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venerdì 1 gennaio 2016

Il 27-12-1947 Veniva Promulgata la Costituzione della Repubblica italiana




Il 27 dicembre 1947 veniva promulgata la nostra Costituzione.
C'era una volta la Costituzione della Repubblica italiana.
Disegnava uno stato democratico,in cui i cittadini hanno il diritto di governare, e gli strumenti per farlo.Diceva che compito della Repubblica è di realizzare la giustizia sociale nei fatti,e non solo nei principi.Per tanti aspetti ,quella Costituzione non è stata applicata Per impedirne l'attuazione,è stato costruito uno Stato parallelo.E ora c'è chi vuole fare un'altra Costituzione,più adatta ad esso.In questo libro c'è il testo,la storia,i propositi di chi l'ha fatta.E c'è una spiegazione chiara delle novità straordinarie che in essa sono state introdotte.


27 dicembre 1947: il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola promulga la Costituzione Italiana che l’Assemblea Costituente aveva approvato cinque giorni prima
27 dicembre 1947: sono passati più di due anni dal giorno che vide la liberazione di Milano e Torino da parte dei partigiani e l’annuncio della fine della Repubblica di Salò da parte dello stesso Benito Mussolini; appena undici giorni invece dalla riunione in Comitato segreto dell’Assemblea Costituente in cui era stata fissata l’indennità parlamentare mensile per ogni onorevole in 45.000 lire. Come si legge in molti siti web, a quel tempo “la paga di un operaio è di circa 20.000 lire, quella di un impiegato circa 30.000, la Domenica del Corriere costa 12 lire, un giornale 10 lire, un chilo di zucchero 300 lire, di carne 2000”. Il 22 dicembre, 5 giorni prima, la Carta Costituzionale era stata approvata con 453 sì e 62 no.


Il 27 dicembre è una data storica: il Capo dello Stato provvisorio Enrico De Nicola appone la propria firma e promulga la nuova Carta Costituzionale della Repubblica Italiana. Il testo sarà pubblicato il giorno dopo, il 28 dicembre, in un numero speciale della “Gazzetta Ufficiale” ed entrerà in vigore il 1° gennaio 1948. Ma perché è così importante la nostra Costituzione? Potremmo citare le abusate parole di Piero Calamandrei, uno dei padri fondatori della patria (“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”) per ricordare il sangue versato affinché il nostro stato venisse finalmente riconosciuto libero ed unitario. Ma non vogliamo fare della facile retorica. La Costituzione Italiana è importante, più semplicemente, perché è la legge fondamentale dello Stato Italiano, quella a cui si devono uniformare tutte le leggi approvate dal Parlamento, è il vertice nella gerarchia delle fonti di diritto. Perciò, tutte le leggi e le regole che governano il nostro lavoro, la nostra vita e i nostri diritti devono essere in linea con i suoi principi. E, nel leggerla, ci si rende conto di quanta strada ci sia ancora da fare per renderla effettiva.


Ma torniamo alla sua storia: dopo la cessazione delle ostilità del secondo conflitto mondiale, era stato indetto il referendum per la scelta fra repubblica e monarchia (2 giugno 1946) e gli italiani avevano scelto a maggioranza la Repubblica (54% dei voti); dopo sei anni dall’inizio della seconda guerra mondiale e venti anni dall’inizio della dittatura fascista, il 2 giugno 1946, si svolse contemporaneamente al referendum istituzionale l’elezione dell’Assemblea Costituente: l’Assemblea fu eletta con un sistema proporzionale e furono assegnati 556 seggi, distribuiti in 31 collegi elettorali. Fu proprio in questo momento che i partiti del Comitato di liberazione nazionale cessarono di essere uguali e si poté constatare la loro rappresentatività. Tre i partiti più importanti: la Democrazia Cristiana, che ottenne il 35,2% dei voti e 207 seggi; il Partito socialista, 20,7% dei voti e 115 seggi; il Partito comunista, 18,9% e 104 seggi. La tradizione liberale (riunita nella coalizione Unione Democratica Nazionale), protagonista della politica italiana nel periodo precedente la dittatura fascista, ottenne 41 deputati, con quindi il 6,8% dei consensi; a seguire il Partito repubblicano, il Partito d’Azione, l’Uomo qualunque.

