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venerdì 27 novembre 2015

La Guerra è una Vergogna che va Bandita dalla Storia Umana


Gino Strada: la guerra è una vergogna 
che va bandita dalla storia umana

Gino Strada parteciperà il 30 novembre a Stoccolma alla cerimonia di consegna del Rightlivelihood 
Award, un premio attribuito ogni anno a personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, della pace, del disarmo e dell’ambiente. Guerra, nonviolenza e diritto alle cure sono alcuni degli argomenti di chi abbiamo parlato in questa intervista.

Cominciamo dall’attualità: i bombardamenti francesi dopo gli attentati di Parigi e l’aereo russo abbattuto dai turchi alimentano la spirale di violenza che ci ha portati alla drammatica situazione attuale. Cosa si può fare a suo parere per cambiare direzione 
e sostituire il dialogo all’aggressione armata?

La scelta della guerra è stata fatta quasi quindici anni fa, nel 2001, dopo un atto terroristico che ha 
scosso l’opinione pubblica non solo per le migliaia di persone uccise, ma anche per il clamore mediatico che lo ha accompagnato. E’ cominciata allora la “guerra al terrore” annunciata da Bush per una durata di almeno cinquant’anni. In quattordici di questi cinquant’anni abbiamo visto dispiegarsi la guerra in tante forme e luoghi diversi, dai bombardamenti, ai droni, agli attacchi terroristici.

Prendiamo l’esempio dell’Afghanistan: si sono spese cifre incredibili – certi dati parlano di 5 miliardi di dollari al mese da parte dei soli Stati Uniti – i morti, i feriti e i mutilati sono migliaia, i poveri milioni e cosa si è ottenuto? I talebani che controllavano il 60% del territorio ora ne controllano l’80% e il paese è molto più distrutto di prima. Se quei soldi fossero stati spesi in un altro modo l’Afghanistan sarebbe un paese modello per la sanità, l’istruzione e la qualità della vita. La scelta della guerra causa solo distruzione; oltre a essere eticamente aberrante, è anche stupida. E’ illusorio pensare che possa risolvere i problemi. E’ una mostruosità, una vergogna che va bandita dalla storia umana, come la schiavitù. Ce lo ripetono da secoli i più grandi pensatori e scienziati, da Erasmo da Rotterdam a Einstein. Sarà forse un processo lungo, ma è l’unica alternativa per dare un futuro alla specie umana. Questa consapevolezza deve penetrare nella coscienza dei cittadini, perché facciano pressione sui governi, sui ricchi e sui potenti per cui la pace non è un valore.

Le guerre le hanno sempre dichiarate i ricchi e i potenti, che hanno usato scuse e bugie per farle 
accettare dalle popolazioni, ma a morire sono sempre stati i figli dei poveri.
Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Ghandi, è stato dichiarato dall’ONU Giornata Internazionale della Nonviolenza. Considera la nonviolenza parte di quella “cultura diversa, basata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani”, di cui ha parlato nella dichiarazione diffusa dopo aver ricevuto il 
Rightlivelihood Award 2015?

Io direi che è un elemento, un valore decisivo. Rapporti umani basati sulla nonviolenza, la tolleranza e il rispetto reciproco sono fondamentali per uscire da questa spirale di violenza
 e per sradicare l’idea della guerra.

Lei afferma che “essere curati è un diritto umano fondamentale”, eppure non solo nelle zone di guerra, ma anche in Occidente, una sanità pubblica, gratuita e di buon livello 
per tutti sembra ormai un’utopia. 

Cosa si può fare per invertire questa sciagurata tendenza?

Non lo affermo io, ma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata da moltissimi stati, che poi però se la dimenticano: anche su questo tema si fanno molte chiacchere, ma poche azioni. Le cure mediche sono un diritto basilare, legato alla possibilità di stare o no al mondo; senza di esse ogni altro diritto perde significato.

Il problema è che la sanità è stata invasa, come tanti altri campi, dalla logica del profitto. I politici che hanno favorito l’ingresso del profitto in questo settore sono dei criminali e hanno prodotto disastri 
incalcolabili, sofferenze e morti.

La medicina non può diventare profitto e speculazione; escludere le persone dalle cure in base ai soldi che hanno (o non hanno) è una follia, ma anche un boomerang dal punto di vista scientifico, perché così la medicina non può avanzare. In Italia si parla di 11 milioni di persone che non hanno accesso a cure mediche adeguate. Nel nostro piccolo, noi forniamo in tutti i contesti cure di buon livello, gratuite e senza alcuna discriminazione. Stiamo aprendo molti ambulatori anche in Italia e spesso lavorare qui è più difficile che in Afghanistan! A volte ci vogliono mesi e anni per avere “la firma sulla pratica” e magari per gli interessi di chi approfitta della situazione questa firma non arriva mai. Le nostre attività in Italia sono in continuo aumento per via dei bisogni non risolti da un sistema in cui, lo ripeto, è entrata la logica del profitto.

Nei vostri ospedali avete curato persone molto diverse tra loro per provenienza, età, cultura, ecc. Al di là delle differenze, qual è per lei l’essenza di ogni essere umano?

