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mercoledì 25 novembre 2015

Brasile: Crollano due Dighe Disastro Ecologico








STESSA TRAGEDIA DA 2 GIORNALI DIVERSI

di quale terremoto parlate?
 Lo scorso 5 novembre
  un terremoto di magnitudo 2,6 
potrebbe essere stato fra le cause 
della rottura di due dighe di una miniera situata nella regione di Mariana, in Brasile. L’incidente ha provocato un’immane catastrofe ecologica con lo sversamento di 50 milioni di metri cubi di fanghi e liquidi residui della lavorazione mineraria (pari allo riempimento di 20mila piscine olimpiche).

Nei fanghi, oltre al ferro e al silicio, sono stati sversati anche enormi quantitativi di un materiale altamente tossico come il mercurio.

A dieci giorni dal disastro ambientale decine di migliaia di persone si trovano senza acqua potabile. Negli scorsi giorni il presidente Dilma Roussef ha sorvolato l’area del disastro il cui bilancio, fino a ore, è di 9 morti e 18 dispersi.

Secondo il coordinamento del nucleo di emergenza di Ibama de Minas Gerais i fanghi si sono estesi per una superficie di 80 km nel letto d’acqua della regione. Una delle conseguenze è l’assorbimento ovvero l’accumulo di sedimenti nel letto del fiume, con impatti socioeconomici e ambientali.

Gli animali terrestri e acquatici stanno morendo da giorni per asfissia.

Alla fine della scorsa settimana è stata lanciata l’operazione Arca di Noè che vedrà la partecipazione di pescatori specializzati, associazioni ambientaliste che hanno come principale obiettivo quello di scongiurare l’estinzione del 100% delle specie che abitano il corso d’acqua.

Dilma Roussef ha garantito che l'impresa proprietaria della miniera, Samarco, riceverà una multa iniziale di 250 milioni di reais (oltre 60 milioni di euro). 

1 COMMENTO
Cristina S. #1 venerdì 20 novembre 2015 23:13
di quale terremoto parlate? 
oggi il mio paese sta affrontando il più grande disastro ambientale e a quanto pare a nessuno importa, visto che ad oggi 21 novembre (17 giorni dopo il crollo) nessun tg ha dato la notizia. la multinazionale responsabile della catastrofe è la maggior finanziatrice del governo brasiliano non che delle principali reti televisive... Il governo brasiliano mantiene una golden share, cioè un diritto di veto ad alcune decisioni rilevanti dei vertici dell’impresa visto che fino a qualche anno fa era una impresa statale. a una settimana esatta dal disastro, il presidente Dilma Rousseff, ha modificato un decreto legge esonerando cosi la Samarco (vale e BHP Billiton) della responsabilità nel peggiore disastro ambientale del Brasile, adducendo che il rompimento della diga è da considerare una calamità naturale e non dovuta alla negligenza, alla cattiva manutenzione e gestione della stessa. come si direbbe in italia: finito tutto a tarallucci e vino. grazie però a tante persone "comuni" che stanno facendo girare i vari video e documenti ufficiali, il mondo comincia a guardare e cercare non solo la verità, ma anche che chi ha sbagliato, ammazzato, contaminato ed inizi a pagare.

 Dam collapse creates environmental disaster in Brazil 

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 On November 5, 2015, two dams holding millions of cubic meters of mining waste gave way – launching one of the worst environmental disasters in Brazilian history. Mud – full of dangerous metals – quickly overtook the nearby mining community of Mariana in Minas Gerais state. At least seventeen people were killed. Hundreds more have been displaced by the wall of sludge released in the dam collapse.

Lo scorso 5 novembre il Brasile è stato colpito da una tragedia ambientale senza precedenti.
Gli argini di due dighe trasportanti liquidi di scarto industriale altamente tossici hanno ceduto, riversando nel Rio Doce 60 milioni di metri cubi di sostanze inquinanti.

Fanghi ferrosi contaminati da arsenico, piombo, cromo ed altri metalli pesanti hanno invaso la città di Mariana, continuando l’inarrestabile corsa di 500 km trasportati dalle acque del fiume fino alla sua foce: acqua e terreni circostanti, foreste, aree protette, campi agricoli, case, habitat sensibili – tutto è stato ricoperto dal fango tossico.

