Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta TUNISIA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta TUNISIA. Mostra tutti i post

mercoledì 23 luglio 2014

Vivi Meglio all'' Estero con la Pensione



 Per l’Istat sono 473mila gli over 60 che vivono all’estero, in Paesi dell'Unione europea, ma anche nel Caribe, in Asia e Maghreb. Partono soprattutto per motivi economici, perché stanchi dello stile di vita e di pensioni insufficienti e sono attirati da Stati con un regime fiscale agevolato. La testimonianza a ilfattoquotidiano.it: "La mia seconda vita è a Sofia. Voglio che le mie ceneri siano gettate nel Mar Nero"

L’Italia non è nemmeno un Paese per vecchi. Oggi i pensionati sono in fuga insieme ai giovani. Per l’Istat sono 473mila gli over 60 che vivono all’estero. Gli ultimi a partire lo fanno soprattutto per motivi economici. Nel nostro Paese un pensionato su due prende meno di mille euro al mese. E così fa le valigie chi non vuole rinunciare allo status di un tempo. Chi altrimenti dovrebbe trasferirsi a casa del figlio per arrivare a fine mese. Chi è deluso dalla politica, dallo sfacelo dell’economia, dalla maleducazione delle persone. Chi è in cerca del benessere, lontano da ansie e stress e possibilmente al caldo. Chi dopo la morte del coniuge non ce la fa più a frequentare i soliti luoghi. Costa Rica, Thailandia, Filippine, Colombia, Brasile e Cuba dove, secondo l’Inps, i pensionati italiani da 20 nel 2010 sono passati a 70 dopo l’apertura delle frontiere a gennaio 2013. E ancora Panama, Canarie, Tunisia, Marocco, Capo Verde, Kenya e Bulgaria sono le mete di ritiro più gettonate nell’ultimo anno. Le nuove terre di residenza dove qualcuno desidera perfino essere seppellito.


La gentilezza della Thailandia – “Qui la gente è gentile e ti saluta per strada”, dice Antonio Mammato, 65 anni, che due anni fa ha salutato la costiera amalfitana per trasferirsi a Phuket, in Thailandia (dove vivono 350 pensionati italiani, cioè 200 in più rispetto a tre anni fa). Il senso di sicurezza che avverte per strada lo fa respirare: “Posso lasciare il motorino con il casco nelle zone più affollate e nessuno me lo ruba”. Ingegnere ed ex dipendente comunale: “Ho chiuso lo studio dopo la morte di mia moglie nel 2001. Per ora vivo di risparmi ma sono in attesa della pensione Inpdap, mille euro netti al mese: qui è lo stipendio di un dirigente!”. Antonio vive in un monolocale di fronte all’università, per l’affitto spende cento euro al mese, più 15 euro circa per le bollette, e giura: “La stanza mi serve solo per dormire, il resto del giorno lo passo fuori. Il clima è sempre bello”. E dell’Italia dice: “Sembra un formicaio impazzito. Io non voglio più vivere così”. In Thailandia si può permettere di tutto: “Pago 1,20 euro per un pasto, 2,50 per una camicia e 4/5 per un paio di pantaloni. E 200 euro di tasse all’anno. Ho una bella macchina e vivo nel quartiere più esclusivo dell’isola”. Se fosse rimasto in Italia non avrebbe potuto mantenere lo stile di vita di quando lavorava. Anche la compagnia non gli manca. “Ho tanti amici italiani”.

Come Giovanni Giurlanda, 62 anni, di Padova, ex impiegato di banca, dal 2006 in Thailandia. “Sono partito perché non sopportavo l’idea di starmene da solo con le mani in mano”, racconta Giovanni, divorziato dal 2002. Cosa fa in Thailandia adesso? “Vivo! Ho scoperto uno stile semplice e più naturale: vado in spiaggia e a pescare quasi tutti i giorni, gli abitanti vivono alla giornata e ti trasmettono molta serenità”. Giovanni prende duemila euro di pensione. Si è comprato una casa dove abita con la sua nuova compagna. “Un altro motivo per cui me ne sono andato dall’Italia è l’arroganza delle persone, la poca serietà dei politici e la situazione che non si smuove. Ero stanco di tutto questo, davvero”.

Al sole di Tenerife – La signora Elena, toscana di nascita, nella vita precedente faceva la stilista a Milano. Poi tre anni fa ha voltato pagina, a Tenerife. Oggi studia spagnolo e sta all’aria aperta con le amiche. Perché ha fatto le valigie? “Non per soldi. In Italia soffrivo di mal di schiena. Qui mi sono ripresa: il microclima delle Canarie mi aiuta sia fisicamente sia psicologicamente. Poi, mi creda, non ho più potuto assistere al degrado culturale, alle piccole industrie che chiudevano a favore delle grandi catene. Ai governi vergognosi. È stato troppo umiliante”. Quali sono i vantaggi dell’isola? “Il clima, caldo e non piovoso tutto l’anno, e il fatto di essere nell’Unione Europea con un’impostazione da Paese nordico: burocrazia e sanità efficiente, ordine, pulizia, ambiente curato. Mi fa sentire rispettata”. Pensa di rientrare in Italia? “Mai. Neanche nella tomba. Voglio essere seppellita qui”.

Panama, Costa Rica, Belize: alla ricerca di regimi fiscali agevolati e qualità di vita – “In un anno le richieste di pensionati sono aumentate del 30 per cento – dice Alessandro Castagna, responsabile di Voglioviverecosì, il portale dedicato a chi vuole cambiare vita -. Andalusia e isole Canarie sono le destinazioni più frequenti perché sono abbastanza vicine, fanno parte dell’Unione Europea, godono di un buon sistema sanitario, c’è poca criminalità, burocrazia efficiente e la lingua è facile”. La conferma arriva anche da Massimo Dallaglio di Mollotutto, altro sito web utile per farsi un’idea delle opportunità oltreconfine -. Gli anziani vogliono informarsi sulle mete migliori, sul costo della vita, su come si fa a trasferire residenza e pensione all’estero. Noi abbiamo referenti italiani in loco con cui possiamo metterli in contatto. In generale – precisa Dallaglio – attirano i Paesi con un regime fiscale agevolato, per esempio la Tunisia, dove si sborsa il 25 per cento di tasse sul 20 per cento di reddito. E c’è un accordo che garantisce ai pensionati italiani una copertura medica totale.

