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mercoledì 2 gennaio 2013

Antonio Ingroia e Beppe Grillo


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Lettera di Antonio Ingroia a Beppe Grillo :

Caro Beppe Grillo, ti scrivo questa lettera da qui, dal Guatemala, mentre mi preparo a rientrare definitivamente in Italia per partecipare anch’io come te alla campagna elettorale. Ci conosciamo da anni, da quando facevamo mestieri diversi, spesso sullo stesso fronte nella critica radicale di un certo ceto politico e classe dirigente. Venivo a tutti i tuoi spettacoli, e tu più di una volta mi hai citato a Palermo per manifestarmi il tuo sostegno nell’azione giudiziaria contro potentati criminali e politico-economici. Poi hai fatto una scelta di impegno politico che ho capito solo strada facendo, e che ha l’indubbio merito di avere sottratto all’astensionismo tanti italiani, delusi e arrabbiati, recuperandoli ad una politica di partecipazione dal basso, colpevolmente liquidata dall’establishment come ‘antipolitica’, una demonizzazione che ha finito per favorire l’espansione del tuo movimento.

Cosa, peraltro, positiva, visto che certe battaglie politiche sarebbero altrimenti rimaste ‘orfane’, dalle battaglie per la moralizzazione della politica e la drastica riduzione dei suoi costi a quelle per uno sviluppo sostenibile, sostanziatosi nel sostenere il movimento NO TAV e tante altre iniziative. È una situazione di emergenza democratica quella che abbiamo davanti. Un’emergenza di fronte al rischio di tracollo. Ed è quindi arrivato il momento della responsabilità, in cui ciascuno deve impegnarsi anche rischiando in proprio.

È con questo spirito che ho accettato di affrontare l’impresa della lista civica ‘Rivoluzione Civile’. Con tutti i rischi che ne conseguono. A me non interessano seggi parlamentari e neppure prebende politiche. Ne avrei potute avere quante ne volevo, ma ho rifiutato perché non mi interessano. La mia impresa ha delle similitudini con le tue originarie motivazioni. Mettersi in gioco per ideali in cui si crede nella convinzione che non si debba delegare e ci si debba impegnare in prima persona da “non professionisti della politica”.
Ma i partiti, caro Beppe, servono, e soprattutto i partiti che hanno ancora radici nella società e che hanno combattuto battaglie dentro e fuori dal parlamento per contrastare berlusconismo e montismo pagando prezzi non indifferenti. Vanno valorizzati con la società civile e per la società civile. A questi partiti ho chiesto tangibili passi indietro e già ne sono stati fatti ed altri ne faranno perché credono nel nostro progetto. Quindi, nessuna foglia di fico per nessuno, figuriamoci! Questo Paese vogliamo cambiarlo in modo pacifico ma radicale? Vogliamo esprimere una politica di governo nuova e rivoluzionaria? Allora, bisogna confrontarsi. Senza diffidenze e pregiudizi. Per uscire dalla contestazione fine a se stessa. Ci sono cose che io non condivido in alcune tue posizioni e non ho condiviso alcune tue ‘esternazioni’. Nello stesso modo, potrai non condividere alcune mie scelte. Ma siamo due ‘non professionisti della politica’ che si sono messi a disposizione degli italiani, ed abbiamo quindi il dovere di praticare sempre il confronto e l’ascolto. Molte battaglie tue sono le nostre, molti punti programmatici nostri sono i tuoi. La gente capisce poco certe divisioni fra movimenti politici che perseguono obiettivi in parte comuni. La capacità di ascolto è dote rara in politica. Dimostriamo di voler cambiare il Paese anche in questo.