La responsabile di tale incalcolabile disastro è la ditta Samarco Mineracao Sa, la quale è controllata dalla anglo-australiana Bhp Billiton e dalla brasiliana Vale, entrambi colossi delle miniere. Una colpevolezza ingiustificabile, se si considera che l’azienda non era nemmeno dotata di sistemi di allarme ed evacuazione in caso di possibile incidente! Inoltre sembrerebbe che la causa del cedimento sia dovuta ai recenti lavori di ampliamento del canale: al momento del crollo alcuni operai erano all’opera per allargare la diga così da poter trasportare più materiale tossico, scarti prodotti sia dalle miniere locali che da quelle più distanti, in vista del continuo aumento della produzione.

Questa regione infatti è ricca di minerali: è qui che viene prodotto il 10% del ferro di tutto il Brasile ed è questa la ragione per cui il Rio Doce ad oggi appaia come una enorme pattumiera a cielo aperto, anche se decenni fa il fiume era immerso nella foresta amazzonica; oggi invece il panorama è spettrale, le rive del Rio appaiono disboscate, i fondali pieni di sedimenti.

Il bilancio è di 11 morti, 15 dispersi, 600 sfollati, 250.000 senza acqua potabile. La Samarco è stata obbligata a pagare 250 milioni di dollari al governo brasiliano, ma le stime per la pulizia riportano un danno di 27 miliardi di dollari. Senza calcolare tutte le conseguenze collaterali che riguarderanno l’oceano: già la biodiversità del fiume è andata completamente distrutta e diverse specie – incluse alcune indigene – sono da considerarsi estinte; ora la preoccupazione è rivolta all’impatto che il disastro avrà sull’ecosistema dell’Atlantico.
Scienziati e ambientalisti temono che se venti e correnti spingeranno l’onda tossica verso nord, l’Abrolhos Marine National Park sarà fortemente a rischio: il parco racchiude un arcipelago di isole e barriere coralline dove sono ospitate specie marine protette, come tartarughe, delfini e balene. Fortunatamente gli addetti del parco stanno già correndo ai ripari e per scongiurare una possibile moria di uova di tartaruga – deposte il mese scorso – hanno pensato di rimuoverle per tempo, sistemandole al sicuro.




Non ci sono parole per descrivere la gravità della situazione.
 Lasciamo che siano le immagini a parlare.


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mercoledì 20 novembre 2013

Sardegna : Gabrielli e Cappellacci sapevano tutto


Sardegna : Gabrielli e Cappellacci sapevano tutto

Un meteorologo li aveva avvertiti dell'imminente alluvione 5 giorni prima. 
Né Protezione Civile, né Regione Sardegna hanno preso provvedimenti. 
E ora dicono che è stato un «evento imprevedibile».
Sapevano tutto e non hanno fatto niente per prevenire il disastro

. È l'ennesima volta che accade in Italia. L'ultima volta era accaduto per il terremoto dell'Aquila. La Protezione Civile e la Regione Sardegna erano state avvertite mercoledì 13 novembre che in Sardegna ci sarebbe stato un nubifragio di proporzioni bibliche. Nulla è accaduto da allora, se non l'arrivo del ciclone "Cleopatra" con i suoi morti e le sue distruzioni.

A dare l'allarme era stato Antonio Sanò, meteorologo e fondatore del sito "IlMeteo.it". «Le previsioni basate su calcoli fisico-matematici avevano permesso con almeno cinque giorni di anticipo di indicare un possibile evento alluvionale per la Sardegna per la giornata di lunedì. Purtroppo il dissesto idrogelogico, una scarsa cultura della prevenzione, una sufficienza nei confronti delle previsioni meteo, hanno causato e causeranno alluvioni», ha dichiarato Sanò.

Secondo una fonte interna alla Regione, Popoff è in grado di aggiungere che «Il 17 novembre la Protezione Civile chiamò Cappellacci informando ufficialmente la giunta regionale dell'imminente stato di allerta rossa, significa anche prevedere dei morti, ma lui, Cappellacci, pensava al PPS da presentare ai sindaci di tutti i Comuni, spiegando l'utilità di costruzioni nella fascia di trecento metri dal mare».

Ma vediamo chi sono le autorità che il meteorologo aveva messo in allarme.

Franco Gabrielli, capo Protezione Civile ed ex prefetto dell'Aquila dal 6 aprile 2009. Dall'1 maggio 2009 al 31 gennaio 2010 è stato vice commissario vicario dell'Emergenza Abruzzo, al fianco del Commissario Guido Bertolaso. In altre parole, una delle persone responsabili della mancata ricostruzione post terremoto e sodale di un plurinquisito.

Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna dal febbraio 2009 e coordinatore regionale di Forza Italia. In questo caso, la lista delle indagini giudiziarie pendenti sul capo dell'uomo di Berlusconi sull'isola è lunga: Il 15 maggio 2010 si apprende che il governatore è indagato per presunta corruzione nell'aggiudicazione degli appalti dell'energia eolica in Sardegna. Si tratta dell'inchiesta che coinvolge l'imprenditore amico di Licio Gelli e Silvio Berlusconi, Flavio Carboni, oltre che l'ex capo della Protezione Civile, il già citato Bertolaso.

Cappellacci è indagato per l'indagine Cisi, costola della più importante maxi-inchiesta Fideuram sulla truffa agli enti regionali. Il 15 giugno 2012 viene richiesto il rinvio a giudizio nell'inchiesta sul crac della municipalizzata del centro di Carloforte: Cappellacci dovrà rispondere di bancarotta per una società, di cui era presidente del consiglio di amministrazione, fallita nel 2010 con un passivo accertato di circa due milioni di euro. L'8 marzo 2013 la Procura di Cagliari sollecita il rinvio a giudizio del governatore per l'inchiesta relativa al crac milionario della Sept Italia, azienda specializzata nella produzione di vernici, della quale Cappellacci faceva parte in qualità di membro del consiglio di amministrazione. Il governatore è stato accusato di bancarotta per dissipazione e documentale.

La notte 6 aprile del 2009 L'Aquila venne scossa da un terremoto che causò la morte di 303 persone. Durante tutto il mese precedente al sisma, Giampaolo Gioacchino Giuliani (ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso) aveva provato a lanciare l'allarme, descrivendo, inascoltato, il terremoto nelle fattezze in cui poi si manifestò.

di Franco Fracassi
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mercoledì 9 ottobre 2013

Disastro del Vajont dovuto a una frana pilotata


Disastro del Vajont dovuto a una frana pilotata

Era il 1963 e nell’ufficio di Longarone (Belluno) dell’allora notaio Isidoro Chiarelli si trovavano, per firmare un atto relativo all’acquisto di un terreno, i dirigenti della SADE, Società Adriatica Di Elettricità, proprietaria della diga del Vajont e l’Enel. Tra quelle quattro mura, le parole che il notaio udì furono più o meno queste: “Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera, saranno tutti davanti alla tivù e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri, non accadrà niente e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo”. Dopo di che, un avvertimento: “Lei ha un segreto professionale da rispettare, altrimenti se ne pentirà”. Sono passati 50 anni, l’onda raggiunse 300 metri d’altezza e travolse 1910 vite umane, distruggendo quello che incontrava lungo il suo percorso e devastando il paese di Longarone. Una strage che si pensava causata da una frana staccatasi dal monte Toc, di fronte ad Erto e Casso, e precipitata nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda che scavalcò la diga e travolse il paese sottostante.

Animazione digitale della frana del monte Toc - Vajont

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Ora, come spiega al Gazzettino, la figlia del notaio scomparso nel 2004, Francesca, racconta una verità che, all’epoca, aggiunge la sorella Silvia, docente universitaria a Padova, “costò alla famiglia l’isolamento dalla Belluno che conta. Ma nostro padre, anche se per quasi due anni non lavorò più, schivato da tutti, non smise mai di farsi testimone di quelle parole. Per questo ebbe molti problemi, pressioni e minacce. Il suo grande cruccio fu quello di non essere mai creduto, nemmeno nella sua veste ‘certificante’ di notaio”. L’onda, in quella tragica notte del 9 ottobre, arrivò alle 22.39, appena 39 minuti più tardi rispetto l’orario indicato dai dirigenti SADE. “La sera del disastro programmato mio padre ci fece stare pronti. Eravamo vestiti di tutto punto, pronti a scappare”. In paese, la maggior parte della popolozione era a casa, guardava la partita in televisione. Secondo la SADE, questa sarebbe stata la loro garanzia di tranquillità per eseguire la manovra di far scendere quella frana che pesava come un macigno sul valore dell’opera, destinata ad essere venduta all’Enel. Stando agli studi effettuati a Nove, l’onda doveva avere un’altezza di una trentina di metri: non avrebbe mai potuto provocare simili danni. Francesce di tutto questo ne parla ora, quasi 50 anni dopo, perchè “Mio padre ci provò in tutti i modi, ma non ebbe ascolto. Parlarne oggi, in cui l’attenzione mediatica è forte, per l’imminente cinquantesimo, non può che rendere onore al coraggio di nostro padre. E poi basta parlare di disgrazia: nostro padre lo chiamava eccidio”.

