Le Carte Parlanti

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domenica 1 settembre 2019

Dopo il Mojito di Salvini in Spiaggia

Dopo il Mojito di Salvini in Spiaggia

Quindi riepilogando:

salvini mette in atto la mozione di sfiducia e apre la crisi di governo. La Meloni, forte del suo 5%, lancia ultimatum a Mattarella e già si vede al governo. Berlusconi si sveglia all'improvviso e dice a salvini: "si, ma la prossima volta al papete vengo pure io che c'è da cuccare!
A salvini frega nulla e grida voglio pieni poteri!
Poi parte come una rockstar.
In Puglia va benino. Del resto in Puglia c'è il primo sindaco leghista del Sud. Il mandato più veloce della storia. Insediato a Maggio e arrestato a Luglio.
In Calabria viene contestato.
In Sicilia scappa.
In Campania annulla tutto.
In Sardegna neanche si è avvicinato. Meglio non andare che i pastori sardi staranno incazzati (giustamente).
Rientra a Roma giusto in tempo per farsi fare una pezza da Conte, che si è ricordato di essere una persona con una sua testa, in diretta nazionale. Ma salvini la sera prima ha visto karate kid quindi:
Metti la mozione di Sfiducia al Governo.
Togli la mozione.
Metti la mozione.
Togli la mozione.
Con nonchalance salvini incassa il colpo, ma quando torna a casa in Padania. Scopre che ha dei defollow e questo non lo può accettare. Addirittura Conte ha un aumento dei like. Ora è nero e pensa alla contromossa. "I migranti me li posso sempre giocare, non passano mai di moda", pensa. Così la spara grossa: "ho pronta una manovra da 50 miliardi"
Il popolo del web esulta perché la frase piace. Tria controbatte: "ma fammi capire! Per fare la manovra sono quasi andato casa per casa a chiedere se tenevano 5 euro e ora tu tien 50 miliardi?"
Partono le consultazioni.
Salvini annuncia: "non sono per la politica del contro", disse l'uomo che ha trascorso a far offendere su Internet dai suoi seguaci chi non la pensava come lui.
Una risata si alza dall'Europa alle Ande.
Ma lui controbatte: "sono disposto a trovare un accordo con i 5 stelle se qualche no diventa si"
Mattarella a sto punto sbotta.

Dopo il Mojito di Salvini in Spiaggia

#Finita la #Pacchia sulla #Spiaggia #Matteo #Ubriaco 
Non vuole #Tav dopo #SiTav
#Roma #Ladrona e va a #Rubare a Roma
Prima il #Nord , poi il #Sud, poi boh!
Aboliamo le #Accise ,teniamo accise
600.000 #Rimpatri, meno di quelli di prima
#Cambiamo l' #Europa , non conta un ca@@o in Europa
#Lega non voglio #Poltrone , sono #Attaccati alle poltrone
Non vuole la #Crisi , e cerca la crisi...
Era la #Cubista Non la #Madonna

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sabato 21 novembre 2015

Stefano Rodotà e Limitazione di Espressione e Privacy



Stefano Rodotà
e la Limitazione di Espressione e Privacy
dopo gli Attentati a Parigi

Francia e Spagna hanno appena approvato due leggi che limitano la libertà di espressione e autorizzano la vigilanza di massa, mentre il caso Nsa continua a scatenare polemiche. Parla il giurista e già garante della privacy. Che punta il dito contro la politica

È dal giugno del 2013, quando Il The Washington Post ed il The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine "sorveglianza di massa" è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato "illegali" queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale.

Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?
Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice "l'unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile".
E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa,
 cui abbiamo in parte resistito.
Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di "morte della privacy": questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy diceva, riferendosi alla potenza della tecnologia: "Voi avete zero privacy, rassegnatevi". La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

C’è un "pericolo democrazia"?
Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa
 e negli Stati Uniti le Corti Federali.
Non vorrei che si dicesse "Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla", perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo…
Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire "ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo".
La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto "l’indottrinamento passivo": il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato.
D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione "boîtes noires" per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve.
Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo.
Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?
Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice "visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso".
Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli "Over the Top" (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT - ndr) 
ed i responsabili delle agenzie di sicurezza.

Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati 
che capiscano l’uso che ne viene fatto…
Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della "consapevolezza civile" è un problema fondamentale.
I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.


Abbiamo visto che i servizi di intelligence hanno completamente sbagliato. Tutti i servizi del mondo affermano che i sistemi di criptaggio siano un problema. Eppure sono emerse prove che testimoniano come gli attacchi di Parigi siano stati commessi da persone che usavano carte di credito con il loro vero nome, che utilizzavano messaggi di testo non criptati per dire cose come “facciamolo”.
Nessuno si chiede come queste persone traffichino in armi - sono oggetti fisici, che non viaggiano su Internet. Come hanno fatto i servizi di intelligence a sbagliare così miseramente, e perché cercano di distrarci con contro-accuse, suggerendo che il criptaggio, qualcosa che le persone non capiscono, sia il vero problema?
La nostra sicurezza necessita di una forte privacy, la nostra sicurezza necessita di autonomia, necessita di trasparenza ed accountability, necessita di libertà di parola, necessita che i diritti umani fondamentali vengano rispettati. E piuttosto che di meno democrazia, abbiamo bisogno di più democrazia. Piuttosto che sistemi meno sicuri, abbiamo bisogno di sistemi più sicuri. E abbiamo bisogno di usarli, di farli funzionare, di sovvenzionarli.