 
Discorso di fine anno di Beppe Grillo, 2012 
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 Discorso di fine anno di Beppe Grillo, 2012 

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- - Obbiettivo: Elezioni 2013

Pubblicato in data 11/dic/2012
Leggi il post: http://www.beppegrillo.it/2012/12/obbiettivo_elez.html

"Abbiamo poco tempo e le nostre forze devono essere indirizzate sulle cose reali, sul Programma, su quello che porteremo avanti, sulla campagna che ci aspetta. All'ultimo sangue. Siamo in una guerra. Siamo con l'elmetto, così come siamo partiti. Chi è dentro il MoVimento e non condivide questi significati e fa domande su domande e si pone problemi della democrazia del MoVimento va fuori! Va fuori dal MoVimento. Non lo obbliga nessuno. E andranno fuori." Beppe Grillo

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venerdì 27 luglio 2012

Antonio Ingroia a Tabularasa



Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012 Palermo 

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Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012

Reggio calabria, 25 luglio 2012. “Il lavoro del magistrato non si esaurisce nel cercare di fare nel migliore dei modi possibili il lavoro d’ufficio, ma continua fuori dal palazzo di giustizia, deve aprirsi alla città e ai cittadini per cercare di confrontarsi sulle tematiche e raccontare… combattendo insieme ogni forma di mafia e corruzione”: Antonio Ingroia a Tabularasa quindi racconta la sua giornata campale: “è stata una giornata importante non solo per ragioni professionali (quella che si è chiusa è forse la più importante indagine della procura di Palermo degli ultimi anni)  ma perché riguarda una stagione cruciale della nostra storia: il 1992 con l’omicidio Lima, le stragi di Capaci e via D’Amelio e il terrore che ne è seguito. Negli ultimi tempi abbiamo saputo che mentre ufficialmente lo Stato combatteva la mafia, dietro le quinte trattava… molte risultanze ci dicono che Borsellino e la scorta sono stati uccisi perché Borsellino era un ostacolo alla trattativa. Io sono legato sentimentalmente alla storia di Borsellino, mio amico e maestro… nel ventesimo anniversario di via D’Amelio, un processo ai mafiosi ma anche agli uomini dello Stato che hanno partecipato o comunque consentito alla trattativa è un omaggio da parte mia, dei colleghi e della procura proprio a Borsellino.”

E’ un fiume in piena Ingroia, s’indigna per un paese che “è un’arena dove tutto è consentito, anche gli insulti peggiori, senza che accada nulla, come se fosse normale calunniare e diffamare magistrati che cercano di fare il proprio dovere”, ritorna sulla questione del passaggio di testimone alla politica (“la magistratura credo che abbia fatto, stia svolgendo e continuerà a svolgere la propria parte fino in fondo,ma sullo specifico terreno di verità su quella stagione difficile delle stragi e delle trattative,con gli strumenti attuali non può andare avanti. E’ la Politica che deve consegnare gli strumenti giusti per abbattere i muri dell’ omertà mafiosa e della reticenza istituzionale”), non si fa sfuggire un passaggio sullo scontro tra poteri in Italia (“si è creata un preoccupante scollamento tra legalità e giustizia: la legge, che dovrebbe essere uno strumento per giustizia, con il moltiplicarsi di leggi di privilegio, impunità, immunità è percepita sempre più ingiusta. La radice del problema è che la magistratura, per decenni un blocco di potere, garante di una giustizia diseguale nella sua applicazione, da qualche decennio è sfuggita al controllo dei poteri della  classe dirigente, è diventata un corpo estraneo, da attaccare per normalizzare o costringere ad applicare leggi ingiuste”). 

