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venerdì 4 aprile 2014

Elezioni al Senato , i Candidati si Pagano la Poltrona


Elezioni, i candidati si pagano la poltrona. Pd chiede 35mila euro, 25mila per il Pdl Il Popolo della libertà li vuole in unica soluzione, al Partito democratico vanno bene anche a rate. Il "balzello" viene fatto pagare ai primi sei nella lista al Senato e i primi nove della Camera. Contributi a tranche anche nella Lega Nord. Berselli (Pdl): "Non si sostengono i costi individuali per la campagna. Per questo pagano tutti con il sorriso sulle labbra"


Un gettone d’ingresso per diventare parlamentare. È quello che chiedono il Pd e il Pdl ai loro candidati. E più precisamente ai primi sei nella lista al Senato e i primi nove della Camera. Quasi fosse un balzello, un pegno da pagare perché tanto quei soldi, a spese dei contribuenti, rientreranno attraverso lo stipendio. La differenza della pratica bipartisan sta solo nelle cifre: il Pd chiede 35mila euro, il Pdl 25mila. Ma la differenza è anche nel metodo di pagamento: i berluscones pretendono che la somma sia cash e assolutamente anticipata, nel partito di Bersani c’è invece la possibilità di rateizzare la cifra. Più alta, ma pagata nei mesi di mandato attraverso una detrazione dallo stipendio di deputato a favore del partito.

NON NE FANNO uno scandalo gli aspiranti onorevoli che lo chiamano “contributo alla campagna elettorale”. “Ciascuno di noi versa la stessa cifra, poi ovviamente se non vieni eletto ti viene restituito fino all’ultimo centesimo”, chiarisce il Carlo Giovanardi, che alle prossime politiche corre per il Senato, dietro a Silvio Berlusconi e ad Anna Maria Bernini. Un gigante del partito, mai messo in discussione e che ha precisato che per fare il parlamentare occorre soprattutto “esperienza”. Giovanardi, che nell’ultimo governo Berlusconi è stato sottosegretario, è deputato dal 1992. La bellezza di 21 anni. E un seggio sicuro anche alle prossime elezioni. Nonostante le posizioni omofobe più volte espresse, sino alla negazione dell’Olocausto per i gay pronunciata proprio nella Giornata della memoria.

“Paga solo chi si trova in cima alla lista e che quindi ha buone chance di essere eletto, sicuramente non quelli in seconda fascia”, spiega Filippo Berselli, senatore e coordinatore del Pdl in Emilia Romagna, entrato in Parlamento la prima volta 30 anni fa con l’Msi. Berselli, a sorpresa, non sarà candidato. Ma lui l’ha presa con filosofia, e difende il partito e il gettone d’ingresso . “Non vuol dire pagarsi il posto - spiega – ma fare un investimento, che, se si tiene conto degli stipendi da parlamentari, non è poi così elevato. In fondo, prima del Porcellum, quando c’era ancora il sistema con le preferenze, ognuno per guadagnarsi i voti doveva tirare fuori i soldi per spot, cartoline, santini, cartelloni e manifesti, andando a sborsare molto di più. Per questo oggi pagano tutti con il sorriso sulle labbra”. E se non dispongono subito di quella cifra? “Se la fanno prestare. Ne troveranno a bizzeffe di finanziatori. La pratica è stata introdotta nel 2006, non ci sono mai stati problemi”. Berselli ironizza, ma nel suo partito, un altro escluso illustre, Fabio Garagnani, non ha preso bene la mancata candidatura : “Io avevo già pagato i 25mila euro e non mi hanno messo in lista”. Garagnani, perché non sollevasse un caso, dopo tre giorni è stato rimborsato fino all’ultimo centesimo.

UN SISTEMA diventato ormai una tradizione. “Diamo una mano al partito dai tempi del Pci – racconta Andrea De Maria, candidato alla Camera dopo aver sbancato alle parlamentarie di Bologna con oltre 10mila preferenze – Qui in Emilia Romagna la somma richiesta è 35mila euro, da versare nei cinque anni di legislatura con un prelievo dalle indennità da parlamentari. Non c’è niente di male”. Nel partitone potrebbe essere concesso uno strappo alla regola ai candidati più giovani e con meno disponibilità. Probabile che Bersani conceda loro uno sconto. “Quello che mi chiederanno verserò, sono le regole e le rispetto” dice convinto Enzo Lattuca, classe 1988, enfant prodige del Pd alle prossime elezioni. “Al limite chiederò un prestito un banca. Non credo incontrerò difficoltà”. Contributi a rate anche nella Lega Nord. Secondo quanto raccontato alla Procura di Forlì dalla ex-segretaria di Umberto Bossi Nadia Dagrada, dal 2000 il Consiglio federale del Carroccio obbliga i candidati a pagarsi il seggio in Parlamento, facendo firmare un’impegnativa davanti al notaio. L’accordo prevede 2000 euro al mese alla prima elezione, e 2400 euro alla seconda, da versare nei 60 mesi di legislatura.

di Emiliano Liuzzi e Giulia Zaccariello
da : http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/27/elezioni-candidati-si-pagano-poltrona-pd-chiede-35mila-euro-25mila-per-pdl/481632/

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giovedì 7 giugno 2012

Schifani CONTRO Silvio



Schifani le canta a Silvio

«Pdl privo di coesione, serve chiarezza»