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Disastro del Vajont : Marco Paolini - Il racconto



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mercoledì 9 novembre 2011

Genova, il giorno dopo il disastro colposo



Le "criticità" conosciute sono state colpevolmente ignorate.

Se invece fossero state affrontate oggi non si piangerebbero i morti e non si sarebbe assistito all'ennesimo disastro. A quanto avevamo già indicato ieri, ne aggiungiamo una. Il Rio Rovare. Questo, come il Rio Noce, doveva trovare un intervento risolutivo che non si è mai più visto. Il Rio Rovare è un "piccolo" Fereggiano. Scende da San Fruttuoso alta ed è praticamente schiacciato dalla pesante urbanizzazione e "tombinato" sotto le strade che scendo a valle. Il suo percorso è ad "ostacoli" perché è costretto in sottosuolo a cambi di percorso radicali che nei casi di massima pressione del flusso d'acqua ha due strade: tornare indietro e comportare esondazioni nella parte più alta, con sfondamento del manto stradale, oppure "l'esplodere" nella parte bassa, lungo quella che era la vecchia via romana, oggi Via San Fruttuoso, allagando quella zona che scende sino a Piazza Terralba, dove poi si unifica al Rio Noce, sotto lo scalo ferroviario. Normalmente "esplode" in Via San Fruttuoso. Non servono le "alluvioni" per questo, o eventi piovosi di particolare pesantezza. Avviene spesso. Questa volta invece è esploso in Via Donghi, causando il cedimento della strada. Anche in questo caso, quindi, non si può dire che "non si sapeva" o che "non era prevedibile". Chi afferma questo mente sapendo di mentire, così come sul resto.

Ieri le abbiamo indicate nel dettaglio, le principali "consuete" - le si può chiamare così - "criticità. Conosciute ma ignorate, con costanza e dovizia quasi maniacale, verrebbe da dire, da parte delle Pubbliche Amministrazioni. E ieri abbiamo già ricordato che quel piazzale sulla rotta dell'onda di piena del Bisagno, Piazzale Adriatico, doveva vedersi "liberato" da quelle case popolari costruite in una conca sotto il livello del torrente. Una conca interessata anche agli "effetti" del Rio Mermi, con nuovamente evidenti problematiche di regolare deflusso. Si dovevano demolire perché quella è una conca naturale, pronta a raccogliere ciò che il Bisagno sputa dai suoi argini così come quanto scende da una collina ferita. Per una manciata di voti si blocco il progetto di demolizione e delocalizzazione dei residenti in ambiti territoriali sicuri. Ieri il fango ha riempito e distrutto il primo piano di tutti quei palazzi. La colpa è di chi aveva perseguito la demolizione e venne tacciato di "allarmismo" o di chi, per un pugno di voti, ha sostenuto che i cittadini di Piazzale Adriatico avessero il "diritto" di rimanere lì? Per noi indiscutibilmente la responsabilità è di chi ha difeso quei palazzi e l'accaduto ne è conferma.

Ieri abbiamo anche indicato, tra le altre, la questione del Fereggiano. Più che un torrente una "cascata" stretta e soffocata tra asfalto e cemento, coperture ed edificazioni più folte che una fitta foresta equatoriale. Lo scorso anno le Pubbliche Amministrazioni sventolavano la "messa in sicurezza avvenuta" del torrente. Una bufala. Una bufala costata 6 vite umane! Ed anche qui non si poteva dire di non sapere... Il Fereggiano stretto tra asfalto e cemento armato "urlava" che prima o poi si sarebbe fatto strada da solo.

Potremmo andare avanti ancora ma non ripetiamo quanto già scritto. Andiamo avanti...



E' il 5 novembre 2011. E' Genova, la città dove si è consumato un disastro colposo ed un omicidio plurimo. Anche la Procura della Repubblica apre un inchiesta.
http://www.casadellalegalita.org/index.php?option=com_content&task=view&id=9272&Itemid=1
Ora vediamo altri dettagli e facciamo il punto. Non siamo propensi al perdono dei responsabili, soprattutto quando negano le loro responsabilità. Non siamo "political correct", ma "banditi" e diciamo, come sempre, ciò che deve essere detto, come deve essere detto, senza mezzi termini, senza giri di parole o discorsi di convenienza. Se volete vivere nel mondo delle favole non leggeteci, se volete conoscere la realtà, nuda e cruda, siete nel posto giusto...




A Genova si è costruito troppo e troppo si continua a costruire.