Per me l’elemento comune è espresso dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Questa è la base del vivere sociale. E’ una convinzione semplice, quasi banale, purtroppo non condivisa da molti di quelli che prendono le decisioni e hanno potere.

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martedì 15 settembre 2015

Vent'Anni di Emergency


Cecilia Strada racconta i vent'anni di Emergency
"Tutto iniziò in cucina, da un'idea di papà" ricorda la figlia di Gino e presidente dell'associazione.

Sul computer, l’immagine di una radiografia: è il cranio di un bambino di Kabul, con una pallottola in fronte. «Aveva 8 mesi, purtroppo non siamo riusciti a salvarlo». Poi appare la foto di una neonata, nello stesso ospedale. «La madre era stata ferita all’addome, ora stanno bene entrambe». La giornata di Cecilia Strada, presidente di Emergency, è sempre così: emozioni forti, un lavoro senza ferie né
weekend ma che non cambierebbe mai, perché «fai la differenza tra la vita e la morte». Nel 2014
l’associazione compie 20 anni e la Mostra del Cinema di Venezia ha festeggiato l’anniversario con
Jaeger-LeCoultre, che dal 2011 è a fianco della Ong e dallo scorso anno sostiene il Centro chirurgico e pediatrico di Goderich, in Sierra Leone. Abbiamo incontrato Cecilia nel suo ufficio milanese, tra i
manifesti delle campagne di raccolta fondi e le carte geografiche dell’Asia e dell’Africa.

Partiamo dall’emergenza Ebola, in Sierra Leone. Come riuscite a fronteggiarla?
Di giorno in giorno diventa più difficile. Per fortuna il personale - 20 dello staff internazionale, 300 locali - è formato: nessuno è andato via, e stiamo rinforzando la struttura. Abbiamo avuto qualche caso positivo, ma il nostro è un centro chirurgico, non facciamo il trattamento. Ora stiamo valutando con il governo della Sierra Leone e con l’Organizzazione mondiale della sanità come essere più incisivi.
Il problema è che dagli ospedali pubblici i medici stanno scappando per paura del contagio e molti
ammalati, con la sanità al collasso, si rifugiano nella medicina tradizionale. Ci arrivano bambini con la setticemia procurata dagli impacchi di letame.
Oggi siete presenti con 45 strutture in 6 Paesi, avete curato 6 milioni di persone. Se lo immaginava?
No. Mi ricordo ancora quando Gino (il padre, lei lo chiama per nome, ndr) al ritorno da una missione di guerra ci disse che dovevamo fondare un’organizzazione umanitaria. Eravamo al tavolo della cucina, io e Teresa (Sarti, sua madre, scomparsa nel 2009, ndr), e pensammo che Kabul gli aveva dato alla testa. Invece cominciammo a parlarne con gli amici della Croce Rossa Internazionale. Tante persone si appassionarono subito all’idea semplice di curare le vittime delle guerre e delle mine.

Primi ricordi?
Gino tornato da Kigali, in Ruanda, dove era riuscito a riaprire l’ospedale. Aveva portato le punte delle lance che avevano ucciso i pazienti. Pensavo che non avrei più rivisto armi simili e invece, oggi, nella Repubblica Centrafricana i bambini vengono ammazzati a colpi di machete.

Il primo contatto con la guerra?
A 8 anni mio padre mi ha portato al campo medico di Quetta, in Pakistan, e là ho visto un bambino della mia età con una pallottola in testa. Mi è scattato qualcosa.

Non sarà stato facile crescere come “figlia di Emergency”.
Mi sento fortunatissima, ho avuto la possibilità di scoprire che il mondo non è come lo immaginavo e al tempo stesso di fare la mia parte. Questo lavoro mi dà più di quanto mi prenda.
Si sarà sentita diversa dai coetanei.
Certo. Vent’anni fa con un mio compagno di liceo, che ancora lavora con noi, portavamo in giro le
mostre sulle mine antiuomo. Diversi ci sentiamo tutti: un medico che sta sei mesi da solo in una valle
dell’Afghanistan, poi torna e si ritrova in un ospedale con troppi dottori e zero pazienti... Be’, è chiaro che si senta fuori posto.

Le altre emergenze di oggi, per voi?
L’Afghanistan, dove a luglio abbiamo avuto il record di ricoveri, in 15 anni.
Eppure non se ne parla.
Se i militari se ne vanno, non è il caso di raccontare che ci sono ancora vittime. Invece ci sono.
L’Afghanistan è anche il Paese dove la presenza di Emergency è più articolata, perché le donne
devono chiedere al marito il permesso per farsi curare. Noi nel centro maternità abbiamo solo personale femminile. Il mio cuore è là.

In Italia avete poliambulatori a Palermo, Marghera, Polistena. La sanità pubblica non basta?
Diamo una mano a quelli che al pubblico non si rivolgono, perché non conoscono i loro diritti: stranieri irregolari e regolari, ma anche italiani. A settembre cominciamo i lavori per un nuovo poliambulatorio a
Ponticelli, vicino a Napoli.

I rapporti con la politica?
Invitiamo sempre i politici a conoscere le nostre strutture. Ma solo il presidente della Camera, Laura
Boldrini, ha visitato il nostro centro mobile a Siracusa. Con pochi altri.