Anche in Costa Rica, dopo un pagamento mensile in base al reddito (massimo cento euro), si ricevono le cure completamente gratis. Mentre in Belize, altra nuova meta di ritiro, i vantaggi fiscali vanno dal rimborso di tutte le spese necessarie per il cambio di residenza, allo sconto del 50 per cento su tutte quelle di soggiorno temporaneo sostenute prima di acquistare o affittare una casa, sulle assicurazioni mediche e i biglietti aerei. E a Panama – aggiunge – per chiunque abbia una pensione governativa o corporativa di almeno 700 euro al mese la residenza è quasi automatica”.

“In Tunisia vita da re per chi non ha problemi di salute” – Adriano Martelli, 66 anni, ex infermiere, si è rifatto una vita in Tunisia, raggiunta quattro anni fa. Con la sua pensione, da 900 euro, a Torino si era dovuto trovare un secondo lavoro per sopravvivere. “Da quando sono qui ho guadagnato quindici anni. Non ho mai preso un raffreddore, e ho smesso di prendere le pastiglie per gastrite, mal di testa e pressione, non ne ho più bisogno”. Ha scelto questo Stato perché ci abitavano già degli amici. “Alla fine del mese in Italia non mi rimaneva più niente: 400 euro per un monolocale da 30 metri quadri, poi le bollette e le spese per la macchina”.

A Susa, città turistica tunisina, ha preso in affitto un piano di una casa sul mare: oltre cento metri quadrati, arredato, per 260 euro al mese. E ne spende altri 150 per cibo e detersivi. “Vivo con poco più di 400 euro al mese e faccio una vita da re: ho la donna delle pulizie, otto telefoni cellulari (il prezzo è di circa 20 euro l’uno), una tv, faccio shopping e vado al ristorante almeno due volte alla settimana. Un pasto mi costa circa cinque euro”. Adriano in Tunisia non ha più bisogno dell’auto. “Mi muovo con i pulmini pubblici: si fermano dove vuoi tu, basta alzare la mano. Il biglietto non costa neanche 50 centesimi. Anche i taxi sono economici: un euro per sette chilometri”. Unico neo: la sanità. “Le strutture sono fatiscenti. Consiglio di venire qui soltanto a chi non ha problemi di salute”.

Nel 2013 l’Inps ha registrato 250 pensionati residenti in Tunisia, quasi cento in più rispetto al 2010. Renato Fortino è socio dell’agenzia “Case in Tunisia”, nata nel 2008, che si occupa di assistere in loco chi è intenzionato a stabilirsi nel Paese (dal permesso di soggiorno al trasferimento della pensione, apertura del conto in banca fino ai corsi di francese e arabo). “Nel 60 per cento dei casi si tratta di pensionati che in Italia prendono dai 500 ai 600 euro al mese, reddito che una volta trasferito in Tunisia è lordo e di questo l’80 per cento è defiscalizzato, mentre la base imponibile è solo sul 20 per cento del rimanente (pari a circa il 6/7 per cento). Questo target cerca case in affitto da 180 a 230 euro al mese, di solito con una camera da letto e salone. Ma non ci sono solo i piccoli pensionati – precisa Fortino – Abbiamo seguito anche ex medici, direttori di banca, imprenditori, dirigenti statali, che qui lievitano il loro potere di acquisto. Ultimamente arrivano italiani di mezza età tagliati fuori dal mercato del lavoro che qui provano a reinventarsi: dal maestro di tennis all’istruttore cinofilo e psicologo”.

“Addio Lecco, spargete le mie ceneri nel Mar Nero” – La Bulgaria è l’ennesimo Eldorado per anziani: quelli italiani sono 364 contro i 106 di tre anni fa. Franco Luigi Tenca, 66 anni, è uno di questi. Vive nella capitale, Sofia, da ottobre 2009. Ex camionista di Mandello del Lario, in provincia di Lecco, separato dal 2005 e in pensione dal 2007 con 1200 euro al mese. È stato intervistato dalle Iene e dopo che il servizio è andato in onda, a gennaio, la sua casella di posta elettronica è stata presa d’assalto: 1600 mail in dieci giorni da parte di pensionati, tutti italiani, di cui il 20 per cento già residente all’estero: “Mi hanno scritto dalle Canarie, Francia, Svizzera, Belgio, Germania, Lituania, Sudafrica, Mauritania, Congo, Brasile, Filippine e New York”, dice Franco, ancora incredulo. Gli hanno chiesto di tutto: “Come si sta, dov’è la Bulgaria, quante tasse ci sono, se c’è l’euro, se è vero che l’assicurazione della macchina costa un terzo (vero), quanto tempo serve per avere il trasferimento della pensione lorda e della residenza”. Risposta: “Dipende da quanto impiega il Comune italiano di residenza a mandarti il certificato di cambio di residenza. A me lo hanno spedito dopo 20 giorni ma c’è chi aspetta anche 5 mesi. Comunque qui nel giro di una settimana l’ufficio immigrazione ti fornisce la tua carta d’identità bulgara. Prima però devi presentare un documento di riconoscimento italiano, un contratto di affitto e un conto corrente in una banca locale, che apri subito con 50 euro. Dopodiché vai in ambasciata per l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, cioè l’Aire”.