Così come nel resto di questa martoriata regione che ha conquistato il primato per la maggior cementificazione del suolo di tutta Italia. Si è costruito, come abbiamo detto, a suon di deroghe e varianti. Non solo lungo il Bisagno. Anche in Val Polcevera, dove l'esempio delle nuove cementificazioni nella zona Sardorella sono emblema che già ha evidenziato lo sfregio continuo, rinnovato, ai corsi d'acqua. Si è continuato a dare il via libera a nuove grandi cementificazioni in variante ai vincoli del PUC (ex PRG) e con sistematiche deroghe ai vincoli del Piano di Bacino. Ed responsabili di questo continuano, meschinamente, nel negare le loro responsabilità. Nemmeno un briciolo di onestà intellettuale, davanti al disastro prodotto e sigillato in 6 bare e nella devastazione, ma menzogne su menzogne per negare e negare ancora, anche davanti alla rabbia della gente che non ne può più!

I politici, da Claudio Burlando a Marta Vincenzi, da Alessandro Repetto ai loro rispettivi assessori ed ex assessori, oggi chiedono di guardare avanti e di non perdersi in polemiche. E' vero, bisogna guardare avanti, ma per farlo occorre che i responsabili dell'accaduto si facciano da parte. Le nostre non sono polemiche. Sono accuse, chiare e nette, delle responsabilità e dei responsabili.

Ed i responsabili sono loro e chi è stato, nelle loro Giunte ed Amministrazioni, corresponsabile, per omissioni di intervento o per firme facili, soggetto compartecipe delle scelte scellerate che hanno devastato quel territorio e disatteso quegli interventi sulle stranote "criticità" che avrebbero, se compiuti, impedito il disastro... il dramma.

Marta Vincenzi dice che il problema è che il Piano di Bacino non andava bene. Peccato che lo abbia varato Lei, quando era presidente della Provincia - come abbiamo già ricordato - insieme all'allora suo assessore Paolo Tizzoni che ora è stato nominato, dalla Vincenzi stessa, come Dirigente al Comune di Genova. Claudio Burlando dice che qualcosa ha fatto sul Fereggiano e che questo ha evitato danni peggiori. Non è sufficiente, la messa in sicurezza delle criticità doveva essere la priorità assoluta, non parziale, degli Enti locali. E' lì che dovevano essere investite (e devono essere investite) le risorse. Alessandro Repetto, con la sua Giunta, dalle originarie deleghe a Difesa del Suolo e Urbanistica alla "grillina" Manuela Cappello ai nuovi incaricati, ha la responsabilità delle sfilze di deroghe ai vincoli previsti dal Piano di Bacino (ivi comprese quelle richieste dal Comune di Genova guidato da Marta Vincenzi ora, e da Giuseppe Pericu prima). L'assessore Gabrielli con Pericu, così come la stessa Vincenzi che per se ha trattenuto la delega all'Urbanistica, devono rispondere delle autorizzazioni date e dei progetti promossi, delle varianti adottate, delle deroghe richieste, delle omissioni di intervento sulle "criticità", come devono anche risponderne i Funzionari dei diversi Enti Locali... quegli stessi funzionari che hanno, in buona parte, guarda caso, fatto carriera, venendo promossi e trasferiti da un ente all'altro, quasi in automatismo rispetto alle deroghe e varianti che sottoscrivevano.

Il Presidente della Repubblica chiede che vengano capite le ragioni del disastro?

Ma non sono già abbastanza evidenti? Cosa ci vuole ancora? Persino davanti all'emergenza si è assistito a responsabilità gravissime, che, ancora una volta, vengono negate nonostante siano lapalissiane. Il caso delle scuole non chiuse a Genova ne è un esempio. Ma anche su questo la Vincenzi nega le proprie responsabilità vergognosamente, senza un briciolo di onestà intellettuale. Il blocco della circolazione lo si attua il giorno dopo e non quando va in scena il disastro? In via Fereggiano nessuno ha dato l'allarme, così come a Borgo Incrociati. Il personale della Municipale e della Protezione Civile, nonostante lo stato di allerta, è arrivato a disastro avvenuto... L'avviso della dramma è stato portato direttamente dall'acqua, fango e detriti che ti travolgevano e travolgevano tutto. Ed anche nelle Scuole che la Sindaco non ha chiuso, si è lasciato il tutto all'improvvisazione... chi avuta la notizia dell'imminente esondazione che, pur avendo la scuola proprio poggiata sulla sponda del Bisagno, ha mandato di corsa i ragazzi fuori perché raggiungessero casa, così che uno di loro, l'ultimo ha superato il ponte di Sant'Agata un istante prima che quel ponte venisse sovrastato dall'onda di piena. Altri sono stati tenuti nelle strutture scolastiche e potati poi fuori in braccio dai genitori perché tutto era allagato. Altri ancora sono stati portati a casa o tenuti in custodia da insegnanti che non se la sentivano di lasciarli soli. Tutto senza una regia, un coordinamento da parte di chi doveva garantirlo!