Dov’è suo padre, adesso?
In Sudan, al centro di cardiochirurgia che è uno dei nostri fiori all’occhiello. L’idea era quella di portare la chirurgia d’eccellenza in Africa, perché non è vero che là si devono curare solo la diarrea o le infezioni.

Ha mai avuto paura per lui?
Mio padre ha visto da vicino parecchie guerre. E' rientrato in Afghanistan a cavallo quando le frontiere erano chiuse superando un passo a 4500 metri, e aveva già 4 bypass. Ho paura per tutti: qualche settimana fa è morto un nostro soccorritore in Afghanistan, il primo ucciso in servizio. Ho avuto paura per me nel ’94. Ero a Falluja, stavamo portando un camion di aiuti quando un uomo ci aggredì urlando “Berlusconi”: non voleva gli aiuti da un Paese che in Iraq aveva mandato i soldati.

Prossimo obiettivo?
Un centro di eccellenza di chirurgia pediatrica in Uganda. E' appena partito il primo cantiere di test,
servono i fondi. Il progetto c’è, firmato da Renzo Piano. Ci ha fatto un bel regalo.

Suo figlio crescerà come lei?
Ha 5 anni: per ora l’ho portato a trovare il nonno, in Sudan. Spero che faccia quel che vuole e sia felice.

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Il fondatore di Emergency: «L'80-90% delle armi sono prodotte 
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Emergency: Califfato e Mine Antiuomo



Gino Strada: «Il Califfato non produce mine antiuomo, gliele vendiamo noi»
Il fondatore di Emergency: «L'80-90% delle armi sono prodotte 
dai cinque membri permanenti del 
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite». 
E poi si esprime contro la "privatizzazione" del sistema 
sanitario nazionale in Italia.

«Che la gente scappi da un Medio Oriente in fiamme è normale, scapperei anch’io se non potessi
mandare i miei figli a scuola e se non avessi cibo a sufficienza. Per non parlare del problema
disoccupazione. L’istinto di sopravvivenza ci spinge a cercare situazioni meno drammatiche, ma spesso bisogna confrontarsi con l’intolleranza e il razzismo». Inizia così, commentando l’emergenza umanitaria in Europa, la chiacchierata con Gino Strada. Lo raggiungo nella sede milanese di Emergency, di ritorno dal Festivaletteratura di Mantova dove Gino Strada ha parlato dell’epidemia di Ebola in Africa.

Quali sono state le difficoltà incontrate nell’affrontare ebola?
Ebola ha una sua specificità, nel senso che era sconosciuta agli esperti di malattie cliniche, a
conoscerla erano solo gli esperti e non i clinici. Il problema grave, gravissimo, è stato il ritardo nella
risposta: purtroppo nessuno era preparato all’epidemia che non è stata affrontata con risorse adeguate.

Passiamo all’Afghanistan: come procede il lavoro di Emergency?
Purtroppo, ogni mese raggiungiamo un nuovo record perché il numero di feriti è in aumento e va di pari passo con l’incremento delle attività militari. Per la popolazione la guerra è un disastro. Potrei dire che sono soddisfatto del nostro lavoro, ma sarebbe cinico perché tutto quello che facciamo è direttamente legato alla sofferenza degli afgani.

Avete organizzato attività di formazione di operatori locali?
La formazione degli operatori locali esiste da anni, anche se la responsabilità delle attività è tuttora in mano a medici e infermieri internazionali.

Spostiamoci in Iraq: come procedono le vostre attività?
In Iraq abbiamo aperto cinque cliniche in cinque campi profughi. Lavoriamo sia con gli sfollati, ovvero con iracheni obbligati a lasciare le loro case, sia con i rifugiati siriani. Di fatto, abbiamo curato 75mila persone.

Buona parte dei problemi che Emergency si trova ad affrontare, soprattutto in Afghanistan, è dovuto alle mine. Mine prodotte anche da imprese italiane. Si può fare qualcosa per convincere queste imprese a convertirsi ad altri prodotti, o è una ingenuità?
Si può fare, anni fa avevamo dato avvio a una campagna contro le mine antiuomo e nel giro di tre mesi avevamo ottenuto una moratoria e successivamente la loro messa al bando. La cosa curiosa è che nel Califfato non esistono fabbriche di mine antiuomo, e nemmeno in Mali. Qualcuno gliele vende! L’80-90 percento delle armi sono prodotte dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Alla faccia della sicurezza! I cinque membri permanente del Consiglio di Sicurezza sono degli armaioli!
Le guerre in Medio Oriente sono in parte dovute a fenomeni locali, in parte all’ingerenza occidentale.