Nel frattempo Franco è diventato referente per Mollotutto e quasi ogni settimana accoglie gruppi di pensionati che vengono qui per un sopralluogo. “La mia mail è franco.tenca@alice.it. Pubblicatela pure!”. Franco vive con la nuova moglie, una signora bulgara della sua età, in un appartamento in centro di 50 metri quadri, che gli costa al mese 20 euro di affitto: “Mia moglie è inquilina dai tempi del regime comunista e il canone è rimasto uguale”. Altrimenti per un alloggio arredato della stessa superficie si spendono 200 euro. Cinquanta euro in più per 80 metri quadrati. Per le bollette? “40 euro al mese di elettricità e 12 per l’acqua. Qui non c’è il gas, abbiamo il boiler e il piano di cottura elettrico”, spiega Franco. E la spesa? “300 euro al mese per due persone. Anche il fisco non strozza: circa il 18 per cento di tasse e il sei per cento se sei pensionato”. Risultato: “Oggi vivo da nababbo e non più da barbone come in Italia, dove al venti del mese ero costretto ad attingere ai risparmi, che a forza di fare così sarebbero finiti alla svelta”. Svantaggi? “La lingua, ma la gente è cordiale e appena può ti aiuta, mi ricorda gli italiani negli anni ‘60 e ’70”. La Bulgaria è entrata nell’Unione europea nel 2007 ma non ha adottato l’euro: “La moneta è il lev e vale quasi due euro”, risponde Franco alle decine di pensionati che gli continuano a scrivere. Tornerà a Lecco prima o poi? “Assolutamente no. Voglio che le mie ceneri siano gettate nel Mar Nero”.

di Chiara Daina

.

SITO INTERNET
CHE SI PROPONE DI 
ESPANDERE
IL 
LAVORO CREATIVO


.





LE
IMAGO
DICONO
LA 
VERITA'







.
GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO




. Bookmark and Share .

martedì 24 settembre 2013

carnaval-fantasias: Arte incarcerata in Tunisia

Arte incarcerata in Tunisia






Petizione per chiedere la scarcerazione di registi, musicisti e artisti detenuti dalle autorità tunisine. Dopo la caduta di Ben Alì, la repressione strangola ancora il Paese.

Lettera firmata

- In Tunisia la popolazione è ormai allo stremo colpita da una recessione economica senza precedenti che ha peggiorato le condizioni di vita delle classi meno abbienti. A ciò si aggiunga l'estenuante farsa del dialogo nazionale fra opposizione e governo che ormai ha paralizzato l'avanzamento della redazione della nuova Costituzione e qualunque prospettiva di giungere in tempi rapidi alla stesura di un progetto di legge per la revisione degli apparati giudiziari.

A ciò si aggiungano gli assassini mirati degli esponenti della sinistra Chokri Belaid (6 febbraio 2013) e di Mohamed Brahmi (25 luglio 2013) e le continue minacce ad altre figure dell'opposizione. E se ciò non bastasse, la libertà d'espressione, già sancita dalla bozza costituzionale, è continuamente rimessa in discussione da arresti, denunce e persecuzioni di artisti, giornalisti e attivisti, paradossalmente proprio quelli che erano in prima fila durante la rivoluzione...
LEGGI TUTTO ...
carnaval-fantasias: Arte incarcerata in Tunisia: Petizione per chiedere la scarcerazione di registi, musicisti e artisti detenuti dalle autorità tunisine. Dopo la caduta di Ben Alì, l...

.
leggi anche 
NON AFFIDARTI A DEI CIARLATANI GIOCA  LE TUE CARTE 

http://www.mundimago.org/index.html

GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO

.
.

lunedì 8 aprile 2013

Il Social Forum Mondiale per il popolo tunisino


 
Il racconto di un giovane studente italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.

  - Appena atterrati la Tunisia ci accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.

Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo sorriso stampato in faccia l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte", sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio 2011: Avenue Habib Bourghiba.

Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere, manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via, soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e torturati. E negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.

Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a suon di chitarra e bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica. Fanno parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista, un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del passato.

Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi, rispetto ai più giovani. Eppure tutti si scuriscono un po' in volto quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.

Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta, ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più apertamente di quanto non si potesse prima. Ma le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate. E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid, capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta delle altre.

I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da dire però che la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre, concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni, incontrare attivisti da tutto il mondo.

Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi, lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus ("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum, ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.

Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che il Forum è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria, incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico, yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore senza testa", dice lui: un potenziale di energie a lungo represse ma mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce l'impatto delle loro istanze.

Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne altrettanti.

Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione", "morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici, adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70483
.
iscrivendoti a questi siti guadagni ogni giorno
.

 
.
  Guadagna soldi

.

.

.

clicca sui banner per saperne di piu'
.

.

mercoledì 12 ottobre 2011

PERSEPOLIS, UN CARTONE SPACCA LA TUNISIA



PERSEPOLIS

UN CARTONE ANIMATO

SPACCA LA TUNISIA

 

Dopo la rivoluzione del 14 Gennaio il dibattito interno e' diventato "vero". E la societa' si confronta per quello che é. Ed ecco che il famoso modello tunisino di un paese diverso si scopre con problematiche comuni agli altri.





Tunisi, 12 ottobre 2011, Nena News – Dopo 10 giorni di campagna elettorale blanda e senza apparente posta in gioco, gli animi si surriscaldano improvvisamente, ed ancora una volta é la religione, o cio’ che di essa vi é di simbolico-affettivo, a scatenare il putiferio.
Venerdi sera il canale privato “Nessma TV” manda in onda il film franco-iraniano “Persepolis” nel quadro di un dibattito sul rischio di derive estremiste nel processo di transizione democratica. Il dibattito ruota intorno al pericolo, che potrebbe correre il paese, di una deriva autoritario-islamista. Il film, un cartone animato, parla di una ragazzina nata in una famiglia libertaria e colta che si trova stretta nella morsa dell’islamizzazione della societa’. Colti alla sprovvista dall’esito della rivoluzione che avevano combattutto contro la dittatura dello Sha, scelgono l’esilio.
Persepolis é un film che era stato premiato a Cannes nel 2007 ed era circolato discretamente nelle sale cinematografiche di qualche paese arabo. Tuttavia c’é un particolare, in questo film, che urta la sensibita’ dei musulmani sunniti. La bambina protagonista del film ad un certo punto sogna Allah personificandolo. Appare cioé nel cartone animato l’immagine di Dio con una forma ed un corpo. Cio’ costituisce per un credente un grave peccato ed urta in maniera profonda la sua sensibilita’. La religione, ed il corano in primis, vieta qualunque personificazione di Dio e la sua riproduzione in immagini.
La sera stessa, venerdi’, secondo quanto dichiarera’ alle agenzie di stampa, Karoui, propietario della rete, subisce delle minacce. Contemporaneamente incomincia a tamburo battente una campagna di diffamazione contro il canale privato. Ma fin qui, secondo lo stesso, tutto “ordinario”; non é la prima volta infatti che Nissma subisce campagne di diffamazione.