Nelle linee guida della Carta è ben visibile la tendenza al compromesso dialettico tra le diverse forze politiche presenti in Costituente ed è evidente come esse siano all’avanguardia in merito alle categorie dei diritti contemplati e tutelati: nei “Principi fondamentali”, che vengono posti nei primi 12 articoli, sono evidenti la tradizione liberale e giusnaturalista (articolo 2, “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, intesi come diritti naturali e preesistenti allo Stato”); quella laica (si vedano il principio personalista, di cui all’articolo 2 e il principio di uguaglianza dell’articolo); quella pluralista (viene tutelato infatti il pluralismo delle formazioni sociali, degli enti politici territoriali, delle minoranze linguistiche, delle confessioni religiose, delle associazioni, di idee ed espressioni, della cultura, delle scuole, delle istituzioni universitarie e di alta cultura, dei sindacati e dei partiti politici); quella socialista (il pieno sviluppo dell’individuo può avvenire solo con quello di tutte le organizzazioni intermedie che concorrono alla sua formazione e alla sua crescita: per questo anche le formazioni sociali meritano un ambito di tutela loro proprio); quella marxista (il lavoro non è considerato un mero rapporto economico ma è valore sociale che nobilita l’uomo e non è solo un diritto ma anche un dovere che eleva il singolo: nello stato liberale la proprietà aveva più importanza, il lavoro ne aveva meno); quella solidaristica (lo Stato ha il compito di aiutare le associazioni e le famiglie, attraverso la solidarietà politica, economica e sociale, vedi art. 3 II comma e art.2) quella autonomista (viene assicurata alle collettività territoriali come Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni una forte autonomia dallo Stato, grazie alla quale i cittadini sono in grado di partecipare più da vicino e con maggiore incisività alla vita politica); quella internazionalista (l’ordinamento italiano si conforma infatti alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute) e quella pacifista (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” accettando una “limitazione alla propria sovranità nell’intento di promuovere gli organismi internazionali per assicurare il mantenimento della pace e della giustizia fra le Nazioni”).

Come si legge su Wikipedia: “Da una prima lettura di questi principi traspare la volontà del Costituente, che aveva vissuto la tragica esperienza dell’oppressione nazi-fascista e della guerra di liberazione, di prendere le distanze non solo dal regime fascista, ma anche dal precedente modello di Stato liberale, le cui contraddizioni e incertezze avevano consentito l’instaurazione della dittatura”. Il modello di organizzazione statale tracciato dai padri costituenti è quello dello Stato sociale di diritto che si fa carico di intervenire nella società e nell’economia affinché siano garantite uguali libertà e dignità a tutti i cittadini. La Costituzione è composta da 139 articoli e dai relativi commi suddivisi in quattro sezioni: principi fondamentali (articoli 1-12); parte prima: “Diritti e Doveri dei cittadini” (articoli 13-54); parte seconda: “Ordinamento della Repubblica” (articoli 55-139); disposizioni transitorie e finali (disposizioni I-XVIII). Sorta dalla ceneri del ventennio fascista e dalle distruzioni fisiche e morali della seconda guerra mondiale, la Costituzione Italiana rappresentò un momento fondamentale di unità e condivisione. Non a caso si caratterizza come mezzo di compromesso: un parlamentarismo forte, per i padri costituente, 
sarebbe stato il metodo più efficace per impedire la rinascita di governi autoritari.

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domenica 1 febbraio 2015

1° Febbraio 1945 : Voto alle Donne in Italia



 VOTO ALLE DONNE IN ITALIA

All'inizio del 900 si verificarono importanti cambiamenti dal punto di vista elettorale in Italia: si iniziò prima con una  richiesta sempre più pressante per l’allargamento del diritto di voto per arrivare poi all' introduzione del suffragio universale maschile e finalmente al diritto di voto per le donne nel 1946.
Ci furono diverse, significative tappe  in questo lungo e difficile cammino, ma il mondo intero in quegli anni mostrava segni di profondi cambiamenti in tal senso. Sulla spinta dei movimenti emancipazionisti, infatti, avvengono le prime concessioni di voto alle donne: nel Wyoming nel 1869, in Nuova Zelanda nel 1893, in Norvegia e Finlandia nel 1901.
In Italia invece, ne viene nuovamente affermata l’esclusione con la legge elettorale del 1895 che, se da una parte allargava il diritto di voto a tutti i cittadini in grado di leggere e scrivere, dall’altra vietava espressamente la partecipazione femminile.