Ingroia spiega in parole povere la questione del conflitto di attribuzione: “il tema riguarda la procedura da utilizzare per la distruzione di intercettazioni irrilevanti e inutilizzabili. Nel caso in questione, è indubbio, e la procura di Palermo l’ha sempre sostenuto, che il Capo dello Stato non sia intercettabile (e infatti non è stato mai intercettato direttamente). Detto questo: sarebbe avvenuto che nel corso di un’intercettazione dell’ex senatore Mancino, indagato, sarebbe stata colta casualmente una conversazione con il Capo dello Stato. Quando ci si imbatte in personalità coperte da immunità, quali sono le conseguenze previste dall’ ordinamento? Da alcuni, tra cui Scalfari, è stato proposto che nello stesso momento dell’intercettazione l’ufficiale di polizia dovrebbe interrompere e distruggere tutto: ma questo non è possibile tecnicamente perché le intercettazioni non vengono ascoltate con la cuffia in diretta, ma registrate automaticamente. Dalla Presidenza della Repubblica si ritiene invece che si debba procedere a immediata distruzione con richiesta del pm a giudice, senza depositarle mettendole a conoscenza di altro intercettato, che però potrebbe per difesa avere utilità di conoscerle…  tra l’interesse potenziale dell’ indagato intercettato di ascoltare intercettazione e l’interesse della personalità istituzionale la cui immunità deve essere tutelata, quale prevale? La legge non prevede una disciplina particolare per il Capo dello Stato, quindi la distruzione sarebbe avvenuta dopo avere depositato… ma poiché avevamo ritenuto che queste intercettazioni fossero irrilevanti, le avevamo stralciate, neanche depositate agli atti, quindi il rischio di un’imminente conoscibilità non c’era… La Presidenza ha ritenuto fosse necessario sollevare la questione alla Corte Costituzionale, ma ci sono stati altri casi simili: in particolare, nel 1997, Scalfaro fu intercettato sempre casualmente dalla procura di Milano che depositò l’intercettazione, in seguito oggetto di interpellanza parlamentare. L’allora ministro della giustizia si pronunciò ritenendo che vi fosse nell’ordinamento una mancanza legislativa da colmare, ma non si è mai fatto.”

E sul Guatemala Ingroia afferma: “nell’ipotesi in cui dovessi davvero accettare questo incarico che comunque è temporaneo, ho deciso di non prendere ferie, resterò al lavoro per tutto agosto…Non sparirò, comunque. Tra le motivazioni, ritengo da anni che possa essere controproducente un eccesso di personalizzazione delle indagini giudiziarie a uomini che diventano volenti o nolenti simbolo, perchè quando la speranza delle indagini e la ricerca della verità si coagulano attorno a una personalizzazione, innanzitutto si scatenano polemiche politiche da parte di chi ha fastidio per le indagini e non potendo attaccarle direttamente attacca il giudice (per cui, se si toglie la personalizzazione, le  indagini affidate in mani sicure e altrettanto competenti procedono e se ne giovano); in secondo luogo, i cittadini finiscono per depositare tutto sulle spalle di questa personalità, e quindi ci si aspetta che faccia il miracolo (impossibile con questi strumenti)…Poi, sono convinto che l’impegno a livello internazionale può servire non solo per il mondo ma anche per l’Italia (abbiamo bisogno di riannodare fili dall’altra parte), abbiamo la necessità di esportare la cultura dell’antimafia in tutto il mondo… Credo che delegando tutto alla magistratura non si vada da nessuna parte. Ci vuole un salto di qualità, ora. Non è un passo indietro, una fuga, ma un passo di lato.” E poi una promessa: “al primo ritorno dal Guatemala torno a Reggio Calabria” Ma: “la circolare del CSM stabilisce che fino al giorno in cui prenderò possesso della nuova sede posso sempre revocare, magari ho un ripensamento, chi lo sa…”

Josephine Condemi (strill.it)

VIDEO : http://cipiri12.blogspot.it/2012/07/marco-travaglio-trattativa-stato-mafia.html
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mercoledì 20 giugno 2012