la scrittrice e sceneggiatrice iraniana Marjane Satrapi, autrice di "Persepolis"

Cio’ che c’é di nuovo é l’apparizione di una pagina FB che fa appello ad attaccare e bruciare la sede della TV. Domenica mattina, secondo la ricostruzione della polizia, circa duecento attivisti islamici si riuniscono a Bab Saadoun, dirigendosi verso Mohamed V e MontPlaisir, dove si trovano le due sedi del canale. All’arrivo a Mohamed V, sarebbero raggiunti da un altro centinaio di persone costituendo un solo blocco che si dirige verso l’immobile.
Le testimonianze di passanti che sono interrogati in video che tuttora circolano nei social network smentiscono questa versione e dichiarano che la manifestazione era pacifica e che la polizia fermava tutte le persone che, trovandosi nei paraggi, avevano la barba o “un’aria da estremisti”. Al Jazeera sposera’ questa seconda tesi, facendo parlare un imam in sua difesa. Nel servizio del corrispondente da Tunisi mostreranno i volti dei responsabili del canale subito dopo gli eventi. Aljazeera commenta: “si sono rifiutati di lasciare dichiarazioni al nostro canale.” I volti erano sconvolti e nel servizio si sente urlare: “volete creare un’altro caso come le caricature del profeta in Danimarca?”
Appare ovvio che sono stati colti di sopresa da questa reazione al programma. Ma la polizia era in allerta e probabilmente ha evitato sul nascere qualunque rassembramento, cosa che le permette l’attuale stato d’emergenza in vigore. Circa 100 ragazzi sono stati fermati alla caserma Bachoucha ed il portavoce del Ministero degli Interni ha assicurato che dopo verifica, se non dovessero essere riscontrati reati, saranno rilasciati.
Ma la cronaca non si ferma qui. Nel pomeriggio centinaia di ragazzi del quartiere popolare di Djbel el Ahmar tentano di bloccare la tangenziale e, in conseguenza dell’intervento della polizia con lacrimogeni, si prolungano gli scontri con lanci di pietre.
Arrivano le condanne da parte di alcuni partiti, ma con molti distinguo. Il piu’ deciso é il solito Ettajdid in rappresentanza del polo democratico. Ennahdha dichiara alle agenzie di stampa “un atto che non puo che essere condannato”.
Ma la questione sembra non esaurirsi facilmente e da religiosa-securitaria, scivola sul piano politico-culturale. La maggior parte delle pagine facebook si schierano contro Nessma! La accusano di avere un progetto politico non dichiarato. Nei giorni precedenti era stato chiusa il canale televisivo Ettounsi di Sami el Fahri direttamente dal governo, e molti lo fanno notare e chiedono la messa in stato di accusa del canale. Lo stesso portavoce del Ministero degli Interni, che interviene in tutti i TG nazionali, usa toni moderati e diplomatici, chiarendo che “…non c’é liberta’ che tenga di fronte alla sensibilita’ religiosa del popolo tunisino.” Non si capisce bene, in questo, se sta dalla parte di quelli che si sono sentiti offesi dalla diffusione del film o se gioca a spegnere il fuoco delle passioni popolari.
Il lunedi 11 vengono organizzate manifestazioni in tutto il paese contro Nessma TV, e qui si capisce che la questione ha superato i confini del dibattito sull’estremismo religioso. Su FB circolano notizie, ancora non ufficiali al momento, che le due squadre di calcio di Sousse e di Tunisi (Esperance) chiedono al canale di non presentarsi con le telecamere durante gli incontri di calcio perché non sono i benvenuti. Alcuni dipendenti della rete, sempre secondo queste informazioni non confermate, chiederebbero le dimissioni in forma di protesta.



