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giovedì 8 dicembre 2016

Vince il NO ma non si VOTA in Italia


La vicepresidente del Comitato per il No, la si riconosce subito: è la 44enne col pancione, incinta di una bambina che sta per arrivare. L’hanno definita come una pasionaria, come il volto pulito di quel fronte che accomunava opposizioni diverse per stili e obiettivi. La giurista, avvocata e attivista originaria di Cosenza, ad esempio, non aveva l’obiettivo di far cadere il governo, ma fermare una riforma che, tra le altre cose, è «nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini». E, nella vittoria del No, Falcone vede la conferma della «sensibilità democratica» dell’elettorato italiano.

D: Ha vinto un No per la Costituzione o un No contro Renzi?
R: È stato sicuramente un voto per difendere la Costituzione e un modello democratico che è stato minacciato dalle politiche degli ultimi vent’anni. Non tanto e non solo nell’architettura costituzionale, ma soprattutto nella garanzia dei diritti. Lì è iniziato il primo attacco alla Costituzione, aderendo a dei modelli di riforma che hanno reso i cittadini più fragili.
D: Dunque non è stato un voto populista attratto unicamente dall’opportunità di mandare a casa il Presidente del Consiglio?
R: Le componenti del voto sono tante, ovviamente. Ma quando si raggiungono percentuali così alte, considerata la generale disaffezione alla politica, non si può che convenire sul fatto che si tratti di un voto pro-Costituzione. I cittadini italiani sono spesso molto più maturi e responsabili rispetto a tanti politici. E quindi vanno ascoltati.
D: La nostra Costituzione è perfetta così com’è?
R: Qualsiasi testo può essere migliorato. Le costituzioni, poi, sono documenti storici con una connotazione storica. Quando si tocca la Carta, lo si fa per un miglioramento, non per cambiare surrettiziamente la forma di governo e i rapporti di forza tra le istituzioni, e quindi anche tra queste ultime e i cittadini.
D: Lei come la cambierebbe?
R: Ognuno di noi singolarmente ha delle idee di modifica, ma quando si va a toccare la Costituzione in maniera così importante non lo si può fare solo perché da giuristi si è affezionati a un’idea. Lo si può fare solo coinvolgendo i cittadini, in un’ampia consultazione che non sia quella referendaria, ma che parta a monte. La domanda da porre è: quale tipo di democrazia volete per i prossimi decenni? È una questione di metodo. I tecnici possono solo suggerire degli aggiustamenti, ma sono i cittadini che devono decidere.
D: E la riforma che è stata bocciata dal referendum?
R: È nata come un testo blindato. Senza chiamare in causa né giuristi né cittadini. In altri Paesi, le proposte di riforma sono state pubblicate su Internet, in maniera che i cittadini potessero esprimere il loro parere e magari fare delle proposte. La vera modernità non sta nelle turbo-costituzioni che prevedano processi legislativi fast and furious, ma nel capire che i cittadini chiedono l’evoluzione da un modello meramente rappresentativo a uno partecipativo,
che non sia plebiscitario o ‘partecipato’ per ovazione.
D: L’Italia è pronta a un simile cambiamento?
R: La partecipazione è l’evoluzione del modello democratico, ed è normale che sia così quando raggiungono un livello tale di sensibilità democratiche che non si può fare a meno di ascoltarli. Il nostro modello rappresentativo è stato adottato quando la maggior parte della popolazione era analfabeta. Oggi la situazione è completamente diversa, tutti hanno una sensibilità democratica.
D: In questo senso, il Comitato per il No ha intenzione di portare avanti qualche controproposta, o comunque discuterne?
R: Stiamo pensando a una data per convocare una riunione dei comitati territoriali, e proprio nel rispetto dei principi democratici decideremo insieme. Noi comunque non siamo un partito politico. Siamo un gruppo di cittadini che chiedeva rispetto per lo spirito della Costituzione, partendo piuttosto da un suo rilancio.
D: A proposito di ‘cittadini’. È uno dei termini più usati dal Movimento 5 Stelle. Durante la campagna, avete avuto contatti con le altre forze del No, Lega Nord inclusa?
R: Combattevamo la stessa battaglia e abbiamo fatto degli incontri insieme. Ma non c’è stato nemmeno il tempo di pensare a un coordinamento, solo una comunanza d’intenti. Coordinare i nostri 700 comitati territoriali, oltre 100 comitati studenteschi e 37 all’estero, era un lavoro già complesso.