«trattativa» Stato-mafia dei primi anni '90

 La “trattativa”. Giusto indagare

 di Antonio Ingroia - 20 giugno 2012
In questi giorni ho letto con interesse e col massimo distacco possibile tutti i commenti dedicati ai vari risvolti legati all'indagine della Procura di Palermo sulla cosiddetta «trattativa» Stato-mafia dei primi anni '90. E ho il massimo rispetto di tutte le critiche, anche delle più aspre e radicali. Uno dei commenti che più mi ha impressionato è stato certamente quello di Giovanni Pellegrino, pubblicato ieri su l'Unità. Perché Pellegrino è un esperto uomo di legge, che ben conosce il sistema e il diritto penale italiano.
E perché è stato un investigatore di tanti misteri della nostra Repubblica, nelle sue funzioni di presidente di un'importante commissione parlamentare d'inchiesta sullo stragismo in Italia.
Ebbene, se una figura del genere giunge a certe conclusioni e ha determinate perplessità, vuol dire che sulla vicenda permangono tali equivoci comunicativi da far correre il rischio che la pubblica opinione, anche quella più avvertita, non possa farsi un'idea, e quindi formarsi un giudizio che siano fondati su una corretta informazione.
Come deve essere rispetto ad una vicenda, non solo giudiziaria, di tale impatto e interesse pubblico. Sicché, ritengo necessario, nei limiti consentiti dal doveroso riserbo investigativo su un procedimento in corso, alcuni chiarimenti. Dice Pellegrino, come già un illustre giurista e mio maestro di diritto penale come Giovanni Fiandaca, che trattare con la mafia non è di per sé un illecito. Sono d'accordo. Del resto, sia chiaro che nessun reato di «trattativa» è stato ad oggi contestato nell'indagine di cui si discute. Così come la vittima dell'estorsione non è penalmente punibile per il solo fatto di «trattare» col mafioso il pizzo da pagare sotto la minaccia dell'estorsione. Altra questione è se sia punibile chi aiuta la mafia a portare la minaccia a destinazione, così agevolando la trattativa. L'intermediario dell'estorsione privata viene, ad esempio, sempre sanzionato per il sostegno dato all'estortore.
Ma, in ogni caso, ben altra questione è se sia moralmente ed eticamente giusto «trattare» con la mafia senza denunciarlo all'autorità giudiziaria. Il commerciante, se non lo ammette quando interrogato, risponde di falsa testimonianza o, a volte, di favoreggiamento. Lo stesso dovrebbe valere se la minaccia investe lo Stato e se il rappresentante dello Stato dovesse decidere di trattare. E in ogni caso, recenti coraggiose posizioni di Confindustria sono arrivate a sanzionare con l'espulsione il loro iscritto, imprenditore, che paghi il pizzo senza denunciarlo alla magistratura.
Se si scoprisse che analogo comportamento è stato realizzato da un governante per effetto delle minacce della mafia, fermo restando che tale comportamento può essere penalmente irrilevante, non sarebbe forse un comportamento meritevole di verifica in altra sede, soprattutto politica, proprio come sta facendo la commissione parlamentare Antimafia? Non sarebbe doveroso chiedersi se vi fu davvero un «arretramento tattico» intenzionale per meglio colpire i corleonesi, come si ipotizza nell'articolo di Pellegrino? Non hanno diritto i cittadini a saperlo, specie se, come è scritto in alcune sentenze passate in giudicato, tale scriteriata trattativa ha avuto, invece, il controproducente effetto di accelerare le stragi, come quelle del '93? e non hanno diritto a saperlo i familiari delle vittime di quelle stragi?
A questo mi riferisco quando ribadisco l'esigenza che si accerti tutta la verità su quel terribile biennio stragista. La magistratura deve solo perseguire responsabilità penali personali e cercare le prove, e celebrare processi se le prove ci sono. Ed ovviamente tenendo conto che i processi si fanno solo con una ragionevole probabilità di successo di ottenere condanne definitive. Ovvio, direi. La legge impone di andare a processo solo con elementi idonei a sostenere l'accusa in giudizio. Ma, se è così, la possibile verità giudiziaria va ricercata ad ogni costo, perché solo con la verità si può crescere.
Ma non soltanto con la verità giudiziaria. Tocca dunque anche ad altri fare la propria parte. Perché la magistratura non può e non deve supplire alle inerzie e alle lacune degli altri, della politica in primo luogo. Perché venga fuori tutta la verità. Quella giudiziaria nelle aule giudiziarie. Quella storico-politica in altre sedi. Perché, se del caso, corrispondano a prove di reato responsabilità penali. E conseguano ad altri accertamenti responsabilità politiche o di altro tipo. Per fare ciò la verità deve essere voluta da tutti, nelle varie sedi.
E bisogna cercarla. Aiutarla a venire fuori.



