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mercoledì 18 maggio 2016

Travaglio svergogna Verdini



Travaglio svergogna Verdini
 in diretta e davanti a milioni di spettatori



VERDINI col suo Partito "ALA " sostiene il Governo Renzi
pur essendo di IDEE diversissime,
anzi controverse .

Denis Verdini : 
Associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, 
appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato. 

Dal tavolo per le riforme al banco degli imputati. Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) del quale il coordinatore di Forza Italia è stato presidente fino al 2010. È la decisione del giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Firenze Fabio Frangini. Tra gli altri imputati rinviati a giudizio anche il parlamentare di Forza Italia Massimo Parisi.

Verdini sarà chiamato a rispondere dell’accusa di truffa ai danni dello Stato per i fondi per l’editoria, che secondo la Procura di Firenze, avrebbe percepito illegittimamente per la pubblicazione di “Il Giornale della Toscana”. Sempre per il reato di truffa allo Stato per la vicenda dei fondi per l’editoria è stato rinviato a giudizio anche il deputato di Forza Italia Massimo Parisi, coordinatore del partito in Toscana.

Stralciata la posizione di Marcello Dell’Utri, attualmente in carcere a Parma per scontare la condanna definitiva per concorso esterno. Complessivamente sono state rinviate a giudizio 47 persone tra le 69
che erano state iscritte nel registro degli indagati (e tra questi tutti componenti del Cda del Ccf e i
sindaci revisori della banca). Ventuno i proscioglimenti o le assoluzioni con rito abbreviato per posizioni considerate ”minori”. Fra le persone prosciolte anche la moglie di Verdini, Simonetta Fossombroni, e il fratello dell’esponente di Forza Italia Ettore.

 Secondo le indagini preliminari, chiuse nell’ottobre 2011, finanziamenti e crediti milionari sarebbero stati concessi senza “garanzie”, sulla base di contratti preliminari di compravendite ritenute fittizie. Soldi che, per la Procura di Firenze venivano dati a “persone ritenute vicine” a Verdini stesso sulla base di “documentazione carente e in assenza di adeguata istruttoria”. In totale, secondo la magistratura il volume d’affari, ricostruito dai carabinieri dei Ros di Firenze, sarebbe stato pari a “un importo di circa 100 milioni di euro” di finanziamenti deliberati dal Cda del Credito i cui membri, secondo la notifica della chiusura indagini “partecipavano all’associazione svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini”. In sintesi secondo l’accusa, Verdini decideva a chi dare, e quanto, mentre gli altri si limitavano a ratificare “senza sollevare alcuna obiezione”.

A dare il via all’indagine, la relazione dei commissari di Bankitalia che in 1.500 pagine, allegati compresi, avevano riassunto lo stato di salute della banca di Verdini. E le anomalie riscontrate. Dell’Utri in particolare sarebbe riuscito a ottenere, nonostante una situazione di “sofferenza” bancaria, un affidamento nella forma dello scoperto bancario di 250mila euro, diventati in appena 7 mesi ben 2.800.000, per poi lievitare a 3.200.000. Questo, per l’accusa, era avvenuto senza garanzie. “Vicinanza a Verdini, Parisi e alle altre persone rinviate a giudizio. Tutti, amici e avversari, ricordino sempre garantismo e presunzione di innocenza” scrive su Twitter Daniele Capezzone, presidente della Commissione Finanze della Camera.
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martedì 6 ottobre 2015

Denis Verdini : Associazione a Delinquere, Bancarotta e Truffa




Denis Verdini : associazione a delinquere, bancarotta e truffa

Associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta, 
appropriazione indebita, truffa ai danni dello Stato. 

Dal tavolo per le riforme al banco degli imputati. Denis Verdini è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) del quale il coordinatore di Forza Italia è stato presidente fino al 2010. È la decisione del giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Firenze Fabio Frangini. Tra gli altri imputati rinviati a giudizio anche il parlamentare di Forza Italia Massimo Parisi.

Verdini sarà chiamato a rispondere dell’accusa di truffa ai danni dello Stato per i fondi per l’editoria, che secondo la Procura di Firenze, avrebbe percepito illegittimamente per la pubblicazione di “Il Giornale della Toscana”. Sempre per il reato di truffa allo Stato per la vicenda dei fondi per l’editoria è stato rinviato a giudizio anche il deputato di Forza Italia Massimo Parisi, coordinatore del partito in Toscana.

