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giovedì 24 dicembre 2015

Auto Elettrica Perche' non si Usa e si Muore di SMOG


Auto Elettrica , Perche' non si Usa e si Muore di SMOG


Usare l' automobile in città , tra un semaforo e l'altro non si superano i 30 km orari.
In autostrada ci sono i limiti di velocita'.
Per le strade extraurbane ci sono i controlli Autovelox.
Quindi mi sembra inutile l' automobile a Petrolio.

Forse non tutti sanno che le automobili elettriche non sono figlie delle nuove tecnologie: esse esistono da ben prima che Tesla Motors o General Motors lanciassero i loro prototipi, vent’anni fa. Infatti prima dell’invenzione della combustione interna, diversi pionieri (e anche qualche sognatore) si sono dedicati a sviluppare quest’impresa con molta passione, qualche difficoltà e diversi successi. La mancanza di prospettiva storica porta però a non capire come siano veramente andate le cose e ad appiattire la storia dell’auto alla sola combustione a petrolio. Nelle prossime pagine cercheremo di fare chiarezza su 12 passaggi fondamentali della storia delle auto elettriche. Iniziamo scoprendo l’origine di tutto: chi realizzò il primo prototipo di auto elettrica?
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MUNDIMAGO


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venerdì 21 giugno 2013

ECOLOGIA : Cambiare o Morire


Nella foto: 
copertoni di auto lasciati sul fondo dell’Oceano Atlantico negli anni ’70 
di fronte alla città di Fort Lauderdale negli Stati Uniti .

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CAMBIARE ABITUDINI ORA

 INSIEME SI PUO'.

 PIù RACCOLTA DIFFERENZIATA,

 PIù RICICLO, 

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MENO BUSTE DI PLASTICA, PIù BUSTE RIUTILIZZABILI, 

MENO CARNE E MENO PESCE NELLA DIETA, 

PIù PRODOTTI LOCALI E DI STAGIONE, 

PIù AUTOPRODUZIONE, 

PIù ALBERI, MENO CEMENTO,

 PIù BICICLETTA E MEZZI PUBBLICI,

 MENO MACCHINA !

leggi anche
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martedì 27 novembre 2012

ILVA : la realtà del ricatto tra malattia e lavoro


Chiude Ilva Taranto, sciopero e tensione. Occupati gli uffici, Clini: 'Decreto giovedì'

Accertamenti Gdf a Bari e Roma su vecchia Aia. Sciopero proclamato da Fim, Fiom e Uilm. A Genova tolto blocco operai autostrada. Cancellieri, ordine pubblico a rischio


La realtà, la terribile realtà del ricatto tra malattia e lavoro, si riprende la scena dopo il reality democratico. Un dramma che esplode in mezzo alla densa melassa di fuffa e che mostra la noncuranza della politica verso i più basilari fondamenti della civiltà del lavoro, la sua subalternità verso i padroni delle ferriere, espressione mai tanto appropriata. E ha poca importanza che qualche protagonista delle primarie sia direttamente coinvolto: sono almeno vent'anni che tutta la politica è implicata e compromessa dentro una trama attenta al privilegio e dimentica della società nel suo insieme.
Ed è così che si è arrivati a questa realtà in cui si scopre che sono i Riva a voler chiudere, che sono interessati a tenere aperto solo se possono ignorare i fumi di morte che l'Ilva sprigiona. Ma l'arroganza e la sfrontatezza con cui mettono la spada di Brenno sulla bilancia di un potere politico gregario e convinto di doverlo essere, è stata loro permessa, concessa, persino spronata con non voler vedere, con l'aggiustare i limiti dei veleni, cedendo a un ricatto continuo che si è consumato nella totale assenza di visione sul lavoro  e volta, almeno nell'ultimo decennio, a recuperare sulla pelle degli operai e dei precari quei margini di competitività perduta con la moneta sovrana. Un servizio a cui si sono piegate in qualche caso entusiasticamente le famose "parti sociali".
Così accade che le stesse persone che ci chiedono di mourir pour l'Europe, sono gli stessi che avallano il metodo Bopal fregandosene delle relazioni industriali in vigore nel continente. Siamo europei solo quando fa comodo. E la cosa è stata evidente con la strage della Tyssen Krupp che avvenne per la mancanza di elementari misure di sicurezza che la stessa azienda non si sogna nemmeno di far mancare nei suoi stabilimenti tedeschi. L'applauso di Confindustria agli assassini delegati, insieme al silenzio della politica ha fornito un quadro significativo della situazione, lo scenario nel quale si è inserito il marchionnismo dal volto umano.
Perché loro vivono di chiacchiere, ma c'è chi ne muore.

leggi anche http://cipiri5.blogspot.it/2012/11/mai-piu-thyssenkrupp-processo-dappello.html

processo d'Appello

Mercoledì 28 novembre presso il Tribunale di Torino ha inizio il processo d'Appello ThyssenKrupp in seguito al ricorso presentato dai 6 imputati contro le condanne, da 10 a 16 anni, inflitte in primo grado per il rogo del 6 dicembre 2007 in cui persero la vita 7 compagni di lavoro.