Un primo passo verso il riconoscimento dell'uguaglianza civile avvenne nel 1912 quando il Parlamento italiano discusse e approvò una nuova legge elettorale per modificare i criteri di accesso al voto: questa legge è  ricordata come quella che istituì in Italia il suffragio universale, anche se le donne continuavano ad esserne escluse. In quegli anni, infatti, avevano diritto di voto solo gli uomini che avevano frequentato il corso di istruzione obbligatorio e coloro che avevano prestato servizio nell’esercito, nella marina e negli altri corpi armati


Nel 1925 arriva in Senato una legge che concede il voto alle donne con la limitazione di poter esercitare tale diritto nelle sole consultazioni amministrative. Oltre a questa vi erano altre importanti limitazioni: potevano votare solo le donne che avessero compiuto 25 anni e che fossero state decorate di medaglie; che fossero madri o vedove di caduti di guerra; che avessero compiuto gli studi elementari e che pagassero almeno 100 lire di tasse comunali

Da allora la battaglia per i diritti politici continuò fino alle due date fondamentali che decretano  l’emancipazione delle donne come cittadine: il 1° febbraio 1945 e il 2 giugno 1946: nel febbraio del '45 il secondo governo Bonomi vota all’unanimità il diritto  di voto alle donne e il 2 giugno dell'anno dopo le donne fanno il loro ingresso ufficiale nella vita politica italiana.


IL 1° FEBBRAIO DEL 1945 VIENE RICONOSCIUTO, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA, IL DIRITTO DI VOTO ALLE DONNE


Pochi mesi prima della conclusione del secondo conflitto mondiale, il secondo governo Bonomi – su proposta di Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi – introduceva in Italia il suffragio universale, con Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, “Estensione alle donne del diritto di voto”.


A 154 anni dalla “Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” firmata da Olympe de Gouges che purtroppo le valse – nel 1793 – la ghigliottina, in Italia finalmente le donne si poterono recare alle urne.

Una prima volta che assunse una valenza ancor maggiore poiché avvenne in occasione del Referendum del 2 giugno 1946 in cui gli italiani furono chiamati a scegliere fra Monarchia e Repubblica.

Si trattava di un diritto riconosciuto tardivamente nel panorama occidentale; non solo, ma si trattava, in un certo senso, di un diritto “concesso”.

La struttura del decreto era la seguente:

l’art. 1 ne sanciva l’esercizio alle condizioni previste dalla legge elettorale..;

l’art. 2 ordinava la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili;

l’art. 3 stabiliva che, alle categorie escluse dal diritto di voto, dovevano aggiungersi le donne indicate nell’art. 354 ,..ovvero le prostitute schedate che esercitavano “il meretricio fuori dei locali autorizzati“.

Il Decreto n. 74 “Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente“, sanciva – un anno più tardi – la loro eleggibilità.

Le Donne italiane votarono effettivamente per la prima volta in occasione delle elezioni amministrative di marzo – aprile 1946 e del succesivo Referendum Repubblica-Monarchia del 2 giugno.


La Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi, ma di fatto restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e nel Codice Penale.

Ad onor del vero, in Italia, le donne potevano gia votare – solo per le amministrative – sin dal 1924. Benito Mussolini sulla carta le aveva riconosciuto il diritto di voto al fine di dimostrare che non temeva l’elettorato femminile, anzi.

Fu però solo un atto di pura demagogia, in quanto la dittatura aveva già deciso la proibizione di qualsiasi elezione per comuni e province, sostituendoli con i podestà ed i governatori.

n Francia, tale decisione venne presa con qualche mese di anticipo, per l’esattezza il 21 aprile del 1944, ma con essa anche la possibilità alle donne di essere elette.

Ma facendo un passo indietro, questo passo segnò il definitivo ingresso della donna come punto di riferimento nella società di allora? La risposta è no.

Il diritto di voto non garantì un diritto di cittadinanza consolidato.

Sul lavoro il cammino fu molto più arduo, attraverso un percorso di emancipazione che arrivò almeno fino al 1963, quando entrarono nella magistratura prendendo possesso di ogni tipo di carica.

Fino ad allora le donne si accontentarono di ruoli “scartati” dall’uomo. Accrebbe sicuramente il numero di insegnanti nelle scuole, a conferma della qualità e della necessità di una formazione al femminile per i propri figli.

Il diritto di voto resterà una pura formalità fino a quando le strutture politiche non saranno popolate da donne libere

Una donna può – anzi deve – essere ambiziosa, cosa diversa dall’esser competitiva. L’ambizione significa dire “so che sarei capace di…” e uscire dalla corazza di timidezza che inibisce ogni passo avanti.

Le donne non sono nate né per essere modeste, né per essere sottomesse.È non elemosinare il diritto.

Non è sufficiente il diritto di voto per sbloccare le libertà sociali.

A titolo di esempio servono due occhi per vedere la profondità del mondo in cui viviamo. Con un occhio solo il mondo viene percepito piatto. Lo stesso per quello che udiamo: con un orecchio solo non si percepisce da dove proviene la voce, anche in questo caso il suono si appiattisce.

Fonti:

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