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sabato 9 dicembre 2017

Berlusconi paga i boss di Cosa nostra



Mafia, l’appunto dimenticato nello studio di Giovanni Falcone:
 “Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”

"Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano". È il contenuto di un foglietto trovato all'interno di quello che è stato l'ufficio del giudice ucciso a Capaci, all'interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A fare la scoperta è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri

Un appunto rimasto per trent’anni dimenticato. Un foglio di carta utilizzato come block notes probabilmente durante un interrogatorio e rimasto poi disperso tra i faldoni senza che nessuno ci facesse mai caso. Eppure il suo contenuto è rilevante. C’è scritto: “Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni a Grado e anche a Vittorio Mangano“. Parole tracciate con la calligrafia di Giovanni Falcone ed emerse all’interno di quello che è stato l’ufficio del giudice, all’interno del palazzo di giustizia di Palermo, ormai diventato un museo. A riportare la notizia dell’esistenza dell’appunto è il giornalista Salvo Palazzolo sul quotidiano la Repubblica. A fare la scoperta, invece, è stato uno dei più stretti collaboratori del magistrato, Giovanni Paparcuri, che dopo essere andato in pensione accoglie nel “bunker” del pool antimafia i visitatori.

Qualche giorno fa, Paparcuri stava sfogliando alcuni scritti di Falcone conservati al museo, quelli che contengono le vecchie dichiarazioni del pentito Francesco Marino Mannoia, utilizzate ormai in centinaia di processi. All’ improvviso, si è imbattuto nell’appunto che parla di Berlusconi: mai nessuno se n’era accorto prima. Paparcuri ha subito informato la procura. Quelle parole annotate da Falcone, infatti, sembrano confermare quanto già emerso durante il processo a Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva – e attualmente detenuto – a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa nostra. Recentemente sia Berlusconi che il suo storico braccio destro sono stati nuovamente iscritti tra gli indagati per le stragi di mafia del 1993 come possibili mandanti occulti degli attentati a Firenze, Roma e Milano dalla procura del capoluogo toscano. 

Gaetano Cinà – che nell’appunto viene indicato come “in buoni rapporti con Berlusconi” – è un mafioso molto amico di Dell’Utri, ed è l’uomo che nel 1987 gli annuncia al telefono l’arrivo a Milano di un’enorme cassata con il simbolo della Fininvest. Mafioso è anche Gaetano Grado, un uomo d’onore spesso di stanza a Milano negli anni ’70. Vittorio Mangano è il noto stalliere di Arcore, capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova a Palermo, assunto da Berlusconi nel 1974 a Villa San Martino ufficialmente come fattore. Tutti personaggi e fatti ormai già noti, dunque, quelli appuntati da Falcone. Il problema è che nei verbali del collaboratore di giustizia Mannoia non c’è traccia di riferimenti a Berlusconi. Interpellato da Repubblica su questo appunto Mannoia ha risposto: “Non ricordo. Sono ormai anziano e malato. E poi non posso rilasciare alcuna dichiarazione alla stampa”. Al processo Dell’Utri Mannoia si è avvalso della facoltà di non rispondere. Dallo stesso procedimento è emerso, però, come il capo di Mannoia, Stefano Bontate, nel 1974 incontrò Berlusconi a Milano, grazie alla mediazione di Dell’Utri. La Cassazione ha considerato provato che Berlusconi stipulò un patto di protezione con Cosa nostra, prima per evitare i sequestri di persona negli anni ’70 a Milano, poi per la “messa a posto” dei ripetitori tv in Sicilia. “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, ha detto intercettato in carcere il boss Totò Riina. 

La scoperta dell’appunto di Falcone, però, genera un ulteriore domanda: davvero il giudice non ha mai approfondito quei collegamenti tra Berlusconi e Cosa nostra messi nero su bianco in quel foglio di carta? Prima del 1994, a Palermo non è mai risultata alcuna indagine su Dell’Utri e quindi su Berlusconi. Eppure in un’intervista rilasciata il 21 maggio del 1992, cioè due giorni prima della strage di Capaci, Paolo Borsellino parla chiaramente di collegamenti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi. Lo fa parlando con i giornalisti Jeanne Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi in quella che è diventata una delle interviste più misteriose degli ultimi trent’anni. I giornalisti chiedono notizie di Vittorio Mangano, visto che Borsellino aveva indagato su di lui nel 1975. Poi, a una domanda su Dell’ Utri, Borsellino risponde: “So che esistono indagini che lo riguardano e che lo riguardano insieme a Mangano. Credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”. Quell’indagine, però, ufficialmente non è mai esistita. Come l’appunto di Falcone.


La procura toscana ha ottenuto dal gip la riapertura del fascicolo sui mandanti occulti dopo aver ricevuto la registrazione dei colloqui in carcere del boss, di cui Sekret, il nuovo format di inchiesta di Marco Lillo disponibile sulla piattaforma Loft, ha diffuso l'audio sul nostro sito. Il legale dell’ex premier Ghedini: “Notizie infamanti prima del voto”
DA  https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/31/stragi-di-mafia-berlusconi-e-dellutri-indagati-firenze-dopo-le-intercettazioni-di-graviano-audio-esclusivo/3946945/

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venerdì 17 luglio 2015

LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO


"Grazie caro papà"

STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO.
Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta,,,


dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola...
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venerdì 19 luglio 2013

LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO


"Grazie caro papà".

STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO.

DA FAR GIRARE E LEGGERE

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta. Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Manfredi Borsellino

( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, 
curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

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venerdì 27 luglio 2012

Antonio Ingroia a Tabularasa



Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012 Palermo 

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Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012

Reggio calabria, 25 luglio 2012. “Il lavoro del magistrato non si esaurisce nel cercare di fare nel migliore dei modi possibili il lavoro d’ufficio, ma continua fuori dal palazzo di giustizia, deve aprirsi alla città e ai cittadini per cercare di confrontarsi sulle tematiche e raccontare… combattendo insieme ogni forma di mafia e corruzione”: Antonio Ingroia a Tabularasa quindi racconta la sua giornata campale: “è stata una giornata importante non solo per ragioni professionali (quella che si è chiusa è forse la più importante indagine della procura di Palermo degli ultimi anni)  ma perché riguarda una stagione cruciale della nostra storia: il 1992 con l’omicidio Lima, le stragi di Capaci e via D’Amelio e il terrore che ne è seguito. Negli ultimi tempi abbiamo saputo che mentre ufficialmente lo Stato combatteva la mafia, dietro le quinte trattava… molte risultanze ci dicono che Borsellino e la scorta sono stati uccisi perché Borsellino era un ostacolo alla trattativa. Io sono legato sentimentalmente alla storia di Borsellino, mio amico e maestro… nel ventesimo anniversario di via D’Amelio, un processo ai mafiosi ma anche agli uomini dello Stato che hanno partecipato o comunque consentito alla trattativa è un omaggio da parte mia, dei colleghi e della procura proprio a Borsellino.”

E’ un fiume in piena Ingroia, s’indigna per un paese che “è un’arena dove tutto è consentito, anche gli insulti peggiori, senza che accada nulla, come se fosse normale calunniare e diffamare magistrati che cercano di fare il proprio dovere”, ritorna sulla questione del passaggio di testimone alla politica (“la magistratura credo che abbia fatto, stia svolgendo e continuerà a svolgere la propria parte fino in fondo,ma sullo specifico terreno di verità su quella stagione difficile delle stragi e delle trattative,con gli strumenti attuali non può andare avanti. E’ la Politica che deve consegnare gli strumenti giusti per abbattere i muri dell’ omertà mafiosa e della reticenza istituzionale”), non si fa sfuggire un passaggio sullo scontro tra poteri in Italia (“si è creata un preoccupante scollamento tra legalità e giustizia: la legge, che dovrebbe essere uno strumento per giustizia, con il moltiplicarsi di leggi di privilegio, impunità, immunità è percepita sempre più ingiusta. La radice del problema è che la magistratura, per decenni un blocco di potere, garante di una giustizia diseguale nella sua applicazione, da qualche decennio è sfuggita al controllo dei poteri della  classe dirigente, è diventata un corpo estraneo, da attaccare per normalizzare o costringere ad applicare leggi ingiuste”). 

Ingroia spiega in parole povere la questione del conflitto di attribuzione: “il tema riguarda la procedura da utilizzare per la distruzione di intercettazioni irrilevanti e inutilizzabili. Nel caso in questione, è indubbio, e la procura di Palermo l’ha sempre sostenuto, che il Capo dello Stato non sia intercettabile (e infatti non è stato mai intercettato direttamente). Detto questo: sarebbe avvenuto che nel corso di un’intercettazione dell’ex senatore Mancino, indagato, sarebbe stata colta casualmente una conversazione con il Capo dello Stato. Quando ci si imbatte in personalità coperte da immunità, quali sono le conseguenze previste dall’ ordinamento? Da alcuni, tra cui Scalfari, è stato proposto che nello stesso momento dell’intercettazione l’ufficiale di polizia dovrebbe interrompere e distruggere tutto: ma questo non è possibile tecnicamente perché le intercettazioni non vengono ascoltate con la cuffia in diretta, ma registrate automaticamente. Dalla Presidenza della Repubblica si ritiene invece che si debba procedere a immediata distruzione con richiesta del pm a giudice, senza depositarle mettendole a conoscenza di altro intercettato, che però potrebbe per difesa avere utilità di conoscerle…  tra l’interesse potenziale dell’ indagato intercettato di ascoltare intercettazione e l’interesse della personalità istituzionale la cui immunità deve essere tutelata, quale prevale? La legge non prevede una disciplina particolare per il Capo dello Stato, quindi la distruzione sarebbe avvenuta dopo avere depositato… ma poiché avevamo ritenuto che queste intercettazioni fossero irrilevanti, le avevamo stralciate, neanche depositate agli atti, quindi il rischio di un’imminente conoscibilità non c’era… La Presidenza ha ritenuto fosse necessario sollevare la questione alla Corte Costituzionale, ma ci sono stati altri casi simili: in particolare, nel 1997, Scalfaro fu intercettato sempre casualmente dalla procura di Milano che depositò l’intercettazione, in seguito oggetto di interpellanza parlamentare. L’allora ministro della giustizia si pronunciò ritenendo che vi fosse nell’ordinamento una mancanza legislativa da colmare, ma non si è mai fatto.”

E sul Guatemala Ingroia afferma: “nell’ipotesi in cui dovessi davvero accettare questo incarico che comunque è temporaneo, ho deciso di non prendere ferie, resterò al lavoro per tutto agosto…Non sparirò, comunque. Tra le motivazioni, ritengo da anni che possa essere controproducente un eccesso di personalizzazione delle indagini giudiziarie a uomini che diventano volenti o nolenti simbolo, perchè quando la speranza delle indagini e la ricerca della verità si coagulano attorno a una personalizzazione, innanzitutto si scatenano polemiche politiche da parte di chi ha fastidio per le indagini e non potendo attaccarle direttamente attacca il giudice (per cui, se si toglie la personalizzazione, le  indagini affidate in mani sicure e altrettanto competenti procedono e se ne giovano); in secondo luogo, i cittadini finiscono per depositare tutto sulle spalle di questa personalità, e quindi ci si aspetta che faccia il miracolo (impossibile con questi strumenti)…Poi, sono convinto che l’impegno a livello internazionale può servire non solo per il mondo ma anche per l’Italia (abbiamo bisogno di riannodare fili dall’altra parte), abbiamo la necessità di esportare la cultura dell’antimafia in tutto il mondo… Credo che delegando tutto alla magistratura non si vada da nessuna parte. Ci vuole un salto di qualità, ora. Non è un passo indietro, una fuga, ma un passo di lato.” E poi una promessa: “al primo ritorno dal Guatemala torno a Reggio Calabria” Ma: “la circolare del CSM stabilisce che fino al giorno in cui prenderò possesso della nuova sede posso sempre revocare, magari ho un ripensamento, chi lo sa…”

Josephine Condemi (strill.it)

VIDEO : http://cipiri12.blogspot.it/2012/07/marco-travaglio-trattativa-stato-mafia.html
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lunedì 21 maggio 2012

Milano ricorda Falcone e Borsellino


https://www.facebook.com/events/361409247256478/

mercoledì alle 17.00 presso Via Benedetto Marcello Milano

 Milano ricorda Falcone e Borsellino. 20 anni da non dimenticare.
    • mercoledì
    • 17.00

  • Via Benedetto Marcello Milano

  • MERCOLEDI' 23 MAGGIO ORE 17.00, GIARDINI FALCONE-BORSELLINO VIA BENEDETTO MARCELLO ( ANG. LICEO VOLTA) :
    LA SOCIETA' CIVILE RICORDA IL SACRIFICIO DI GIOVANNI FALCONE, FRANCESCA MORVILLO, GIUSEPPE COSTANZA,VITO SCHIFANI, ANTONIO MONTINARO E ROCCO DICILLO.
    PER DIRE NO ALLA MAFIA, ALLA MENTALITA' MAFIOSA, A CHI PENSA DI INTIMIDIRE LA PARTE SANA DEL NOSTRO PAESE.
    PER DIRE NO A CHI CREDE CHE ABBASSIAMO LA GUARDIA, PER RIVENDICARE LA NOSTRA ESIGENZA DI GUSTIZIA.
    PER RICONFERMARE IL NOSTRO SOSTEGNO AI MAGISTRATI IN PRIMA LINEA, ATTACCATI, OGGI COME IERI, DALLE STESSE ISTITUZIONI CHE DOVREBBERO TUTELARLI.

 

 

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Carlo Lucarelli ripercorre gli ultimi giorni del magistrato di Palermo ucciso solo 57 giorni dopo l'attentato al suo amico e collega Giovanni Falcone. Un resoconto attento degli esiti delle nuove e clamorose indagini sulla strage di via D'Amelio e un approfondimento della vicenda della trattativa tra Stato e mafia, che fa da inquietante scenario alla strage in cui persero la vita, insieme a Paolo Borsellino, i cinque agenti della sua scorta.

 

 Spatuzza: "Procurai io l'esplosivo per la strage di Capaci"

 Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato di avere avuto un ruolo nella strage di via D'Amelio, ha rivelato ai magistrati di Caltanissetta, che conducono le indagini sulle stragi mafiose del '92, di avere reperito anche l'esplosivo utilizzato per compiere l'attentato di Capaci al giudice Giovanni Falcone. Giusto due giorni fa Ferdinando Buceti, vice questore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Caltanissetta aveva dichiarato al settimanale Oggi: "Novità su Capaci? Forse... ma non posso parlarne. 

Ci sono alcuni aspetti che meritano approfondimenti e che provengono dal racconto di Spatuzza e da indagini che abbiamo fatto. Si tratta di verifiche che potranno concludersi a breve". E proprio ieri sono stati pubblicati alcuni stralci dei verbali dal Giornale di Sicilia: "Ricordo - dichiara Spatuzza - che Fifetto Cannella mi chiese, circa un mese prima dell'eccidio in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta di trovare una macchina voluminosa". Spatuzza, che procurò anche la Fiat 126 utilizzata come autobomba in via D'Amelio, racconta: "Ci recammo a Porticello dove trovammo un certo Cosimo di circa 30 anni ed assieme a lui andammo su un peschereccio attraccato al molo da dove recuperammo dei cilindri dalle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Successivamente constatai che al loro interno vi erano delle bombe". "Recuperati i fusti - prosegue Spatuzza - li caricammo sulla autovettura per dirigerci verso la mia abitazione. 

Una volta arrivati a casa di mia madre, ubicata in un cortile, scaricammo i bidoni all'interno di una casa diroccata di mia zia che era a fianco di quella di mia madre e che noi usavamo come magazzino". Successivamente, sempre secondo il racconto del pentito, venne "recuperato altro esplosivo in alcuni bidoni alla Cala, (vicino al porto) legati ad un peschereccio". "Nessuno mi ha mai detto esplicitamente a cosa servisse l'esplosivo", conclude Spatuzza che tuttavia collega la circostanza con l'attentato di Capaci.

 (da: AntimafiaDuemila) 

Secondo il procuratore aggiunto Ingroia, anche dietro la strage di Capaci ci sarebbero menti raffinatissime, «non può essere solo opera della mafia». 

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 Persone comuni si stringono intorno al ricordo di Falcone e Borsellino e della Scorta a Milano, e parlano...

 - spero troverete 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino





 spero troverete 5 minuti : http://cipiri.blogspot.it/2011/07/spero-troverete-5-minuti-del-vostro.html

quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri , Paolo Borsellino



Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri. (Paolo Borsellino)

http://cipiri.blogspot.it/2011/07/quelli-che-avranno-voluto-la-mia-morte.html



Giovanni Falcone, Paolo Borsellino


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 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
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martedì 26 maggio 2009

Strage di Capaci




sabato 23 maggio 2009
Strage di Capaci

"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

Oggi riccorre il diciassettesimo anniversario della strage di Capaci, in cui perirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonino Montinaro.

Non dobbiamo dimenticare...

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Palermo. Aggressione della polizia al corteo in memoria di Falcone
[27 Maggio 2009]

Ricevo questa denuncia dalla mailing list di «Bilanci di giustizia» e pubblico volentieri.

Salve,
io sono un docente palermitano militante nei Cobas della scuola.
Vorrei dare il massimo risalto a quanto accaduto sabato pomeriggio durante il corteo in memoria dell’assassinio del giudice Falcone.
Da più di dieci anni [anche se mi sembra ieri il 1992 sia lo shock provato che per il fatto che non siamo riusciti a cambiare nulla o quasi] noi Cobas partecipiamo a questa manifestazione e portiamo come simbolo non le bandiere, ma uno striscione con la scritta «La mafia ringrazia lo Stato per la morte della scuola», una sintetica riflessione con lo scopo di comunicare a politici [di tutti gli schieramenti, negli ultimi quattro anni abbiamo avuto tre governi e lo striscione è sempre stato identico] e società civile in genere che tagliando i fondi per la scuola si favorisce l’ignoranza e quindi la mafia.
Quest’anno i tagli maggiori sono stati nelle regioni del Sud e questo aggrava quanto detto sopra.
Durante il corteo sotto «l’albero di Falcone» [per chi non lo conosce è l’albero che si trova davanti al palazzo dove abitava il giudice Falcone] la polizia si è avvicinata al nostro striscione ed ha chiesto che venisse consegnato alle forze dell’ordine.
I nostri colleghi [tre in tutto] hanno cercato di spiegare che esiste la libertà di pensiero e di espressione.
Il risultato è stato che i poliziotti hanno chiamato rinforzi ed hanno così circondato i pericolosi terroristi [tre colleghi, tra l’altro pacifisti da sempre], hanno strappato con la forza lo striscione ed hanno portato in questura i colleghi denunciandoli a piede libero per vilipendio dello stato [dovrebbe esser scritto maiuscolo, ma oggi non mi va], resistenza a pubblico ufficiale [quindi condanniamo tutti i pericolosi pacifisti da Ghandi in poi] e manifestazione non autorizzata.
Chi ha partecipato alla manifestazione ha solidarizzato con i nostri colleghi abbandonando pure il palco da cui parlavano gli organizzatori della manifestazione, questi ultimi comunque non hanno fatto nulla per difendere i tre fermati dagli attacchi violenti della polizia.
L’atto mi ricorda quanto riferiscono i più anziani sul ventennio del secolo scorso.
Ancora più fascista è il silenzio della stampa e di tutta l’informazione in generale su un fatto grave e liberticida. Un pericoloso e vergognoso precedente.
Forse sarebbe utile pubblicizzare al massimo avvenimenti come questo.
Grazie!

Tommaso Lo Monte

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