L'impianto del ricorso si basa sul fatto che la morte dei nostri compagni di lavoro non è imputabile a mancanze o colpevolezze aziendali, peraltro ampiamente dimostrate in aula, ma alla distrazione dei ragazzi: un'accusa ignobile detta da chi,..

leggi anche : http://cipiri5.blogspot.it/2012/11/il-disastro-di-bhopal.html

Bhopal

Resti dello stabilimento di Bhopal


Il disastro di Bhopal è avvenuto nel 1984 nella città indiana di Bhopal a causa della fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), dallo stabilimento della Union Carbide India Limited (UCIL), consociata della multinazionale americana Union Carbide specializzata nella produzione di pesticidi.
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mercoledì 17 agosto 2011

Morire per il debito?





Morire per il debito?


Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…



Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamento del nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE), d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene, l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivetti produceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica e Poste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una «massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?


* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).

http://www.eurasia-rivista.org/morire-per-il-debito/10716/


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sabato 23 aprile 2011

La scuola deve morire: Tremonti al ministro Gelmini


La scuola deve morire
Intercettata una lettera riservata 
del Ministro Tremonti al ministro Gelmini



Uno scoop di UniCommon.org - Abbiamo intercettato questa missiva riservata inviata dal Ministero dell'Economia al Ministero della (pubblica?) Istruzione. La pubblichiamo oggi su questo sito, pregando tutti di diffonderla con tutti i mezzi possibili (social network, siti, mail, lettere, piccioni viaggiatori e altro). La wikileaks della scuola come al solito non dice nulla di nuovo rispetto a quanto siamo già abituati a sentire e vedere da vent'anni a questa parte, ma la pubblicazione di questa lettera riservata potrà essere sicuramente un passaggio utile per lo smascheramento delle strategie governative sulla scuola. La redazione di UniCommon.org
Ecco il testo integrale della missiva,che come potete notare, esprime senza mezzi termini quella che nei fatti è la politica, e la strategia politica, del governo sulla scuola. Nella sezione rassegna stampa trovate l'articolo su repubblica che spiega i tagli effettuati e quelli previsti, in fondo all'articolo il video della trasmissione Ballarò in cui la Gelmini dimostra di non conoscere nemmeno i tagli previsti dal suo stesso ministero.


MASSIMO RISERBO - Al Ministro dell'Istruzione
dottoressa Mariastella Gelmini

Viale trastevere 76, 00153, Roma, Italy

- breve guida per far morire un'istituzione pubblica -


Lavorare in silenzio per molti anni, trovando larghi accordi da destra a sinistra passando anche per le ali più estreme, TAGLIARE poco a poco tutte le risorse e le possibilità di miglioramento alle scuole. Farlo inizialmente senza clamore, cosìche solo i soliti noti se ne accorgano. Togliere Cent dopo cent come zio paperone nel Klondike. Non lasciare la possibilità di iniziativa alle scuole, mascherando una riverticalizzazione amministrativa con il nome di “autonomia scolastica”. Cambiare il nome alle cose, creando spaesamento tra tutti coloro che da anni lavorano nell'educazione pubblica: così il Preside diventa magicamente il Dirigente scolastico, la programmazione si trasforma in POF e si riorganizza in portfolio, il bidello si ristruttura in collaboratore scolastico, i voti si contano in crediti, e per concludere nel migliore dei modi gli studenti finalmente saranno utenti.


Dopo anni di lavoro sotterraneo, di logoramento di qualsiasi voce fuori dal coro, si parte con l'attacco frontale. TAGLI a gran voce rivendicati come una necessità per il bene comune, distruzione di qualsiasi idea che non sia strettamente la lezione frontale: gite, corsi di lingua, laboratori, attività extrascolastiche, non deve accadere più nulla. La scuola deve essere un luogo noioso da cui scappare il prima possibile, e un luogo di frustrazione per chi ha deciso di lavorarci!


ELIMINAZIONE di qualsiasi partecipazione nella vita della scuola: motivazione? E' un residuo del '68! E' colpa dei professori di sinistra che non permettono una normale collaborazione docente-discente! La scuola il pomeriggio deve restare chiusa, non può mica essere un covo di zecche (che si sa o diventano terroristi o tossici)!