Il responsabile della cementificazione nuovo Commissario per l'Emergenza?

E poi si scopre che cosa, in questo giorno dopo il disastro ed il dramma? Che Claudio Burlando, il massimo simbolo del "Partito del Cemento", cioè della devastazione del territorio che si è consumata in un crescendo inesorabile in questi ultimi decenni, a Genova ed in Liguria, dovrebbe essere nominato Commissario Straordinario per l'emergenza! No, questo è davvero l'insulto che segue alla tragedia! Uno schiaffo ulteriore ad una città, ad una regione, piegata dal dramma, che crediamo non sia davvero tollerabile.

Burlando non è solo il principale responsabile della stagione di oltre 3 milioni di metri cubi di cemento per nuove edificazioni su costa ed entroterra, ma è anche uno di quei politici che anziché pretendere provvedimenti e stanziamenti per mettere in sicurezza il territorio, ha promosso provvedimenti che hanno aperto la strada a nuovo cemento, a nuovi volumi... alle costruzioni in zone protette, vincolate sino nell'immediatezza delle sponde dei corsi d'acqua. E' sempre Burlando che anziché esigere i soldi per la messa in sicurezza dei corsi d'acqua e del suolo, in una regione dove il dissesto idrogeologico rappresenta un costante e concreto pericolo, ha spinto perché si stanziassero i soldi per "grandi opere" che se realizzate altro non farebbero che indebolire ancora il territorio. E' sempre Burlando con la sua amministrazione che ha di fatto permesso una gestione delle cave che ha contribuito da un lato ad una sempre maggiore erosione del territorio, con impermeabilizzazioni dirompenti, e dall'altro ha concesso un sistematico uso a discarica delle molteplici cave "esaurite", spesso in mano alla 'ndrangheta, con effetti devastanti sulla canalizzazione delle acque.

Se qualcuno, quindi, pensa che questo curriculum sia compatibile con l'essere, da domani, anche il curatore degli interventi (e degli stanziamenti) per l'emergenza, crediamo che allora l'irresponsabilità sia divenuta l'unico criterio premiante di selezione dei pubblici incarichi.

E l'ECO-GE "interdetta" rispunta di nuovo nei lavori di "somma urgenza"

Gino Mamone, emergeva dalle indagini della Guardia di Finanza coordinate dal Pm Francesco Pinto, essere un amico di Claudio Burlando. Così come della Marta Vincenzi. Gli uomini di questi due amministratori pubblici si sono prodigati molto per gli affari dei Mamone. Questo ce lo dicono i fatti che spesso abbiamo documentato, non soltanto descritto e denunciato. La Vincenzi, addirittura, si spingeva a farsi una sorta di "promotore immobiliare" per far vendere l'area dell'ex Oleificio Gaslini dei Mamone, promettendo all'acquirente (lo dichiarava lei!) ogni variante e sostegno da parte dell'amministrazione comunale se avesse acquistato l'area (il tutto mentre il suo ex assessore Paolo Straino è sotto processo con Gino Mamone per corruzione volta ad ottenere una variante urbanistica proprio per quella stessa area, con progetto dell'arch. Vittorio Grattarola amico di Burlando e socio della sua associazione Maestrale).

Ed i Mamone sono quella famiglia che con la ECO-GE ha costruito dopo il 1993 (cioè dopo il brindisi di Gino Mamone con i grandi, potenti e storici boss della 'ndrangheta in Liguria, Franco Rampino e Carmelo Gullace) una sorta di monopolio degli appalti pubblici (a partire da quelli della Sviluppo Genova per le ex Acciaierie di Cornigliano all'Acna di Cengio) e di grandi commissioni e subappalti da parte di privati a partire da Erg, Coopsette, Genova Hi-Tech.

Ed i Mamone sono quella famiglia della 'ndrangheta, indicata come tale dalla DIA già a partire dal 2002, e risultata in contatto con molteplici altri soggetti legati e appartenenti alla 'ndrangheta, come il Vincenzo Stefanelli ed i Fotia, per citare dei loro "colleghi" cosiddetti imprenditori.

