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mercoledì 20 novembre 2013

Sardegna : Gabrielli e Cappellacci sapevano tutto


Sardegna : Gabrielli e Cappellacci sapevano tutto

Un meteorologo li aveva avvertiti dell'imminente alluvione 5 giorni prima. 
Né Protezione Civile, né Regione Sardegna hanno preso provvedimenti. 
E ora dicono che è stato un «evento imprevedibile».
Sapevano tutto e non hanno fatto niente per prevenire il disastro

. È l'ennesima volta che accade in Italia. L'ultima volta era accaduto per il terremoto dell'Aquila. La Protezione Civile e la Regione Sardegna erano state avvertite mercoledì 13 novembre che in Sardegna ci sarebbe stato un nubifragio di proporzioni bibliche. Nulla è accaduto da allora, se non l'arrivo del ciclone "Cleopatra" con i suoi morti e le sue distruzioni.

A dare l'allarme era stato Antonio Sanò, meteorologo e fondatore del sito "IlMeteo.it". «Le previsioni basate su calcoli fisico-matematici avevano permesso con almeno cinque giorni di anticipo di indicare un possibile evento alluvionale per la Sardegna per la giornata di lunedì. Purtroppo il dissesto idrogelogico, una scarsa cultura della prevenzione, una sufficienza nei confronti delle previsioni meteo, hanno causato e causeranno alluvioni», ha dichiarato Sanò.

Secondo una fonte interna alla Regione, Popoff è in grado di aggiungere che «Il 17 novembre la Protezione Civile chiamò Cappellacci informando ufficialmente la giunta regionale dell'imminente stato di allerta rossa, significa anche prevedere dei morti, ma lui, Cappellacci, pensava al PPS da presentare ai sindaci di tutti i Comuni, spiegando l'utilità di costruzioni nella fascia di trecento metri dal mare».

Ma vediamo chi sono le autorità che il meteorologo aveva messo in allarme.

Franco Gabrielli, capo Protezione Civile ed ex prefetto dell'Aquila dal 6 aprile 2009. Dall'1 maggio 2009 al 31 gennaio 2010 è stato vice commissario vicario dell'Emergenza Abruzzo, al fianco del Commissario Guido Bertolaso. In altre parole, una delle persone responsabili della mancata ricostruzione post terremoto e sodale di un plurinquisito.

Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna dal febbraio 2009 e coordinatore regionale di Forza Italia. In questo caso, la lista delle indagini giudiziarie pendenti sul capo dell'uomo di Berlusconi sull'isola è lunga: Il 15 maggio 2010 si apprende che il governatore è indagato per presunta corruzione nell'aggiudicazione degli appalti dell'energia eolica in Sardegna. Si tratta dell'inchiesta che coinvolge l'imprenditore amico di Licio Gelli e Silvio Berlusconi, Flavio Carboni, oltre che l'ex capo della Protezione Civile, il già citato Bertolaso.

Cappellacci è indagato per l'indagine Cisi, costola della più importante maxi-inchiesta Fideuram sulla truffa agli enti regionali. Il 15 giugno 2012 viene richiesto il rinvio a giudizio nell'inchiesta sul crac della municipalizzata del centro di Carloforte: Cappellacci dovrà rispondere di bancarotta per una società, di cui era presidente del consiglio di amministrazione, fallita nel 2010 con un passivo accertato di circa due milioni di euro. L'8 marzo 2013 la Procura di Cagliari sollecita il rinvio a giudizio del governatore per l'inchiesta relativa al crac milionario della Sept Italia, azienda specializzata nella produzione di vernici, della quale Cappellacci faceva parte in qualità di membro del consiglio di amministrazione. Il governatore è stato accusato di bancarotta per dissipazione e documentale.