LEGGI ANCHE 
LA STORIA DELL' UMANITA' ILLUSTRATA DA MILO MANARA

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venerdì 23 marzo 2012

CORRUZZIONE : Gli alibi dopo Mani Pulite

Vi racconto Mani Pulite

La fabbrica degli alibi 

 20anni di mani pulite

 (Marco Travaglio a Servizio Pubblico 22marzo2012)

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 Diciottesima puntata per il programma di Michele Santoro. Ospiti gli ex pm che 20 anni fa indagarono sugli scandali che fecero crollare la Prima Repubblica: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. In studio anche Clemente Mastella. In questo video: Marco Travaglio. "All'estero se un politico commette un reato il politico sparisce: in Italia sparisce il reato. Siamo la fabbrica degli alibi". Marco Travaglio passa in rassegna i casi più eclatanti di corruzione all'epoca di Tangentopoli e quelli di vent'anni dopo.

Mani pulite vent’anni dopo di Antonio Di Pietro 

leggi anke

http://cipiri.blogspot.it/2012/02/mani-pulite-ventanni-dopo-di-antonio-di.html


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mercoledì 9 novembre 2011

Genova, il giorno dopo il disastro colposo



Le "criticità" conosciute sono state colpevolmente ignorate.

Se invece fossero state affrontate oggi non si piangerebbero i morti e non si sarebbe assistito all'ennesimo disastro. A quanto avevamo già indicato ieri, ne aggiungiamo una. Il Rio Rovare. Questo, come il Rio Noce, doveva trovare un intervento risolutivo che non si è mai più visto. Il Rio Rovare è un "piccolo" Fereggiano. Scende da San Fruttuoso alta ed è praticamente schiacciato dalla pesante urbanizzazione e "tombinato" sotto le strade che scendo a valle. Il suo percorso è ad "ostacoli" perché è costretto in sottosuolo a cambi di percorso radicali che nei casi di massima pressione del flusso d'acqua ha due strade: tornare indietro e comportare esondazioni nella parte più alta, con sfondamento del manto stradale, oppure "l'esplodere" nella parte bassa, lungo quella che era la vecchia via romana, oggi Via San Fruttuoso, allagando quella zona che scende sino a Piazza Terralba, dove poi si unifica al Rio Noce, sotto lo scalo ferroviario. Normalmente "esplode" in Via San Fruttuoso. Non servono le "alluvioni" per questo, o eventi piovosi di particolare pesantezza. Avviene spesso. Questa volta invece è esploso in Via Donghi, causando il cedimento della strada. Anche in questo caso, quindi, non si può dire che "non si sapeva" o che "non era prevedibile". Chi afferma questo mente sapendo di mentire, così come sul resto.

Ieri le abbiamo indicate nel dettaglio, le principali "consuete" - le si può chiamare così - "criticità. Conosciute ma ignorate, con costanza e dovizia quasi maniacale, verrebbe da dire, da parte delle Pubbliche Amministrazioni. E ieri abbiamo già ricordato che quel piazzale sulla rotta dell'onda di piena del Bisagno, Piazzale Adriatico, doveva vedersi "liberato" da quelle case popolari costruite in una conca sotto il livello del torrente. Una conca interessata anche agli "effetti" del Rio Mermi, con nuovamente evidenti problematiche di regolare deflusso. Si dovevano demolire perché quella è una conca naturale, pronta a raccogliere ciò che il Bisagno sputa dai suoi argini così come quanto scende da una collina ferita. Per una manciata di voti si blocco il progetto di demolizione e delocalizzazione dei residenti in ambiti territoriali sicuri. Ieri il fango ha riempito e distrutto il primo piano di tutti quei palazzi. La colpa è di chi aveva perseguito la demolizione e venne tacciato di "allarmismo" o di chi, per un pugno di voti, ha sostenuto che i cittadini di Piazzale Adriatico avessero il "diritto" di rimanere lì? Per noi indiscutibilmente la responsabilità è di chi ha difeso quei palazzi e l'accaduto ne è conferma.

Ieri abbiamo anche indicato, tra le altre, la questione del Fereggiano. Più che un torrente una "cascata" stretta e soffocata tra asfalto e cemento, coperture ed edificazioni più folte che una fitta foresta equatoriale. Lo scorso anno le Pubbliche Amministrazioni sventolavano la "messa in sicurezza avvenuta" del torrente. Una bufala. Una bufala costata 6 vite umane! Ed anche qui non si poteva dire di non sapere... Il Fereggiano stretto tra asfalto e cemento armato "urlava" che prima o poi si sarebbe fatto strada da solo.

Potremmo andare avanti ancora ma non ripetiamo quanto già scritto. Andiamo avanti...