Quali considerazioni trarne? La Tunisia ha vissuto il progetto dell’indipendenza come un progetto “riformatore e modernista”. Certo in questo non c’é differenza con altri paesi. Tuttavia la Tunisia era cresciuta nel mito bourghibiano della “modernita’”. Tutto questo ha significato una chiara messa in discussione del paradigma religioso. Per Bourghiba il paese doveva liberarsi dell’”arretratezza culturale” e da visioni “oscurantiste”. Senza mai enunciarlo come un progetto chiaro, di fatto se la prende con la religione o con una certa visione di essa. Nessuno sapra’ mai se il padre della patria fosse un agnostico, ma certo rappresentava quella classe “cittadina” che si era sentita e si sente piu’ integrata dalle correnti culturali che venivano dall’Europa di quanto non lo fosse nella rappresentazione simbolico culturale della civilta’ arabo-musulmana. Su queste basi e con il suo pedagogismo che gli era tipico aveva inventato un paradigma intangibile su cui si costruivano le fondamenta dello stato moderno. Primo tra tutti la messa in discussione della sharya (la legge religiosa) come fonte di diritto, con tutto quello che ne consegue.
Il grosso difetto di fondo di questo paradigma, era la sua mancata condivisione da parte della maggior parte della popolazione. Senza un dibattito nazionale, senza una reale presa di coscienza dei diritti, si costruiva il nuovo ethos nazionale come un ingiunzione che veniva dall’alto e spiegata da un grande padre della nazione pedagogo.
Dire che questo approccio fosse completamente estraneo alla societa’ forse é ingiusto, come dire il contrario. Sebbene in tutto il mondo arabo é sempre esistita una elite “europeizzata”, in Tunisia si puo’ dire, senza tema di smentita, che esisteva una classe media oltre che intellettuale che aveva integrato un senso di essere arabi e musulmani che si confrontava di fatto con una societa’ laicizzante nei suoi comportamenti collettivi. Tuttavia in cio’ c’era una esagerazione e questa borghesia non si rendeva conto che questo modello sociale era garantito da un “sistema di polizia”.
Dopo la rivoluzione del 14 Gennaio, sinceramente democratica, il dibattito diventa “vero”. E la societa’ si confronta per quello che é, senza retoriche paternaliste o sistemi di oppressione.Ed ecco che il famoso modello tunisino di un paese arabo-musulmano diverso dagli altri si scopre, in fondo in fondo, con problematiche comuni agli altri.
Prova del fatto che questo é il vero nesso attraverso cui sara’ sancita la bonta della democratizzazione, é la durezza del dibattito. Il mondo arabo musulmano, qui a Tunisi, si libera dei suoi tabu e discute a viso aperto. Non bisogna dimenticare che nel mondo arabo-musulmano esistevano, fino ad ora, i tre famosi tabu: politica, sesso e religione. Il primo é crollato, il secondo ed il terzo sono in discussione.
La questione della laicita’ é riportata, ad esempio, ogni volta su un piano simbolico. La Tunisia é un paese arabo-musulmano (il Nahdha é il portavoce ufficiale di questa interpretazione) e la laicita’ é un modello che ci viene imposto dall’occidente. E cioé anche se non direttamente religioso, la questione dell’islam tocca delle corde identitarie che  la maggior parte della societa’ non é disposta a mettere in discussione.
Ecco spiegata in parte la reazione spropositata contro Nessma TV. Non a caso su questo canale pesa, e non da oggi, l’accusa di essere “lo strumento dell’occidente”.
Nessma nasce da un’operazione affaristico-mediatica che vede coinvolto il gruppo Karoui. Benché non appartenente allo stretto gruppo di potere della famigerata famiglia di Layla Trabelsi (la moglie dell’ex-presidente), quello del gruppo Karoui che siano degli emarginati dal sistema di potere. Furono i primi a salutare Mohamed Ghannouchi (premier di Ben Ali e primo presidente del consiglio dopo la fuga del dittatore) e dichiararono apertamente di essere stati vittime delle angherie del sistema mafioso dei Trabelsi. Nata come rete maghrebina che doveva rivolgersi soprattutto alla comunita’ degli immigrati in Francia, debutto’ con un brillante programma di varieta’ durante il mese di ramadan che ruppe gli schemi degli asfittici programmi fino ad allora conosciuti dal pubblico televisivo. Ma il resto del palinsesto era abbastanza banale, con partite di calcio dei campionati europei e programmi in una lingua che era una specie di dialetto fortemente contaminato dal francese. All’epoca era indiscutibile la loro opzione che gli dava un’immagine  di “subalterni occidentalizzati”.
Poi é venuta la rivoluzione, quasi per caso si trovarono a fare un programma a Sidi Bouzid, su richiesta del governo, nel pieno mezzo delle rivolte. Loro accettano, secondo la versione ufficiale raccontata dalla rete, a condizione di mandare in onda un dibattito senza censura. Da allora la rete si é fatta vanto di aver trasmesso il primo programma politico “libero” nel paese; e, prendendoci gusto, ha incominciato a caratterizzarsi, dopo la rivoluzione, come canale di approfondimento politico, evolvendosi rispetto alla linea editoriale iniziale.
Il sospetto é tuttavia rimasto. Prova di quanto fossero subalterni all’occidente, secondo i suoi detrattori, era stato l’invito in trasmissione di Madame Clinton durante la visita ufficiale nel paese.
Intervistato lunedi al TG della sera di Nessma, Dylu, portavoce del Nahdha, dopo aver condannato le violenze, come da rito, si fa minaccioso e dichiara in diretta: “Nessma deve spiegare ai tunisini a quale partito appartiene. Perché non partecipano alle elezioni? Si dichiarino apertamente, anziché continuare questa finzione. Abbiamo elementi che provano questo che sto dicendo, al momento opportuno le riveleremo al popolo tunisino.”
Ma chi sono i perdenti in  questo affare? E chi i vincenti?
“La presse” questa mattina titolava in prima pagina con una vignetta in cui veniva raffigurato uno schermo televisivo con due mani che si allungavano ed offrivano un montone ad un barbuto con una spada che dichiara:”ringrazio Nessma per il regalo anticipato dell’Aid”.
Secondo “La Presse” e molti altri che non stanno né con gli uni né con gli altri, mandare in onda in questo momento quel tipo di programma é stato un errore cruciale. Secondo questa tesi ogni volta che il dibattito pubblico scivola sul simbolico-religioso, sono gli islamisti che hanno la meglio. Nessuno in questo paese, come nel resto del mondo arabo-musulmano, si puo’ permettere ancora di ragionare in pubblico di temi tabu’!
E’ evidente che questa classe ‘modernista’ tunisina, senza pari nel mondo arabo, ha fatto ancora una volta un errore di valutazione, ritenendo che tutto il paese avesse la stessa sensibilita’ laicizzante. E questo é uno strano risveglio con cui dovranno fare i conti. La dittatura per molti é stata la negazione con la violenza della propria identita’ arabo-musulmana e per la maggior parte della societa’ una vera democrazia passa per la libera espressione della loro religiosita’. Sebbene nei mesi scorsi questo messaggio fosse passato, ed ormai persino Hamma Hammami (Partito Comunista) si faceva prudente nelle sue dichiarazioni anticonformiste, sapendo di doversi confrontare con questo tipo di sensibilita’ sociale, bisognera’ capire se l’affermazione legittimita della religiosita’ sociale passi per la negazione della libera espressione delle diversita’ culturali e religiose. Questo é un dibattito aperto che riguarda tutta la societa’, qui come nel resto del mondo arabo. Tutti sanno che una vera democrazia dovra’ sciogliera questo nodo ed abituare i cittadini ad esprimersi in un contesto sociale e culturale in cui le nuove regole del gioco permettano la libera espressione della dialettica conservatori-progressisti.Le societa’ evolvono cosi, superando le proprie contraddizioni.

FABIO MERONE

 http://nena-news.globalist.it/?p=13448
.

lunedì 17 gennaio 2011

Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tunisia , un'insurrezione per il pane e la libertà


Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Il commento di Annamaria Rivera da Liberazione.