L’opinione pubblica europea può fare qualcosa per la pace in Medio Oriente, oppure è fatica sprecata?
L’opinione pubblica europea deve scendere in piazza e protestare perché non possiamo aspettarci che siano i nostri governi a risolvere i problemi laddove sono stati questi stessi governi a scatenare le
guerre. In altri termini, sono stati i governi europei a scegliere la guerra come modalità per gestire i
problemi. Le crisi umanitarie di oggi sono il frutto delle politiche dell’Europa e degli Stati Uniti negli ultimi 15-20 anni. Nel 2003, in occasione dell’ultima guerra scatenata in Iraq, Emergency aveva lanciato l’appello “Fuori l’Italia dalla guerra” perché “se non stiamo fuori dalla guerra finiremo per avere la guerra in casa”. Per anni l’Italia ha mancato di sensibilità e di intelligenza politica, ricordo quando si discuteva se per tenere fuori gli stranieri fosse meglio la Legge Bossi-Fini oppure la Turco-Napolitano.

Veniamo all’Italia: come si può fermare la trasformazione da ospedali pubblici in aziende, e quindi la ricerca del profitto come obiettivo primario della sanità?
La sanità dovrebbe essere compito della politica, al pari dell’istruzione, e non dovrebbe essere
consentito un profitto perché il profitto toglie risorse a quella che è un’esigenza condivisa: tutti, prima o poi, abbiamo bisogno di cure. Ogni euro di budget che va in profitto è un euro in meno per la cura di tutti.
Purtroppo la politica non è consapevole di questa esigenza, o fa finta di non capire, e va in
direzione opposta con la complicità della classe medica. Se una volta la sanità italiana era di ottima
qualità, oggi rischia di essere smantellata. È importante tornare a strutture senza profitto, dove si
spende quanto necessario. Oggi la qualità della sanità italiana è diminuita e molte persone non vi
hanno accesso perché devono pagare e non possono permetterselo. Di fatto, questa è una forma di
discriminazione.

Emergency ha strutture anche in Italia: quali sono i bisogni sanitari delle persone che si rivolgono a voi anziché al Sistema Sanitario Nazionale?
Sono bisogni diversi: persone che ci chiedono di pagare il ticket, altre che hanno problemi di medicina interna, questioni odontoiatriche. Un rapporto Censis stima che siano 10 milioni le persone che non hanno accesso al Sistema Sanitario Nazionale.

Parliamo di Emergency: quali sono le vostre difficoltà maggiori?
I progetti su cui siamo impegnati aumentano in modo esponenziale, non abbiamo risorse a sufficienza in termini economici e di personale.

Che cosa fate per rendere trasparenti le vostre attività?
Pubblichiamo sui quotidiani i nostri bilanci, disponibili on-line da sempre, anche quando non era
prescritto. Dobbiamo essere trasparenti perché quello che facciamo è reso possibile dal denaro che ci
danno i donatori.

Quanto sono coinvolte le popolazioni servite per capire le priorità?
Le priorità sono abbastanza evidenti, nei diversi paesi. Pensiamo all’Afghanistan e alla necessità di una maternità più sicura. Nel Panshir al momento gestiamo 6mila parti l’anno ma stiamo raddoppiando i letti. A conti fatti, abbiamo raggiunto (e siamo tra i pochi) gli obiettivi di sanità del Millennium stabiliti dall’OMS.

Negli anni avete elaborato una strategia di alleanze per accrescere la portata dell’azione di Emergency?
Non abbiamo alleanze particolari. Può capitare di collaborare con altri, in qualche frangente. Ma il
nostro lavoro è specifico, non lo fanno tutti.

Emergency potrebbe continuare a esistere anche senza di lei, Gino Strada, se lei dovesse rivolgere
l’attenzione ad altro?
Assolutamente sì, Emergency non è Gino Strada ma sono tante persone che collaborano a vario titolo: moralmente, finanziariamente, sul campo come operativi.

Sul Corriere della Sera di domenica 13 settembre, nel commentare l’elezione di Corbyn a segretario del Labour britannico, è stato scritto: “È come se Gino Strada fosse diventato segretario del PD “. Pensa, prima o poi, di candidarsi?
Non penso proprio di candidarmi, non ho la tessera di alcun partito, anche se sui mezzi di informazione il mio nome è spesso associato a una sinistra in cui peraltro non mi riconosco anche perché sono anni che non voto. Non ho intenzione di candidarmi anche perché nessuno me lo chiederebbe. E poi, sinceramente, sono già molto impegnato con il mio lavoro.
da C. M.

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domenica 12 luglio 2015

LIBRI: Zona Rossa : EMERGENCY in Sierra Leone




Abbiamo chiamato "Zona Rossa" il libro-racconto recentemente pubblicato dagli amici della Giangiacomo Feltrinelli Editore: è l’esperienza di EMERGENCY in Sierra Leone nella lotta contro la devastante epidemia di Ebola. È stato un anno estremamente impegnativo, faticoso, rischioso, in cui il team di EMERGENCY è riuscito a fare cose importanti, anche sul piano scientifico. Centinaia di persone vi hanno contribuito con coraggio e passione, ciascuno ha in qualche modo “scritto” un pezzo di questo libro. 
Un grazie commosso a tutti.

Per qualche mese, nel 2014, tutto il mondo ha tremato di fronte a un minuscolo virus. Ebola è ,,,,CONTINUA
LIBRI: Zona Rossa : EMERGENCY in Sierra Leone: Abbiamo chiamato "Zona Rossa" il libro-racconto recentemente pubblicato dagli amici della Giangiacomo Feltrinelli Editore: è l...