Nel Popolo della libertà è arrivato il momento della resa dei conti. Le divisioni e i dissidi interni al partito, sui quali si rincorrono da tempo voci sempre più insistenti, sono di fatto stati messi allo scoperto dal presidente del Senato Renato Schifani, che ha espresso tutte le sue preoccupazioni sul futuro del Pdl e del centrodestra italiano in una lettera inviata a Il Foglio . (Leggi la lettera completa).
FUORI DA PALAZZO MADAMA. «Si può restare insensibili di fronte al lento sfilacciamento di un partito che è stato, e resta, l’architrave dell’Italia moderata e liberale? Io non me la sento di girare lo sguardo dall’altro lato. E non me la sento nemmeno di trincerarmi tra le rassicuranti pareti di palazzo Madama. La condizione dolorosa in cui versa il Pdl richiede che mi assuma anch’io le mie responsabilità, senza finzioni e senza sudditanze».
A smuovere il presidente del Senato dall'imparzialità e dalla terzietà che la sua carica richiede, è la crisi «aggressiva e lacerante» che ha travolto una politica attraversata da una «confusione delle idee» che è «dispersiva e inconcludente».
LA RICHIESTA DELL'OPERAZIONE VERITÀ. Schifani ha detto di essere uscito dalle «rassicuranti pareti di palazzo Madama» per chiedere un'operazione verità a Silvio Berlusconi, per salvare il Pdl.
«Vanno dette tutte le verità, anche spiacevoli, che riguardano il passato: va detto, per esempio, che l’ultimo governo, prima che arrivasse Monti, non è stato scalzato da chissà quali forze oscure, ma da una mancanza di coesione che non ha consentito alla maggioranza di varare le riforme tenacemente volute dai nostri partner europei; va detto che la nostra credibilità all’estero precipitava di giorno in giorno perché Berlusconi sosteneva una linea e il ministro Tremonti l’esatto contrario; e va detto anche che la rottura con Gianfranco Fini segnò un punto di debolezza della coalizione e che la campagna condotta dai giornali di area sulla casa di Montecarlo ha finito per trasformare un contrasto politico in una frattura irreversibile».
Una vera e propria confessione a tutto tondo sui mari che hanno afflitto e continuano ad affliggere il Pdl. Schifani si schiera dalla parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del governo guidato da Mario Monti, e contro quella parte del suo partito che strilla e rende impossibile identificare una linea politica univoca.

  Elettorato disorientato e astensionista


«Il nostro elettorato è visibilmente frastornato. Un giorno il Pdl approva l’Imu e il giorno dopo irrompe sulla scena una parte del Pdl, certamente la più chiassosa, che minaccia di scendere in piazza contro l’Imu. Un giorno il Pdl approva i decreti, anche i più duri, di Monti e il giorno dopo la parte più colorita e populista del Pdl propone addirittura lo sciopero fiscale. Un giorno si ascoltano in televisione le più convinte dichiarazioni di Berlusconi a sostegno di Monti e il giorno dopo, anche e soprattutto sui giornali che si professano berlusconiani, si leggono titoli improntati al grillismo più avventato. Come meravigliarsi poi se la gente, soprattutto la nostra gente, non va a votare?».
«NON CI CAPISCONO PIÙ». Eccolo dunque il problema: «Il nostro elettorato è salito sull’aventino dell’astensionismo perché non capisce più che cosa vogliamo, perché non vede più nel Pdl né la coerenza né l’affidabilità».
Non c'è alcuna certezza sul futuro del partito, che continua ad aspettare da Pier Ferdinando Casini un 'sì' che potrebbe non arrivare mai, e che si oppone ai suoi avversari senza contenuti.
«SERVONO I CONTENUTI». «Capisco che, per dare una risposta, occorre sapere che cosa dire. Occorre, insomma, una linea politica che ci dica quantomeno se è strategicamente preferibile contrastare Grillo con un grillismo d'imitazione o se non sia invece il caso di attestarsi su una linea di responsabilità che eviti al Paese di precipitare nel dissesto di bilancio e alla politica di trascinarci in una ingovernabilità simile a quella che si è determinata in Grecia con la frantumazione dei partiti. Sono convinto, se mi è consentita una sottilineatura, che il grillismo ci porterebbe dritti all’isolamento e che la conseguente incapacità di riaggregare il blocco moderato sarebbe un danno enorme per la politica e, più in generale, per la democrazia di questa amatissima Italia. Da qui la mia richiesta di una urgente e ineludibile operazione verità».
« ALFANO». Insomma, il Pdl deve capire da che parte vuole andare e come vuole andarci. Sulla guida del partito Schifani appoggia l'attuale segretario.
«Ha dimostrato sul campo di sapere fare politica, di sapere incalzare Monti. Sono convinto che, se sarà in grado di guadagnarsi l’autonomia necessaria, avrà tutte le carte in regola per rilanciare il Pdl, per riannodare i fili spezzati tra partito e società civile, e per cercare tra i giovani, e soprattutto tra quei giovani che hanno una storia politica legata al territorio, le risorse necessarie per formare una nuova classe dirigente».
L'augurio del presidente del Senato è che Berlusconi riesca a compiere questa «operazione verità», abbandonando l'idea delle liste civiche e riempiendo la sua offerta politica di contenuti. Ma se non dovesse farcela, c'è da scommetterci, Schifani sarebbe pronto a scendere in campo.

http://www.lettera43.it/politica/schifani-le-canta-a-silvio_4367553613.htm

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