A questo ci si può rivolgere direttamente ai cittadini, alquanto allarmati per il futuro dei loro figli...anzi ancora meglio rivolgersi direttamente alle MAMME! Care mamme – oramai consapevoli che le scuole pubbliche hanno un offerta formativa decente se al centro, tremenda se in periferia – è ora il momento di investire nell'educazione e quindi nelle scuole private, dove potrete decidere direttamente cosa verrà insegnato ai vostri figli, e soprattutto non rischieranno di finire in classi con bambini poco dediti allo studio, come figli di immigrati o magari rom.


Far dipendere direttamente il ministero dell'istruzione (nel frattempo avrete già eliminato pubblica, se non lo avrà già fatto il centro-sinistra) dall'economia, così il caro buon vecchio Giulio potrà finalmente decidere cosa fare con quei quattro spiccioli rimasti nelle casse delle scuole, ma soprattutto avrà in mano un immenso patrimonio immobiliare.


SCREDITARE studenti, professori, precari, personale ata, presidi, ex insegnanti, ricercatori, insegnanti di sostegno: NESSUNO deve poter mettere bocca sulla scuola pubblica, la scuola di tutti che quindi deve rimanere di nessuno.


E dopo gli eclatanti scoppi...continuare a tagliare qui e là come se nulla fosse...e ricominciate dal punto uno senza nessuno problema, per quante volte reputate necessario, finché solo i morti di fame rimarranno nelle scuole pubbliche e ricchi andranno nelle scuole private, i ricchi e belli all'estero, mentre Voi avrete fatto una grande piacere a Voi stessi, ai Vostri amici e al capitale finanziario.


Grazie


Giulio T.


PS: Potreste avere qualche piccolo problema durante il percorso tipo: manifestazioni, tumulti, insorgenze, come si sono viste a Roma, Londra o Atene ma non vi preoccupate Voi andate avanti, qualcuno alla fine avrà la meglio.


nota della redazione:
Ma siete così sicuri che sarete Voi?

  • Il video della Gelmini a Ballarò: il ministro non sa dei tagli imposti dal proprio ministero

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Puntata numero 300 di Ballarò del 19 aprile 2011- Figuraccia della Gelmini! - Nel corso della trasmissione, il vice segretario del Pd Enrico Letta, ha riferito che nel documento che Tremonti ha presentato a Bruxelles, c'e' scritto che negli anni 2012, 2013 e 2014 il settore dell'istruzione dara' al risanamento del nostro paese 4 miliardi e mezzo per ogni anno ...quindi altri tagli.La ministra Gelmini non ne sa nulla, impallidisce, e mentre chiede di guardare i documenti, balbetta: "Tremonti me lo avrebbe detto!".
Per fortuna arrivano in suo soccorso i suggeritori...



http://www.unicommon.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2813%3Ala-scuola-deve-morire-lettera-riservata-del-ministro-tremonti-al-ministro-gelmini&catid=85%3Acomunicati&Itemid=279&sms_ss=facebook&at_xt=4db09ce1fac774eb%2C0


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mercoledì 9 settembre 2009

Lasciarsi morire in carcere

Lasciarsi morire in carcere


Sami, tunisino di quarantadue anni, è morto tra venerdì e sabato scorso nell'ospedale San Matteo di Pavia dopo un digiuno di protesta, durato cinquantuno giorni,contro una condanna a otto anni e mezzo per violenza sessuale.
Scritto da
Antonio Marafioti


Al netto di ogni possibile e ovvia speculazione sulle guarentigie della certezza della pena, la morte di Sami M.S. avvenuta due giorni fa in seguito ad uno sciopero della fame prolungato da oltre un mese e mezzo, non fa che riaprire l’annoso dilemma fra diritto alla vita e diritto all’autodeterminazione dell’individuo.
Può una persona, ed in questo caso la legge non fa differenza fra liberi cittadini e detenuti, lasciarsi volontariamente morire per vedere rispettato il proprio diritto di scegliere?

