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venerdì 3 aprile 2015

COSA SI MANGIA DOMANI ?: PASTA MADRE: RICETTA SEMPLICE


La ricetta semplice della pasta madre fatta in casa. 


Ingredienti

Difficoltà: Facile
Preparazione: 10 minuti + 48-72 ore per lievitare

- 300 gr di farina di frumento integrale e biologica
- 150 ml di acqua a temperatura ambiente

- 1 cucchiaino di zucchero grezzo di canna

La pasta madre è un ingrediente prezioso e viene usato come lievito naturale, soprattutto nella preparazione di dolci come il panettone, la colomba pasquale,
 e il pandoro, ma anche per fare il pane e la pizza...
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martedì 24 settembre 2013

Egitto, tornano gli slogan della rivoluzione: Pane e libertà


Egitto, tornano gli slogan della rivoluzione: Pane e libertà

Nasce oggi un nuovo movimento, Revolution Path Front, in opposizione alla Fratellanza e al golpe militare. Obiettivo, la redistribuzione della ricchezza in un Paese tradito.
- Ieri un tribunale del Cairo ha messo al bando l'organizzazione Fratelli Musulmani: proprietà sequestrate, sedi chiuse, attività vietate. Oggi è giunta la prima risposta dei sostenitori islamisti del deposto presidente Morsi - tuttora agli arresti - di fronte alla sede delle Nazioni Unite nella capitale. Ad organizzare la manifestazione è stata l'Alleanza Nazionale per il Sostegno della Legittimità.

Intanto, però, alla base c'è chi si muove in direzioni alternative, contro la Fratellanza e contro l'esercito. È nato oggi un nuovo gruppo, Revolution Path Front, formato da attivisti con l'obiettivo di tornare ai principi originari e scatenanti la rivoluzione del 25 gennaio 2013: "Pane, libertà e giustizia sociale". Oggi a mezzogiorno la campagna verrà ufficialmente lanciata, come riporta la pagina Facebook del nuovo movimento. L'obiettivo, "ridistribuire le ricchezze tra le classi povere egiziane", sfidando le politiche perpetrate prima dai Fratelli Musulmani e ora dal nuovo governo che, secondo Revolution Path Front, non ha ancora adottato alcuna misura in merito.

"Siamo un gruppo alternativo che combatterà contro l'oppressione militare e contro la violenza e il settarismo dei Fratelli Musulmani, per tornare alla rivoluzione del 25 gennaio", spiegano gli attivisti. Hatem Tallima, portavoce del Revolution Path Front, si dice ottimista: il movimento "saprà rappresentare la voce collettiva di chi sostiene tali idee di giustizia sociale. Seppure, so che il numero di persone che credono in questi principi per ora è limitato".

E punta il dito contro la Fratellanza, che tradendo lo spirito rivoluzionario egiziano hanno tolto ogni speranza ai manifestanti, ormai convinti di non poter ottenere nulla se non "uno Stato autoritario": "La nomina di 17 governatori provenienti dall'esercito, la reintroduzione di personaggi legati a Mubarak nelle istituzioni statali e il modo in cui le assemblee costituenti sono state formate - spiega Tallima - fanno capire che l'Egitto non sta camminando nel giusto sentiero".

Dal gennaio 2011, l'Egitto ha visto alternarsi governi di natura diversa, da quello militare a quello islamista, senza però assistere ad un miglioramento delle condizioni socio-economiche della popolazione, che spinsero il popolo egiziano in piazza contro il regime di Mubarak. Il tasso di disoccupazione si attesta ancora intorno al 13%, mentre la Banca Mondiale calcola che un quinto della popolazione viva sotto la soglia di povertà.

A peggiorare una situazione critica è stato anche il governo Morsi che ha optato per politiche di libero mercato, attraverso la ristrutturazione del sistema economico (volta ad attrarre il prestito da quasi 5 miliardi di dollari dell'FMI) i tagli alla spesa pubblica e la spinta verso una maggiore privatizzazione del settore produttivo. Una serie di politiche che hanno provocato la reazione delle classi lavoratrici, che nell'anno di governo islamista, hanno organizzato manifestazioni per chiedere migliori condizioni salariali, incentivi alle aziende in procinto di chiudere i battenti, nuove opportunità di lavoro. Secondo i dati pubblicati dal Centro Egiziano per gli Studi Economici e Sociali, nel 2012 si sono tenuti 3.187 scioperi, 2.400 le proteste da gennaio a maggio 2013.

La risposta dell'esecutivo è stata la repressione, scelta pagata a duro prezzo. Ora la palla passa al nuovo governo, figlio di un golpe militare, gestito da quell'esercito che da anni possiede e controlla gran parte dell'economia egiziana.