Non c'è pace per il Colle. L'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia continua e nuovi tasselli ridisegnano il ruolo del presidente della Repubblica e quello di Nicola Mancino, l'ex ministro dell'Interno, indagato dalla procura di Palermo per falsa testimonianza.
Intercettazioni e verbali evidenziano nuove ombre sui rappresentati dello Stato in uno dei periodi più oscuri della storia italiana.
A rendere i risvolti dell'inchiesta su quegli anni - segnati da mafia e stragi continue - ancora più sinistri è il sospetto che alla base del cosidetto patto ci siano stati esponenti importanti delle istituzioni, incapaci o non disposti ad alzare il pugno di ferro per fermare l'azione di Cosa Nostra.
In particolare fanno discutere due telefonate intercettate dai pm tra Napolitano e Mancino, poi scartate perché ritenute penalmente non rilevanti.

Probabile la distruzione delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano

Le conversazioni sono contenute in brogliacci della procura non ancora depositati.
In questi dialoghi potrebbe trovare conferma l'interessamente del capo dello Stato a interferire nell'indagine di Palermo a favore di Mancino.
Risulta, infatti, che tra le decine di telefonate intercettate, in almeno due casi la squadra di pg nella sala ascolto della procura di Palermo avrebbe trascritto in brogliacci, coperti dal segreto, la voce del capo dello Stato a colloquio con l’ex vice
presidente del Csm. Questo contenuto è segreto e con ogni probabilità non dovrebbe nè essere trascritto nè finire agli atti del processo.
Le intercettazioni che fanno tremare il Colle, infatti, potrebbero essere distrutte.
OMBRE SU UN COINVOLGIMENTO DEL COLLE. Sono diverse le telefonate in cui Nicola Mancino parlò con il consigliere giuridico del capo dello Stato, Loris D’Ambrosio per richiedere un intervento in grado di tirarlo fuori dall’inchiesta dei pm siciliani sulla trattativa Stato-mafia.
Ciò che spaventava maggiormente Mancino era che i magistrati di Palermo e Caltanissetta e Firenze non si coordinavano «e che arrivavano a conclusioni contraddittorie fra di loro».
IL COLLE E UN INCONTRO FRA I DUE TESTIMONI. Ma emerge dalle intercettazioni, la presenza di un terzo elemento che, a detta dello stesso D’Ambrosio, è Giorgio Napolitano, il quale consiglierebbe un incontro tra i due testimoni che avevano fornito versioni contrastanti sulla trattativa.Mancino in una telefonata: «Qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli... tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli... eh, indipendentemente dal processo, diciamo. Non vorrei che dal confronto viene fuori che io ho fatto una dichiarazione fasulla e quello (Martelli, ndr) ha detto la verità, perchè a questo punto chi processano? Non lo so»
E alla fine conclude così, non nascondendo nervosismo: «Non è che posso parlare io con Martelli».
È in questa conversazione concitata che le manovre per condizionare l’inchiesta portano in causa Napolitano.