Ed i Mamone, e nello specifico la ECO-GE SRL di Gino Mamone, ha avuto un interdizione atipica antimafia nel luglio 2010 da parte della Prefettura di Genova. "Atipica" perché promossa, come ha ricordato il prefetto Musolino alla Commissione Parlamentare Antimafia a fine ottobre scorso, in presenza di evidenti risultanze investigative ed anche se in assenza di provvedimenti giudiziari.

E se quell'interdizione antimafia è stata sistematicamente ignorata dalle Pubbliche Amministrazioni e dalle Società da queste partecipate e controllate (si pensi a Sviluppo Genova, Fiera di Genova, Amiu), già nei lavori di somma urgenza dell'ottobre 2010 per l'alluvione di Sestri Ponente erano stati chiamati da AMIU (100% del Comune di Genova) a prestare la loro opera negli interventi di somma urgenza.

Oggi, li abbiamo ritrovati in azione per l'emergenza della nuova alluvione. Se prima abbiamo trovato i loro autospurghi a San Fruttuoso, tra via Torti e via Filippo Casoni, chiamata sempre dalle società pubbliche, per i lavori di somma urgenza in Piazzale Adriatico, vi era la ECO-GE dei Mamone. 


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martedì 7 dicembre 2010

disastro feroviario di Viareggio del 2009




Italia collabori con l'UE: sulla richiesta di informazioni relative 

all'indagine sul disastro feroviario di Viareggio del 2009.

Disastro ferroviario di Viareggio; eurodeputati IdV: l'Italia collabori con l'Ue

Interrogazione alla Commissione europea dei deputati europei IDV Uggias e Rinaldi: "Si superi la reticenza delle autorità italiane sull'indagine"

"La Commissione europea deve chiedere all'Italia di superare la reticenza affinché si faccia chiarezza sulle cause del disastro ferroviario avvenuto a Viareggio il 29 giugno del 2009, costato la vita a 32 persone, e allo scopo di adottare misure di prevenzione tali da evitare, in futuro, incidenti di questa gravità." Lo chiedono gli europarlamentari dell'Italia dei Valori Giommaria Uggias e Niccolò Rinaldi in una interrogazione presentata alla stessa Commissione europea e formulata all'indomani delle dichiarazioni rese dal direttore generale dell'Agenzia Ferroviaria europea Marcel Verslype.

Alla richiesta di informazioni rivoltagli da Uggias su possibili cause e responsabilità dell'incidente, nel corso della riunione della commissione Trasporti e Turismo del Parlamento europeo lo scorso 2 dicembre , Verslype ha precisato che l'Agenzia non ha ricevuto né informazioni, né un riscontro circa l'indagine (come, invece, avvenuto in Belgio, relativamente all'ultimo grave incidente ferroviario) e che le motivazioni di questa omissione sarebbero di natura giuridica, precisamente riconducibili al fatto che l'indagine giudiziaria italiana, non soltanto prevale su qualsiasi altra inchiesta, ma non prevede alcun "protocollo di cooperazione tra gli organismi a tal fine preposti".



ecco l'interrogazione depositata alla Commissione



Informazioni sull'indagine relativa al disastro ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009

Premesso che:

- in data 2 dicembre 2010, nel corso della riunione della commissione Trasporti e Turismo del Parlamento europeo, il Direttore Generale dell'Agenzia Ferroviaria europea (ERA), Marcel Verslype, è stato sollecitato dall'interrogante Giommaria Uggias circa un aggiornamento sulle indagini relative al disastroso incidente ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009, volte a fare luce sui livelli di responsabilità attribuibili agli attori coinvolti;

- la risposta del Direttore ha precisato che l'Agenzia non ha ricevuto né informazioni, né un riscontro circa l'indagine (come, invece, avvenuto in Belgio, relativamente all'ultimo grave incidente ferroviario) e che le motivazioni di questa omissione sarebbero di natura giuridica, precisamente riconducibili al fatto che l'indagine giudiziaria italiana, non soltanto prevale su qualsiasi altra inchiesta, ma non prevede alcun "protocollo di cooperazione tra gli organismi a tal fine preposti";

- la Commissione europea (la "Commissione") non dispone di poteri d'inchiesta, bensì di un potere di intervento regolamentare, che tuttavia non la esime dal compito essenziale di assicurare la sicurezza ferroviaria attraverso le regole, la loro corretta applicazione ed un continuo sforzo per cercare di migliorarla;

si richiede alla Commissione

come intende fare per superare la reticenza delle autorità italiane a fornire informazioni e, in tal modo, consentire all'Agenzia di acquisire i dati necessari per completare un'inchiesta di natura tecnica, anche al fine di evitare simili disastri in futuro.