La notte 6 aprile del 2009 L'Aquila venne scossa da un terremoto che causò la morte di 303 persone. Durante tutto il mese precedente al sisma, Giampaolo Gioacchino Giuliani (ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso) aveva provato a lanciare l'allarme, descrivendo, inascoltato, il terremoto nelle fattezze in cui poi si manifestò.

di Franco Fracassi
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lunedì 8 novembre 2010

Pompei , Il crollo e il marketing targato Protezione civile




Pompei , Il crollo e il marketing targato Protezione civile

Un disastro e un colpevole: la Protezione civile. Fulvio Bufi sul Corriere della Sera non ha dubbi e a sostegno della sua tesi intervista la professoressa Luciana Jacobelli, autrice di numerose pubblicazioni su Pompei e con un passato di docente alla Bicocca di Milano. Per il giornalista le colpe di quanto accaduto agli scavi è di una gestione miope in cui l’archeologia e la tutela del patrimonio sono state accantonate in nome del marketing. E la docente non sembra dargli torto, anzi: “Per fare quello scempio hanno usato pure i bobcat. Ma ci rendiamo conto? Le ruspe in un luogo dove secondo me si dovrebbe camminare senza scarpe, tanto è prezioso. Ma se invece che all’arte si pensa a organizzare spettacoli e a vendere biglietti, ecco dove si va a finire”.

Prima di tutto l’autore del pezzo, Fulvio Bufi, snocciola le cifre: Pompei è un’area di 66 ettari e “alla Soprintendenza lavorano tre restauratori e meno di dieci archeologi. Forse è già in queste cifre la sintesi del disastro”. Già ai tempi della gestione della Sovrintendenza la situazione non era delle migliori ma con il passaggio alla Protezione civile la situazione di Pompei è peggiorata perché, secondo Bufi, si “è pensato esclusivamente al marketing”. Gli esempi non mancano, dai fondi utilizzati per le passeggiate in bicicletta fino alle “serate mozzarella” in cui si va agli scavi per “degustare prodotti tipici”. E ancora: “I percorsi nella Casa di Giulio Polibio da fare bendati, per percepire meglio l’atmosfera” e le visite guidate alle Terme Suburbane. La professoressa Jacobelli fa da eco: “Ma almeno lo sapranno — si chiede — che c’è un progetto di messa in sicurezza delle Terme risalente all’epoca romana perché già allora stavano scivolando verso il mare?”.

Il risultato della gestione, però, è che il 90% delle opere è perso per sempre e quello che rimane del patrimonio è fortemente a rischio. La Jacobelli parla di tesori che “potrebbero avere la stessa sorte”. E lei, spiega il Corriere, è una ”che di Pompei conosce ogni angolo perché sono trent’anni che ci lavora come consulente, e partecipò, tra il 1987 e il 1990, anche al Progetto Neapolis, la mappatura di tutte le pitture e i pavimenti della città, un enorme lavoro di catalogazione rimasto come patrimonio di conoscenza ma non come punto di partenza per interventi mirati di manutenzione”.