La lettera inviata dal Quirinale al pg della Cassazione

Nel colloquio tra Mancino e D'Ambrosio del 5 aprile, veniva invece commentata la lettera inviata il 4 aprile dal Quirinale al pg della Cassazione. Di seguito un estratto:
D: «Però adesso lei lo sa, quando uscirà quello che noi, quello che il presidente auspica, tra l’altro il presidente l’ha letta
prima di mandarla, eh non è una cosa solo di Marra».
M: «Comunque, dovendogli fare gli auguri per telefono non dirò niente, non accennerò».
D: «No, lei può dire che ha saputo della lettera che le è stata mandata, è stato informato che la lettera è stata mandata al procuratore generale. Poi ha saputo che era ai fini di un coordinamento investigativo, lei lo può dire parlando informalmente con il presidente, perché no?».
M: «E va bene...».
D: «Non c’è niente, lui sa tutto. E che, non lo sa. L’ha detto lui, io voglio che la lettera venga inviata, ma anche con la mia condivisione».
I ROS E I CONTATTI CON CIANCIMINO. Nella telefonata del 12 marzo, invece, Mancino si sfogava con D’Ambrosio sulla questione dei contatti tra Ros e Ciancimino su cui Martelli e Mancino hanno versioni discordanti.
Martelli sostiene di averlo informato, Mancino nega.
L'ex ministro degli Interni: «Lui dice, vedi un poco che quelli fanno attività non autorizzate, io non mi ricordo che lui me l’ha detto, ma escludo che me l’abbia potuto dire. Tuttavia, ammesso che me lo ha detto, perchè se lui sapeva di attività illecite non lo ha detto alla procura della Repubblica, lui che era guardasigilli? Ma che razza di Paese è, se non tratta con le Brigate rosse fa morire uno statista. Tratta con la mafia e fa morire vittime innocenti».
MANCINO IN PREDA ALL'ANSIA. E ancora lo sfogo di Mancino: «Non so... io anche da questo punto di vista... o tuteliamo lo Stato oppure tanto se qualcuno ha fatto qualcosa poteva anche dire mai io debbo avere tutte le garanzie, anche per quanto riguarda la rilevanza statuale delle cose che sto facendo».
E poi faceva pressing su D’Ambrosio: «Sto parlando dello Stato italiano, non è possibile che ognuno va per conto suo. Lei veda un po' se Grasso ritiene di ascoltare anche me, sia pure in maniera riservatissima, che nessuno ne sappia niente».
D'AMBROSIO, BRACCIO DI NAPOLITANO? Rimane ancora incerto se D'Ambrosio si muovesse secondo le disposizioni di Napolitano.
Ma, in questo senso, risulta interessante la telefonata del 5 marzo quando Mancino si scusò per i tormenti che procurava a D'Ambrosio con le sue angosce.
Così l'ex presidente del Senato: «Mi scusi, io tormento lei».
E D'Ambrosio rispose: «No, no si immagini. Poi il presidente me ne aveva parlato, quindi».
da: http://www.lettera43.it/politica/stato-mafia-ombre-sul-colle_4367555233.htm



leggi anche :
  Il “papello” c’è e prova la trattativa




. Il “papello” c’è e prova la trattativa , Ciancimino consegna una copia del documento redatto da Riina  http://cipiri.blogspot.it/2009/10/il-papello-ce-e-prova-la-trattativa.html

 http://cipiri.blogspot.it/2009/10/se-il-papello-parlasse.html

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lunedì 21 settembre 2009

I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia

Articolo 21 - Liberainformazione
I dieci minuti di giornalismo meno trasmessi d’Italia


Antonio Ingroia sull’ultima intervista al magistrato Paolo Borsellino
di Roberto Rossi

«Non so se sia stato un eroe, di certo era un mafioso e un assassino», parola di Antonio Ingroia, magistrato. «Lo dice una sentenza definitiva e una condanna all’ergastolo per duplice omicidio». È tutta qui l’eccellente contraddizione del Paese governato da chi parla di un mafioso, omicida, trafficante di droga, come di un eroe: «Riguardo a Vittorio Mangano, quando era in carcere ed era malato, i pm gli dicevano che se avesse detto qualcosa su Berlusconi sarebbe andato a casa e lui eroicamente non inventò mai nulla su di me, i pm lo lasciarono andare a casa solo il giorno prima della sua morte. Quindi bene dice Dell'Utri nel considerare eroico un comportamento di questo genere» (Silvio Berlusconi, 9 maggio 2008).

Bologna, 13 settembre 2009. Cinque giorni dopo le dichiarazioni milanesi del premier sulla «follia» dei «frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora ai fatti del '92, del '93, del '94, cospirando contro di noi». Sul palco della Festa dell’Unità, assieme al procuratore aggiunto di Palermo, siedono la corrispondente di «Die Zeit» Petra Reski, autrice di «Santa Mafia», Roberto Morrione, la senatrice piddì Rita Ghedini e Roberta Bussolari di Libera. Sul palco, dietro i relatori, affacciato da uno schermo gigante, c’è anche Paolo Borsellino, con le sue immancabili sigarette, la polo verde, a casa sua, il 19 maggio del 1992, intervistato da due giornalisti francesi di Canal plus sulla natura criminale dell’ex dipendente di Silvio Berlusconi, Mangano Vittorio, e sulle indagini a carico del manager di Publitalia, Dell’Utri Marcello. Dieci minuti di giornalismo che ognuno di noi può vedere su YouTube, trasmessi dal servizio pubblico solo una volta, anni fa, su Rai News 24, quando a dirigerlo c’era l’attuale direttore di Liberinformazione. In quei dieci minuti, quattro giorni prima della strage di Capaci, due mesi esatti prima della sua morte, Paolo Borsellino parla del faccendiere di Arcore, come del «capo della famiglia di Porta Nuova. Terminale dei traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane».