D: Avete seguito strategie differenti?
R: Ci siamo concentrati sulle attività sul territorio e non sulle riunioni che si fanno tra le varie forze. Non essendo noi un partito politico, abbiamo seguito logiche diverse. L’unica cosa che ci interessava era informare i cittadini che quella che veniva presentata come una riforma moderna, rispondeva in realtà alla logica estremamente conservatrice dell’uomo solo al comando.
D: I toni della campagna referendaria spesso sono stati eccessivi: come giudica il comportamento del comitato di cui è vicepresidente? C’è stata qualche intemperanza di cui si pente?
R: Personalmente no. Abbiamo dovuto rispondere a molte provocazioni, ma sempre mantenendo un tono pacato. Il nostro intento era informare, non fare polemica con i nostri interlocutori.
D: C’è chi accusa i promotori del no di aver aperto le porte alle forze populiste. Che cosa risponde?
R: Renzi ha dovuto dare le dimissioni per sua scelta e volontà, dopo aver deciso di personalizzare il referendum. Noi non gliel’abbiamo chiesto. Anzi, abbiamo trovato irresponsabile questa strategia, così come il ricatto strisciante che voleva coaptare il voto con la minaccia dell’instabilità. Tant’è che la Borsa non è crollata e nemmeno i mercati internazionali sembrano particolarmente scossi.
D: Che cosa avrebbe dovuto fare, invece, il Presidente del Consiglio?
R: Renzi avrebbe potuto rispettare maggiormente la volontà popolare, sedersi a un tavolo dopo aver preso atto del No espresso dagli italiani e cercare di smussare gli aspetti della riforma che non sono in sintonia con i principi della Costituzione. Lui, invece, è addirittura arrivato a dire che adesso tocca al No trovare una soluzione. Ma noi non siamo il Governo, è il Governo che deve trovare soluzioni e assumersene le responsabilità.
D: Le dimissioni non le sono piaciute quindi.
R: Né le dimissioni né il discorso, tutto concentrato su se stesso e volto a dimostrare il più velocemente possibile che lui non è attaccato alla poltrona. Dire «Vedetevela voi» non è un comportamento da leader responsabile, ma la conferma di uno stile di governare che non è né moderno né maturo. L’occasione l’ha persa il governo.
D: Ha chiesto un dibattito pubblico con il ministro Boschi, che non è avvenuto. Ha avuto modo di sentirla in privato?
R: Abbiamo chiesto più volte un incontro con la Boschi, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Ed è grave che nessun esponente del governo abbia accettato il confronto con l’unico comitato civico, nonché il fronte più numeroso tra quelli del No.
D: Quali sono gli scenari che si aprono ora?
R: La palla passa alle forze politiche. Vedremo come vorranno giocarsi la partita e che cosa vorrà fare il Partito Democratico, se sarà disponibile a formare un nuovo governo. Inoltre occorrerà vigilare in questa fase sull’Italicum, che era uno dei punti deboli dell’assetto che andava a delinearsi.
D: La soluzione migliore secondo lei?
R: Auspico che ci sia un governo di persone responsabili che ascoltino i cittadini, affinché possano esprimersi democraticamente. E che, ripeto, metta mano all’Italicum, una legge con cui è difficile andare al voto. Ci vuole una legge che non sia né sub iudice né che violi l’uguaglianza e la libertà del voto. Come dice la Costituzione, la sovranità appartiene al popolo.
Chi sa ascoltarlo vince, chi non sa ascoltarlo perde.
D: E il suo futuro?
R: La priorità è la mia bambina, che sta per nascere.
D: Molti sostengono che potrebbe buttarsi in politica.
In passato ha aderito anche al progetto di Ingroia.
R: Rivoluzione civile era una lista di ispirazione civica. Un’esperienza che Ingroia ha scelto di capitanare alle elezioni, combattendo per gli stessi nostri valori. Io faccio l’apprendista costituzionalista, ho una carriera universitaria, faccio l’avvocato e mi occupo di diritto costituzionale. Tutte le mie esperienze hanno seguito questa direttrice.
D: Quindi continuerà a fare l’avvocato?
R: Sì, dedicando una parte del mio tempo a quelle battaglie civiche che hanno un connotato non partitico, ma politico nel senso che hanno una ricaduta sulle vite dei cittadini. Essere avvocato significa anche questo, ed è un’ottica che andrebbe riscoperta e maggiormente valorizzata. Perché la democrazia non è fatta di stagioni: la democrazia nasce dall’impegno costante di tutti. Solo dedicandoci tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, alle battaglie sociali e civili potremo elevare il livello di democraticità.