E' il 5 novembre 2011. E' Genova, la città dove si è consumato un disastro colposo ed un omicidio plurimo. Anche la Procura della Repubblica apre un inchiesta.
http://www.casadellalegalita.org/index.php?option=com_content&task=view&id=9272&Itemid=1
Ora vediamo altri dettagli e facciamo il punto. Non siamo propensi al perdono dei responsabili, soprattutto quando negano le loro responsabilità. Non siamo "political correct", ma "banditi" e diciamo, come sempre, ciò che deve essere detto, come deve essere detto, senza mezzi termini, senza giri di parole o discorsi di convenienza. Se volete vivere nel mondo delle favole non leggeteci, se volete conoscere la realtà, nuda e cruda, siete nel posto giusto...




A Genova si è costruito troppo e troppo si continua a costruire.

Così come nel resto di questa martoriata regione che ha conquistato il primato per la maggior cementificazione del suolo di tutta Italia. Si è costruito, come abbiamo detto, a suon di deroghe e varianti. Non solo lungo il Bisagno. Anche in Val Polcevera, dove l'esempio delle nuove cementificazioni nella zona Sardorella sono emblema che già ha evidenziato lo sfregio continuo, rinnovato, ai corsi d'acqua. Si è continuato a dare il via libera a nuove grandi cementificazioni in variante ai vincoli del PUC (ex PRG) e con sistematiche deroghe ai vincoli del Piano di Bacino. Ed responsabili di questo continuano, meschinamente, nel negare le loro responsabilità. Nemmeno un briciolo di onestà intellettuale, davanti al disastro prodotto e sigillato in 6 bare e nella devastazione, ma menzogne su menzogne per negare e negare ancora, anche davanti alla rabbia della gente che non ne può più!

I politici, da Claudio Burlando a Marta Vincenzi, da Alessandro Repetto ai loro rispettivi assessori ed ex assessori, oggi chiedono di guardare avanti e di non perdersi in polemiche. E' vero, bisogna guardare avanti, ma per farlo occorre che i responsabili dell'accaduto si facciano da parte. Le nostre non sono polemiche. Sono accuse, chiare e nette, delle responsabilità e dei responsabili.

Ed i responsabili sono loro e chi è stato, nelle loro Giunte ed Amministrazioni, corresponsabile, per omissioni di intervento o per firme facili, soggetto compartecipe delle scelte scellerate che hanno devastato quel territorio e disatteso quegli interventi sulle stranote "criticità" che avrebbero, se compiuti, impedito il disastro... il dramma.

Marta Vincenzi dice che il problema è che il Piano di Bacino non andava bene. Peccato che lo abbia varato Lei, quando era presidente della Provincia - come abbiamo già ricordato - insieme all'allora suo assessore Paolo Tizzoni che ora è stato nominato, dalla Vincenzi stessa, come Dirigente al Comune di Genova. Claudio Burlando dice che qualcosa ha fatto sul Fereggiano e che questo ha evitato danni peggiori. Non è sufficiente, la messa in sicurezza delle criticità doveva essere la priorità assoluta, non parziale, degli Enti locali. E' lì che dovevano essere investite (e devono essere investite) le risorse. Alessandro Repetto, con la sua Giunta, dalle originarie deleghe a Difesa del Suolo e Urbanistica alla "grillina" Manuela Cappello ai nuovi incaricati, ha la responsabilità delle sfilze di deroghe ai vincoli previsti dal Piano di Bacino (ivi comprese quelle richieste dal Comune di Genova guidato da Marta Vincenzi ora, e da Giuseppe Pericu prima). L'assessore Gabrielli con Pericu, così come la stessa Vincenzi che per se ha trattenuto la delega all'Urbanistica, devono rispondere delle autorizzazioni date e dei progetti promossi, delle varianti adottate, delle deroghe richieste, delle omissioni di intervento sulle "criticità", come devono anche risponderne i Funzionari dei diversi Enti Locali... quegli stessi funzionari che hanno, in buona parte, guarda caso, fatto carriera, venendo promossi e trasferiti da un ente all'altro, quasi in automatismo rispetto alle deroghe e varianti che sottoscrivevano.

Il Presidente della Repubblica chiede che vengano capite le ragioni del disastro?

Ma non sono già abbastanza evidenti? Cosa ci vuole ancora? Persino davanti all'emergenza si è assistito a responsabilità gravissime, che, ancora una volta, vengono negate nonostante siano lapalissiane. Il caso delle scuole non chiuse a Genova ne è un esempio. Ma anche su questo la Vincenzi nega le proprie responsabilità vergognosamente, senza un briciolo di onestà intellettuale. Il blocco della circolazione lo si attua il giorno dopo e non quando va in scena il disastro? In via Fereggiano nessuno ha dato l'allarme, così come a Borgo Incrociati. Il personale della Municipale e della Protezione Civile, nonostante lo stato di allerta, è arrivato a disastro avvenuto... L'avviso della dramma è stato portato direttamente dall'acqua, fango e detriti che ti travolgevano e travolgevano tutto. Ed anche nelle Scuole che la Sindaco non ha chiuso, si è lasciato il tutto all'improvvisazione... chi avuta la notizia dell'imminente esondazione che, pur avendo la scuola proprio poggiata sulla sponda del Bisagno, ha mandato di corsa i ragazzi fuori perché raggiungessero casa, così che uno di loro, l'ultimo ha superato il ponte di Sant'Agata un istante prima che quel ponte venisse sovrastato dall'onda di piena. Altri sono stati tenuti nelle strutture scolastiche e potati poi fuori in braccio dai genitori perché tutto era allagato. Altri ancora sono stati portati a casa o tenuti in custodia da insegnanti che non se la sentivano di lasciarli soli. Tutto senza una regia, un coordinamento da parte di chi doveva garantirlo!