Stralciata la posizione di Marcello Dell’Utri, attualmente in carcere a Parma per scontare la condanna definitiva per concorso esterno. Complessivamente sono state rinviate a giudizio 47 persone tra le 69
che erano state iscritte nel registro degli indagati (e tra questi tutti componenti del Cda del Ccf e i
sindaci revisori della banca). Ventuno i proscioglimenti o le assoluzioni con rito abbreviato per posizioni considerate ”minori”. Fra le persone prosciolte anche la moglie di Verdini, Simonetta Fossombroni, e il fratello dell’esponente di Forza Italia Ettore.

 Secondo le indagini preliminari, chiuse nell’ottobre 2011, finanziamenti e crediti milionari sarebbero stati concessi senza “garanzie”, sulla base di contratti preliminari di compravendite ritenute fittizie. Soldi che, per la Procura di Firenze venivano dati a “persone ritenute vicine” a Verdini stesso sulla base di “documentazione carente e in assenza di adeguata istruttoria”. In totale, secondo la magistratura il volume d’affari, ricostruito dai carabinieri dei Ros di Firenze, sarebbe stato pari a “un importo di circa 100 milioni di euro” di finanziamenti deliberati dal Cda del Credito i cui membri, secondo la notifica della chiusura indagini “partecipavano all’associazione svolgendo il loro ruolo di consiglieri quali meri esecutori delle determinazioni del Verdini”. In sintesi secondo l’accusa, Verdini decideva a chi dare, e quanto, mentre gli altri si limitavano a ratificare “senza sollevare alcuna obiezione”.

A dare il via all’indagine, la relazione dei commissari di Bankitalia che in 1.500 pagine, allegati compresi, avevano riassunto lo stato di salute della banca di Verdini. E le anomalie riscontrate. Dell’Utri in particolare sarebbe riuscito a ottenere, nonostante una situazione di “sofferenza” bancaria, un affidamento nella forma dello scoperto bancario di 250mila euro, diventati in appena 7 mesi ben 2.800.000, per poi lievitare a 3.200.000. Questo, per l’accusa, era avvenuto senza garanzie. “Vicinanza a Verdini, Parisi e alle altre persone rinviate a giudizio. Tutti, amici e avversari, ricordino sempre garantismo e presunzione di innocenza” scrive su Twitter Daniele Capezzone, presidente della Commissione Finanze della Camera.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/15/bancarotta-denis-verdini-a-giudizio-per-la-gestione-del-
credito-cooperativo-fiorentino/1061076/

leggi anche   http://cipiri.blogspot.it/2016/05/travaglio-svergogna-verdini.html


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venerdì 14 novembre 2014

Patto del Nazareno con Politici Indagati





Nella minoranza PD in molti – tra cui Rosy Bindi, Pippo Civati, Davide Zoggia, Alfredo D’Attorre – si oppongono a Denis Verdini, il deputato di Forza Italia coinvolto nell’inchiesta sulla P3, e di conseguenza al Patto del Nazareno. “Impresentabile” e “plurinquisito” sono gli aggettivi che in queste ore si rincorrono in Parlamento sulla figura di Verdini. «La verità è che a questo punto non bisognava proprio arrivarci, non c’era bisogno di quest’altro processo per capire che le riforme non si fanno con la garanzia di Verdini. Ma non mi faccia parlare troppo perché diventerei pericolosa» dichiara Rosy Bindi, Presidente della Commissione Antimafia.

Ma non è dato sapere fino a che punto si possa soprassedere sull’argomento “condanne di Denis Verdini” perché sono sempre più insistenti le voci su un’eventuale richiesta d’arresto per il deputato forzista in merito ad una vicenda legata al buco da 100 milioni di euro della banca di Verdini, il Credito cooperativo fiorentino. 

Corruzione, Denis Verdini a processo

Il pontiere delle riforme, l'uomo del Patto del Nazareno, ha collezionato il secondo rinvio a giudizio per corruzione nel giro di quindici giorni e il quarto nel giro di quattro mesi. Un vero e proprio poker di processi attende il senatore di Forza Italia.