Tra le foto che documentano il massacro tunisino, ce n’è una toccante più di altre: è il cadavere di un giovane, bellissimo anche da morto, disteso su una barella e carezzato in volto da due mani compassionevoli. E’ un cristo da Pietà. E’ l’icona straziante della sorte toccata a una gioventù fra le più vivaci e istruite dell’area euro-mediterranea che oggi paga per i peccati di una dittatura feroce e rozza, checché ne dicano i governanti francesi e il “nostro” ministro degli esteri. Un regime tirannico e corrotto, ottuso e paranoico, che in poco più di un ventennio ha fatto dell’intero Paese una galera a cielo aperto. In questa prigione estesa, la libertà di espressione è conculcata. Molti giornali, anche europei, sono proibiti. Gli oppositori sono sorvegliati, minacciati, rapiti perfino all’estero, imprigionati e torturati in patria. Gli artisti, i blogger, i rapper sono considerati nemici pubblici da sequestrare e incarcerare. “Qui non si parla di politica”, come al tempo del regime mussoliniano: neppure per strada poiché ovunque c’è l’orecchio di un agente in borghese dietro le tue spalle. Ovunque, come nel Ventennio italiano, in luoghi e occasioni pubbliche, perfino in bottegucce sperdute nel deserto, campeggia il ritratto del tiranno: rifiutarsi di esporlo significherebbe rischiare gravi ritorsioni.
I segni della dittatura sono disseminati dunque in ogni dimensione e recesso del Paese: è curioso che pochi li colgano fra le schiere di turisti occidentali che invadono la Tunisia, fra i governanti francesi e italiani che sono soliti frequentarne gli hotel a cinque stelle.
Certo, la pressione che infine ha fatto saltare il tappo della bombola tunisina riguarda le peculiarità di un Paese che ha conosciuto un passato di modernizzazione e di straordinarie riforme (in senso proprio) e che quindi ha alimentato aspettative sociali alte ed estese. Bourguiba, infatti, ha lasciato in eredità un incredibile sviluppo della scolarizzazione pubblica, un sistema sanitario diffuso ed efficiente, nonché leggi per la parità di genere che all’epoca erano più avanzate di tante europee: si pensi alla legge sull’aborto e alla diffusione dei consultori. Anche per questo la disperazione giovanile è tanto acuta da esprimersi non solo con la rivolta ma anche col suicidio. La schiera di laureati che un tempo trovavano impiego nei più vari settori pubblici è sottoposta da anni a un drammatico processo di declassamento, destinata come è alla disoccupazione o a lavoretti precari e umili. In una società fatta per lo più di persone con un senso profondo della dignità e dell’orgoglio, la hogra, il sentirsi umiliati e disprezzati, ha contribuito a far esplodere la rivolta. L’Europa-fortezza ha alimentato gravemente questa serpeggiante disperazione sociale. Fino a poco tempo fa restava, come ultima, la speranza di emigrare verso l’Italia o la Francia. Oggi non più, a causa della crisi economica che colpisce pure i paesi europei e per colpa del proibizionismo anti-migrazione esercitato con ogni mezzo, anche estremo, e con la complicità attiva degli stessi Stati della riva sud del Mediterraneo.
Ma la lunga e coraggiosa rivolta tunisina è anche e soprattutto contro il regime oppressivo e dispotico di Ben Ali. E’ un’insurrezione per il pane e per la libertà. Non è solo, come si è scritto, la sollevazione disperata di giovani disoccupati senza futuro, colpiti come ovunque dagli effetti del neoliberismo e della crisi economica mondiale. Non è solo una rivolta giovanile. Sta diventando, invece, un movimento politico che va oltre le rivendicazioni sociali dei giovani laureati-disoccupati e che coinvolge attori sociali i più vari: operai, sindacalisti, artisti, liceali, avvocati, medici, insegnanti, intellettuali, professori universitari, altri settori delle classi medie. Ormai il regime, infatti, ha perso consenso e legittimità perfino fra le élite del Paese. Solo le élite governanti e affariste europee continuano a sostenerlo con impudenza; con stoltezza, in fondo, dato che esso è destinato ad essere travolto da questa sollevazione. La feroce repressione che sta esercitando, la scia di cadaveri che lascia durante la sua agonia non serviranno a scongiurarne la fine. Malgrado il bagno di sangue, la rivolta non si fermerà finché il dittatore non sarà costretto ad andarsene. A meno che non sia deposto da un colpo di stato militare. Spetterebbe alla comunità internazionale, agli organismi dell’Unione europea, ai suoi singoli paesi vigilare ed esercitare pressioni perché ciò non accada. Spetta alle forze di sinistra europee e soprattutto ai movimenti di base esprimere solidarietà attiva verso il popolo tunisino in rivolta per contribuire a scongiurare quest’esito nefasto.