Il responsabile della cementificazione nuovo Commissario per l'Emergenza?

E poi si scopre che cosa, in questo giorno dopo il disastro ed il dramma? Che Claudio Burlando, il massimo simbolo del "Partito del Cemento", cioè della devastazione del territorio che si è consumata in un crescendo inesorabile in questi ultimi decenni, a Genova ed in Liguria, dovrebbe essere nominato Commissario Straordinario per l'emergenza! No, questo è davvero l'insulto che segue alla tragedia! Uno schiaffo ulteriore ad una città, ad una regione, piegata dal dramma, che crediamo non sia davvero tollerabile.

Burlando non è solo il principale responsabile della stagione di oltre 3 milioni di metri cubi di cemento per nuove edificazioni su costa ed entroterra, ma è anche uno di quei politici che anziché pretendere provvedimenti e stanziamenti per mettere in sicurezza il territorio, ha promosso provvedimenti che hanno aperto la strada a nuovo cemento, a nuovi volumi... alle costruzioni in zone protette, vincolate sino nell'immediatezza delle sponde dei corsi d'acqua. E' sempre Burlando che anziché esigere i soldi per la messa in sicurezza dei corsi d'acqua e del suolo, in una regione dove il dissesto idrogeologico rappresenta un costante e concreto pericolo, ha spinto perché si stanziassero i soldi per "grandi opere" che se realizzate altro non farebbero che indebolire ancora il territorio. E' sempre Burlando con la sua amministrazione che ha di fatto permesso una gestione delle cave che ha contribuito da un lato ad una sempre maggiore erosione del territorio, con impermeabilizzazioni dirompenti, e dall'altro ha concesso un sistematico uso a discarica delle molteplici cave "esaurite", spesso in mano alla 'ndrangheta, con effetti devastanti sulla canalizzazione delle acque.

Se qualcuno, quindi, pensa che questo curriculum sia compatibile con l'essere, da domani, anche il curatore degli interventi (e degli stanziamenti) per l'emergenza, crediamo che allora l'irresponsabilità sia divenuta l'unico criterio premiante di selezione dei pubblici incarichi.

E l'ECO-GE "interdetta" rispunta di nuovo nei lavori di "somma urgenza"

Gino Mamone, emergeva dalle indagini della Guardia di Finanza coordinate dal Pm Francesco Pinto, essere un amico di Claudio Burlando. Così come della Marta Vincenzi. Gli uomini di questi due amministratori pubblici si sono prodigati molto per gli affari dei Mamone. Questo ce lo dicono i fatti che spesso abbiamo documentato, non soltanto descritto e denunciato. La Vincenzi, addirittura, si spingeva a farsi una sorta di "promotore immobiliare" per far vendere l'area dell'ex Oleificio Gaslini dei Mamone, promettendo all'acquirente (lo dichiarava lei!) ogni variante e sostegno da parte dell'amministrazione comunale se avesse acquistato l'area (il tutto mentre il suo ex assessore Paolo Straino è sotto processo con Gino Mamone per corruzione volta ad ottenere una variante urbanistica proprio per quella stessa area, con progetto dell'arch. Vittorio Grattarola amico di Burlando e socio della sua associazione Maestrale).

Ed i Mamone sono quella famiglia che con la ECO-GE ha costruito dopo il 1993 (cioè dopo il brindisi di Gino Mamone con i grandi, potenti e storici boss della 'ndrangheta in Liguria, Franco Rampino e Carmelo Gullace) una sorta di monopolio degli appalti pubblici (a partire da quelli della Sviluppo Genova per le ex Acciaierie di Cornigliano all'Acna di Cengio) e di grandi commissioni e subappalti da parte di privati a partire da Erg, Coopsette, Genova Hi-Tech.

Ed i Mamone sono quella famiglia della 'ndrangheta, indicata come tale dalla DIA già a partire dal 2002, e risultata in contatto con molteplici altri soggetti legati e appartenenti alla 'ndrangheta, come il Vincenzo Stefanelli ed i Fotia, per citare dei loro "colleghi" cosiddetti imprenditori.

Ed i Mamone, e nello specifico la ECO-GE SRL di Gino Mamone, ha avuto un interdizione atipica antimafia nel luglio 2010 da parte della Prefettura di Genova. "Atipica" perché promossa, come ha ricordato il prefetto Musolino alla Commissione Parlamentare Antimafia a fine ottobre scorso, in presenza di evidenti risultanze investigative ed anche se in assenza di provvedimenti giudiziari.

E se quell'interdizione antimafia è stata sistematicamente ignorata dalle Pubbliche Amministrazioni e dalle Società da queste partecipate e controllate (si pensi a Sviluppo Genova, Fiera di Genova, Amiu), già nei lavori di somma urgenza dell'ottobre 2010 per l'alluvione di Sestri Ponente erano stati chiamati da AMIU (100% del Comune di Genova) a prestare la loro opera negli interventi di somma urgenza.

