è riconosciuta in tutti i livelli”.
Mi auguro che Lupi abbia fatto un’affermazione del genere un po’ perché non conosce il curriculum di Incalza un po’ perché non conosce il curriculum che serve per dirigere strutture del genere…

Battute a parte?
È evidente che c’è un problema di responsabilità oggettiva e politica di Lupi, perché rimettere allo stesso posto personaggi discussi e discutibili che hanno tante stagioni non può essere passato in cavalleria. In un paese normale le sue dimissioni si imporrebbero.

Lei dice: anche se non sapeva ha una responsabilità politica.
Dando pure per presupposto che non sapesse nulla, proprio il fatto di non essere informato non può essere irrilevante.

Insomma, ai lavori pubblici c’erano i terminali di una cricca e Lupi non può dire: io non c’entro.
Mettiamola così. Io, quando arrivai, tolsi Incalza e ci misi l’ufficiale di polizia giudiziaria che avevo ai tempi di Mani Pulite e altri due sottoufficiali della finanza. Infatti in quei due anni scandali non ci sono stati.

E a Renzi che vuole dire?
Renzi dovrebbe decidersi tra i tanti decreti legge a farne uno di anti-corruzione. E soprattutto non condivido neanche la proposta con cui se ne è uscito ieri il mio amico Cantone secondo cui si dovrebbe riformare la Severino: prima combattiamo il crimine poi, magari, si parla di modificare la parte che riguarda chi è condannato in primo grado. Non mi pare sia questa l’urgenza.

- DA : http://www.antoniodipietro.it/2015/03/tangenti-su-tav-ed-expo-vi-racconto-io-chi-e-incalza#sthash.8i9qdrE7.dpuf

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venerdì 17 gennaio 2014

SABINA GUZZANTI E LE TANGENTI DELL'AQUILA


SABINA GUZZANTI E LE TANGENTI DELL'AQUILA

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"La protezione civile era diventata un mostro che distribuiva fondi pubblici senza alcun controllo.
 All'Aquila insieme a Berlusconi ha sospeso la democrazia: è stato tutto deciso per ordinanze, senza gare d'appalto, costruendo 19 immensi quartieri su zone paludose e senza servizi, una mostruosa speculazione edilizia"

Draquila : Film , L'Italia Che Trema
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Il terremoto dell'Aquila è stata una mano santa per tutti: palazzinari, mezzi d'informazione, politicanti, pseudo salvatori della patria, intellettuali. E così, quando anche George Clooney ha fatto la sua comparsa in città Sabina Guzzanti ha deciso di partire anche lei.
Sabina Guzzanti denuncia a Servizio Pubblico il sistema di corruzione che ha bloccato e continua a bloccare la ricostruzione dell’Aquila .

“La protezione civile era diventata un mostro che distribuiva fondi pubblici senza alcun controllo. All’Aquila insieme a Berlusconi ha sospeso la democrazia: è stato tutto deciso per ordinanze, senza gare d’appalto, costruendo 19 immensi quartieri su zone paludose e senza servizi, una mostruosa speculazione edilizia”.

“La democrazia da noi non è mai stata sperimentata. Manca, e quindi rubano tutti. Gli sciacalli non sono né di destra né di sinistra. Nessuno ruba per finanziare una rivoluzione, sono sciacalli perché non c’è nessun sistema di controllo”.

“Il terremoto dell’Emilia è gestito nella stessa maniera dell’Aquila. Qui la corruzione era ovunque, dalle panchine ai bagni chimici, costati 34 milioni di euro, più delle tendopoli che hanno accolto sfollati per 8 mesi. C’è una squadra che ormai è per ‘Il terremoto amico, che culo il terremoto”.

Sandro Ruotolo ha intervistato l’ex assessore alle opere pubbliche dell’Aquila Ermanno Lisi, geometra, titolare di uno studio privato assieme all’architetto Pio Ciccone. In un’intercettazione telefonica con il socio emergono queste parole:

“Abbiamo avuto il culo del terremoto, se non fai soldi adesso quando li fai, io sto cercando di prendere 160 case” il bilancio fu di 309 morti, migliaia di sfollati e un centro storico distrutto.

Massimo Cialente si è dimesso da sindaco dell’Aquila per lo scandalo che ha travolto il suo vice, Roberto Riga, sospettato di aver ricevuto una tangente da 10 mila euro:

“Il problema che mi uccide è che l’Italia pensi che l’Aquila è la città del malaffare. Il mio vicesindaco se è colpevole e l’incontro per strada da privato cittadino lo ammazzo di botte”.


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lunedì 22 ottobre 2012

I VERI effetti della legge PRO-Corruzione


I VERI effetti della legge PRO-Corruzione di Monti?
Ve li spiega lapidariamenteTravaglio:

"Gentili presidente Monti e ministra Severino, chi vi scrive è un tangentista. Niente di speciale, per carità: un tangentista medio, come ce ne sono tanti, che tira avanti come può. Una mazzetta oggi, una domani. Una volta le toghe rosse mi han beccato mentre incassavo una mazzetta come assessore comunale

e mi han costretto a patteggiare 5 anni per corruzione e concussione, sebbene io – su consiglio del mio avvocato, che è anche deputato – mi proclamassi innocente.
Impugnai il mio patteggiamento in Cassazione, sperando nella prescrizione, ma quei giudici infami me lo confermarono proprio in extremis.
 
 Fortuna che i miei reati (anzi, presunti reati) li avevo commessi prima del 2006, così beneficiai di 3 anni di sconto grazie all’indulto sinistra-destra. Mi rimasero 2 anni, che scontai comodamente in libertà senza passare dal carcere: il giudice mi affidò ai servizi sociali (una visitina ogni tanto a una comunità di ex tossici, che appena mi vedevano ricominciavano a drogarsi), perché diceva che dovevo reinserirmi nella società, anche se io mi sentivo già abbastanza inserito.
Appena la mia condanna finì sui giornali, il presidente B. mi notò e mi invitò ad Arcore per propormi una candidatura alle elezioni del 2008: gli si era liberato un posto nella quota condannati, non potendo rippresentare Previti per l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Accettai e fui eletto deputato. Il mio nome era, ovviamente, nei primi posti della lista bloccata, in cambio di una bella sommetta, frutto delle mie vecchie refurtive, e di un certo numero di voti che avevo acquistato da un boss della ‘ndrangheta conosciuto casualmente in Regione Lombardia.
A Montecitorio, oltre al mio avvocato, incontrai un sacco di colleghi tangentari. Un’allegra rimpatriata. Pensavo di restare lì una ventina d’anni, come si usa, poi purtroppo iniziò a soffiare questo brutto vento di antipolitica. Non vi dico la mia angoscia quando si cominciò a parlare della vostra legge anticorruzione. Già il nome era decisamente brutto e maleaugurante. E poi la sostanza: si parlava di lotta a corrotti, concussori, compratori di voti, riciclatori di mazzette, evasori fiscali, falsificatori di bilanci. C’era addirittura un giornale che raccoglieva firme per spingere. Chissà che mi credevo, non ci ho dormito due notti. Poi il mio avvocato mi ha preso da una parte: “Tranquillo, questa legge la puoi votare anche tu”. E io: “Ma poi devo smettere di fare quel che ho sempre fatto”. E lui: “No, fidati, puoi continuare come e più di prima. Anzi, nessuno se ne accorgerà più, perché adesso abbiamo la legge anticorruzione e il governo degli onesti”.
 
Non ci volevo credere, poi ho controllato: mi son letto bene la legge e ho scoperto che aveva ragione lui. Gl’imprenditori che mi pagano tangenti potranno seguitare a FALSIFICARE I BILANCI e ad accumulare fondi neri senza pagarci le tasse. Io, come peraltro ho sempre fatto, dovrò solo stare attento a chiedergli le mazzette gentilmente, senza puntargli il coltello alla gola: così è CONCUSSIONE PER INDUZIONE, che d’ora in poi sarà addirittura un REATO MINORE, punito non più fino a 12 anni, ma fino a 8, così la PRESCRIZIONE scatta non più in 15 anni, ma in 10 anni (fosse stato così anche prima, mi sarei risparmiato il patteggiamento).
Le mazzette dovrò seguitare a reinvestirmele da solo, tanto l’AUTORICICLAGGIO continua a non essere reato. E, quando compro voti dal boss, devo stare attento a non pagarli in denaro, ma in favori, così il reato di voto di scambio non scatta. Ecco, signor presidente e signora ministra: io volevo semplicemente RINGRAZIARVI:
mi avevate tanto spaventato, ma poi ho capito che era tutto uno scherzo. Se la lotta alla corruzione è la vostra, ci sto anch’io. Sapete che già mi sento un po ’ tecnico anch'io?"


di Marco Travaglio, da Il Fatto Quotidiano



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sabato 28 gennaio 2012

Formigoni, Mazzette, cosche mafiose e tangenti.



Formigoni, il cerchio si stringe

 Ecco i dossier in arrivo dalla Svizzera. 

Mazzette, cosche mafiose e tangenti.


Massimo Ponzoni, consigliere e sottosegretario regionale Pdl, straordinario collettore di voti per "il grande capo Formigoni" in Brianza, già assessore lombardo all'Ambiente e alla Protezione civile: arrestato dai magistrati di Monza per una valanga di tangenti urbanistiche e per due bancarotte immobiliari, con imprese svuotate per finanziare le campagne elettorali. Franco Nicoli Cristiani, ras del Pdl a Brescia, consigliere regionale e assessore all'Ecologia nelle prime giunte Formigoni: incarcerato dai giudici di Brescia e Milano subito dopo aver intascato una mazzetta di 100 mila euro (e ne aspettava altri 100 mila) per autorizzare una discarica fuorilegge di scorie d'amianto. Pierangelo Daccò, imprenditore-faccendiere internazionale di stretta osservanza ciellina, proprietario dello yacht di una delle tante vacanze gratuite del governatore lombardo: arrestato da altri magistrati milanesi per traffici milionari di fondi neri, prelevati dalle casse dell'indebitatissimo ospedale San Raffaele.

Tre nomi, tre inchieste che marcano solo alcuni dei passaggi più recenti delle tempeste giudiziarie che da mesi scuotono i vertici della Regione Lombardia. Imbullonato dal 1995 alla poltrona di presidente, Roberto Formigoni da Lecco, 64 anni, oggi è un politico assediato dagli scandali. Se n'è accorto anche Umberto Bossi ("Ormai ne arrestano uno al giorno") che ha rumorosamente minacciato di togliere l'appoggio della Lega e far crollare la giunta. A rischio di scatenare un regolamento di conti nel centrodestra in tutto il Nord. Forte del potere garantito dalla poderosa macchina del consenso targata Comunione e liberazione, il "celeste" governatore resta trincerato in cima al grattacielo più alto della metropoli (si è fatto costruire un apposito Pirellone-bis, naturalmente con soldi pubblici), ma mostra tutto il suo nervosismo gridando al complotto di inesistenti giudici comunisti, gli stessi che avevano chiesto il carcere per il suo sfidante di sinistra Filippo Penati. E per la prima volta dichiara che potrebbe non ripresentarsi nel 2015, con la malcelata speranza di ricompattare la sua base, superare la bufera e puntare su Roma. Gli scandali però si moltiplicano. Dalla sanità alle grandi opere, dai rifiuti alla mafia. Gli sviluppi delle tante inchieste aperte restano imprevedibili. E un colpo di scena inatteso, che "l'Espresso" è in grado di rivelare, arriva dalla Svizzera.

Pochi giorni fa i giudici elvetici hanno trasmesso ai pm milanesi nuovi documenti bancari, che sembrano quasi la fotografia di un peccato originale. Un sistema di conti esteri che per almeno un decennio, quello dell'ascesa e consacrazione del governatore lombardo, ha nascosto e custodito un fiume sotterraneo di finanziamenti che irrorava una specie di cupola di Cl. Soldi versati segretamente da aziende del gruppo Finmeccanica, compresa l'ormai famosa Selex (già Alenia), e dai petrolieri italiani coinvolti nello scandalo Oil for food. Ora le carte documentano che il conto più importante era gestito da due tesorieri ciellini. Almeno uno di loro, negli stessi anni, viveva vicino a Formigoni. Molto vicino. Praticamente sotto lo stesso tetto.

Via Dino Villani è una strada a gomito tra il centro e la periferia nord di Milano, a cinque minuti di macchina dalla Regione. L'immobile con le finiture più ricche è un palazzo a forma di "L", protetto da un alto muro di cinta che lascia intravedere solo il parco e i comignoli dei camini. "C'era anche una piscina", racconta un vicino. Ma chi è il proprietario? E chi ci vive? A rispondere è un ex custode: "Era di Ligresti. Poi è diventato la villa del presidente Formigoni, che ha abitato qui per molti anni. Ora l'immobile è stato ristrutturato e diviso in appartamenti messi in vendita".

Le visure catastali documentano che il palazzo era ed è tuttora di proprietà dell'Immobiliare Costruzioni (Im.co), la scatola edilizia della famiglia Ligresti. La ristrutturazione, stando ai ricordi dei vicini, sarebbe partita poco dopo i primi articoli di stampa sul ruolo di tre amici di Formigoni nello scandalo Oil for food.

Finora si sapeva che gli assessori ciellini all'urbanistica milanese, da Maurizio Lupi in poi, facevano il possibile per aiutare i maxi-progetti del costruttore siciliano, che da re del mattone è nel frattempo diventato imperatore dei debiti. Ma si ignorava che negli stessi anni Formigoni in persona fosse, nella migliore delle ipotesi, inquilino di Ligresti. Visti gli autorevoli precedenti di Scajola e Tremonti, però, non si può escludere che lo fosse a sua insaputa. Anche perché quel palazzo non ospitava solo lui: almeno fino all'autunno 2006, quella era una casa-comunità dei Memores Domini, l'associazione che organizza i ciellini più devoti, quelli che convivono in gruppi chiusi che ricordano i "numerari" dell'Opus Dei o i "sigilli" di don Verzè.

Insieme a Formigoni, allo stesso indirizzo di via Villani 4 ha vissuto per anni Alberto Perego, un fiscalista milanese degli studi Sciumè e Interfield. Lo dichiara lui stesso, il 13 ottobre 2006, deponendo in procura come testimone nell'inchiesta Oil for food. Il pm gli chiede se per caso è lui a essersi intestato, per conto dei Memores, un deposito svizzero chiamato Paiolo: è il forziere dove tra il 1994 e il 2004 sono finiti, tra l'altro, 829 mila dollari versati dalle industrie militari del gruppo Finmeccanica. Perego conferma di far parte dei Memores, spiega che nella casa-comunità di Formigoni viveva anche il suo segretario Fabrizio Rota, ma smentisce qualsiasi pasticcio elvetico: "Non ho mai avuto conti esteri né alcun rapporto con Finmeccanica". Il pm Alfredo Robledo, sulla base di altri documenti e testimonianze, lo indaga per falsa testimonianza. Ora sta per aprirsi il processo. E la Svizzera, il 12 gennaio scorso, ha finalmente trasmesso il documento ufficiale con i nomi dei beneficiari del conto Paiolo, aperto nel lontano 1991, prima di Tangentopoli, alla Bsi di Chiasso.

Il primo titolare è proprio Alberto Perego. Ma la vera sorpresa è che il conto Paiolo, quello che ha custodito fino al 2004 i soldi di Finmeccanica poi travasati verso ignote destinazioni, ha anche un secondo contitolare. Un altro tesoriere occulto di Cl, secondo l'accusa. Che almeno per ora resta senza identità: le autorità svizzere hanno cancellato il suo nome dalle carte. E la procura di Milano non ha fatto una piega, perché rientra nelle regole del gioco: è il segno che si tratta di una persona che finora non è mai emersa nelle indagini italiane. Per cui ha diritto di restare protetta dal segreto bancario svizzero. Morale: nella saga dei conti esteri dell'aristocrazia ciellina, spunta un nuovo mister X delle tangenti bianche.Sul governatore assediato, però, incombono emergenze giudiziarie più gravi del processo all'amico Perego, destinato a quasi sicura prescrizione.