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giovedì 1 marzo 2012

COSA SI MANGIA DOMANI ?: Attenzione al pane precotto

Attenzione al pane precotto



Attenzione al pane precotto
COSA SI MANGIA DOMANI ?: Attenzione al pane precotto: Attenzione al pane precotto in vendita soprattutto nella grande distribuzione low cost Crisi del pane. La denuncia è della ...

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lunedì 17 gennaio 2011

Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Il commento di Annamaria Rivera da Liberazione.



Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Un regime tirannico e corrotto, ottuso e paranoico, che in poco più di un ventennio ha fatto dell’intero Paese una galera a cielo aperto. In questa prigione estesa, la libertà di espressione è conculcata. Molti giornali, anche europei, sono proibiti. Gli oppositori sono sorvegliati, minacciati, rapiti perfino all’estero, imprigionati e torturati in patria. Gli artisti, i blogger, i rapper sono considerati nemici pubblici da sequestrare e incarcerare. “Qui non si parla di politica”, come al tempo del regime mussoliniano: neppure per strada poiché ovunque c’è l’orecchio di un agente in borghese dietro le tue spalle. Ovunque, come nel Ventennio italiano, in luoghi e occasioni pubbliche, perfino in bottegucce sperdute nel deserto, campeggia il ritratto del tiranno: rifiutarsi di esporlo significherebbe rischiare gravi ritorsioni.
I segni della dittatura sono disseminati dunque in ogni dimensione e recesso del Paese: è curioso che pochi li colgano fra le schiere di turisti occidentali che invadono la Tunisia, fra i governanti francesi e italiani che sono soliti frequentarne gli hotel a cinque stelle.
Certo, la pressione che infine ha fatto saltare il tappo della bombola tunisina riguarda le peculiarità di un Paese che ha conosciuto un passato di modernizzazione e di straordinarie riforme (in senso proprio) e che quindi ha alimentato aspettative sociali alte ed estese. Bourguiba, infatti, ha lasciato in eredità un incredibile sviluppo della scolarizzazione pubblica, un sistema sanitario diffuso ed efficiente, nonché leggi per la parità di genere che all’epoca erano più avanzate di tante europee: si pensi alla legge sull’aborto e alla diffusione dei consultori. Anche per questo la disperazione giovanile è tanto acuta da esprimersi non solo con la rivolta ma anche col suicidio. La schiera di laureati che un tempo trovavano impiego nei più vari settori pubblici è sottoposta da anni a un drammatico processo di declassamento, destinata come è alla disoccupazione o a lavoretti precari e umili. In una società fatta per lo più di persone con un senso profondo della dignità e dell’orgoglio, la hogra, il sentirsi umiliati e disprezzati, ha contribuito a far esplodere la rivolta. L’Europa-fortezza ha alimentato gravemente questa serpeggiante disperazione sociale. Fino a poco tempo fa restava, come ultima, la speranza di emigrare verso l’Italia o la Francia. Oggi non più, a causa della crisi economica che colpisce pure i paesi europei e per colpa del proibizionismo anti-migrazione esercitato con ogni mezzo, anche estremo, e con la complicità attiva degli stessi Stati della riva sud del Mediterraneo.
Ma la lunga e coraggiosa rivolta tunisina è anche e soprattutto contro il regime oppressivo e dispotico di Ben Ali. E’ un’insurrezione per il pane e per la libertà. Non è solo, come si è scritto, la sollevazione disperata di giovani disoccupati senza futuro, colpiti come ovunque dagli effetti del neoliberismo e della crisi economica mondiale. Non è solo una rivolta giovanile. Sta diventando, invece, un movimento politico che va oltre le rivendicazioni sociali dei giovani laureati-disoccupati e che coinvolge attori sociali i più vari: operai, sindacalisti, artisti, liceali, avvocati, medici, insegnanti, intellettuali, professori universitari, altri settori delle classi medie. Ormai il regime, infatti, ha perso consenso e legittimità perfino fra le élite del Paese. Solo le élite governanti e affariste europee continuano a sostenerlo con impudenza; con stoltezza, in fondo, dato che esso è destinato ad essere travolto da questa sollevazione. La feroce repressione che sta esercitando, la scia di cadaveri che lascia durante la sua agonia non serviranno a scongiurarne la fine. Malgrado il bagno di sangue, la rivolta non si fermerà finché il dittatore non sarà costretto ad andarsene. A meno che non sia deposto da un colpo di stato militare. Spetterebbe alla comunità internazionale, agli organismi dell’Unione europea, ai suoi singoli paesi vigilare ed esercitare pressioni perché ciò non accada. Spetta alle forze di sinistra europee e soprattutto ai movimenti di base esprimere solidarietà attiva verso il popolo tunisino in rivolta per contribuire a scongiurare quest’esito nefasto.


di : Annamaria Rivera


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