Oggi, li abbiamo ritrovati in azione per l'emergenza della nuova alluvione. Se prima abbiamo trovato i loro autospurghi a San Fruttuoso, tra via Torti e via Filippo Casoni, chiamata sempre dalle società pubbliche, per i lavori di somma urgenza in Piazzale Adriatico, vi era la ECO-GE dei Mamone. 


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venerdì 19 agosto 2011

Dopo Spider Truman arriva Asperamundi





Dopo Spider Truman arriva Asperamundi

una “spia” denuncia dall’interno dei Palazzi



Sul suo blog scrive: ''essendo cmq parte della Casta, cerco di portare, spero, il mio piccolo contributo di critica e denuncia. Non è mio interesse fare concorrenza o delegittimare qualcuno ma quello che non condivido è il monetizzare la giusta indignazione di tanti''

aspera Dopo Spider Truman arriva Asperamundi, una spia denuncia dallinterno dei PalazziAnonimo. Come Spider Truman. Con un blog su cui pubblicare "i conti" della Casta. Come Spider Truman. Impiegato della Camera dei Deputati. Come Spider Truman ma non proprio: il primo è stato licenziato e dopo 15 anni di silenzio si vendica, il secondo lavora ancora "a Palazzo".

Il fenomeno della denuncia anonima prende piede anche all'interno dei palazzi del potere e sul web vengono pubblicati rendiconti e note spese della "Casta", ad opera di anonimi segretari di questo o quel deputato.

Il proprietario del blog Asperamundi - ad esempio - spiega: "Sono un impiegato, con incarico di segreteria per un onorevole della Camera dei Deputati (al secondo mandato). Il mio stipendio è, in media, di 2.400 euro il mese". A differenza di Spider Truman che nel suo estro vendicativo pare quasi aver dimenticato stipendio e privilegi di cui lui stesso - per quindici anni - ha usufruito, Asperamundi lo spiega chiaramente: prendo 2.400 euro al mese, "in media". In molti gridano allo scandalo eppure è solo uno dei tanti stipendi dei palazzi del potere, di sicuro non tra i più alti.

Come Spider Truman ma senza l'eco mediatica che lo ha contraddistinto, Asperamundi pubblica diversi estratti conto e note spese della Camera. Ad iniziare da "un dettaglio delle spese sanitarie dei nostri eroici rappresentanti. Da notare le spese (in un anno) per fisioterapia (a stare seduti nei banchi di Montecitorio si soffre...) quelle per gli apparecchi acustici ( spiegato il motivo perchè non sentono la voce del popolo...) e quelle dal dentista (con tutto quello che mangiano soffrono di carie...)".

A differenza di Spider Truman, però, Asperamundi non "monetizza" l'indignazione popolare, non inserisce pubblicità sul blog. né si nasconde dietro un dito: "faccio parte della Casta", lo dice chiaramente. Ecco quanto scriveva ieri:

Chiunque, con mezzi civili e democratici, prosegue la campagna per denunciare i costi ormai insostenibili (moralmente ed economicamente) della politica italiana a tutti i livelli ha il mio rispetto e la mia adesione. Ho aperto questo blog dopo la, giusta, mobilitazione della rete sui temi denunciati da spidertruman e perchè, essendo cmq parte della Casta, cerco di portare, spero, il mio piccolo contributo di critica e denuncia. Non è mio interesse fare concorrenza o delegittimare qualcuno ma quello che non condivido è il monetizzare la giusta indignazione di tanti che in questi giorni e ore cercano un modo di esprimere, liberamente, la propria rabbia.

AsperaMundi non si limita a pubblicare qualche pass scolorito della "Ztl-Camera dei Deputati" ma mette on line anche la busta paga dei consiglieri regionali della Regione Lombardia, aggiornate al febbraio dello scorso anno. E i numeri non sono certo quelli di un impiegato.

"Molte cose - riconosce l'anonimo segretario - erano già note ma l'indignazione sembra durare come un ghiacciolo nel deserto. Ma non solo deputati e senatori sono la Casta ma anche i consiglieri regionali di cui pubblicherò le buste paga".

Come Spider Truman, anche Asperamundi ha una pagina Facebook ma con appena 13 iscritti (per ora). Gli/le consigliamo però di non scrivere post come: "devo finire una relazione per la deputata sulle energie fotovoltaiche" pena la possibilità di essere individuato.

L'impressione, dunque, è che l'antipolitica sia entrata anche nei Palazzi del Potere dove la percezione dello scollamento tra comuni cittadini e chi lavora nelle strutture di Camera e Senato (ma non solo) si avverte come ormai incolmabile. Al di là dei privilegi, dunque, c'è la coscienza e la consapevolezza di essere dei "fortunati", a fronte di un'Italia sempre più lontana e precaria, ignorata da politici chiusi e blindati "a Palazzo".

Nell'ultimo post pubblicato, AsperaMundi fa una promessa: "Tra 48 ore sarà attivo il server off e allora pubblicherò filmati e documenti riservati con nomi e cognomi". To be continued...