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Niente VOTO perchè i Politici Perdono la Pensione.
Sono in pericolo le posizioni dei parlamentari alla prima esperienza, in particolare 417 deputati sui 630 totali alla Camera e 191 su 315 al Senato; in totale, 608 su 945.
http://cipiri.blogspot.it/2016/12/politici-italiani-pensioni-doro-al.html
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mercoledì 27 aprile 2016

Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno



«Tutti devono rispettare la legge persino quelli che le fanno»
Il presidente dell’Anm Davigo parla di lotta alla corruzione:
 «Dobbiamo avere regole che aiutano a comportarsi bene».

Se abbiamo regole che prevedono misure 
premiali per gli imputati che collaborano i collaboratori aumentano»:Piercamillo Davigo, presidente 
dell’Anm, lo ha affermato a proposito della lotta alla corruzione incontrando gli studenti del Master in analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata
 e della corruzione dell’Università di Pisa.

La caratteristica dello stato di diritto è che la legge vincola tutti», ha spiegato il magistrato.
 «E la separazione dei poteri serve a garantire la libertà. 

Per un paio di decenni invece l’attività di questo Paese non è stata quella di contrastare la corruzione 
ma le indagini processuali su di essa. E questo è stato un messaggio fortissimo. La corruzione è un 
reato particolarmente segreto, occulto, non si fa davanti a testimoni,
 è noto solo a corrotti e corruttori, 
non viene quasi mai denunciato». Infine, comparando la situazione italiana alle recenti indagini in 
Brasile, ha affermato:
 «Là la prescrizione è di 10 anni: mi viene da dire beati loro. Da noi è molto più corta».

Sentenze, magistrati, pescatori e lucci enormi
In compenso, il magistrato è stato molto meno loquace con i giornalisti che l’attendevano a Pisa: «Non rilascio dichiarazioni», ha chiarito sulle polemiche suscitate dalla sua intervista pubblicata il 22 aprile dal Corriere della Sera. Quanto al fatto che di magistrati debbano parlare solo con le sentenze, ha commentato: «equivale a dire che devono stare zitti». Per poi aggiungere a proposito del presunto 
protagonismo dei magistrati: «Le avete mai lette le sentenze? come quando sui giornali di provincia 
qualche volta c’è il pescatore che ha pescato un luccio enorme. Io dico: è il pescatore affetto da 
protagonismo o è il luccio che è enorme?».
#Davigo: l’hashtag in primo piano sui social
Intanto l’intervista di Piercamillo Davigo al Corriere della Sera, ha conquistato un posto in primo piano sui social media: l’hashtag #Davigo è nella top ten di Twitter da mezzogiorno. I tweet si dividono tra favorevoli e contrari e sono soprattutto di giornalisti e cittadini: pochissimi quelli dei politici. In generale, in appoggio di Davigo da parte degli esponenti di M5s, mentre più critici quelli degli esponenti della maggioranza.
Interviene il Csm
Interviene anche il Csm. «Il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’esercizio delle proprie funzioni costituzionali, lavora per il prestigio e l’autorevolezza di tutta la magistratura», ha scritto in una nota il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. «Le dichiarazioni del presidente Davigo rischiano di alimentare un conflitto di cui la magistratura e il Paese non hanno alcun bisogno tanto più nella difficile fase che viviamo nella quale si sta tentando di ottenere, con il dialogo ed il confronto a volte anche critico riforme, personale e mezzi per vincere la battaglia di una giustizia efficiente e rigorosa, a partire dalla lotta alla corruzione e al malaffare».


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venerdì 22 aprile 2016

ITALIA : i Politici Continuano a Rubare Senza Vergogna


«I politici continuano a rubare, ma non si vergognano più»
Il presidente Anm: le riforme della sinistra hanno reso i giudici genuflessi.

 Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».Piercamillo Davigo — consigliere presso la Cassazione, nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati — 24 anni fa era nel pool di Mani Pulite.
Dottor Davigo, com’è cambiata l’Italia da allora?
«Con i colleghi stracciammo il velo dell’ipocrisia. E questo ha peggiorato le cose».
Vale a dire?
«La Rochefoucauld diceva che l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù. Nella Prima Repubblica se non altro si riconosceva la superiorità della virtù. Quando Tanassi fu arrestato e parlò di “delitto politico”, io non capivo cosa dicesse. Poi ho realizzato che forse intendeva dire: “È un delitto politico perché vado in galera solo io”. Noi magistrati siamo come i cornuti: siamo gli ultimi a sapere le cose; perché quando le sappiamo partono i processi».
E partì Mani Pulite.
«Dopo l’arresto di Mario Chiesa, Craxi disse che a Milano non un solo dirigente del Psi era stato condannato con sentenza definitiva, fino al “mariuolo”. Nessuno esplose in una fragorosa risata. Il velo dell’ipocrisia teneva ancora».
E ora?
«Non hanno smesso di rubare; hanno smesso di vergognarsi. Rivendicano con sfrontatezza quel che prima facevano di nascosto. Dicono cose tipo: “Con i nostri soldi facciamo quello che ci pare”. Ma non sono soldi loro; sono dei contribuenti».
«Non esistono innocenti; esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Lo disse davvero?
«Certo. In un contesto preciso. Ma mi citano fuori contesto per farmi passare per matto».
Qual era il contesto?
«Appalti contrattati tra partiti e imprese: chiunque avesse avuto un ruolo in quel sistema criminale, non poteva essere innocente; uno onesto nel sistema non ce lo tenevano. Prenda la Metropolitana Milanese. Costruita da imprese associate, con una capogruppo che raccoglieva il denaro da tutte le aziende e lo versava a un politico che lo divideva tra tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. Di giorno fingevano di litigare; la notte rubavano insieme».
Voi però l’opposizione non l’avete colpita.
Davigo si inalbera: «Non è vero! Questa è una leggenda diffusa ad arte per screditarci! Io stesso condussi una perquisizione a Botteghe Oscure!».

Ma Forlani si dimise, Craxi morì ad Hammamet. Occhetto e D’Alema restarono al loro posto.
«Forlani fece una figuraccia al processo Enimont. Su Craxi si trovarono le prove, infatti fu condannato. Su altri non trovammo le prove. Il Pci era finanziato dalle coop in modo dichiarato e quindi legittimo. Ma a Milano, dove partecipavano alla spartizione delle tangenti, abbiamo mandato sotto processo diversi dirigenti comunisti».
Il Paese era con voi.
«Gli italiani non hanno mai avuto una grande considerazione di sé: siamo gli unici a dire di noi stessi cose terribili nell’inno nazionale, “calpesti”, “derisi”, “divisi”. All’epoca sembrò che tutto potesse cambiare. Ricordo un’intervista ai volontari che friggevano le salamelle alla festa dell’Unità; erano i primi a volere in galera i dirigenti che li avevano traditi. Ma cominciò presto il coro opposto: “E gli altri, perché non li avete presi?”».
Oggi la situazione è come allora?
«È peggio di allora. È come in quella barzelletta inventata sotto il fascismo. Il prefetto arriva in un paese e lo trova infestato di mosche e zanzare, e si lamenta con il podestà: “Qui non si fa la battaglia contro le mosche?”. “L’abbiamo fatta — risponde il podestà —. Solo che hanno vinto le mosche”. Ecco, in Italia hanno vinto le mosche. I corrotti».
Davvero pensa questo del nostro Paese?
«È il rimprovero che mi fece Vladimiro Zagrebelski. Al Csm erano ospiti 35 magistrati francesi, che mi chiesero di Tangentopoli. Risposi che nel 1994 erano crollati cinque partiti, tra cui quello di maggioranza relativa e tre che avevano più di cent’anni. Però noi eravamo stati come i predatori che migliorano la specie predata: avevamo preso le zebre lente, ma le altre zebre erano diventate più veloci. Avevamo creato ceppi resistenti all’antibiotico. Perché dovemmo interrompere la cura a metà».
Fu Berlusconi a fermarvi?
«Cominciò Berlusconi, con il decreto Biondi; ma nell’alternanza tra i due schieramenti, l’unica differenza fu che la destra le fece così grosse e così male che non hanno funzionato; la sinistra le fece in modo mirato. Non dico che ci abbiano messi in ginocchio; ma un po’ genuflessi sì».
Ad esempio?
«La destra abolì il falso in bilancio, attirandosi la condanna della comunità internazionale. La sinistra, stabilendo che i reati tributari erano tali solo se si riverberavano sulla dichiarazione dei redditi, introdusse la modica quantità di fondi neri per uso personale. E nessuno obiettò nulla».
Con Renzi come va?
«Questo governo fa le stesse cose. Aumenta le soglie di rilevanza penale. Aumenta la circolazione dei contanti, con la scusa risibile che i pensionati non hanno dimestichezza con le carte di credito; ma lei ha mai visto un pensionato che gira con tremila euro in tasca?».
Renzi ricorda spesso di aver aumentato le pene e di conseguenza la prescrizione per i corrotti.
«Ma prendere i corrotti è difficilissimo. Nessuno li denuncia, perché tutti hanno interesse al silenzio: per questo sarei favorevole alla non punibilità del primo che parla. Il punto non è aumentare le pene; è scoprire i reati. Anche con operazioni sotto copertura, come si fa con i trafficanti di droga o di materiale pedopornografico: mandando i poliziotti a offrire denaro ai politici, e arrestando chi accetta. Lo diceva anche Cantone; anche se ora ha smesso di dirlo».
Perché Cantone ha smesso di dirlo?
«Lo capisco. E non aggiungo altro».
Quindi si ruba più di prima?
«Si ruba in modo meno organizzato. Tutto è lasciato all’iniziativa individuale o a gruppi temporanei. La corruzione è un reato seriale e diffusivo: chi lo commette, tende a ripeterlo, e a coinvolgere altri. Questo dà vita a un mercato illegale, che tende ad autoregolamentarsi: se il corruttore non paga, nessuno si fiderà più di lui. Ma se l’autoregolamentazione non funziona più, allora interviene un soggetto esterno a regolare il mercato: la criminalità organizzata».

Com’è la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati?
«L’unica conseguenza è che ora pago 30 euro l’anno in più per la mia polizza: questo la dice lunga sulla ridicolaggine delle norme. Tutti abbiamo un’assicurazione. Non siamo preoccupati per la responsabilità civile, ma per la mancanza di un filtro. Se contro un magistrato viene intentata una causa, anche manifestamente infondata, gli verrà la tentazione di difendersi; ma così non farà più il processo, e potrà essere ricusato. È il modo sbagliato per affrontare un problema serio: perché anche i magistrati sbagliano».
Renzi viene paragonato ora a Craxi, ora a Berlusconi. Lei che ne pensa?
«Non mi piacciono i paragoni».
E del caso Guidi cosa pensa?
Davigo sorride: «Non ne parlo perché se capita a me in Cassazione poi mi ricusano».
«Non ci sono troppi prigionieri; ci sono troppe poche prigioni». Autentica anche questa?
«Sì. Ma non è una mia opinione; è un dato oggettivo. L’Italia è il Paese d’Europa che ha meno detenuti in rapporto alla popolazione. Ed è il Paese della mafia, della ndrangheta, della camorra, della sacra corona; e della corruzione diffusa. Certo che servono nuove carceri. Con le frontiere ormai evanescenti, i Paesi con una repressione penale più forte esportano crimine; quelli con una repressione penale più debole lo importano».
L’Italia lo importa.
«Una volta a San Vittore trovai un borseggiatore cileno. Era stato arrestato quattro volte in un mese. Mi accolse con un sorriso: “Che bel Paese, l’Italia!”. Prima era stato arrestato a Ottawa ed era stato in galera due anni».
In Italia ci sono troppi avvocati?
«In una riunione europea degli Ordini professionali il presidente di turno ha detto che nell’Ue ci sono quasi 900 mila avvocati; e un terzo sono italiani. I più interessati al numero chiuso a giurisprudenza dovrebbero essere gli avvocati; se non altro per tutelare i loro redditi».
E ci sono troppi pochi magistrati?
«Ne mancano un migliaio. Ma non è un mestiere facile: ogni anno facciamo un concorso con 20 mila domande per 350 posti, e non riusciamo ad assegnarli tutti. Non è che ci sono pochi magistrati; è che ci sono troppi processi».
Come ridurli?
«In Italia tutte le condanne a pene da eseguire vengono appellate; in Francia solo il 40%. Sa perché? Perché in Francia si può emettere in appello una condanna più severa rispetto al primo grado. Facciamo così anche in Italia, e vedrà come si decongestionano le corti d’appello».
Ci sono troppi magistrati in politica?
«Secondo me i magistrati non dovrebbero mai fare politica. Perché sono scelti secondo il criterio di competenza; e avendo guarentigie non sono abituati a seguire il criterio di rappresentanza.
 Per questo i magistrati sovente sono pessimi politici».

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sabato 9 maggio 2015

FREE - WEB: Stop ai Vitalizi dei Politici ?



Stop ai Vitalizi dei Politici ?


CHI DOVRÀ RINUNCIARE AL "PRIVILEGIO PREVIDENZIALE"?
Dopo mesi di rinvii e di continue polemiche tra i partiti, gli uffici di presidenza di Senato e Camera hanno detto sì alla delibera che taglia il vitalizio ai parlamentari condannati... 
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domenica 22 marzo 2015

Politici in Carcere: Votano Contro l’Abolizione dei Vitalizi

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Il 24 settembre il Senato della Repubblica italiana ha dato l’ennesima prova del suo spirito a delinquere, votando contro l’abolizione dei vitalizi per i politici in carcere. L’emendamento, promosso dal Senatore Giarrusso del M5S, non è passato. 176 senatori hanno votato contro: ecco i loro nomi.


241 votanti. 242 presenti ai fini del numero legale. 176 contrari, maggioranza di 121.
Il 24 settembre al Senato 176 Senatori della Repubblica, che dovrebbero promuovere la legalità del Paese, hanno votato contro l’abolizione del vitalizio ai parlamentari in carcere. Berlusconi, Dell’Utri, Cuffaro e altri possono dormire sonni tranquilli: nonostante siano dietro le sbarre potranno continuare a percepire lo stipendio pagato dai contribuenti italiani. Una vergogna che grida vendetta.
Ma chi sono questi 176 “signori” che hanno avuto il barbaro coraggio di votare contro? Spunta persino il nome della giornalista antimafia, o presunta tale, Rosaria Capacchione. I suoi colleghi del Pd non sono da meno, con sole 3 eccezioni: Casson, Lumia e Mineo, favorevoli all'emendamento e quindi all'abolizione del vitalizio.
Ecco il documento con l’elenco dei nomi di quanti hanno votato contro. Ricordatevelo alla prossima tornata elettorale.





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venerdì 14 novembre 2014

Patto del Nazareno con Politici Indagati





Nella minoranza PD in molti – tra cui Rosy Bindi, Pippo Civati, Davide Zoggia, Alfredo D’Attorre – si oppongono a Denis Verdini, il deputato di Forza Italia coinvolto nell’inchiesta sulla P3, e di conseguenza al Patto del Nazareno. “Impresentabile” e “plurinquisito” sono gli aggettivi che in queste ore si rincorrono in Parlamento sulla figura di Verdini. «La verità è che a questo punto non bisognava proprio arrivarci, non c’era bisogno di quest’altro processo per capire che le riforme non si fanno con la garanzia di Verdini. Ma non mi faccia parlare troppo perché diventerei pericolosa» dichiara Rosy Bindi, Presidente della Commissione Antimafia.

Ma non è dato sapere fino a che punto si possa soprassedere sull’argomento “condanne di Denis Verdini” perché sono sempre più insistenti le voci su un’eventuale richiesta d’arresto per il deputato forzista in merito ad una vicenda legata al buco da 100 milioni di euro della banca di Verdini, il Credito cooperativo fiorentino. 

Corruzione, Denis Verdini a processo

Il pontiere delle riforme, l'uomo del Patto del Nazareno, ha collezionato il secondo rinvio a giudizio per corruzione nel giro di quindici giorni e il quarto nel giro di quattro mesi. Un vero e proprio poker di processi attende il senatore di Forza Italia.

Il pontiere delle riforme, l’uomo del Patto del Nazareno, ha collezionato il secondo rinvio a giudizio per corruzione nel giro di quindici giorni e il quarto nel giro di quattro mesi. Un vero e proprio poker di processi attende il senatore di Forza Italia Denis Verdini. Che dopo l’affaire della P3, quello del credito cooperativo fiorentino e la storia della plusvalenza per la vendita di un appartamento, dovrà rispondere dell’accusa di concorso in corruzione con riferimento all’appalto per la costruzione della scuola dei marescialli dei carabinieri a Firenze.

Il giudice per l’udienza preliminare Cinzia Parasporo, che ha accolto le richieste del pubblico ministero Roberto Felici, ha fissato il processo per il 10 aprile prossimo davanti alla VII sezione penale del tribunale di Roma. Il 15 luglio scorso invece Verdini era stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere, bancarotta e truffa per la vicenda legata alla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf) del quale il senatore è stato presidente fino al 2010. Il 22 settembre invece il gup di Roma lo aveva mandato a a processo con l’accusa di finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sulla compravendita, nel gennaio del 2011 di un immobile in via della Stamperia, nel cuore di Roma, che in poche ore fruttò una plusvalenza record di 18 milioni di euro.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/19/corruzione-denis-verdini-processo-per-appalto-scuola-marescialli/1221017/
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Marco Travaglio:
 Quello che non si dice sui guai giudiziari di Berlusconi !!

Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto.
Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita. Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”. Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede. Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera al-l’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Ca-bassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005).
Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie al-l’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest.
Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico). Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob . E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati. Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi. È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte. Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie all’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie.
Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?