Il pontiere delle riforme, l’uomo del Patto del Nazareno, ha collezionato il secondo rinvio a giudizio per corruzione nel giro di quindici giorni e il quarto nel giro di quattro mesi. Un vero e proprio poker di processi attende il senatore di Forza Italia Denis Verdini. Che dopo l’affaire della P3, quello del credito cooperativo fiorentino e la storia della plusvalenza per la vendita di un appartamento, dovrà rispondere dell’accusa di concorso in corruzione con riferimento all’appalto per la costruzione della scuola dei marescialli dei carabinieri a Firenze.

Il giudice per l’udienza preliminare Cinzia Parasporo, che ha accolto le richieste del pubblico ministero Roberto Felici, ha fissato il processo per il 10 aprile prossimo davanti alla VII sezione penale del tribunale di Roma. Il 15 luglio scorso invece Verdini era stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere, bancarotta e truffa per la vicenda legata alla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) del quale il senatore è stato presidente fino al 2010. Il 22 settembre invece il gup di Roma lo aveva mandato a a processo con l’accusa di finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sulla compravendita, nel gennaio del 2011 di un immobile in via della Stamperia, nel cuore di Roma, che in poche ore fruttò una plusvalenza record di 18 milioni di euro.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/19/corruzione-denis-verdini-processo-per-appalto-scuola-marescialli/1221017/
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Marco Travaglio:
 Quello che non si dice sui guai giudiziari di Berlusconi !!

Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto.
Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita. Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”. Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede. Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera al-l’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Ca-bassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005).
Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie al-l’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest.
Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico). Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob . E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati. Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi. È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte. Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie all’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie.
Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?

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mercoledì 22 gennaio 2014

Italia : i Pregiudicati Dettano le Leggi



Maria Elena Boschi ( PD ) si lascia sfuggire in diretta la verità sull'accordo 
tra Matteo Renzi e Berlusconi...

C'è un veto di Forza Italia

Maria Elena Boschi incauta si lascia sfuggire suo malgrado la verità sull'Italicum, la legge elettorale uscita fuori dall'accordo tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Legge elettorale che per come è concepita, listini bloccati e doppio turno sotto il 35%, sembra assai più vicina ai desiderata di Berlusconi e di Denis Verdini che a quelli di Renzi e del Pd.

Succede tutto nella serata di martedì 21 gennaio, durante la trasmissione televisiva Ballarò. Poco dopo le 23 un servizio introduce l'Italicum e subito Giorgia Meloni, di Fratelli d'Italia, attacca la Boschi su uno dei punti più critici della nuova legge, i listini bloccati.

Boschi prima ricorda che il porcellum, che aveva le maxi liste bloccate era stato votato dal centrodestra poi si lascia sfuggire una considerazione:

Non siamo riusciti a portare a casa anche quell'accordo. C'è un veto di Forza Italia, convincetelo voi.

A quel punto Meloni ha buon gioco nel replicare:

Non devo convincerli io, voi avete fatto l'accordo

Boschi e Meloni continuano a battibeccare per qualche minuto fin quando è il direttore Alessandro Sallusti a troncare la discussione con una metafora: i segretari dei tre partiti sono contro le preferenze perché "un allenatore vuole scegliere la sua squadra". La frittata, però, è fatta.

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Come avrebbe commentato Franca Rame l'incontro fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi? E' la domanda emersa durante un incontro che si è svolto in ricordo di Franca Rame, nel Teatro di Villa Torlonia a Roma, cui ha risposto un incredulo Dario Fo. "La cosa che fa impressione è la mancanza di dignità , la mancanza di un equilibrio di stile".Ma non è tanto l'incontro a disturbare Dario Fo, piuttosto la reazione o meglio l'inerzia da parte della società civile:" La cosa che fa paura di questa società è l'assoluto distacco dal senso di civiltà. Non ho mai pensato che si poteva arrivare a una situazione come questa, che mi dà dolore soprattutto perché non vedo una reazione alta, di distacco, di sofferenza pura che dovrebbe avere tutta una popolazione di fronte a quello che succede. Stanno tutti a guardare allocchiti, un po' meravigliati , ma si sente, dal loro modo di essere, che accettano, perché bisogna tirare a campa', e questo è un po' sul limite del vomito".