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mercoledì 5 marzo 2014

Gino Strada e la Lista Tsipras



Lista Tsipras per le europee, ecco i nomi Sì alle candidature di Spinelli, Sgrena, Ovadia, Casarini. Assente Camilleri
 . 

Il leader greco Alexis Tsipras

Le giornaliste Barbara Spinelli e Giuliana Sgrena, l’attore, scrittore e drammaturgo Moni Ovadia e Luca Casarini, leader veneto dei centri sociali ai tempi del G8 di Genova del 2001.

Sono i nomi “noti” della lista alle elezioni europee di maggio 2014 “L’Altra Europa con Tsipras” che è stata presentata oggi a Roma. Tra i grandi assenti nelle liste, lo scrittore siciliano Andrea Camilleri. Annunciate 73 candidature, di cui 37 maschili e 36 femminili, tra cui spunta anche il nome del professore Ermanno Rea. A essere stato decisivo, il voto sulla candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito greco Syriza.

Presentato anche il logo: un cerchio rosso con una scritta in stampatello bianco. Cerimoniere, e “garante” della lista, Barbara Spinelli, che, come riporta l’account Twitter della lista, fa sapere che la volontà dei candidati quella è di chi «vuole cambiare radicalmente l’Europa, tramite la lotta contro la povertà e per la libertà». A partire dal prossimo fine settimana prenderà avvio in tutta Italia la raccolta firme.

Una bella intervista di Gino Strada. La lista Tsipras "Per un'altra Europa" può essere una novità e servire per restituire fiducia e speranza. A più di due mesi dalle elezioni già si conoscono i candidati. Si tratta di persone che hanno combattuto battaglie sociali e civili nel nostro paese che si sono battuti per i diritti di tutti.

Un successo di questa sinistra europea che non vuole questa Europa, che non vuole tornare al nazionalismo populista e senza futuro, ma vuole un'altra Europa democratica, sociale e solidale, può contribuire a evitare quelle larghe intese con la destra liberista che stanno distruggendo diritti, protezioni sociali, capacità produttive, territorio e beni comuni dei paesi europei.

Creare le condizioni per una alternativa. Questo è l'obiettivo della candidatura di Tsipras alla presidenza della Commissione Europea. E chi più dell'Italia ha bisogno di una alternativa, di un'altra possibilità?


intervista a Gino Strada di Alessandro Gilioli «Le nostre società hanno bisogno di profondi cambiamenti. In altre parole, di diventare più umane. Spero che la lista Tsipras riesca a portare quest'urgenza nelle istituzioni, a iniziare dal Parlamento europeo». Gino Strada, 66 anni, medico e fondatore di Emergency si trova in questi giorni in Sudan, a operare in uno degli ospedali della sua associazione. Segue però il dibattito politico italiano e l'inizio della campagna elettorale.

Strada, come giudica la nascita di questa lista “L'altra Europa”?

«Ci trovo valutazioni e prese di posizioni di rilievo sulle questioni politiche italiane e internazionali. A iniziare dal rifiuto della guerra, ma anche in tema di beni pubblici. Mi sembra che lo sforzo di coagulare questi valori in una lista sia positivo»

Che cosa si aspetta?

«Che questa lista porti tutti all'urgenza di riflettere su cosa vuole dire politica, oggi. Sono saltati da tempo tutti i paletti di un'idea di comunità, eppure viviamo ancora come persone associate, in società. Però in una società che è sempre più una giungla, in cui in nome dell'idolo profitto, dell'idolo denaro, si eliminano e si riducono le cose che devono essere di tutti, cioè comuni, pubbliche. Ecco: mi aspetto che questa lista rappresenti una voce diversa rispetto a questo disvalore prevalente».

Condivide l'idea di Europa di questa lista, lontana sia da quella finanziaria sia da quella nazionalista? Ritiene percorribile questa strada?

«Non lo so se è percorribile, ma so di certo che non voglio percorrere le altre. Lo scopo delle nostre vite non è certo rendere felici le banche. Quello è un film indecente, che non voglio più vedere. Per questo mi fa piacere se qualcuno inizia a cercare strade alternative»

Conosce i suoi fondatori, i garanti de L'Altra Europa con Tsipras?

«Alcuni sì, e li stimo. Come Andrea Camilleri, ad esempio, una persona di una cultura e di una rettitudine che la politica italiana neppure si sogna; Barbara Spinelli, donna di grande intelligenza e competenza; e naturalmente Marco Revelli, con cui ho avuto modo di collaborare in passato in tante iniziative. Ma, in generale, diverse persone di questa lista mi sembrano una spanna sopra rispetto alla classe politica italiana».

Rischi?

«Spero che questa volta non rientrino in gioco i vecchi camaleonti. Non voto da anni e questa volta, se a fine maggio sono in Italia, mi piacerebbe farlo».