Non a caso Formigoni, mentre è costretto a contare i suoi ex assessori arrestati (compreso Piergianni Prosperini, già condannato), ora ammette addirittura che forse fu "un errore" ricandidare Nicoli Cristiani, un berlusconiano sceso a patti con Cl senza farne parte, o Ponzoni, che però faceva comodo come recordman delle preferenze, tanto da riconquistare un posto in lista nel 2010, quando era già notoriamente indagato (oltre che intercettato con i suoi amici imprenditori della 'ndrangheta). Il governatore però non parla mai di mariuoli, mele marce o traditori. E non solo perché sa che molti degli attuali detenuti politici erano generosi anche con lui.

Come dimostrano le foto, scoperte da "l'Espresso", di Formigoni in costume da bagno sullo yacht di Daccò. O la testimonianza dell'imprenditore pentito che, per comprare "al presidente" un regalo da 12 mila euro, giura di essersi fatto accompagnare in gioielleria dal suo portaborse, in compagnia di Ponzoni.

Il problema più grave, come osserva Bossi con il consueto garbo, è che la lista degli indagati e arrestati continua ad allungarsi. E oltre ai personaggi più in vista comprende molti altri nomi di sicura obbedienza ciellina.

Qualche esempio? Antonino Brambilla, nominato assessore della Provincia di Monza nonostante la condanna definitiva di Tangentopoli (mazzette sui rifiuti ai tempi dell'emergenza discariche a Milano), è stato appena riarrestato come presunto complice di Ponzoni. Il vicedirettore dell'Arpa, l'agenzia regionale deputata a difendere i lombardi dagli inquinatori, dopo le manette sta vuotando il sacco sulle tangenti all'amianto di Nicoli Cristiani. Antonio Chiriaco, manager calabrese di cliniche lombarde, promosso direttore sanitario della ricchissima Asl di Pavia con nomina "fiduciaria" della giunta Formigoni, è in galera dal 2010 non per concorso esterno, ma come mafioso organico della 'ndrangheta. Rosanna Gariboldi, assessore del Pdl pavese fino al giorno dell'arresto e moglie del parlamentare Giancarlo Abelli, uno dei più potenti alleati del governatore, è stata già condannata a due anni di reclusione: riciclava sul suo conto a Montecarlo i fondi neri di Giuseppe Grossi, il re degli inceneritori targati centrodestra, scomparso per malattia mentre era indagato per colossali disinquinamenti-fantasma, con frodi fiscali e corruzioni da Milano a Sesto.

Ognuna di queste inchieste potrebbe far partire un effetto-valanga. E a questo punto molti altri imprenditori agganciati alla Compagnia delle Opere, il carro economico di Cl, ora temono le manette per tangenti ambientali o edilizie. Costruttori, disinquinatori e asfaltatori sono terrorizzati dalla scoperta che nelle inchieste sull'urbanistica regionale c'è almeno un pentito con i verbali coperti da "omissis". Mentre i fornitori sanitari sono impressionati dal vortice di fatture false, fondi neri e spese pazze emerso sullo sfondo delle rovine del San Raffaele, l'ospedale che per Formigoni era "il fiore all'occhiello della sanità lombarda". E che in realtà ha accumulato un passivo - scoperto solo dopo il suicidio del manager Mario Cal - di un miliardo e mezzo di euro. Anche se incassava la bellezza di 600 milioni all'anno di rimborsi sanitari pubblici, per tre quarti garantiti dagli amici ciellini della Regione Lombardia.

Va sottolineato che Formigoni in passato è sempre stato assolto e allo stato non risulta neppure indagato. Il suo nome però continua a ripetersi anche nelle indagini più spinose. Un esempio? Pierluca Locatelli, l'imprenditore che ha corrotto Nicoli Cristiani, nel novembre scorso cercava una raccomandazione per i primi maxi-appalti dell'Expo 2015. Intercettato, ne parla con un funzionario corrotto. Che gli riferisce di aver interessato "Paolo Alli", il sottosegretario ciellino che sta diventando il braccio destro di Formigoni. E com'è andata? "Il presidente ha dato l'ok", assicura il funzionario corrotto dell'Arpa. Per adesso sono soltanto parole. Intercettazioni che attendono riscontri. Ma in Regione Lombardia, dopo vent'anni di affari in libertà, con la crisi sembrano tornati i tempi di Mani Pulite.

fonte L'Espresso

LEGGI ANKE
http://cipiri.blogspot.com/2012/01/formigoni-dimissioni-e-subito-al-voto.html

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