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mercoledì 11 giugno 2014

ONU chiede a Tel Aviv : Rilasciate Detenuti Politici Palestinesi



– Da sei settimane in sciopero della fame, trasferiti come forma punitiva in altre carceri israeliane e minacciati di alimentazione forzata: la protesta dei circa 125 detenuti politici palestinesi assume tratti drammatici, tanto da scatenare la reazione delle Nazioni Unite. Ieri il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha espresso grande preoccupazione per il deterioramento delle condizioni di salute dei prigionieri palestinesi che rifiutano il cibo come protesta per la pratica della detenzione amministrativa applicata senza sosta da Israele. E chiede a Tel Aviv di rilasciarli o di garantire loro un processo equo.

A preoccupare l’ONU, aggiunge l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, è anche il disegno di legge in discussione alla Knesset che intende permettere l’alimentazione forzata dei prigionieri in sciopero. Un trattamento medico che non solo viola i diritti umani del detenuto, ma che in passato si è dimostrato estremamente pericoloso: si sono registrati numerosi casi di prigionieri morti durante un simile trattamento. La minaccia arriva direttamente dall’ufficio del primo ministro Netanyahu che sta premendo per l’approvazione di una legge che permetterebbe ai medici di nutrire con la forza i prigionieri in sciopero. Una pratica che viola le regole base dell’Associazione Medica Mondiale e condannata anche dall’Associazione dei Medici Israeliani: “L’alimentazione forzata è una tortura e nessuno dei nostri dottori ne prenderà parte”.

Il consigliere legale di Netanyahu, Yoel Hadar, ha parlato alla stampa della proposta di legge. L’obiettivo è costringere i giudici ad autorizzare l’alimentazione forzata, non solo se la salute del detenuto è a rischio, ma anche se a rischio sono gli interessi dello Stato: la morte di un detenuto palestinese non sarebbe una buona pubblicità per le autorità di Tel Aviv a livello internazionale e potrebbe provocare reazioni da parte della popolazione palestinese. Netanyahu si è detto tranquillo, dopotutto si tratterebbe di una pratica utilizzata dall’amico Bush nel carcere di Guantanamo. Ma i medici israeliani dicono no e rispondono al governo: nessuno dei nostri dottori obbedirà a simili ordini.
Al nutrimento forzato si aggiunge una serie di altre punizioni inflitte ai detenuti in sciopero per far cessare la protesta: “L’Israeli Prison Service ha vietato le comunicazioni con il mondo esterno – spiega l’associazione palestinese per i diritti dei prigionieri, Addameer – Non permette le visite dei legali e continua a trasferire prigionieri da un carcere all’altro; li pone in isolamento e nega le visite familiari; li multa fino a 50 euro; li costringe in celle vuote senza vestiti, posso tenere con loro solo un bicchiere d’acqua”.

Lo sciopero della fame in corso dal 24 aprile scorso, in ogni caso, prosegue guadagnandosi il sostegno della società civile palestinese che, all’esterno, manifesta e scende in piazza in solidarietà con il movimento dei prigionieri, da sempre colonna portante della resistenza palestinese. Ieri si sono tenute manifestazioni in tutti i Territori Occupati, dalla Cisgiordania a Gaza. Il timore di un veloce peggioramento delle condizioni dei 125 prigionieri sta montando: almeno 70 sono stati trasferiti in ospedali civili dove, accusa Addameer, “sono ammanettati al letto 24 ore al giorno. Alcuni dei detenuti hanno perso tra i 13 e i 20 chili, molti di loro soffrono di emorragie intestinali e altri vomitano sangue”.

La protesta è stata lanciata in risposta alla sospensione da parte israeliana della liberazione del quarto e ultimo gruppo di detenuti politici, previsto a luglio del 2013, come parte integrante della ripresa del negoziato tra Autorità Palestinese e Stato di Israele. Tel Aviv ha bloccato il rilascio dell’ultima ventina di prigionieri, provocando la reazione di Ramallah che ha fatto ripartire il processo di adesione a 15 organizzazioni e trattati internazionali.

I prigionieri in sciopero della fame chiedono prima di tutto la fine della detenzione amministrativa, una misura cautelare prevista dal diritto internazionale ma utilizzabile solo in casi speciali. Israele, al contrario, ne ha fatto uno dei capisaldi della propria politica di repressione della resistenza palestinese: detenzioni fino a sei mesi, reiterabili senza limiti di tempo, che non prevedono né processo né accuse ufficiali. Si finisce in prigione per “motivi di sicurezza”, sulla base di file segreti che né avvocati né prigionieri possono visionare. A maggio, secondo i dati raccolti da Addameer erano 192 i prigionieri in detenzione amministrativa, tra cui otto membri del Consiglio Legislativo Palestinese. Nena News

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venerdì 26 luglio 2013

Perchè i politici hanno abolito Glass-Steagall ?


NoBigBanks risponde: perchè i politici hanno abolito Glass-Steagall?



no big banks.itLa separazione tra banche d’affari e banche di investimento fu una scelta degli anni ’30, a seguito della crisi di Wall Street del 1929. Come mai i politici hanno commesso l’errore di abolire negli anni ’90 la Glass-Steagall?
Quali effetti macroeconomici credevano di poter ottenere? Cosa invece è successo?
Ringraziamo il sito OMSEP-Osservatorio Meridionale per lo Sviluppo Economico e Politico, schierato in favore di Glass-Steagall, che ci ha posto alcune domande, le pubblichiamo in più parti, il testo integrale lo si legge invece su NoBigBanks.it risponde all’OMSEP
“Con NoBigBanks analizziamo il processo in corso – di cui l’Italia è solo un dettaglio – che formalmente potremmo far partire dal 15 agosto 1971, ma che in realtà trovava già un’ottima pasturazione nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di FDR (ndr:Franklin Delano Roosevelt), sia sul fronte politico-strategico che su quello economico e culturale.
JFKSi osservò in quell’evento un salto di fase con il graduale progressivo allontanamento dal potenziamento dell’economia fisica, nei ritardi nella realizzazione delle infrastrutture strategiche e investimenti a lungo termine ad alta intensità di tecnologie e capitali, a cui si è sostituito una economia orientata alla soddisfazione del consumo abreve termine, che è poi la condanna del nostro tempo: si punta ad alti margini di ritorno per investimenti di breve respiro.
E’ su tali basi che si è prodotta una rottura che è stata mascherata dai trucchettifinanziari.
In questo quadro, si comprendono le ragioni di fondo che hanno condotto all’abbattimento del muro del Glass-Steagall ed alla affermazione della banca universale, che opera indistintamente per operazioni a breve e a lungo termine, e utilizza i depositi dei risparmiatori per fare operazioni spericolate di borsa, dando luogo a quella banca-casinòcontro cui ci battiamo.
Ciò che va messo in stato d’accusa è il sistema filo-speculativo che vede coinvolte istituzioni finanziarie, centrali culturali, col potente ruolo dei media, che potremmo in una espressione indicare come liberoscambismo speculativo, che ha orchestrato, finanziato, sostenuto una corrente di opinione a favore del progressivo abbattimento delle regole che per 60 anni avevano, tutto sommato, tenuto, è lì il problema. Al solito, le responsabilità sono individuali, ma dobbiamo riconoscere nella scuola liberoscambista la matrice culturale che ha determinato la degenerazione attuale.
Le Banche centrali intervengono con ingentissime immissioni di liquidità per tenere in piedi il sistema finanziario che è entrato in una drammatica crisi da collasso.
Siamo dinanzi ad un dirigismo speculativo che indirizza le risorse allo scopo di tenere in vita banche e istituzioni schiacciate da una mole poderosa di titoli tossici.
Enrico Mattei.php
Il fenomeno ha raggiunto ormai un punto di non ritorno, ma il problema adesso è di leadership politica e di comprensione del processo così come lo abbiamo delineato.
La storia dell’umanità è sempre stata unoscontro tra forze e interessi, ci sono coloro che operano secondo una concezione imperiale, mirando al progressivo trasferimento di ricchezza e potere nelle mani di pochi privati, individuano nello stato nazionale il nemico pubblico numero 1, ma a queste si oppongono forze espressione degli ideali repubblicani, che operano per il conseguimento del benessere della comunità.
La stagione degli omicidi eccellenti tra gli anni ’60 e ’70 – i fratelli Kennedy, MartinLuther King, Enrico Mattei, Aldo Moro – rappresentò la rottura di un equilibrio che aveva sino ad allora visto prevalere la corrente repubblicana. Dopo di loro, tanto nei movimenti giovanili che nelle grandi organizzazioni politiche, si perse quella idealità che aveva animato quegli uomini simbolo, la cui eliminazione brutale servì da avvertimento – chi avrebbe ripreso la loro testimonianza avrebbe fatto quella stessa fine – in tal modo fumessa a sopire l’aspirazione al progresso così come l’avevano incarnata gli uomini e le donne della generazione precedente.”
***
no big banksSalviamo la Gente. Riformiamo le Banche.
“La colpa, caro Bruto, non è nelle stelle, ma in noi stessi, se siamo schiavi”, dal Giulio Cesare di Shakespeare.
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