La lista “L’altra Europa con Tsipras“, che si presenterà alle prossime elezioni europee del 22-25 maggio 2014 e che sostiene la candidatura alla presidenza della Commissione Europea di Alexis Tsipras, il leader del partito di sinistra greco SYRIZA, ha diffuso un primo spot elettorale sul suo canale YouTube.
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e resta sempre aggiornato.
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guarda l' intervista VIDEO


. Alexis Tsipras e Barbara Spinelli - In 1/2 ora del 06/04/2014
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Lista Tsipras: Valeria Grasso spiega il suo rapporto con Fratelli D’Italia

http://ilmanifesto.it/lista-tsipras-valeria-grasso-spiega-il-suo-rapporto-con-fratelli-ditalia/


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mercoledì 10 aprile 2013

Marco Travaglio : Madonna Bonino Presidente ?



Emma Bonino

Quando ho scritto “Si fa presto a dire Bonino”, la sapevo apprezzata da molti italiani per le caratteristiche che illustravo nelle prime righe: donna, competente, onesta, impegnata per i diritti civili, umani e politici in tutto il mondo. Non la sospettavo, però, circondata di persone adoranti che la guardano con gli occhi che dovevano avere i pastorelli di Fatima davanti alla Madonna. A questi innamorati che non sentono ragioni, anzi preferiscono non conoscere o non ricordare le zone d'ombra (solo politiche, lo ripeto) della sua lunghissima carriera politica, non so che dire: al cuore non si comanda. Rispondo invece alle cortesi obiezioni del segretario radicale Mario Staderini, il quale – diversamente da me – la ritiene il presidente della Repubblica ideale. E, per nobilitarla e dipingerla come antropoligicamente estranea al berlusconismo, cita alcuni suoi imbarazzanti avversari (Ferrara, Gasparri, Libero). Potrei rispondere che invece Mara Carfagna la vuole al Quirinale, ma preferisco concentrarmi sulla biografia della Bonino.
Chi auspica un Presidente estraneo alla casta, tipo Zagrebelsky, Settis, Gabanelli, Caselli, Guariniello, Strada e altri, non può certo sostenere la Bonino, 8 volte parlamentare italiana e 3 volte europea. I suoi amici la raffigurano come un'outsider estranea all'establishment. Che però non è d'accordo: altrimenti la Bonino non sarebbe stata invitata a una riunione del gruppo Bilderberg, o almeno non ci sarebbe andata. Sulla sua vicinanza, “fra alti e bassi”, al Polo berlusconiano dal 1994 (quando fu eletta con Forza Italia fino al '96, senza dire una parola contro le prime violenze alla Giustizia e alla Costituzione) al 2006, ci sono tonnellate di articoli di giornale, lanci di agenzia, esternazioni, vertici, incontri, tavoli, inseguimenti, corteggiamenti, ammuine. Il tutto mentre il Caimano ne combinava di tutti i colori, nel silenzio-assenso della Bonino (che ancora nel 2004 veniva proposta da Pannella per un posto di ministro; e nel 2005 dichiarava: “Con Berlusconi abbiamo iniziato un lavoro molto serio... apprezziamo ciò che sta facendo come premier, ma la posizione degli alleati è nota”: insomma cercava disperatamente l'alleanza con lui, che alla fine la scaricò per non inimicarsi “gli alleati” e il Vaticano). Poi la Emma passò armi e bagagli col centrosinistra e cambiò musica. Un po' tardi, a mio modesto avviso. Ma neppure in seguito, sulle questioni cruciali del berlusconismo (leggi vergogna, rapporti con la mafia, corruzioni, attacchi ai magistrati e alla Costituzione, conflitti d'interessi, editti bulgari e postbulgari), risulta un solo monosillabo della Bonino. Forse perchè, pur con motivi molto diversi, sulla giustizia B&B hanno sempre convenuto: separazione delle carriere, abolizione dell'azione penale obbligatoria (altro che difesa della “Costituzione più bella del mondo”, caro Staderini), per non parlare dell'idea intimidatoria e pericolosa della responsabilità civile dei magistrati che non esiste in nessun'altra democrazia.
La corrispondenza di amorosi sensi con B. si estende al No radicale all'arresto di Cosentino perchè “siamo contro l'immunità parlamentare, però esiste”. Al fastidio per i sindacati, definiti in blocco “barbari, oscurantisti e retrogradi” (Ansa, 22-1-2000). E alla lettura dell'inchiesta Mani Pulite come operazione politica filocomunista: per la Bonino le tangenti di Craxi furono solo “errori” e occorre “una rivisitazione seria di cosa è successo dal '90 in poi: la mia analisi è che indubbiamente, soprattutto nel '92, si è cercato di risolvere alcuni problemi politici per vie giudiziarie, un po' orientate perchè poi se n'è salvato uno solo di partito” (Ansa, 19.11.99). Per non parlare dello scandalo delle frequenze negate per dieci anni a Europa7 per non disturbare Rete4 che le occupava abusivamente.
Il 1° aprile 2007, ministro delle Politiche europee del governo Prodi-2, la Bonino porta in Consiglio dei ministri tutte le sentenze della Corte di giustizia europea per darne finalmente attuazione. Tutte, tranne una: quella che dà ragione a Europa7 e torto al gruppo B. Una cronista le chiede il perchè, e lei risponde che non c'è alcuna urgenza (in effetti Europa7 attende le frequenze negate solo dal 1999, quando vinse la concessione e Rete4 la perse).
C'è poi il bilancio di Commissario europeo dal 1994 al '99 su nomina di B., quando, insieme a battaglie sacrosante, la Bonino sponsorizza i cibi Ogm senza etichettatura.E soprattutto sostiene l'insensata sospensione degli aiuti all'Afghanistan, dopo una sfortunata missione a Kabul in cui è stata fermata dalla polizia religiosa perchè i suoi collaboratori fotografano e filmano il volto delle donne, in barba alla legge islamica. Durante la guerra in Afghanistan - da lei appoggiata come quelle nell'ex Jugoslavia e in Iraq (“Io credo che non ci fosse alternativa per sconvolgere la rete terroristica: se mandiamo il messaggio che dopo le torri di New York possono bombardare, senza colpo ferire, anche il Colosseo e la Torre Eiffel, non ci dà sicurezza”) - la Bonino si oppone alla sospensione dei bombardamenti proposta dall'Ulivo per aprire un corridoio umanitario agli aiuti ai profughi (“servirebbe solo ai talebani per riorganizzarsi”, Ansa 2-11-2001).
NEL 2007, poi, durante il sequestro Mastrogiacomo, non trova di meglio che prendersela con Gino Strada, accusandolo di trescare con i talebani col suo “atteggiamento ambiguo, tra l'umanitario e il politico, che si può prestare a qualunque illazione”, perchè “scientemente o incoscientemente - che sarebbe ancora peggio - finisce per giocare un ruolo che è sempre un ruolo ambiguo, tra torturati e torturatori. Quando uno si mette a praticare una linea così ambigua, così poco limpida, si presta a qualunque gioco altrui. Nell'illusione di tirare lui le fila, finisce che il burattinaio non è lui” (Ansa, 9.4.2007). A proposito di ambiguità fra torturati e torturatori, ho cercato disperatamente nell'archivio Ansa una parola della Bonino su Abu Ghraib e su Guantanamo. Risultato: non pervenuta.