di : Annamaria Rivera


-

venerdì 14 gennaio 2011

TUNISIA, RIAPERTI SITI WEB

TUNISIA, 

BEN ALÌ FA UN PASSO
INDIETRO,

RIAPERTI SITI WEB


TUNISI - Dalle proteste e dagli scontri, dai lacrimogeni e dagli spari alle urla di trionfo. «Abbiamo vinto», grida la gente stasera in piazza a Tunisi, sfidando un coprifuoco che nessun agente si sogna ormai di applicare. È finita cos un'altra lunga giornata nella capitale e in tutto il Paese. Il colpo di scena è arrivato nella tarda serata di ieri, quando il presidente Ben Ali è apparso in televisione per comunicare alla Nazione di aver chiesto alle forze di sicurezza di non usare più le armi da fuoco contro i manifestanti, e di aver ordinato «la riduzione del prezzo del pane, del latte e dello zucchero». Ben Ali ha anche annunciato di non ricandidarsi nelle elezioni del 2014 ed ha promesso la libertà di stampa e la fine della censura sui siti internet. Parole che hanno scatenato la festa: migliaia di persone sono scese nella blindatissima Avenue Burghiba, sventolando le bandiere nazionali e addirittura, qualcuno, inneggiando al presidente. Negli ultimi giorni si contavano scontri e morti, le cifre degli oppositori contro quelle ufficiali. Nelle strade la polizia lanciava lacrimogeni e poi anche pallottole vere, gli agenti uccidevano a pochi passi dalla tv di Stato e dal ministero dell'interno, mentre nei palazzi si ragionava sulla possibile fine di un regime che sembrava tanto vicina. E invece il presidente ha giocato di sorpresa venendo incontro alle richieste della societ… civile. Certo le sue parole sono al momento solo promesse, ma apparentemente gli hanno fatto riguadagnare in meno di mezz'ora di discorso, faccia seria e intristita di fronte alle telecamere e alla nazione, tutta la popolarità che aveva perso in questi 23 anni di regime da pugno di ferro, di un sistema segnato da disparità sociali e di sviluppo e da tanta, troppa corruzione. «La gente è felice, ci crede», dice un ragazzo che segue il corteo dei manifestanti, le macchine scese in strada che suonano il clacson. « È vero, tante cose sembra che le abbiamo ottenute. Ora per• vedremo cosa succederà veramente». Non tutti si lasciano ingannare, forse questa manifestazione era stata organizzata, insinua qualcuno, anche se sembra tanto spontanea. Cos come Š stata certo studiato fino all'ultimo il discorso del presidente, studiato apposta per ottenere proprio queste reazioni. Ma una manciata di minuti in tv può cancellare cosa è accaduto nel Paese in queste ultime settimane, i suicidi con il fuoco a Sidi Bouzid, i morti di Thala e Kasserine, i tanti morti fantasma di cui si parla ogni giorno senza conferme ufficiali - dai 58 contati oggi dalla Lega per i diritti umani ai 29 contabilizzati dal ministro degli Esteri con gli ambasciatori? Si possono dimenticare i saccheggi, le devastazioni, gli assalti della gente - anche oggi tra Gafsa e Nabeul, tra Biserta e Gabes - ai supermercati Carrefour, Casino e altri ancora con nome francese, ma che sarebbero legati - come comunque credono i distruttori - ai vertici del potere? Potere che in Tunisia in larga parte vuol dire, alla famiglia del presidente e soprattutto della moglie, Leila Trabelsi. «È stato un discorso importante e inaspettato che viene incontro alle aspettative della societ… civile - valuta a caldo il principale leader dell'opposizione tunisina, Najib Chebbi - Il presidente ha toccato il cuore del problema, ovvero la richiesta di riforme».

GOVERNO DI UNITA' NAZIONALE Un governo di unità nazionale in Tunisia è «del tutto fattibile» ed «anche normale». Lo ha detto questa mattina il ministro degli esteri tunisino Kamel Morjane alla radio francese Europe 1. Intervistato per telefono sulla possibilità di un governo di unità nazionale in Tunisia, il ministro ha risposto: «Con il comportamento di persone come Nejib Chebbi credo che sia fattibile, ed anche del tutto normale». Il ministro si riferiva a Mohammed Nejib Chebbi, capo storico del Partito democratico progressista (Pdp), una formazione di opposizione legale, ma non rappresentata in parlamento. «Il presidente è un uomo di parola» ha detto Morjane all'indomani del discorso in cui il presidente Ben Ali si è impegnato a non ripresentarsi al termine del suo mandato nel 2014. Il presidente ha anche ordinato all'esercito di non sparare più sui manifestanti, dopo gli scontri che in tutto il paese in un mese hanno provocato la morte di 66 persone.

FESTA SUL WEB È festa non solo nelle piazze ma anche su Internet: subito dopo il discorso televisivo del presidente tunisino Ben Ali, sono stati sbloccati - come promesso dal Capo dello Stato - diversi siti, inaccessibili da anni. La notizia della rimozione della censura Š apparsa su Facebook e si Š subito sparsa tra il popolo degli internauti. Ora per i tunisini Š possibile navigare in acque finore proibite, come tra le news online o i video di Al Jazira, Flickr, Youtube, Wat.tv, Daily Motion, del sito della radio di opposizione Kalima ed di altri ancora. In molti hanno brindato, a loro modo, alla fine della censura del Ministero degli Interni, che veniva chiamata «Ammar 404». «Ammar 404 Š in sciopero», «by bye Ammar 404», si rincorrevano i messaggi sul web. Nel Paese l'uso di Internet Š molto diffuso. Basti dire che i membri di Facebook costituiscono il 18.6 per cento della popolazione, secondo una recente ricerca di mercato: una quota altissima, seconda solo alla Germania. Stasera in molti si sono buttati a scaricarsi un libro finora severamente vietato in Tunisia: «La reggente di Cartagine», scritto dai giornalisti francesi Nicolas Beau e Catherine Graciet sul ruolo che svolge la moglie di Ben Ali, la signora Leila Trabelsi. A gioire per la nuova libert… di stampa e di espressione sono ovviamente gli oppositori politici. Quello di Ben Ali «‚ stato un discorso importante e inaspettato che viene incontro alle aspettative della societ… civile»: ha commentato senza esitazioni il principale leader dell'opposizione tunisina, Najib Chebbi. «Il presidente - ha aggiunto - ha toccato il cuore del problema, ovvero la richiesta di riforme. Francamente non mi aspettavo che affrontasse tali questioni». Per l'opposizione sar… pi— facile adesso farsi sentire: Chebbi ha chiesto che venga ora creata una coalizione di governo per gestire il processo di riforma. Najib Chebbi Š l'unico politico dell'opposizione visto dai diplomatici occidentali come un potenziale partner. Il piccolo partito da lui fondato, il Pdp, ha boicottato le ultime elezioni presidenziali, e agenti in borghese hanno, almeno fino ad oggi, vigilato sul quartiere generale dell'organizzazione politica. «Tocca a noi dell'opposizione e a quelli al potere trovare una pacifica e graduale uscita da questa crisi», ha aggiunto.

DUE CIVILI UCCISI Due civili sono stati uccisi dalla polizia ieri sera a Kairouan, nella Tunisia centrale, proprio mentre il presidente Ben Ali compariva in Tv per ordinare alle forze di sicurezza di astenersi dall'aprire il fuoco contro i dimostranti. Lo hanno riferito alcuni testimoni. Secondo i testimoni, un elettricista di 23 anni di nome Sayed è stato ucciso da un proiettile al torace nei pressi della locale gendarmeria in scontri esplosi durante una manifestazione pacifica. La seconda vittima sarebbe un quarantenne di nome Lamjed Dziri dipendente di un tabacchificio. I testimoni, che hanno chiesto di restare anonimi, hanno riferito anche di veri e propri tumulti con l'incendio di tre stazioni di polizia, di un ufficio del partito al potere e di alcuni negozi. Un giornalista dell'Afp è stato inoltre testimone di scontri tra manifestanti e polizia nella Citè El Ghazla, nei pressi di Tunisi.