LEGGI TUTTO :  http://cipiri.blogspot.it/2013/04/sequestrati-beni-verdini-pdl.html

Sequestrati beni a Verdini Pdl

 


PROVVEDIMENTO PER VICENDE

 DELLA SOCIETA' SETTEMARI (EDITORIA)

 La GdF ha eseguito un sequestro preventivo di beni per 12 mln a carico della societa' editoriale Settemari, dei deputati del Pdl Denis Verdini
LEGGI ANCHE  :   http://cipiri.blogspot.it/2012/06/la-rosa-tricolore-renzi-premier.html

La Rosa Tricolore: Renzi premier Berlusconi Presidente della Repubblica



La Rosa Tricolore Renzi premier Berlusconi Presidente della Repubblica

'L'Espresso' è entrato in possesso del documento riservato commissionato dal Cavaliere a un gruppo ristretto di consiglieri capeggiati da Dell'Utri e Verdini...

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venerdì 12 aprile 2013

Sequestrati beni a Verdini Pdl

 


Provvedimento per vicende

 della societa' Settemari (Editoria)

 La GdF ha eseguito un sequestro preventivo di beni per 12 mln a carico della societa' editoriale Settemari, dei deputati del Pdl Denis Verdini e Massimo Parisi e di altri, in merito ad un'inchiesta per truffa e presunta indebita percezione di fondi per l'editoria. Tra i beni sequestrati ci sono i conti correnti bancari delle societa' e quelli personali degli indagati, tra cui quello di Parisi, coordinatore del Pdl in Toscana e uomo di fiducia di Verdini per le attivita' editoriali.

Sequestri per oltre dodici milioni di euro a due società editoriali riconducibili ai deputati Pdl Denis Verdini, esponente di spicco storico del partito, e Massimo Parisi, coordinatore regionale del Popolo della libertà della Toscana. Il provvedimento è stato eseguito dal nucleo di polizia valutaria della guardia di finanza - sulla base di un provvedimento della procura di Firenze - che ha sequestrato automobili, appartamenti, terreni, conti correnti bancari, azioni e titoli.
L'operazione fa riferimento ai contributi ricevuti dal Giornale di Toscana, edito dalla Società toscana editrice (Ste), e da Metropoli, edito dalla società Settebagni. L'ipotesi è quella di una truffa aggravata. La legge prevede infatti che un gruppo possa chiedere il contributo una volta sola. Le due società, invece, spiegano gli inquirenti, pur facendo riferimento di fatto a un unico gruppo, avevano chiesto i contributi come soggetti differenti. Poco più di due milioni sono stati sequestrati a Ste, mentre altri 10,3 sono stati sequestrati a Settemari. La Ste aveva già subito un primo sequestro nel 2011, sempre per l'ottenimento illecito dei fondi. Nel frattempo però aveva ottenuto una ulteriore erogazione, che oggi è stata recuperata. Alla Settebagni è contestata anche la forma di società cooperativa, considerata fittizia dagli inquirenti.
  ANCHE
Non si sono presentati al Gup Denis Verdini, uno dei coordinatori nazionali del Pdl, e Riccardo Fusi, presidente dimissionario dell’azienda Btp, nell’ udienza preliminare relativa all’inchiesta sul G8 dell’Aquila e sugli appalti per la ricostruzione. In aula il Pm e’ Stefano Gallo, che fa parte del pool antimafia dell’Aquila. I due – che nel corso dell’inchiesta non si sono mai presentati, neppure agli interrogatori – sono accusati di tentativo di abuso d’ufficio e per questo la Procura distrettuale Antimafia dell’Aquila, dopo le indagini ha chiesto al Gup il rinvio a giudizio.
Secondo l’accusa, attraverso le amicizie politiche, Verdini e Fusi avrebbero tentato di introdurre negli appalti il consorzio di imprese Federico II, sorto dopo il terremoto nel quale sono presenti oltre a Fusi, l’imprenditore aquilano Ettore Barattelli e le altre due imprese del capoluogo Vittorini e Marinelli. Nel corso delle indagini e’ stato indagato anche Barattelli che però e’ uscito dall’inchiesta dopo che i Pm aquilani hanno presentato istanza di archiviazione. Le indagini sono state coordinate dal Procuratore distrettuale antimafia dell’Aquila, Alfredo Rossini, in collaborazione con Olga Capasso, sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia, distaccata all’Aquila dopo il sisma per rafforzare il pool che lavora al contrasto delle eventuali infiltrazioni mafiose negli appalti per la ricostruzione.

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