di Marco Travaglio 

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domenica 7 aprile 2013

FREE - WEB: Gino Strada


Gino Strada

 In Italia..nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai chiesto di fare il ministro della Sanità. A me piacerebbe in futuro aprire anche in Italia il primo ospedale di Emergency, per far rivedere agli italiani, dopo 30 anni, che cos’è un ospedale, non una fottuta azienda. La sanità è uno scandalo pubblico”

Gino Strada
Gino Strada ministro della sanità.
 guarda il video ...
FREE - WEB: Gino Strada:   In Italia..nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai c...

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martedì 25 dicembre 2012

Gino Strada: Mi interessa il programma ARANCIONE


Contiamoci: ferma il mouse su Io VOTO Arancione, e clicca sul mi piace

Gino Strada: "Io pacifista, non entro in politica
Ma vorrei un ospedale di Emergency in Italia"

"Conosco Ingroia, ma non c'è nessun personalismo nella mia adesione al manifesto Io ci sto. Mi interessa il programma, quando parla di ripudio della guerra e delle armi". "Nessuno mi chiederà di fare il ministro della Sanità. Ma vorrei mostrare cosa è davvero un ospedale, in un Paese dove l'interesse del medico è diventato fare prestazioni, non che la gente stia bene"


ROMA - Gino Strada parla dal Sudan, dove Emergency fa funzionare l'unico centro di cardio-chirurgia gratuito dell'intera Africa. "La malattia reumatica, che in Italia è scomparsa dalla vista, qui è una tragedia sociale. Trecentomila morti l'anno, 18 milioni ne sono affetti, di cui 5 bisognosi di chirurgia. In Lombardia ne abbiamo una ventina di questi centri. Il nostro è l'unico gratuito dell'intero continente africano. Io continuo il mio impegno per questa gente dimenticata". Il medico e pacifista sottolinea quasi con rabbia l'ultima frase, perché chi deve capire capisca. Il riferimento è a chi ha associato la sua adesione al manifesto Io ci sto, primo firmatario Antonio Ingroia, a un suo impegno diretto in politica. Così per Strada è il momento delle precisazioni.

"Chiariamo subito: questa è un'iniziativa del signor Gino Strada, Emergency non c'entra niente. La mia opinione è molto semplice. Ho parlato anche oggi con Antonio Ingroia. Mi pare che quel documento sottolinea alcuni punti che io credo fondamentali per il nostro Paese. Innanzitutto il ripudio della guerra e la scelta del disarmo. L'impegno a fare dei diritti umani fondamentali, a partire da sanità, istruzione e lavoro, elementi centrali dell'azione politica. Sono cose condivisibili e non ho nessuna difficoltà a dire che le condividerò sempre. Ma questo non significa che io abbia intenzioni future di ruoli politici. Io continuerò a fare il mio lavoro. ma trovo positivo che in Italia vi sia un movimento che ci ricordi che oggi, dicembre 2012, siamo un Paese in guerra. Che per la guerra spendiamo un miliardo di euro l'anno, quando licenziamo operai, tagliamo la sanità, tagliamo le pensioni. E nessuno pensa a tagliare le spese militari. Questo è il senso della mia adesione, come ho spiegato a Ingroia".