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sabato 13 febbraio 2010

Dipartimento della Protezione Civile

Il Protettore
Enzo Mangini


C’è preoccupazione, a via Ulpiano. Nel quartiere generale del Dipartimento della Protezione le bocche sono cucite. L’allarme emergenza neve a Roma arriva provvidenziale a distogliere per qualche secondo l’attenzione dalle notizie, dalle indagini, dalle voci. Per un’emergenza come questa, il Dipartimento non è attrezzato. Anzi.
Il rischio è che, a valanga, la caduta di Guido Bertolaso trascini con sé l’intera struttura. E’ vero che il Dipartimento nella sua forma attuale è una creatura di Bertolaso, ed è altrettanto vero che ora dirigenti e personale rischiano di pagare la personalizzazione del ruolo e del potere del «supercommissario», mai apertamente contestato se non dalle organizzazioni sindacali di base dei Vigili del fuoco, che da mesi denunciano, protestano, discutono.
Quando si è trattato di rintuzzare le critiche, arrivate fin dalla gestione dell’emergenza Tsunami, e più ancora durante i giorni successivi al terremoto che ha distrutto L’Aquila, «il capo» non ha esitato a farsi scudo – politicamente e mediaticamente – delle centinaia di migliaia di volontari che sono il cuore e le braccia del Dipartimento. Grazie alla costruzione di una perfetta regia televisiva [Porta a porta, per esempio] era passata l’idea che criticare la Protezione civile volesse dire criticare le donne e gli uomini che generosamente si attivano quando capita qualche catastrofe. Era vero, invece, l’esatto contrario. Carta lo ha scritto proprio a ridosso del terremoto aquilano, verificando le operazioni e, soprattutto, la procedura che ha portato alla scelta di spendere la gran parte dei [pochi] soldi della ricostruzione per i moduli C.a.s.e.
In dieci anni, dal Giubileo del 2000 [sindaco di Roma Francesco Rutelli, suo grande amico] Guido Bertolaso era riuscito, evento dopo evento, fondo dopo fondo, commissariamento dopo commissariamento, a trasformare la Protezione civile, fino quasi a farle subire una mutazione genetica. Dalla risposta alle emergenze più o meno prevedibili, il core business dei vertici del Dipartimento si è sempre più spostato verso la gestione dei «grandi eventi», anche quando erano tali solo per la legge e i relativi fondi, come per esempio le visite del Papa fuori da Roma.
Durante l’emergenza Tsunami, per la prima volta, la Pc si era messa gestire gli appalti per la ricostruzione, soprattutto in Sri Lanka, area scelta per l’intervento italiano. Già allora molte Ong avevano storto il naso e sollevato obiezioni, visto che, istituzionalmente, il Dipartimento avrebbe tutt’altri compiti. La polemica è tornata a proposito di Haiti, perché nel frattempo la Protezione civile è riuscita con disinvoltura a «sfilare» alla Farnesina la competenza e la regia degli interventi fuori dai confini nazionali.
Non è in discussione la capacità del Dipartimento di rispondere presto e bene alle emergenze. Si tratta, e anche le inchieste trattano, di quello che emergenza non è. Cioè proprio il punto su cui più di uno, anche dall’interno del Dipartimento, aveva masticato amaro. Ed è, guarda caso, proprio il punto su cui l’eventuale trasformazione della Protezione civile in s.p.a. lascerebbe mano più libera ai capi.
A via Ulpiano, della s.p.a. ufficialmente sanno poco. Se sanno, preferiscono non sbilanciarsi. E’ prematuro parlarne, dicono. Due settimane fa, però, c’è stato un incontro tra i vertici del Dipartimento e le principali organizzazioni di volontariato che fanno parte della struttura operativa. Quelli che vanno a scavare, a recuperare macerie e corpi. Dai capi, non è arrivato alcun chiarimento sulle conseguenze, legislative e operative, dell’eventuale trasformazione in s.p.a. Più di un’associazione si chiede come sarà possibile conciliare l’essere volontari con la «natura privatistica» della nuova Protezione civile. La risposta, informale, dei vertici del Dipartimento è stata che dal punto di vista operativo non cambia nulla. L’impatto principale della trasformazione in s.p.a. sarebbe, se il decreto venisse approvato così com’è, sul «post-emergenze». Sulle ricostruzioni, sugli appalti.
Il modello, se ce n’è uno, è L’Aquila. La Protezione civile, anzi Guido Bertolaso ha deciso che lì bisognava sperimentare i moduli C.a.s.e, progettati dalla Protezione civile, da costruire con appalti decisi dalla Protezione civile, nelle aree individuate dalla Protezione civile. Nemmeno Peter Sellers nel Dottor Stranamore riusciva a fare così tante parti.
Al di là del merito dell’inchiesta, prima o poi qualcosa doveva succedere, commenta un funzionario. Come se parlasse del maltempo, del rischio idrogeologico, dell’ennesima frana. Anziché guardare fuori, però, si guarda attorno.

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giovedì 11 febbraio 2010

No alla protezione civile S.p.A.

Dall'Aquila parte l'appello «No alla protezione civile S.p.A.»

Comitato 3 e 32


Pubblichiamo l'appello nazionale presentato il 24 gennaio dal Comitato 3 e 32

C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un paese a rischio come il nostro, la Protezione civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.
Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per «garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento». In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il «tal quale».

In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno [Messina, Pisa, Liguria, Ischia]. Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi [G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara]. Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9 mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.

Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul «modello L’Aquila».
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.

Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.

Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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martedì 26 gennaio 2010

Dall'Aquila : No alla protezione civile S.p.A.

Dall'Aquila parte l'appello «No alla protezione civile S.p.A.»

Comitato 3 e 32


Pubblichiamo l'appello nazionale presentato il 24 gennaio dal Comitato 3 e 32

C’è poco tempo per impedire la privatizzazione delle emergenze; per impedire che il governo porti a compimento l’opera di snaturamento di uno strumento fondamentale, in un paese a rischio come il nostro, la Protezione civile. Con l’obiettivo di governare il territorio, fuori da ogni controllo democratico, sfruttando le emergenze.
Il decreto legge del 30 dicembre 2009 stabilisce la costituzione della Protezione Civile Servizi S.p.A. Si afferma che ciò viene fatto per «garantire un risparmio di tempi e risorse negli interventi del Dipartimento». In verità, si costituisce una società di diritto privato ma a capitale interamente pubblico, che può agire da general contractor, detenere immobili, produrre utili, dirigere lavori: si privatizza, così, la gestione delle emergenze e quella dei grandi eventi. Introducendo gravi elementi di discrezionalità nella gestione di ricchi appalti. Sottraendo al Parlamento, alla rete del volontariato, alle organizzazioni dei lavoratori, agli enti locali il controllo sulle azioni della Protezione Civile. Il soccorso diventa un business direttamente gestito dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.

Nello stesso decreto, inoltre, si procede ad assunzioni di dirigenti fidati con i fondi destinati ai cittadini aquilani e Vigili del fuoco dal decreto Abruzzo. Si decide l’acquisto dell’inceneritore di Acerra, pagando coi soldi dei cittadini un’impresa che ha gravemente contribuito all’emergenza rifiuti campana. Lasciando intatte tutte le deroghe ai codici ambientali, che permettono di realizzare discariche non a norma e di bruciare il «tal quale».

In questi anni la Protezione Civile ha dismesso il suo ruolo originario. Ha tralasciato la previsione e prevenzione degli eventi calamitosi, lo dimostrano le numerose alluvioni e frane di quest’anno [Messina, Pisa, Liguria, Ischia]. Ha gestito appalti per centinaia di milioni di euro per i grandi eventi [G8 from La Maddalena to L’Aquila, Mondiali di nuoto di Roma, giochi del Mediterraneo di Pescara]. Ha permesso a sindaci e presidenti di regione di gestire il territorio con poteri commissariali, sottratti al controllo degli organi elettivi. Ha affrontato con strumenti militari, e in spregio a tutte le norme riguardanti ambiente e salute, l’emergenza rifiuti in Campania, contribuendo all’avvelenamento del territorio. Ha imposto a L’Aquila una gestione centralizzata e militarizzata dell’emergenza, lasciando, ancora oggi, 9 mila sfollati negli alberghi sulla costa e imponendo il Piano C.A.S.E., che produrrà gravi danni all’assetto urbanistico e al tessuto sociale della città. Oggi la Protezione Civile sbarca ad Haiti, allo scopo di procurare appalti per la nuova S.p.A. e di conquistare un ruolo nel conflitto tra potenze mondiali giocato sulla pelle dei terremotati.

Contemporaneamente, con ordinanza di Protezione Civile, si decide di gestire l’emergenza carceri prevedendo la costruzione di ulteriori 27 strutture detentive sul «modello L’Aquila».
Temiamo che con questi strumenti domani si potranno gestire le grandi inutili opere volute dal governo o la costruzione di centrali nucleari.

Non è questa la Protezione Civile che ci serve. Per questo vogliamo lanciare una grande campagna nazionale, coinvolgendo partiti, sindacati, associazioni, la rete del volontariato, enti locali e comitati dei cittadini. Per impedire che la Protezione Civile si trasformi in S.p.A. e per trasformare la Protezione Civile in uno strumento democratico di autoprotezione, utile a sostenere l’unica grande opera di cui il Paese ha bisogno: la messa in sicurezza del territorio.

Per adesioni: noallaprotezionecivilespa@gmail.com

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