I FAN DEL PRESIDENTE: "CREDIAMO IN LUI" «Questa è una festa per il discorso del nostro presidente, noi crediamo in lui. La gente ha molta fiducia in Ben Ali, semmai il problema negli ultimi 15 anni è stato con la sua famiglia». Mariam, 32 anni, segretaria d'azienda, partecipa tenendosi un pò in disparte alla festa improvvisata ieri sera sulla Avenue Bourghiba, a Tunisi, dopo il discorso televisivo in cui il capo dello stato ha annunciato che non si ricandiderà nel 2014, ha ordinato ai servizi di sicurezza di non sparare sui manifestanti, ha promesso libertà di stampa e di Internet ed ha disposto la riduzione di generi come pane e zucchero. «Lui veramente non sapeva cosa stava facendo arrabbiare la gente - aggiunge Miriam - lui è un vero presidente per noi». Quanto ai manifestanti uccisi in questi giorni, «la polizia ha reagito per difendere gli edifici e per legittima difesa». «Come poteva non sapere? Aveva paura quando usciva, non aveva un contatto diretto con la gente come Bourghiba - replica Mounir, un lavoro nel settore finanziario, che a dispetto del coprifuoco si gode la festa con la moglie - e le persone intorno a lui non gli dicevano la verità. Ma la gente ha cominciato a odiarlo quando ha sposato Leila Trabelsi. Ora aspettiamo di vedere il processo a lei e alla sua famiglia, e anche che Ben Ali divorzi, come ha fatto Bourghiba con Wasila». «In questi 23 anni Ben Ali ha fatto molte cose, è la sua famiglia che ruba - dice una ragazza - ma ora tutto cambierà, vogliamo che le promesse diventino realtà, e che la vita sia meno cara». Intorno, le manifestazioni di gioia per le promesse di Ben Ali sono continuate per quasi tre ore, per concludersi poco dopo la mezzanotte. Grande sventolio di bandiere, cartelli con l'immagine del presidente inalberati da gruppi di ragazze, perfino il turbinio delle danze sotto uno striscione. Le immagini della festa sono passate e ripassate stanotte sulla tv di stato, che d'altra parte ha fatto anche parlare per la prima volta diversi esponenti della società civile: da Mokhtar Trifi della Lega per i diritti umani a Bochra Bel Haj Hmida all'Associazione donne democratiche a Neji Bghouri, ex presidente del sindacato dei giornalisti. Ma negli ambienti dei blogger, che da stasera hanno finalmente libero accesso alla rete, si guarda con qualche scetticismo a questa svolta del regime, così come all'effettivo carattere spontaneo della manifestazione. E a Kasserine se ne sarebbe svolta un'altra per dire no al compromesso con il regime mentre a Kairouan, nel centro della Tunisia, proprio mentre Ben Ali stava parlando per dire a militari e polizia di non sparare due civili - un ragazzo di 23 anni e un uomo di 40 - secondo alcune testimonianze sono rimasti uccisi in scontri con la polizia.

-

domenica 9 gennaio 2011

DOPO LA TUNISIA LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA




MAGHREB:

DOPO LA TUNISIA

LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA

E’ guerriglia in Algeria dove da martedì scorso è esplosa la rabbia della popolazione contro i vertiginosi rincari dei beni di largo consumo. Olio e zucchero, per esempio, hanno subito un aumento del 30%. Nessun bilancio degli scontri è stato diffuso da fonti ufficiali, ma la stampa locale parla di decine di feriti in tutto il paese. Epicentro della rivolta la capitale Algeri dove una violenta battaglia è in corso in uno dei quartieri centrali, tra Belcourt e Ruisseau, mentre a Bordj El Kiffan, nella periferia orientale,  è stato incendiato il deposito della nuova linea tramviaria ancora in costruzione. Secondo testimoni oculari interpellati dalle agenzie di stampa, agli spari di lacrimogeni lanciati dalla polizia i manifestanti rispondono appiccando incendi e contrattaccando. Colonne di fumo si stanno alzando da varie zone della capitale. Gruppi di manifestanti, secondo testimoni principalmente giovanissimi armati di bastoni, coltelli e pietre, hanno tentato di dirigersi verso la centrale piazza Premier Mai ma sono stati respinti a più riprese dalla polizia. Resta alta la tensione anche in altri quartieri della capitale, come a Bordj El Kiffan, dove sono stati incendiati alcuni vagoni del tram. A Baraki, riferisce l’agenzia Aps, è stata devastata una fabbrica di televisori, mentre a Sidi M’Hamed è stato saccheggiato un museo. La polizia in tenuta anti sommossa sta presidiando le principali piazze e ha bloccato l’accesso a diverse zone della città.
E scontri si registrano anche nel centro di Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia, regione dove da sempre è presente un forte sentimento antigovernativo. Qui  gruppi di giovani, secondo El Watan Online, hanno bloccato il centro della città ed eretto barricate con cassonetti e blocchi di cemento. La polizia ha caricato ripetutamente i manifestanti al fine di disperderli. Anche ad Annaba intanto, principale città dell’est del paese,  i manifestanti chesi trovano nel centro della città si stanno scontrando con la polizia. E anche qui gli agenti stanno sparando lacrimogeni per disperdere la folla.
Dopo la Tunisia quindi, l’Algeria: non si ferma nella sponda meridionale del Mediterraneo la protesta sociale che unisce in maniera un po’ confusa ma estremamente rabbiosa i giovani laureati senza futuro di Tunisi e i quartieri popolari di Algeri.Il servizio con Hamza Bahri, giornalista algerino del quotidiano libanese Mahar
Il servizio con Nasira Ben Ali, corrispondente in Italia del quotidiano algerino Al Watan


-

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru