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sabato 20 luglio 2019

Francesco Saverio Borrelli, addio al capo del pool Mani Pulite

Francesco Saverio Borrelli, addio al capo del pool Mani Pulite



Poi la battaglia contro le leggi-vergogna di Berlusconi: “Resistere, resistere, resistere...”

Napoletano, appassionato di lirica, era entrato in magistratura nel luglio 1955 legando la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, aveva svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999




“Resistere, resistere, resistere come su un’ultima, irrinunciabile linea del Piave”. Era il 12 gennaio 2002, il Procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli, morto oggi a Milano all’età di 89 anni, inaugurava così il suo ultimo anno giudiziario, prima di andare in pensione. Erano passati dieci anni dall’inizio dell’inchiesta Mani pulite, che da procuratore capo aveva sostenuto, e sei mesi dal giuramento del secondo governo di Silvio Berlusconi, che alle elezioni, con la Casa delle libertà, aveva sfiorato il 50% dei voti (49,56% alla Camera). Entrato in magistratura nel luglio 1955, ha legato la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, aveva svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.

Il regista del pool di Mani pulite – Il primo processo importante per Borrelli fu stato quello sull’omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è  legato alla stagione di Tangentopoli: è il regista del pool formato da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D’ambrosio. Al sanguigno Di Pietro affianca prima l’intellettuale Colombo e poi il “dottor sottile” Davigo, sotto il coordinamento di Gerardo D’Ambrosio. Una squadra arricchita da Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese. Pur essendo inizialmente scettico sulla possibilità che l’inchiesta potesse andare molto oltre un semplice processo a Mario Chiesa per la tangente incassata come presidente del Pio Albergo Trivulzio, il procuratore formò una vera e proprio squadra d’attacco.

L’inchiesta, invece, si allargherà e, soprattutto, salirà di livello: tra gli imputati eccellenti Bettino Craxi, Arnaldo Forlani, Silvio Berlusconi, quest’ultimo raggiunto nel 1994 dal celebre invito a comparire mentre, presidente del consiglio in carica, presiedeva un vertice Onu a Napoli. Del pool Borrelli condividerà anche l’accusa immancabile di essere una “toga rossa“. Per la cronaca, aveva aderito a Magistratura democratica degli albori, nei lontani anni Sessanta, ma l’aveva rapidamente abbandonata, respinto da posizioni che giudicava estremiste. Ultima scelta politica conosciuta del magistrato che si definiva “liberale crociano”, il sostegno pubblico a Walter Veltroni per le primarie del Pd del 2007, quando ormai la toga era appesa al chiodo da anni. L’anno prima, Guido Rossi lo aveva chiamato al vertice dell’ufficio inchieste della Figc, ma l’avventura fu breve. A marzo del 2007 divenne presidente del Conservatorio di Milano.

L’appello contro le “leggi vergogna” – L’appello del 2002 del magistrato cadeva in un momento di scontro feroce fra magistratura e politica. L’ondata di consenso popolare verso le toghe milanesi si era esaurita da un pezzo e i partiti ne avevano approfittato per innescare un moto contrario: la normalizzazione a colpi di leggi che minavano i processi per corruzione (condivise dalle precedenti maggioranze di centrosinistra). Il patron della Fininvest asceso a Palazzo Chigi si preparava ad aprire la stagione delle “leggi vergogna”, o “ad personam”, e annunciava riforme della giustizia pensate per mettere il freno alle toghe. Intanto il suo governo aveva varato un provvedimento che riduceva la scorta ad alcuni magistrati impegnati in processi su mafia e corruzione. In quel clima, alla cerimonia a Palazzo di giustizia i magistrati, che si erano presentati in toga nera in segno di protesta, applaudirono fragorosamente all’esortazione di Borrelli. I rappresentanti di Forza Italia, fra i quali Fabrizio Cicchitto, abbandonarono la sala per protesta. “Non era certo un invito ai colleghi, ma alla cittadinanza, alla collettività”, dirà anni più tardi in un’intervista (in Mani pulite, di Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Marco Travaglio, Chiarelettere 2012), “perché si scuota e reagisca a questo dilagante sgretolamento morale… che purtroppo coinvolge anche molti che dovrebbero dare il buon esempio dall’alto”.

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Chi sa di avere scheletri nell’armadio, si tiri indietro – Tra le dichiarazione celebri dell’ex magistrato c’è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suonava come un messaggio ai partiti: “Chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi”. A un mese dal voto viene arrestato Paolo Berlusconi; a pochi giorni dal responso delle urne vengono eseguiti alcuni ordini di custodia cautelare, tra i destinati c’è Marcello Dell’Utri. Nel novembre 1994 dalla procura di Milano parte l’avviso di garanzia a mezzo stampa per il premier Berlusconi che era una conferenza sulla criminalità.

La tesi con Calamandrei e l’amore per la lirica – Napoletano, appassionato di lirica e cavalli, Borrelli era diplomato da privatista in pianoforte e con la moglie era un habitué della Prima alla Scala. Non è un caso che la sua biografia si intitoli “Borrelli: direttore d’orchestra”. Tra le sue passioni anche la montagna. In una vecchia intervista diceva di sé: “Sono un mediocre pianista, un pessimo cavaliere, un pessimo alpinista, un dilettante di professione, ma mi piacciono tante cose che non faccio in tempo ad essere professionista in tutto”. Figlio e nipote di magistrati, Borrelli si laureò in giurisprudenza a Firenze con una tesi dal titolo “Sentimento e sentenza”, relatore il professore Piero Calamandrei. Il padre, Manlio,fu  il primo presidente della Corte d’appello di Milano, ma Borrelli non ha occupato mai quella poltrona. Sposato con Maria Laura e padre di due figli, Federica e Andrea: Ques’ultimo giudice civile a Milano.

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mercoledì 18 aprile 2012

Gherardo Colombo : c’è qualcuno che non ruba?


 Gherardo Colombo


Tangentopoli oggi sembra roba da scolaretti. Caramelline in confronto ai milioni di euro che quasi quotidianamente si scopre mancano dalle casse dei partiti. Dove tesorieri lombrosianamente inquietanti fanno sparire fiumi di denaro e nelle more del magna magna ci scappano pure spaghetti da 180 euro a piatto. Per non parlare delle inchieste per tangenti aperte in mezza Italia. C’era una volta la Procura di Milano, fulcro dell’indagine che secondo la vulgata avrebbe spazzato via un’intera classe dirigente. Invece – assolti, prescritti e riciclati – sono ancora tutti lì, comprese le mele marce del famoso cestino che, diceva Bettino Craxi, era sano. Come siamo arrivati a un’invasione di frutta avariata? Lo abbiamo chiesto a Gherardo Colombo, ex magistrato del pool di Mani pulite.
Dottor Colombo, c’è qualcuno che non ruba? I giornali sembrano un bollettino di guerra, con la Finanza che cerca nelle sedi dei partiti lingotti d’oro e diamanti, manco fossero il deposito di zio Paperone.
Mi sembra di capire ci sia una grandissima diffusione della trasgressività.
La classe politica si sente intoccabile?
Quando smisi la toga nel 2007, feci un’intervista al Corriere: dicevo già allora che a mio avviso si stava riaffacciando un senso d’impunità che caratterizzò anche la fase precedente a Mani pulite. Chiaramente scemato nel corso degli indagini di quegli anni. Ma che si è riaffermato con il susseguirsi di prescrizioni, norme che indebolivano le indagini e depenalizzavano i reati.
La responsabilità è del legislatore ?
Sicuramente. Ma la classe dirigente è in sintonia con il Paese. Abbiamo gli stessi politici da vent’anni.
Questo perché non ci sono mai state epurazioni, lo si ripete spesso.
Epurazione è una brutta parola. Ci sono molte persone oneste, ma la cultura generale vede le regole, a qualsiasi livello, come un impedimento. Siccome la legalità è un fastidio, tanti pensano di poter trasgredire.
All’epoca di Mani pulite ci furono molte polemiche sull’uso della custodia cautelare in carcere, perfino Bobbio sollevò dei dubbi. Oggi è molto meno utilizzata: questo cambia la percezione dell’opinione pubblica?
Vediamo i numeri: in oltre tre anni d’indagini abbiamo richiesto al gip circa un migliaio di custodie cautelari, più o meno trecento all’anno. Solo a Milano in 12 mesi venivano arrestate circa 7mila persone. Si disse che usavamo la misura in maniera abnorme, non era vero. Non credo che ci sia più o meno consapevolezza della gravità della situazione perché si fa meno ricorso al carcere. Io giro molto e mi sento spesso dire: “Non se ne può più”. Forse c’è più rassegnazione, mancano le manifestazioni pubbliche degli anni 90, che però io talvolta trovavo sopra le righe.
Va bene, le monetine sono sopra le righe. Ma almeno produssero un allarme, fecero pressing sulla classe politica. Il referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è figlio di quella stagione.
Secondo me anche ora i politici sono preoccupati. Però non sono in grado di prendere contromisure efficaci.
I tre leader della maggioranza extralarge sostengono che in caso di eliminazione dei rimborsi elettorali, i partiti finirebbero nelle mani delle lobby: d’accordo?
È difficile pensare che il finanziamento da parte di privati e imprese sia innocuo. Un contributo pubblico alla vita dei partiti è necessario per evitare discriminazioni. Il problema sta nell’entità: troppi, troppi soldi. E nell’utilizzo.
Per questo la gente è arrabbiata.
Sì certo, la rabbia deriva dalla constatazione di un eccesso. Però attenzione: i politici non vengono da Marte. In molti pensano: perché loro sì e io no? Gli italiani vivono ancora come se le regole della società fossero quelle antecedenti alla Costituzione: non hanno ancora capito che non sono più sudditi, ma cittadini.
Se politici e cittadini si assomigliano, come si spiega il 4 per cento di gradimento ai partiti?
Il basso gradimento dipende da quel che abbiamo appena detto. Dovessimo affidarci alla logica, la politica dovrebbe adottare misure necessarie. Ma non succede.
Come se ne esce, ammesso che si possa uscirne?
La soluzione auspicabile è sostanzialmente impraticabile: la politica dovrebbe avere il coraggio di applicare riduzioni consistenti – direi formidabili – alle spese dei partiti, oggi inaccettabili. Ma non solo la riduzione dei rimborsi elettorali, anche l’abolizione delle Province, il ridimensionamento del numero dei parlamentari, delle indennità. E un controllo, rigoroso ed efficace, della spesa pubblica. Detto questo, il problema resta educare a un diverso modo di intendere la relazione tra persone e collettività.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/gherardo-colombo-cosi-e-risorta-tangentopoli/


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