Sami, cittadino quarantaduenne di nazionalità tunisina stava scontando, nel carcere Torre del Gallo di Pavia, l’ultimo dei sette anni e quattro mesi di reclusione in seguito ad una condanna per spaccio di sostanze stupefacenti. Una riduzione della pena a tre anni e mezzo, ottenuta grazie all’indulto e ad altri benefici per la liberazione anticipata, avrebbe permesso al nordafricano di lasciare la sua cella già dagli inizi del dicembre prossimo. Questa è, in breve, la storia di Sami fino allo scorso luglio quando una misura cautelare ordinata dalla magistratura lo ha condannato ad altri otto anni e mezzo per violenza sessuale. Un capo d’accusa nei confronti del quale l’uomo si è sempre dichiarato innocente fino al punto di iniziare a rifiutare acqua e cibo per ben cinquantuno giorni. “Non ha sofferto il pensiero di dover stare ancora altri otto anni e mezzo in carcere. – ha dichiarato al telefono Aldo Egidi, legale di Sami - Mi ha detto che rifiutava l’idea di smettere di fare lo sciopero della fame e di non voler più parlare con nessuno, né con me, né con i familiari, né con la convivente”.
Nella notte tra venerdì e sabato scorso l’ultima crisi causata delle gravi condizioni di salute in cui ormai versava Sami, ha costretto le autorità carcerarie a ordinare il trasferimento nella clinica di Chiurgia toracica di Pavia. Qui, l’uomo è arrivato dopo numerosi spostamenti susseguitisi dopo la sua uscita dal penitenziario dove era detenuto. Dopo il primo attacco sopraggiunto lo scorso 2 settembre mentre l’uomo si trovava all’interno della sua cella i dirigenti della prigione hanno richiesto l’immediato trasferimento nel Pronto Soccorso del policlinico San Matteo dove i dottori hanno constatato che l’unica possibilità per salvare la vita dell’uomo sarebbe stata quella di sottoporlo ad un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Per attivare la procedura i sanitari avrebbero dovuto precedentemente diagnosticare una patologia mentale. Dalle corsie d’emergenza il paziente era stato dunque successivamente spostato nel reparto di Psichiatria per il parere degli esperti.

La legge 833/1978, che regola fra l’altro il TSO in casi di malattia mentale, prescrive – art. 34 - che tale misura possa essere adottata in condizioni di ricovero ospedaliero ma solo ove venga rilevata la contemporanea presenza di tre condizioni. “Il trattamento sanitario obbligatorio per malattia mentale – recita la legge – può prevedere che le cure vengano prestate in condizione di degenza ospedaliera solo se esistano alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”.
Il che vuol dire che dopo il ricovero in ospedale Sami, che da un mese e mezzo non accettava cibo e acqua né cure di alcun genere, prima condizione, e per la salvezza del quale non erano più sufficienti cure extraospedaliere, seconda condizione, avrebbe potuto essere curato forzatamente solo dopo una prognosi che avrebbe accertato “alterazioni psichiche”. Era quello l’ultimo passaggio per salvare la vita di un detenuto che non voleva essere salvato se non da quella che lui diceva essere la verità.
Dalla Psichiatria non verrà emesso nessun referto. L’uomo, ormai in condizioni disperate, sarebbe deceduto dopo poche ore nella clinica di chirurgia toracica in seguito a gravi complicazioni che hanno coinvolto il funzionamento degli organi interni, ormai troppo deboli a causa del prolungato digiuno.
Se la pronuncia degli psichiatri fosse arrivata prima della morte di Sami probabilmente l’Italia in questo momento parlerebbe del detenuto a cui non è stato permesso di decidere. Probabilmente si affronterebbero nuovi sterili dibattiti sulle limitazioni alla libertà di compiere qualsiasi gesto che attenga esclusivamente alla sfera dell’arbitrio personale. L’impressione è che la vacatio legis su casi come quello del tunisino sia stata ancora una volta oscurata da una morte che non lascerà codazzi di polemiche. Una morte non poi così importante da convincere il Legislatore a trovare una soluzione normativa tra il diritto alla vita, che le autorità devono rispettare e far rispettare, e quello alla libera manifestazione del pensiero che un individuo, del tutto sano di mente, decide di esercitare.
E se il nodo gordiano è davvero ancora difficile da sciogliere, la strada da percorrere dovrebbe essere quella di una riabilitazione del condannato che passi attraverso un attento e scrupoloso dialogo per caire i suoi problemi e curare i suoi drammi quotidiani.
“In ogni caso come questo, che non è il primo – ha dichiarato Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti – la questione che si pone è del tutto etica e non si risolve solo cercando di capire se bisognava curare il detenuto con la forza. La vera domanda è se c’e stata una reale presa in considerazione del problema personale del detenuto. La violenza sessuale è punita non solo dalle autorità col carcere ma anche dagli stessi detenuti per mezzo di minacce e maltrattamenti verso colui che è accusato di tale reato. Mi chiedo, mantenendomi del tutto cauto sul caso in esame, se siano stati fatti ragionamenti del genere. Se le autorità siano state vicine all’uomo”.

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