Scritto da

http://asperamundi.blogspot.com/


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domenica 9 gennaio 2011

DOPO LA TUNISIA LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA




MAGHREB:

DOPO LA TUNISIA

LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA

E’ guerriglia in Algeria dove da martedì scorso è esplosa la rabbia della popolazione contro i vertiginosi rincari dei beni di largo consumo. Olio e zucchero, per esempio, hanno subito un aumento del 30%. Nessun bilancio degli scontri è stato diffuso da fonti ufficiali, ma la stampa locale parla di decine di feriti in tutto il paese. Epicentro della rivolta la capitale Algeri dove una violenta battaglia è in corso in uno dei quartieri centrali, tra Belcourt e Ruisseau, mentre a Bordj El Kiffan, nella periferia orientale,  è stato incendiato il deposito della nuova linea tramviaria ancora in costruzione. Secondo testimoni oculari interpellati dalle agenzie di stampa, agli spari di lacrimogeni lanciati dalla polizia i manifestanti rispondono appiccando incendi e contrattaccando. Colonne di fumo si stanno alzando da varie zone della capitale. Gruppi di manifestanti, secondo testimoni principalmente giovanissimi armati di bastoni, coltelli e pietre, hanno tentato di dirigersi verso la centrale piazza Premier Mai ma sono stati respinti a più riprese dalla polizia. Resta alta la tensione anche in altri quartieri della capitale, come a Bordj El Kiffan, dove sono stati incendiati alcuni vagoni del tram. A Baraki, riferisce l’agenzia Aps, è stata devastata una fabbrica di televisori, mentre a Sidi M’Hamed è stato saccheggiato un museo. La polizia in tenuta anti sommossa sta presidiando le principali piazze e ha bloccato l’accesso a diverse zone della città.
E scontri si registrano anche nel centro di Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia, regione dove da sempre è presente un forte sentimento antigovernativo. Qui  gruppi di giovani, secondo El Watan Online, hanno bloccato il centro della città ed eretto barricate con cassonetti e blocchi di cemento. La polizia ha caricato ripetutamente i manifestanti al fine di disperderli. Anche ad Annaba intanto, principale città dell’est del paese,  i manifestanti chesi trovano nel centro della città si stanno scontrando con la polizia. E anche qui gli agenti stanno sparando lacrimogeni per disperdere la folla.
Dopo la Tunisia quindi, l’Algeria: non si ferma nella sponda meridionale del Mediterraneo la protesta sociale che unisce in maniera un po’ confusa ma estremamente rabbiosa i giovani laureati senza futuro di Tunisi e i quartieri popolari di Algeri.Il servizio con Hamza Bahri, giornalista algerino del quotidiano libanese Mahar
Il servizio con Nasira Ben Ali, corrispondente in Italia del quotidiano algerino Al Watan


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domenica 29 novembre 2009

Wto a Ginevra, dieci anni dopo Seattle

Wto a Ginevra, dieci anni dopo Seattle

Il 30 novembre a Ginevra, la Wto si riunisce per tentare di rilanciare il negoziato sulla ulteriore liberalizzazione del commercio mondiale. In tutto il mondo, azioni di protesta contro il summit. Pensando al vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici.

Sul sito ufficiale della Organizzazione mondiale del commercio, Wto, c’è un link alla campagna «Seal the deal» [fate l’accordo]. Una «mobilitazione telematica» per sostenere il vertice Onu di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Il link è in fondo alla pagina, dopo tutta la retorica della Wto sui benefici del commercio internazionale che più libero non si può e dopo i documenti sulla prossima riunione ministeriale, prevista dal 30 novembre al 2 dicembre a Ginevra, nel quartier generale della Wto.
Il link rimanda a un sito che nella grafica allude a quelli dei movimenti sociali che dieci anni fa, a Seattle, contribuirono in modo determinante al fallimento del round di negoziati che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era per la Wto e per il commercio mondiale. C’è perfino la silhouette di una persona con il pugno alzato, evidentemente a protestare contro qualcosa o qualcuno. Marketing politico, dai verti della Wto, secondo una tecnica di «greenwashing» di cui ormai nemmeno le multinazionali più feroci possono fare a meno. E’, appunto, solo marketing. Perché nel summit della Wto, a Ginevra, il clima entrerà di striscio, come uno dei «fattori» da tenere presente per i futuri scenari del business globale, quando non come una delle nuove opportunità di affari.
A Ginevra, sfruttando l’alibi della tempesta perfetta della crisi finanziaria ed economica mondiale, i negoziatori della Wto cercheranno di rimettere in modo il cosiddetto Doha development round, cioè l’insieme delle nuove – e più liberiste – regole del commercio mondiale che aveva mosso i primi passi a Seattle, per arenarsi poi nella conferenza di Doha, in Qatar, nel 2001. Dal vertice di dieci anni fa, la Wto ha collezionato solo fallimenti: Doha, appunto, e poi Cancun, in Messico, nel 2003 e Hong Kong due anni più tardi. Agricoltura, brevetti, investimenti diretti esteri rimangono gli ostacoli che il negoziato dovrebbe superare, senza però che i paesi più «pesanti» nella Wto abbiamo smussato le proprie posizioni, tutte orientate a garantirsi quanto più spazio nei mercati emergenti proteggendo quelli «interni» dalla presenza di merci, beni, servizi provenienti da «fuori». E’ cambiata, invece, rispetto a dieci anni fa la forza contrattuale di alcuni paesi del sud del mondo, India e Cina innanzi tutto, ma anche Brasile, Sudafrica, Indonesia, Messico, Corea del sud, Australia, e via elencando fino a comporre l’elenco dei 20 paesi più importanti, quelli che si sono riuniti pochi mesi fa a Pittsburgh, negli Usa, peraltro senza grandi risultati.
Ricordare la ministeriale di dieci anni fa, però, non serve a celebrare un anniversario. Serve semmai a rilanciare la protesta contro l’idea di mondo delineata dagli accordi che la Wto ancora cerca di imporre, nonostante l’evidenza del fallimento: crisi climatica, aumento della fame, instabilità economica, erosione dei diritti ovunque. E’ questo lo spirito delle iniziative che si preparano in tutto il mondo, con modi, accenti, stili diversi. E’ questo anche lo spirito della manifestazione di protesta prevista a Ginevra domani, 28 novembre, due giorni prima dell’inizio del summit della Wto. «Una cosa è chiara: al centro dell’agenda della ministeriale della Wto che si aprirà lunedì, per l’ennesima volta non ci saranno i diritti di tutti ma gli interessi di pochissimi – scrivono in un comunicato gli attivisti riuniti nella Casa delle associazioni, a Ginevra – Ma se qualcuno pensava che tenendo bassa la comunicazione su questo vertice, noi li avremmo persi di vista, a gli avremmo permesso di andare avanti ‘business as usual’, si sbagliava di grosso».
Così come si sbaglia chi pensa che basti un link sul sito per nascondere le responsabilità della Wto [e dei governi dei paesi ricchi in essa] per il disastro ecologico di cui si discuterà a Copenhagen a partire dal 7 dicembre.