Giommaria Uggias

Niccolò Rinaldi


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mercoledì 1 luglio 2009

Viareggio, un altro disastro annunciato

Viareggio, un altro disastro annunciato

Anna Pacilli


Investimenti concentrati sull'alta velocità, tagli sulle tratte dei pendolari e a discapito della sicurezza, liberalizzazioni selvagge. Sono gli ingredienti di uno dei più gravi disastri ferroviari, questa notte a Viareggio, indicativo del trasporto su ferro che si prepara.

Il bilancio si aggrava di continuo: finora sono 13 i morti, decine i feriti e un migliaio le persone sfollate dalle proprie abitazioni. E’ il conto terribile del disastro ferroviario avvenuto questa notte, all’uscita dalla stazione di Viareggio, nel tratto dove i binari corrono ancora in mezzo ai palazzi, nel cuore della città abitata. Il treno, partito da Trecate [Novara] con destinazione Caserta, era composto da vagoni-cisterna che trasportavano Gpl [gas di petrolio liquefatto], che si sarebbe incendiato per poi esplodere dopo il deragliamento, avvenuto per un cedimento strutturale nel primo carro a causa della rottura di un asse. Questa è la ricostruzione ufficiale delle Fs e del suo amministratore delegato, Mauro Moretti, che ha escluso errori da parte dei macchinisti, precisando invece che si tratta di treni appartenenti a società internazionali. I vagoni coinvolti risulterebbero immatricolati dalle ferrovie polacche e tedesche, mentre il primo appartiene alla società Gatx Rail di Vienna: dunque, fanno capire alle Fs, è la società proprietaria che deve garantire revisione e sicurezza del vettore e attenersi alle norme di trasporto europee.
Di tutt’altro avviso sindacati e lavoratori. «I primi riscontri darebbero ragione ai tanti allarmi lanciati in questi mesi dai sindacati, su cui l’azienda aveva reagito. E nelle ferrovie c’è un uso di materiali troppo vecchio», ha detto il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani. «La rottura di un asse di un carrello del vagone merci è un incidente tipico, mai tenuto nella giusta considerazione nonostante l’elevatissimo rischio connesso. Si è ripetuto innumerevoli volte, sempre fortunatamente con conseguenze meno gravi, da ultimo nei giorni scorsi sempre in Toscana, a Pisa S. Rossore e a Prato – denuncia una nota dei delegati Rsu/Rls dei ferrovieri – Il fatto che i carri possano essere di proprietà delle singole aziende produttrici delle merci trasportate e non del gruppo Fs non può essere utilizzato come giustificazione. Anzi, questa circostanza pone drammatici interrogativi sulle modalità di controllo e di verifica adottate per l’ammissione a circolare sulla rete». E i sindacati di base se la prendono con la dirigenza di Fs, responsabile «di aver dirottato risorse e tecnologia sull’alta velocità, lasciando che il resto del servizio ferroviario, in particolare merci e pendolari, deperisse sia in termini di qualità che di sicurezza».
Ma l’altro problema determinante è, appunto, la liberalizzazione dei binari [per cui la rete ferroviaria può essere prenotata per il transito dei convogli di più operatori], che per il trasporto merci è avvenuta a gennaio 2007 e che andrà estesa ai passeggeri entro il 2010. E’ l’Unione europea a stabilirlo, poi ciascun paese la realizza a suo modo. «Chiediamo alla Ue di omogeneizzare e armonizzare le diverse normative nazionali… e un comune modo di dare licenze e certificati di sicurezza», ha chiesto di recente Moretti, in qualità di presidente del Cer [Comunità delle ferrovie europee], in nome della libera concorrenza. Appello raccolto subito dal commissario europeo ai trasporti, Antonio Tajani [Pdl]: «A Lussemburgo ho lanciato un appello a tutti gli stati membri per non ostacolare le liberalizzazioni». Ma le dichiarazioni della Gatx, proprietaria del vagone deragliato per primo a Viareggio, indicano bene lo scenario presente e futuro. In pratica, dice la società viennese, loro si limitano ad affittare i mezzi ferroviari, relativamente nuovi e controllati, con contratti di durata variabile. Poi se la devono vedere i clienti finali, che sono i responsabili delle sostanze trasportate, della manutenzione e della gestione del mezzo. «E’ come quando si affitta un’auto», dice la Gatx, che assicura che, per loro, si tratta del primo incidente del genere. E, in riferimento al vagone all’origine della tragedia di Viareggio, ancora non sanno dire chi siano gli affittuari: ne hanno migliaia.

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