Antonio Ingroia è appena rientrato dalle ferie, ed è tornato ad indagare su chi prese parte alla trattativa fra Stato e mafia per far cessare la stagione delle stragi (Capaci, via D’Amelio, Roma, Firenze, Milano) dopo che le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, figlio di Vito ex-sindaco mafioso di Palermo, hanno fatto emergere degli elementi che «aprono degli squarci – dice il magistrato – nel velo che copre le verità sulle quali fare piena luce è interesse delle istituzioni, dei familiari delle vittime e di tutti i cittadini». «Elementi – continua – che possono rendere plausibile il fatto che dietro le stragi non ci sia solo il mandato di Cosa Nostra. Il dovere di noi magistrati è quello di indagare, essendo obbligatoria l’azione». Ingroia è stato anche il pubblico ministero del processo che ha portato alla condanna in primo grado a nove anni di reclusione di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione di tipo mafioso, sentenza sulla quale a giorni si esprimerà l’appello. Circostanza che il premier teme possa alimentare un fuoco mediatico nazionale e internazionale simile a quello scatenato dai recenti scandali sessuali.

Sull’intervista al suo maestro, il giudice dice: «È il testamento professionale di Paolo Borsellino, oltre che essere un documento di un’importanza tale da averlo usato fra gli elementi per sostenere l’accusa nel processo contro il fondatore di Forza Italia. Un’intervista nella quale Borsellino esprime, con l’estrema sintesi che gli apparteneva, la trasformazione imprenditoriale di Cosa Nostra, dovuta all’imponente massa di capitali proveniente dal traffico di droga, che la mafia siciliana all’epoca controllava in regime di monopolio». La più grossa “banca” che l’Italia avesse, con la più vasta (e più facile da reperire) disponibilità di credito. Conviene riportare un passo di quei dieci minuti palermitani. «Non le sembra strano – chiese il giornalista a Borsellino – che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati con uomini d’onore tipo Mangano?». «All’inizio degli anni Settanta – rispose il giudice – Cosa nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa nostra cominciò a gestire una massa enormi di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero, e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali». «Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?» incalzò il giornalista. E il magistrato, dopo una pausa, dando una lunga boccata alla sigaretta: «È normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Le posso dire che Mangano era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

Da Palermo a Bologna. Molti anni dopo. Quando le bande verticali interrompono bruscamente la voce e l’immagine del giudice ucciso dalla mafia, e la platea lascia scrosciare un applauso commosso, Antonio Ingroia è il primo a prendere la parola: «Io dico che nonostante si rischi di dare il colpo di grazia al sistema giudiziario italiano con un disegno di legge che, attentando all’autonomia dei magistrati, impedirebbe l’apertura dei processi che vedono imputati i politici che hanno avuto rapporti con la mafia, noi dobbiamo dare un calcio alla porta che impedisce di fare piena luce sulla stagione delle stragi. Una verità che i cittadini italiani hanno il sacrosanto diritto di conoscere».

Per ora, per la grande rilevanza che ha quell’intervista, tanto più in un frangente politico e giudiziario come quello che viviamo in questi giorni, basterebbe che la voce e il messaggio di Paolo Borsellino arrivassero al maggior numero di italiani, che quelle barre verticali, trasmesse di nuovo dal servizio pubblico, coinvolgessero e indignassero i milioni di telespettatori cui al momento è negato ogni frammento di verità.


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