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domenica 9 agosto 2009

Woodstock, 40 anni dopo



Woodstock, magari. Anche 40 anni dopo


Andò come andò, beato chi c'era, grazie per quel nutrimento culturale di generazioni. Ma Woodstock quarant'anni dopo non si celebra per mancanza di sponsor e di soldi. E la Stampa di ieri mattina, incautamente scrive in prima pagina: «finalmente!», sostenendo che i ragazzi di oggi non ne sanno nulla, che Woodstock ricorda loro tutto al più l'uccellino di Snoopy, che dentro gli iPod dei nostri figli circola altro. Errore. Grande errore. Quella storia vibra ancora come una corda pizzicata da Jimi. E mica tra noi vecchietti (il collega de la Stampa così si autodefinisce e al buio ci associamo subito), ma proprio tra i ragazzi che cita, dai 14 anni in su.
Woodstock, magari. «Se ci ispirassimo a loro, potremmo superare quelle avversità che sono i problemi attuali dell'America, nella speranza di un futuro più luminoso e pacifico». Non è l'onnipresente Barack Obama a parlare ma Max Yasgur, l'allevatore che per 75.000 dollari affittò i terreni a Bethel, nello stato di New York, dove tra il 15 e il 18 agosto del 1969 si svolse il più famoso festival della storia del rock. Servirono altri 25.000 dollari per prendersi terreni circostanti, perché lo spazio era diventato insufficiente appena si sparse la voce dell'evento. Le highway americane rimasero bloccate sul serio, mica per colpa di passanti fasulli fatti per non passare. Jimi Hendrix suonò di lunedì 18 con la sua strato bianca quando molti se ne erano già andati e la storia finisce. O comincia.
Quarant'anni dopo? Certo, le celebrazioni un po' puzzano sempre. Michael Lang, uno dei quattro organizzatori di Woodstock 1969, ha dato forfait per il concerto del quarantennale che avrebbe voluto tenere a Brooklyn (mica sui campi fangosi di Yasgur, è la televisione bellezza), perché non ha trovato 10 milioni di dollari di sponsor. Nel 1969, 100.000 dollari al cambio allora fisso con la lira (1 dollaro=625 lire) valevano 62,5 milioni, che teletrasportati a oggi senza contare svalutazioni etc, fanno circa 30.000 euro. Una bella differenza, altri tempi, le leggi dello spettacolo hanno fatto da allora mille capriole. Usare però il flop di Lang come strumento per suonare il requiem per il rock e per il suo concerto-idolo è troppo. Piuttosto, andrebbe ricordato che il quarantennale è precipitato dentro il buco nero della crisi finanziaria ed economica mondiale più grave da un ottantennio, cioè dal grande crack del 1929. Un colpo di sfortuna verrebbe da dire, se non fosse che i milioni di posti di lavoro persi in giro per il mondo a causa del crack gridano vendetta. Eppoi, valli a trovare due tipi come Joel Rosenman e John Roberts (il quarto degli organizzatori era Artie Komfeld) che in un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal si presentavano così: «Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e di proposte d'affari», ecco come nacque Woodstock Ventures. Per Lang, farsi dare oggi 10 milioni di dollari per un festival da banche, assicurazioni, costruttori di automobili e produttori di yogurt è stata troppo dura. Ne hanno sperperati così tanti negli anni scorsi, che adesso sono costretti a cambiare musica.
Non i nostri ragazzi. Che magari non leggono la Stampa (e nemmeno il manifesto) ma che di Woodstock sanno tutto, o quasi. Bisogna ascoltarli suonare nelle salette che pullulano in città, si sentono ancora Jimi Hendrix e i Led Zeppelin che a Woodstock non ci andarono, dirottati dal loro agente in un'altra tournée americana. Certo, Joe Cocker sì, Joan Baez proprio no. Sarà che chi scrive ha trovato nell'iPod di un figlio di 8 anni Stairway to Heaven, Jimmy Page a fianco dei Red Hot Chili Peppers nonché dei Deep Purple. Sarà che il fratello poco più grande suona una Gibson e usa Internet, cosa che nel 1969 - e nemmeno nel 1979 e nemmeno nel 1989 - noi sapevamo cosa fosse, e che con un click su un motore di ricerca, Woodstock è servito per filo e per segno, e per filmati.
Di sicuro, è più facile che questa generazione conosca meglio chi sono gli «eroi di Woodstock», per citare ancora il collega, che quelli «dei Mille, del Piave, della Guerra d'Etiopia e pure - diciamolo francamente - della Resistenza». Nel caso, semmai è colpa nostra.

