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mercoledì 17 febbraio 2016

Stragi Nazifasciste consultabile online


Stragi Nazifasciste consultabile online

 ON LINE I 900 FASCICOLI (FINORA TOP SECRET) CON I DETTAGLI 
DEI CRIMINI DI GUERRA 

COMMESSI DA ITALIANI E TEDESCHI DURANTE L’OCCUPAZIONE NAZIFASCISTA - RITROVATI NEL ’94, SONO STATI TENUTI IN SEGRETO 
PER EVITARE PROBLEMI CON LA GERMANIA

Da oggi sono consultabili sul sito della Camera 695 fascicoli d'inchiesta e un registro contenente 2274 notizie di reato sui crimini di guerra, fra cui i più trucemente noti: eccidio di Sant' Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto…


Tredicimila pagine e oltre 900 fascicoli, che raccontano la storia di 15mila persone, coinvolte nei crimini di guerra commessi in Italia durante l' occupazione nazifascista. È il cosiddetto «armadio della vergogna», rimasto chiuso per decenni, ritrovato solo nel 1994, ma da oggi consultabile on-line sull' archivio della Camera. Sul mistero dell' occultamento dei fascicoli, che riguardano anche le principali stragi nazifasciste in Italia ha lavorato una commissione d' inchiesta parlamentare tra il 2003 e il 2006. 

Ora si può accedere al sito: http://archivio.camera.it/

Da sempre tutti gli Stati come le famiglie - occultano documenti su vicende scabrose, o peggio. Basti 
ricordare che il Regno appena nato, nel 1861, distrusse buona parte dei documenti sulla «lotta al 
brigantaggio»: una vera guerra civile che comportò violenze che oggi ci fanno rabbrividire.
 Soltanto più di un secolo dopo, nel 1963, uno studioso Franco Molfese - rintracciò parte dei documenti superstiti, dando avvio a una faticosa ricostruzione dei fatti non ancora conclusa e che non sarà mai completa.

La vicenda di cui si parla in questi giorni è simile, e anche in questo caso si deve in buona parte a un 
libro, pubblicato nel 2004 dal giornalista dell' Espresso Franco Giustolisi e intitolato appunto L' armadio della vergogna (Nutrimenti). Giustolisi è morto l' anno scorso senza poter assistere alla propria vittoria, all' apertura pubblica dell'«armadio della vergogna».

Al contrario di quello degli scheletri, questo era un vero e proprio armadio, scoperto nel 1994 a Roma, in uno sgabuzzino di palazzo Cesi-Gaddi (dove hanno sede vari organi giudiziari militari), in via degli Acquasparta. Dentro c' erano 695 fascicoli d' inchiesta e un registro contenente 2274 notizie di reato su crimini di guerra, 13.000 pagine, fra cui i più trucemente noti: eccidio di Sant' Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto, Cefalonia, la risiera di San Sabba.

E poi: documenti sugli italiani deportati in Bassa Sassonia, sull' eccidio di duemila italiani vicino a Borek. E le carte segrete del Sismi, compreso l' appunto sulla fuga di Kappler e il ruolo che vi ebbe l' 
organizzazione Odessa. C' è una lista di giudici nazisti che fecero carriera anche dopo la guerra. E 
documenti che ci riguardano come carnefici: per esempio quelli sul generale Mario Roatta nei territori occupati.

Si tratta di documentazione di prima mano, ovvero delle istruttorie realizzate decenni prima dalla 
Procura generale del Tribunale supremo militare, che ne aveva ricevuto incarico dal Consiglio dei 
Ministri. Basti dire che c' è anche un promemoria del comando dei servizi segreti britannici, intitolato Atrocities in Italy, con il timbro secret.

Il 13 gennaio del 1960, con un atto «illegittimo e illegale», il procuratore generale militare Enrico 
Santacroce mise su molti di quei fascicoli il timbro: «Archiviazione provvisoria». Nel 1999 il Consiglio della magistratura militare, e nel 2001 la II Commissione Giustizia della Camera dei deputati, spiegarono l' occultamento dei documenti con presumibili - pressioni politiche per impedire qualsiasi azione giudiziaria contro i responsabili tedeschi. Motivo?

«Opportunità politica, in un certo senso una superiore ragione di Stato». Nel 2003, per iniziativa del 
deputato Carlo Carli (Pd), venne istituita una Commissione d' inchiesta furono interrogati anche Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro che nel 2006 anni dopo formulò tre ipotesi.
 1) In un periodo di guerra fredda, si volevano mantenere buoni rapporti con la Germania Ovest. Ma, aggiungo, oltre la guerra fredda, i motivi potevano riguardare i buoni rapporti economici.
2) Anche dei militari italiani erano accusati di violenze in Albania, Etiopia, Jugoslavia, Grecia, e portando a fondo l' accusa contro i tedeschi, si sarebbe riaperta anche quella contro gli italiani. 
3) Fascisti e nazisti riciclati all' interno dei servizi segreti dei due Paesi sarebbero riusciti a insabbiare i documenti e quindi i processi.

Oggi la presidente della Camera Laura Boldrini dichiara: «Un Paese veramente democratico non deve aver paura del proprio passato». Giusto, però solo pochi nostalgici hanno paura di svelare gli orrori della Seconda guerra mondiale. Mentre tutti dobbiamo avere paura ancora di come politica e magistratura possano nascondere verità scomode. Anche quelle recenti e recentissime.

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sabato 31 maggio 2014

Fu Berlusconi a Volere le Stragi di Mafia



Quando il pentito Romeo ha fatto “quel” nome più di qualcuno è saltato sulla sedia:
 “Fu Berlusconi a volere le stragi di mafia”.





A Roma, nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, laddove la corte d’assise di Caltanissetta si trova in trasferta nell’ambito del processo Borsellino Quater, più di qualcuno è saltato sulla sedia.

In seguito alla deposizione di Gaspare Mutolo, pentito ed ex autista di Totò Riina, è stato ascoltato l’artificiere del Brancaccio, il pentito Pietro Romeo.

Condannato per la strage di via dei Georgofili, ha rivelato come proprio quelle stragi siano state compiute per sbloccare la trattativa sul 41bis e farlo abrogare. Oltre che per concedere un grosso favore ad un grosso politico.

E parlando con Francesco Giuliano, un altro dei killer di Brancaccio soprannominato “olivetti”, Romeo scoprì che c’era un politico “che ci diceva che si dovevano mettere le bombe”.

Chi era questo politico?

“Poi”, ha aggiunto, “un giorno eravamo io, Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza. Giuliano commentava gli attentati e chiese a Spatuzza ‘Perché li abbiamo fatti, per chi, per Andreotti o Berlusconi?”‘. Fu Spatuzza a rispondere: “Per Berlusconi”.

Ancora una volta il nome dell’ex Cav. finisce sulla bocca di pentiti che raccontano una delle stagioni più oscure della storia italiana.
fonte :
http://www.infiltrato.it/inchieste/fu-berlusconi-a-volere-le-stragi-di-mafia-il-pentito-romeo-inguaia-l-ex-cav

leggi anche :
http://cipiri.blogspot.it/2012/05/milano-ricorda-falcone-e-borsellino.html

spero troverete 5 minuti : http://cipiri.blogspot.it/2011/07/spero-troverete-5-minuti-del-vostro.html

quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri , 

Paolo Borsellino

Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia,
 la mafia non si vendica. 
Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno,
 ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri. 
http://cipiri.blogspot.it/2009/10/il-papello-ce-e-prova-la-trattativa.html

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venerdì 4 ottobre 2013

Progetto Transaqua e quando gli immigrati eravamo noi Italiani ?


Quando gli immigrati eravamo noi Italiani

"La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro “questa maledetta razza di assassini”. Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere “sporchi come maiali”. Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo “tutti siciliani”.

“Bel paese, brutta gente.” Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l’ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo “poveri ma belli”, che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così."

Intervista di Andrea Pomozzi all’Ing. Marcello Vichi

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Stragi evitabili

InGlass-Steagall su 4 ottobre 2013 a 6:00 AM
investing-african-agricultureSi poteva evitare un’altra strage di innocenti nel mare al largo di Lampedusa.
Fa proprio imbestialire sapere che la UE pochi giorni fa ha bocciato il progetto Transaqua.
Che cosa c’entra? Abbiamo conosciuto l’80enne Ing. Marcello Vichi, ci ha raccontato di come all’IRI 30 anni fa erano all’avanguardia, ma furono bloccati dai professionisti degli aiuti umanitari e da interessi strategici così da costringere a scappare dalle loro terre. Fao,Fmi, Ue, Banca Mondiale hanno guidato la trasformazione verso i progetti piccoli, e neanche le associazioni di beneficenza, le Ong, si pongono l’obiettivo delle infrastrutture sistemiche, accettando l’idea che i cambiamenti saranno per forza piccoli e limitati. Così si nega la costruzione di dighe, canali, sistemi di irrigazione moderni. Unatragedia perpetrata sfruttando anche chi ha le buone intenzioni.
In risposta all’interrogazione dell’europarlamentare Cristiana Muscardini, la Commissione europea ha respinto pochi giorni fa il progetto Transaqua per il Sahel per questioni legate all’ambiente.
http://larouchepac.com/node/28380
TRANSAQUA, “Sviluppato dall’impresa italiana Bonifica, del gruppo IRI, a partire dal 1972, consiste in un canale lungo 2400 chilometri, che attingendo il 5% complessivo dagli affluenti del fiume Congo, scaricherebbe nel Lago Ciad 70/100 miliardi metri cubi all’anno, sufficienti a ripristinare la dimensione originale del lago. Il Lago Ciad è oggi ridotto a meno di un ventesimo di quello che era appena 50 anni fa. Transaqua non solo ricostituirebbe il lago e fermerebbe l’avanzata del deserto, ma creerebbe un’area di sviluppo agricolo larga come la Lombardia, genererebbe una notevole capacità di produzione idroelettrica e formerebbe il nocciolo di una infrastruttura di trasporti pan-africana.”
http://www.movisol.org/13news122.htm
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Il progetto Transaqua indica che la costruzione di grandi infrastrutture, idriche e di trasporto, è la via da percorrere per avviare lo sviluppo africano.
1968 Presidente egiziano Nasser e La Pira al Cairo
il Presidente egiziano Nasser e La Pira al Cairo, 1968
fonte: http://www.giorgiolapira.org
Spesso facciamo riferimento a Lincoln che spinse per lo sviluppo della rete ferroviaria negli Stati Uniti, a FD Roosevelt ed alla Tennessee Valley Authority, a JFKcon il progetto Apollo per andare sulla Luna, ma vi sono esempi anche per l’Africa, certamente. Così come per l’Italia del miracolo economico molto forte fu l’impegno di La Pira ed Enrico Mattei nello sviluppare la cooperazione con l’Africa.
Ma vi sono figure molto positive per Africa, come il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, amico proprio di Giorgio La Pira, che mise in moto l’industrializzazione del paese nazionalizzando settori importanti dell’economia, la sua decisione di nazionalizzare il canale di Suez provocò la reazione di francesi e inglesi.
http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/biografie/gamal-abdel-nasser/40/default.aspx
E Thomas Sankhara, “presidente ribelle” del Burkina Faso, personalità assai scomoda, che mostrava di conoscere l’opera del ‘sistema nazionale di economia politica’ di Friedrich List e nei suoi discorsi si sente l’eco della corrente americana cui ci ispiriamo.
“Equilibrio a favore di chi ha il potere finanziario. Equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No! Non possiamo essere complici!”
“Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa.”
http://thomassankara.net/spip.php?article1171&lang=fr
E’ rimasto celebre il discorso di Sankhara sul debito all’Organizzazione per l’Unità Africana del 29 luglio 1987
http://www.vocidallastrada.com/2009/11/thomas-sankara-discorso-sul-debito.html
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Al solito, uno stato a moneta sovrana, una Banca nazionale che emette credito per investimenti produttivi sono i fattori decisivi per una grande nobile aspirazione: liberare l’umanità, permettendole di esprimere i migliori talenti. Senza sviluppo, senza applicazioni di tecnologia, si arresta il futuro, si costringe alla miseria, si consegna alla morte milioni e milioni di donne, uomini e bambini. 
Banca nazionale e Glass-Steagall, sono misure necessarie, per il bene dell’umanità.
Con Transaqua “potrebbero diventare il più grande polo di sviluppo africano – forse uno dei più grandi del pianeta – che potrebbe impiegare, nella realizzazione e successiva gestione, mano d’opera e attività professionali diversificate locali provenienti da tutti i Paesi del continente. Potrebbe offrire a diverse generazioni di africani un enorme mercato del lavoro senza costringerli a tentare la carta dell’Europa – mercato del lavoro spesso durissimo per gli africani sradicati dal proprio ambiente naturale e culturale – realizzando nel loro continente, sia pure con le inevitabili differenze dovute ad etnie e culture diverse, ma pur sempre africane, una serie di modelli di sviluppo locali generati da questa grandiosa infrastruttura interafricana.
acqua 1Quasi trent’anni sono andati perduti – perlomeno agli effetti di una verifica di fattibilità – durante i quali Europa e Africa hanno pagato elevatissimi costi economici e politici, ma soprattutto umani, conseguenti all’esodo quasi biblico che ha condotto, e conduce, quelle popolazioni disperate dalla mancanza di acqua, cibo e lavoro ad attraversare il Sahara col miraggio di una Europa spesso ostile.
“Transaqua-una idea per il Sahel”concludeva così la sua esposizione: “Le unità di misura dei costi di investimento non sono solo i milioni di dollari, ma l’assenza di guerre, i milioni di esseri umani sottratti alla fame, la pace sociale, la coscienza internazionale”.”
http://www.transaquaproject.it/prospettive.html
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giovedì 13 settembre 2012

GLI USA SAPEVANO DELL'11 SETTEMBRE



IMPOSIMATO DENUNCIA PER CONCORSO DI STRAGI GLI USA 
"GLI USA SAPEVANO DELL'11 SETTEMBRE" 

Un avvocato italiano, l’ex giudice istruttore Ferdinando Imposimato, sta preparando una denuncia al Tribunale internazionale penale dell’Aja perché, a suo dire, pur sapendo che era in preparazione l’attentato alle Twin Towers la Cia non fece nulla per fermarlo. Oltretutto, secondo il presidente onorario a

ggiunto della suprema Corte di Cassazione, che a suo tempo indagò sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, che ora assiste la famiglia come avvocato, titolare dell’inchiesta sull’attentato al papa in piazza San Pietro e già presidente della commissione parlamentare antimafia, le Twin Towers crollarono non soltanto per l’impatto dei due aerei dirottati dai terroristi di Bin Laden. I periti esperti della Nist, un’agenzia federale di sicurezza degli Usa, che hanno svolto un'indagine sull’attentato, ‘’sanno che in quei due grattacieli erano stati collocati degli ordigni, così come in un terzo palazzo adiacente alle Torri Gemelle, la torre numero 7, che crollò su se stessa, come si vede in alcune riprese televisive, senza che in questa ci fosse un impatto con un aereo, come avvenne nelle altre due”.

L’ipotesi di reato che Imposimato, come rivela il magistrato ad Affaritaliani, ha intenzione di formulare “insieme con altri studiosi ed esperti nell’adire presso la Corte penale internazionale dell’Aja, attraverso il procuratore della Corte stessa, è di concorso nelle stragi che l’11 settembre del 2001 causarono 3.000 morti alle Torri Gemelle più altri decessi nell’attacco al Pentagono”.

Di questa storia di presunte commistioni tra servizi segreti statunitensi e Bin Laden, c’è una vasta letteratura internazionale. Fantapolitica o realtà? Di certo, come ha detto qualche giorno fa Imposimato parlando con alcuni giornalisti a Latina, a margine del quarto convegno nazionale dei giudici scrittori, dell’attentato alle Torri Gemelle se ne é discusso nell’incontro di “Toronto Hearings”, un tribunale internazionale indipendente, una sorta di Tribunale Russel, che si è riunito dall’8 al 12 settembre scorsi a Toronto, in Canada, composto da giudici internazionali, che ha ascoltato 17 testimoni. A quell’incontro Imposimato c’era. Da qui la sua intenzione di ricorrere al Tribunale penale internazionale dell’Aja, lo stesso che ha arrestato e mandato sotto processo per genocidio gli autori dei massacri nella guerra di pulizia etnica in quei paesi sorti in seguito al crollo dell’ex Jugoslavia.
Imposimato, perché intende rivolgersi al Tribunale penale internazionale dell’Aja?
“Perché diversi esponenti di vertice della Cia pur sapendo della presenza di terroristi nel territorio Usa fin dal gennaio 2001 provenienti dall’Arabia Saudita e considerarti come sospetti terroristi e pur sapendo che essi erano arrivati a Los Angeles dal 15 gennaio 2001 per addestrarsi sugli aerei da usare come missili contro edifici americani, non informarono l’Fbi, che è l’unico organismo competente a contrastare il terrorismo in territorio americano, in tal modo lasciando che gli attentati avvenissero eseguiti l’11 settembre 2001”.

Chi porterebbe come imputati e come testimoni in questo processo?
“Chiederò di ascoltare gli scienziati e i testimoni che sono stati sentiti nella Ryarson University di Toronto lo scorso settembre, che hanno dimostrato come nelle cosiddette Torri Gemelle e nella terza torre, la numero 7, siano state inserite dolosamente bombe e ordigni incendiari ed altri elementi idonei ad accelerarne il crollo. Ritengo che non aver impedito il verificarsi dell’attacco da parte di chi aveva il dovere di impedirlo, sia una gravissima colpa”.

Raffaele Gambari affariitaliani.it

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venerdì 27 luglio 2012

Antonio Ingroia a Tabularasa



Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012 Palermo 

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Antonio Ingroia Via D'Amelio 19 luglio 2012

Reggio calabria, 25 luglio 2012. “Il lavoro del magistrato non si esaurisce nel cercare di fare nel migliore dei modi possibili il lavoro d’ufficio, ma continua fuori dal palazzo di giustizia, deve aprirsi alla città e ai cittadini per cercare di confrontarsi sulle tematiche e raccontare… combattendo insieme ogni forma di mafia e corruzione”: Antonio Ingroia a Tabularasa quindi racconta la sua giornata campale: “è stata una giornata importante non solo per ragioni professionali (quella che si è chiusa è forse la più importante indagine della procura di Palermo degli ultimi anni)  ma perché riguarda una stagione cruciale della nostra storia: il 1992 con l’omicidio Lima, le stragi di Capaci e via D’Amelio e il terrore che ne è seguito. Negli ultimi tempi abbiamo saputo che mentre ufficialmente lo Stato combatteva la mafia, dietro le quinte trattava… molte risultanze ci dicono che Borsellino e la scorta sono stati uccisi perché Borsellino era un ostacolo alla trattativa. Io sono legato sentimentalmente alla storia di Borsellino, mio amico e maestro… nel ventesimo anniversario di via D’Amelio, un processo ai mafiosi ma anche agli uomini dello Stato che hanno partecipato o comunque consentito alla trattativa è un omaggio da parte mia, dei colleghi e della procura proprio a Borsellino.”

E’ un fiume in piena Ingroia, s’indigna per un paese che “è un’arena dove tutto è consentito, anche gli insulti peggiori, senza che accada nulla, come se fosse normale calunniare e diffamare magistrati che cercano di fare il proprio dovere”, ritorna sulla questione del passaggio di testimone alla politica (“la magistratura credo che abbia fatto, stia svolgendo e continuerà a svolgere la propria parte fino in fondo,ma sullo specifico terreno di verità su quella stagione difficile delle stragi e delle trattative,con gli strumenti attuali non può andare avanti. E’ la Politica che deve consegnare gli strumenti giusti per abbattere i muri dell’ omertà mafiosa e della reticenza istituzionale”), non si fa sfuggire un passaggio sullo scontro tra poteri in Italia (“si è creata un preoccupante scollamento tra legalità e giustizia: la legge, che dovrebbe essere uno strumento per giustizia, con il moltiplicarsi di leggi di privilegio, impunità, immunità è percepita sempre più ingiusta. La radice del problema è che la magistratura, per decenni un blocco di potere, garante di una giustizia diseguale nella sua applicazione, da qualche decennio è sfuggita al controllo dei poteri della  classe dirigente, è diventata un corpo estraneo, da attaccare per normalizzare o costringere ad applicare leggi ingiuste”). 

Ingroia spiega in parole povere la questione del conflitto di attribuzione: “il tema riguarda la procedura da utilizzare per la distruzione di intercettazioni irrilevanti e inutilizzabili. Nel caso in questione, è indubbio, e la procura di Palermo l’ha sempre sostenuto, che il Capo dello Stato non sia intercettabile (e infatti non è stato mai intercettato direttamente). Detto questo: sarebbe avvenuto che nel corso di un’intercettazione dell’ex senatore Mancino, indagato, sarebbe stata colta casualmente una conversazione con il Capo dello Stato. Quando ci si imbatte in personalità coperte da immunità, quali sono le conseguenze previste dall’ ordinamento? Da alcuni, tra cui Scalfari, è stato proposto che nello stesso momento dell’intercettazione l’ufficiale di polizia dovrebbe interrompere e distruggere tutto: ma questo non è possibile tecnicamente perché le intercettazioni non vengono ascoltate con la cuffia in diretta, ma registrate automaticamente. Dalla Presidenza della Repubblica si ritiene invece che si debba procedere a immediata distruzione con richiesta del pm a giudice, senza depositarle mettendole a conoscenza di altro intercettato, che però potrebbe per difesa avere utilità di conoscerle…  tra l’interesse potenziale dell’ indagato intercettato di ascoltare intercettazione e l’interesse della personalità istituzionale la cui immunità deve essere tutelata, quale prevale? La legge non prevede una disciplina particolare per il Capo dello Stato, quindi la distruzione sarebbe avvenuta dopo avere depositato… ma poiché avevamo ritenuto che queste intercettazioni fossero irrilevanti, le avevamo stralciate, neanche depositate agli atti, quindi il rischio di un’imminente conoscibilità non c’era… La Presidenza ha ritenuto fosse necessario sollevare la questione alla Corte Costituzionale, ma ci sono stati altri casi simili: in particolare, nel 1997, Scalfaro fu intercettato sempre casualmente dalla procura di Milano che depositò l’intercettazione, in seguito oggetto di interpellanza parlamentare. L’allora ministro della giustizia si pronunciò ritenendo che vi fosse nell’ordinamento una mancanza legislativa da colmare, ma non si è mai fatto.”

E sul Guatemala Ingroia afferma: “nell’ipotesi in cui dovessi davvero accettare questo incarico che comunque è temporaneo, ho deciso di non prendere ferie, resterò al lavoro per tutto agosto…Non sparirò, comunque. Tra le motivazioni, ritengo da anni che possa essere controproducente un eccesso di personalizzazione delle indagini giudiziarie a uomini che diventano volenti o nolenti simbolo, perchè quando la speranza delle indagini e la ricerca della verità si coagulano attorno a una personalizzazione, innanzitutto si scatenano polemiche politiche da parte di chi ha fastidio per le indagini e non potendo attaccarle direttamente attacca il giudice (per cui, se si toglie la personalizzazione, le  indagini affidate in mani sicure e altrettanto competenti procedono e se ne giovano); in secondo luogo, i cittadini finiscono per depositare tutto sulle spalle di questa personalità, e quindi ci si aspetta che faccia il miracolo (impossibile con questi strumenti)…Poi, sono convinto che l’impegno a livello internazionale può servire non solo per il mondo ma anche per l’Italia (abbiamo bisogno di riannodare fili dall’altra parte), abbiamo la necessità di esportare la cultura dell’antimafia in tutto il mondo… Credo che delegando tutto alla magistratura non si vada da nessuna parte. Ci vuole un salto di qualità, ora. Non è un passo indietro, una fuga, ma un passo di lato.” E poi una promessa: “al primo ritorno dal Guatemala torno a Reggio Calabria” Ma: “la circolare del CSM stabilisce che fino al giorno in cui prenderò possesso della nuova sede posso sempre revocare, magari ho un ripensamento, chi lo sa…”

Josephine Condemi (strill.it)

VIDEO : http://cipiri12.blogspot.it/2012/07/marco-travaglio-trattativa-stato-mafia.html
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lunedì 9 maggio 2011

9 MAGGIO, PER NON DIMENTICARE , Peppino Impastato e tutte le vittime del terrorismo e delle stragi


Peppino Impastato

9 MAGGIO, PER NON DIMENTICARE

Cento passi. Nella mente, per ricordare Peppino Impastato e tutte le vittime del terrorismo e delle stragi. Perché questo Paese, afflitto dalla sindrome della memoria storica troppo corta oppure intermittente, ha il dovere di non dimenticare e soprattutto di ricercare. Ricercare la verità su quelle pagine buie, tante, che vanno dalla morte di Aldo Moro alla trattativa Stato-mafia, passando per piazza Fontana e la stazione di Bologna, senza escludere nessuna strage e nessuna vittima, senza paura di dover illuminare depistaggi e infiltrazioni, anche istituzionali e politiche che, in quegli eventi tragici, hanno deformato lo spirito nazionale e cambiato il corso della storia del nostro paese. Soprattutto per i più giovani, gli stessi per cui Impastato è un modello ancora attualissimo, e che sono le radici del nostro futuro. Ma ogni prospettiva di futuro poggia anche sul passato e sulla sua conservazione, come insegnamento e in alcuni casi come monito. 9 maggio, dunque, per non dimenticare e quindi per sperare nella fine delle connivenze fra mafie e politica e nel tramonto delle deviazioni istituzionali.

Di: Luigi de Magistris


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Cento passi

Contro la mafia

MODENA CITY RAMBLERS


Da Aldo Moro a Peppino Impastato,
oggi si ricordano i servitori dello Stato

L’Italia non ha dimenticato i suoi eroi e, grazie a Napolitano, oggi è un giorno tutto dedicato alla loro memoria. Nonostante il premier Berlusconi parla dei magistrati in senso negativo, come “cancro da estirpare”, c’è chi crede ancora nei veri valori, nella giustizia; e c’è chi come loro, morti ammazzati, ha offerto la propria vita per lo Stato. Il Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, vuole dimostrare alle famiglie dei dieci magistrati uccisi dalle Brigate Rosse e da altre formazioni terroristiche, che gli italiani non hanno cancellato il loro passato.

Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha così deciso di dedicare a loro la cerimonia di quest'anno in segno di solidarietà alla magistratura dopo l'ignobile affissione di tre settimane fa, a Milano, di manifesti con la scritta «Fuori le Br dalle procure». Quei cartelloni, disse il capo dello Stato, sono una «ignobile provocazione», «un’offesa alla memoria di tutte le vittime delle BR, magistrati e non», e anche il segno che « si stia toccando il limite oltre il quale possono insorgere le più pericolose esasperazioni e degenerazioni». La celebrazione si è svolta oggi al Quirinale. Nel corso della cerimonia è stato presentato un libro, intitolato “Nel loro segno”, edito dal CSM, che ricorda i dieci magistrati scomparsi: Emilio Alessandrini, Mario Amato, Fedele Calvosa, Francesco Coco, Guido Galli, Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione. Oggi ricorre inoltre, l'anniversario dell'uccisione di Aldo Moro, politico italiano, cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri e presidente del partito della Democrazia Cristiana. Lo statista fu ucciso il 16 aprile del 1978, sequestrato dalle Brigate Rosse, fu trovato morto nel bagagliaio di una renault rossa dopo 55 giorni dalla sua scomparsa. Mentre, poco tempo dopo, il 9 maggio, moriva Peppino Impastato, politico-attivista e conduttore radiofonico, barbaramente ucciso da Tano Badalamenti a Cinisi. Grandi uomini che hanno fatto, e continueranno a fare con il loro ricordo, la storia del nostro Paese. Napolitano ha posto, giustamente, l'accento sulla parola «onore», ricordando il tributo di sangue pagato dalle toghe negli anni del terrorismo, il loro esempio «è più forte di qualsiasi dissennato manifesto affisso sui muri della Milano di Emilio Alessandrini e Guido Galli» e di «qualsiasi polemica politica indiscriminata».
Il Capo dello Stato ha dimostrato la sua grande personalità attraverso la sua viva commozione, con la voce rotta dall'emozione ha spiegato che le storie dei magistrati vittime del terrorismo sono come “pietre”, niente e nessuno può togliere il loro valore.


Tiziana Marzano

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mercoledì 30 giugno 2010

COLPO DI SPUGNA SULLE STRAGI DEL '92 - '93



Tutti contenti. Marcello Dell'Utri è stato condannato a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Giustizia è fatta. Ma neanche per idea.
Il verdetto della corte d'appello del Tribunale di Palermo, infatti, assolve il senatore siciliano dall'accusa di aver trattato con Cosa Nostra durante la stagione stragista che la stessa organizzazione criminale aveva intrapreso seminando il terrore nella penisola italiana. “Per le vicende successive al 1992 il fatto non sussiste” recita la sentenza arrivata dopo cinque giorni di camera di consiglio, cancellando così, per il momento, le teorie che vedrebbero Dell'Utri e, di rimando, Berlusconi, come i nuovi referenti della mafia da Tangentopoli in poi.
Le vicende ritenute provate risultano essere quelle relative alla nascita dell'impero berlusconiano, come l'assunzione del boss palermitano Vittorio Mangano a stalliere nella villa di Arcore o l'incontro tra Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Silvio Berlusconi avvenuto presso la sede della Edilnord nel lontano 1974.
La corte d'appello ha quindi stabilito che Marcello Dell'Utri intrattenne stretti rapporti con la mafia di Bontade fino al 1980, mantenendoli con quella di Totò Riina e Bernardo Provenzano, fino alla stagione delle stragi di Falcone e Borsellino del 1992, per poi fermarsi lì. Ma è proprio su questo punto, che la sentenza diventa illogica.
Perchè Dell'Utri, avendo alle spalle vent'anni di collaborazione con gli ambienti mafiosi di Cosa Nostra, si sarebbe redento proprio alla vigilia della stagione stragista? Perchè Cosa Nostra non replicò l'attentato dell'Olimpico del '93, per poi votare Forza Italia nelle elezioni successive? Decine di pentiti, tra cui Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè, mentono quando dicono che Cosa Nostra rientrò nei ranghi solo dopo aver raggiunto un accordo con dei nuovi referenti politici, giudicati affidabili, quali erano Berlusconi e Dell'Utri?
Secondo l'accusa, d'altronde, l'impianto accusatorio relativo alla trattativa fra Stato e mafia era più granitico rispetto a quello riguardante i fatti precedenti al '92, ma la corte d'appello di Palermo ha probabilmente ritenuto che trarre la conclusione ovvia in merito fosse troppo pericoloso, e che le conseguenze successive ad una sentenza di condanna anche per le vicende legate alla stagione delle stragi, sarebbero state devastanti.
Questa sentenza, infatti, salva in zona Cesarini sia Berlusconi che tutto il movimento politico a lui legato, definendolo non come un avamposto mafioso nato dalla ceneri della Prima Repubblica, ma ritraendolo semplicemente alla stregua di un partito non diverso da tutti gli altri. Il presupposto, infatti, per distruggere le fondamenta della carriera politica di Silvio Berlusconi, non può non essere quello che vede la “trattativa” come il prologo di quella stessa carriera, iniziata in concomitanza con la conclusione delle stragi mafiose. Decretare l'inesistenza dei fatti collegati a quella stagione di accordi non rende giustizia a tutte quelle vittime che aspettano ancora di conoscere la piena verità su quegli anni.
A Roma, in ogni caso, può succedere di tutto. Marcello Dell'Utri è pur sempre il fondatore di Forza Italia, e anche se non viene ritenuto parte integrante della trattativa fra Stato e Cosa Nostra, porta comunque con sè una sentenza di condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa che lo ritrae come protagonista di una molteplicità di rapporti con le cosche criminali andati avanti per qualche decennio.
Può Silvio Berlusconi continuare a governare una nazione da sempre in lotta con la mafia, pur avendo come braccio destro un condannato in primo grado e in appello per concorso esterno in associazione mafiosa, la stessa nazione nel quale Paolo Borsellino e Giovanni Falcone saltarono in aria ad opera delle stesse organizzazioni criminali che combattevano?
In un paese normale, il Cavaliere non potrebbe rimanere un secondo di più al governo, ma visto che un paese normale non lo siamo e forse mai lo saremo, assisteremo al solito sproloquio con il quale Berlusconi si difenderà accusando la magistratura di essere politicizzata e in mala fede. Ci si appellerà al fatto che la sentenza della corte d'appello di Palermo sconfessa in qualche modo le “dichiarazioni bomba” di Gaspare Spatuzza e di Massimo Ciancimino, con conseguente attacco agli organi di stampa che a quelle parole, invece, avevano dato notevole risalto.
E' una sentenza che non scontenta nessuno. L'opinione pubblica sarà in parte appagata da una condanna a sette anni di reclusione, mentre Berlusconi continuerà probabilmente a governare il Paese nonostante il suo background mafioso.
Non siamo né sadici né forcaioli, vogliamo solamente che si faccia luce su una stagione che pesa enormemente sul presente e sul futuro della nostra democrazia. Abbiamo bisogno di una verità che, oggi più che mai, è sempre più lontana dall'essere rivelata.
REDAZIONE PUNTO ROSSO A CURA di ANDREA DEMONTIS

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lunedì 5 ottobre 2009

Fermare i cantieri del Ponte per evitare altre stragi

Fermare i cantieri del Ponte per evitare altre stragi

Antonello Mangano www.terrelibere.it

No alle opere faraoniche, sì alla messa in sicurezza del territorio. Lo dice, dopo l’alluvione del 2 ottobre, il presidente della Repubblica. Lo sostiene, da sempre, il movimento che si oppone al Ponte. Eppure da gennaio partiranno gli annunciati cantieri collaterali.

Benvenuto, presidente della Repubblica, tra i militanti del No Ponte. Ovvero quel manipolo di egoisti, estremisti e retrogradi che da tempo immemorabile ripete «no ad opere faraoniche, sì alla messa in sicurezza del territorio». Esattamente quello che ha dichiarato Napolitano il 2 ottobre, di fronte ad oltre 20 cadaveri innocenti.
Fino a qualche settimana fa il governo minacciava l’uso dell’esercito contro le minoranze che si opponevano all’avvio dei cantieri. Il presidente dell’Anas Ciucci veniva investito della carica surreale di Commissario alla rimozione degli ostacoli frapposti alla grande opera. Il tutto nel silenzio delle istituzioni nazionali e locali. Parlare di «riqualificazione del territorio», evidentemente, colpiva meno l’immaginario rispetto alla retorica dell’isola da unire al «continente». Proposte come le infrastrutture di prossimità, il traghettamento pubblico tra le due sponde, la messa in sicurezza antisismica degli edifici venivano bollati come risposte insufficienti, soluzioni limitate. Dopo decine di morti, una quarantina di dispersi, centinaia di sfollati molti rivedono le proprie posizioni. Non tutti. Non avranno senso le solenni prese di posizione, le inchieste della Procura, le richieste di dimissioni e la caccia alle responsabilità se da domani tutto ricomincerà come prima. E tra poche settimane potrebbe riattivarsi lo stesso meccanismo. C’è un modo semplice e immediato per onorare i morti di Messina. Impedire che ne arrivino altri.
Non si è mai vista tanta incredulità intorno alle parole di un ministro della Repubblica e dell’amministratore delegato di una delle maggiori società di costruzioni del mondo. «Stiamo per aprire i cantieri», dicono con ammirevole costanza da mesi. Matteoli e Rubegni lo hanno ripetuto più volte, l’ultima il 3 ottobre, a 24 ore dal fango di Giampilieri: a gennaio partiranno le opere a terra. Forse addirittura a dicembre. I cantieri sarebbero stati divisi in quattro categorie: opere ferroviarie, stradali, collegamenti marittimi ed opere compensative. Le prime due sono connesse al Ponte. La terza sezione sembra addirittura sostitutiva rispetto all’attraversamento stabile. La quarta è il classico assegno staccato a un territorio in cambio della devastazione procurata. Per prima cosa la nuova stazione, ipotizzata prima in pieno centro e poi nella zona semi-periferica di Gazzi. Si parla dell’interramento dei binari e di nuove gallerie in area urbana. Poi arrivano le opere stradali: la «variante necessaria a preservare l’integrità della Cittadella universitaria dell’Annunziata», il raccordo Panoramica-Litoranea; il minisvincolo di Ganzirri, in corrispondenza del casello dove si pagherebbe il pedaggio prima di immettersi sul Ponte. In secondo luogo, la strada Curcuraci- Panoramica dello Stretto – Svincolo di Marotta e il raddoppio autostradale Giostra-Annunziata.
Poi le «opere stradali connesse», che servono a evitare interferenze tra mezzi di cantiere e traffico ordinario e – a opera compiuta – a sostenere un aumentato flusso veicolare del tutto ipotetico: la «seconda tangenziale» [Tremestieri-Giostra], il «secondo tratto» della via del mare, il bypass Annunziata-Pace, il completamento della copertura del torrente Papardo.
Prevedendo l’intasamento della città a causa del mega-cantiere, si ipotizzano sei «nodi di approdo» [Torre Faro, Papardo, Annunziata, Messina-porto, Gazzi, Tremestieri-porto] per integrare il sistema di trasporto pubblico e favorire gli spostamenti da una parte all’altra dell’area urbana. Infine, le opere compensative: interventi di salvaguardia della riserva di Capo Peloro; interventi attuativi del Piano particolareggiato-Porto di Tremestieri; la variante-bypass di Faro Superiore; la rinaturalizzazione e il ripascimento dei litorali; misure per l’area integrata dello Stretto; aree di protezione civile.
Si tratterebbe di una delle più grandi follie mai realizzate in Italia. Le strade e le ferrovie risulteranno perfettamente inutili fino al completamento finale del Ponte, e probabilmente anche dopo. Nello stand allestito lo scorso agosto alla fiera cittadina, la società Stretto di Messina mostrava senza pudore i plastici del progetto preliminare 2002. Da allora non è stata fatta molta strada: la successiva ipotesi, quella contestata dall’allora capo dei progettisti Remo Calzona, è del 2004. «E se dovesse essere valutato come inattuabile, a cosa saranno servite opere che si giustificano solo ed esclusivamente in funzione del Ponte?», si chiede Guido Signorino, docente di Economia, uno dei massimi esperti dei conti della mega-infrastruttura. «Cosa ne sarebbe di lavori frettolosamente realizzati con un anticipo di 6-7 anni?». Si procederebbe al dissesto ulteriore di un territorio fragile. Raddoppiare la tangenziale, interrare i binari, spostare la stazione sarebbero solo regali a Impregilo. Una nuova ferita per un territorio sanguinante. Un offesa ai martiri di quella politica che oggi tutti rinnegano. A parole.

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lunedì 3 agosto 2009

Laura Garavini: vogliamo risposte sulle stragi

Laura Garavini: vogliamo risposte a quesiti sulle stragi


di Tania Passa


Laura Garavini è capogruppo del Pd nella Commissione Nazionale Antimafia, l’abbiamo ascoltata per comprendere la posizione del PD dopo le rivelazioni uscite sulla stampa nell’ultimo mese, comprese quelle di Totò Riina.
Da anni ormai Articolo21 si occupa del legame borderline tra mafie e informazione, che molto spesso ha visto i boss parlare attraverso i giornali. Proprio di ieri è la richiesta del Copasir di una possibile audizione del Procuratore Lari, in merito alle novità che stanno emergendo nell'inchiesta della Procura di Caltanissetta, sulla strage di via D'Amelio e sul presunto coinvolgimento di uomini dei Servizi,

Lei è d’accordo con la richiesta del Copasir ?
Certo. Abbiamo sostenuto con forza in Commissione Antimafia l’opportunità di fare chiarezza sulle stragi. Per questo, abbiamo cercato con il Copasir un accordo ufficiale per procedere insieme ,e far luce su una vicenda che ci interessa come PD, come antimafia e come Italia.

Perché?
Primo perché la materia stragi rientra nelle nostre competenze di Commissione Antimafia.
Secondo perché è opportuno chiarire cosa sia veramente accaduto e scindere la verità dalla tattica.

Il fatto che Riina sia uscito sui giornali, cambia qualcosa?
Bisogna valutare se ci sono verità nelle sue affermazioni, e non è scontato che ci siano.
La sua potrebbe essere una tattica.

Rutelli ha chiesto di ascoltare Lari
Siamo li per cercare di avere risposte insieme al Copasir, a quesiti che forse riguardano un coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi.

Qualcuno ha detto che potreste fermare le inchieste?
Non vogliamo certo intrometterci o limitare il lavoro della magistratura, e ripeto, siamo particolarmente attenti a ciò che sta accadendo, e lo faremo con la massima attenzione .

In questi giorni sui giornali sono uscite rivelazioni su coinvolgimenti importanti
Alcuni documenti o fatti usciti in questi giorni erano cose già note, agiremo con cautela, ma è importantissimo poter mettere una lente d’ingrandimento su alcuni documenti. Noi siamo e saremo particolarmente attenti ad avere risposte su quesiti importanti nel rispetto della Magistratura, e a garantire lo svolgimento delle competenze che il Parlamento ci da.

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