Francesco Paternò
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poster canvas art riproduzione quadri

mercoledì 15 luglio 2009

In Honduras, dopo il gople, lo stallo politico

In Honduras, dopo il gople, lo stallo politico

Marica Di Pierri Associazione A Sud

Il presidente deposto Manuel Zelaya ha lanciato un ultimatumo al governo golpista di Micheletti. La mediazione internaziona, rafforzata dalle prese di posizione dell'Osa e dell'Onu non riesce a ottenere che i golpisti rinuncino al potere.

Nonostante i tentativi di negoziazione del presidente del Costa Rica – e premio Nobel per la Pace – Oscar Arias e le raccomandazioni della comunità internazionale che ha auspicato l’immediato reintegro del deposto presidente Manuel Zelaya alla guida del piccolo paese centroamericano, l’Honduras è ancora lungi dall’essere pacificato.
A più di due settimane dal Golpe, continuano in Honduras le manifestazioni – quasi quotidiane – contro il governo de facto di Roberto Micheletti, insediatosi al potere dopo il golpe civico-militare dello scorso 28 giugno che ha spodestato il presidente costituzionalmente eletto.
Martedì mattina Manuel Zelaya ha dato un ultimatum al governo golpista affermando che «se al più tardi durante la prossima riunione del tavolo di mediazione che si riunirà a San Josè [capitale del Costa Rica, ndr] non si troverà il modo di reintegrare il legittimo governo alla guida del paese, daremo per fallita la mediazione di Oscar Arias e cercheremo altre strade per restaurare la democrazia in Honduras». Zelaya ha aggiunto che se il governo de facto di Micheletti continuerà a rifiutarsi di adempiere alle raccomandazioni dell’Organizzazione degli stati americani [Osa] e delle Nazioni unite non c’è alra via che quella di andare oltre la mediazione e tentare altre strade.
Zelaya ha anche criticato l’atteggiamento del governo golpista parlando di «pratiche volte a ritardare il processo di mediazione e di repressione sistematica contro la popolazione civile», compiuta ad esempio «attraverso la violazione del diritto alla libera circolazione e alla libertà di espressione».
La dichiarazione di Zelaya è arrivata dopo l’annuncio di Micheletti, che si era detto disponibile a concedere un’amnistia al presidente deposto, nel caso questi accettasse di presentarsi al cospetto delle autorità giudiziarie honduregne. Micheletti ha contemporaneamente escluso ogni possibilità che Zelaya venga reinsediato alla presidenza del paese.
Nonostante tali dichiarazioni, la comunità internazionale continua coesa nel non voler riconoscere il nuovo governo ed esige l’immediato reintegro di Zelaya al potere. In Egitto nei giorni scorsi 118 paesi hanno condannato energicamente il colpo di stato, riaffermando di non essere disposti a riconoscere come legittimo nessun governo se non quello di Zelaya.
La settimana scorsa una delegazione di osservatori internazionali del Guatemala ha pubblicato un rapporto dettagliato che ha documentato e portato alla luce le gravi violazioni perpetrate dall’esercito golpista contro la popolazione.
Intanto il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki Moon ha annunciato ieri di voler contribuire personalmente alla risoluzione della crisi in Honduras, offrendo «collaborazione tecnica per la mediazione» e dichiarando piena disponibilità a riguardo ad Arias.
In Honduras continuano intanto le mobilitazioni a favore di Zelaya, anche se gradualmente meno frequenti. Il governo golpista ha annunciato la sospensione del coprifuoco nel paese a partire da domenica scorsa.
Zelaya conta sull’appoggio di gran parte dei governi della regione. Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha chiesto nei giorni scorsi agli Stati uniti di mettere in atto le azioni necessarie a dimostrare concreto appoggio al presidente deposto. Allo stesso modo i governi di Bolivia e Uruguay hanno diramato una nota nella quale esprimono nuovamente solidarietà a Zelaya e al popolo dell’Honduras.
Il governo di Micheletti ha risposto dichiarando nuovamente che lascerà il potere a gennaio al vincitore delle elezioni politiche previste per l’anno nuovo, aprendo alla possibilità di elezioni anticipate se si troverà un accordo tra i principali partiti politici e le autorità. Ciascuno insomma continua a rimanere sulle proprie posizioni, senza cedere di un passo alla mediazione internazionale. Uno stallo preoccupante e dagli esiti imprevedibili.

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