Conta il fatto che vi sia Ingroia alla testa di questo manifesto programmatico? "No, nessun personalismo. Io Ingroia lo conosco e lo stimo, una persona per bene, con una morale, a differenza di molti altri attori della scena politica. Ma non c'è nulla di personale. Il movimento per la pace, il più forte del mondo nel 2003 - la manifestazione di Roma contro la guerra, con tre milioni di persone, fu la più grande della storia - si è sfaldato per una ragione molto semplice. Chi stava con quegli ideali, quando si è trovato al governo ha fatto la scelta della guerra. Io non sono capace di grandi analisi, ma c'erano tre milioni in piazza a Roma e alle elezioni successive a un certo schieramento politico sono mancati tre milioni di voti".

Molti ritengono che uno come Ingroia non dovrebbe sporcarsi con la politica, ma continuare a servire il Paese come magistrato. "Quando Emergency prese una posizione netta contro la guerra nell'ex Jugoslavia, poi in Afghanistan e poi in Irak, si scatenò una campagna mediatica, assurda e bipartizan, per dire: Emergency continui a fare quello che fa. Io credo che questi censori che decidono quando e cosa bisogna dire e fare, farebbero bene a chiedersi che cosa stanno facendo loro. Non conosco il percorso di Ingroia, ma di certo avrà fatto le sue considerazioni. Non ci trovo nulla di scandaloso se una persona che ha fatto il magistrato o il medico decida di assumersi un impegno civile".

Se non c'è nulla di male, perché non ha mai pensato a combattere le sue battaglie civili in prima persona? "Io mi ostino a voler fare il mio lavoro, medico e chirurgo. Mi occupo giornalmente di sanità e medicina. Se qualcuno venisse a propormi di fare il ministro della Sanità, risponderei che il mio programma è molto semplice: faccio una sanità d'eccellenza, spendendo la metà di quello che si spende oggi, eliminando il conflitto di interesse introdotto nella mia professione dalla casta politica: il pagamento a prestazione. Il nostro sistema sanitario era uno dei migliori al mondo, la casta, con la complicità dei medici, lo ha rovinato. L'interesse del medico è che la gente stia male, per fare più prestazioni. Ma nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai chiesto di fare il ministro della Sanità".

E se qualcuno glielo chiedesse per davvero? Se la chiamassero per cambiare tutto? Gino Strada ride, poi risponde: "Ci guarderei dentro, non ci credo che possa arrivare un'offerta del genere. Ma siccome io sono per il fare, a me piacerebbe in futuro, e questo è nel nostro programma, se troviamo sensibilità e collaborazione da parte delle istituzioni, aprire anche in Italia il primo ospedale di Emergency, per far rivedere agli italiani, dopo 30 anni, che cos'è un ospedale, non una fottuta azienda. La sanità è uno scandalo pubblico".

di PAOLO GALLORI (21 dicembre 2012)

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lunedì 2 gennaio 2012

Idea di Gino Strada per salvare il San Raffaele




In collaborazione con il gruppo Banca Popolare dell'Emilia Romagna, Emergency propone una carta prepagata e una carta di credito che devolvono una percentuale del totale speso dal titolare della carta ai suoi progetti umanitari.

Oggi puoi contribuire alla difesa e alla pratica dei diritti umani anche con un semplice gesto, come effettuare i tuoi acquisti usando le carte Emergency Card e Bpercard Emergency.

Emergency Card

Emergency Card è una carta prepagata ricaricabile emessa dal Gruppo Banca popolare dell'Emilia Romagna. È uno strumento di pagamento utilizzabile in tutto il mondo sul circuito Visa Electron, senza necessità di conto corrente.

Come funziona Emergency Card

L'attivazione costa 20 euro, 7 dei quali vengono devoluti a Emergency, alla quale sono destinati anche 10 centesimi per ogni operazione effettuata con la carta.
La carta è immediatamente disponibile nelle filiali delle banche del Gruppo BPER che hanno aderito all'iniziativa e può essere rilasciata anche ai minorenni. Consente di pagare i propri acquisti in tutto il mondo, prelevare contanti in Italia e all'estero negli sportelli abilitati, acquistare on line. Emergency Card è ricaricabile presso tutte le filiali della Banca Popolare dell'Emilia Romagna e presso gli oltre 4.000 sportelli del Network Qui Multibanca.


Asta ad 1 € e ticket per nessuno.

L’idea di Gino Strada per salvare il San Raffaele

Il San Raffaele ha un buco di 1,5 miliardi di euro, portato al crac dal suo fondatore, don Verzé. Ora però è importante salvarlo. Non si può lasciare fallire una delle maggiori e migliori strutture sanitarie presenti sul territorio italiano. Come ha osservato Ignazio Marino sul suo sito: “L’Istituto concentra risorse e intelligenze che devono essere protette e garantite”. E tra l’asta e le varie proposte, mi salta all’occhio una di quelle di spicco. Tempo fa, Gino Strada fu ospite di Che tempo che fa di Fazio. Il fondatore di Emergency dichiarava essere disposto ad impegnarsi lui personalmente, e a nome dell’associazione, a partecipare all’asta del San Raffaele offrendo 1 euro. Sostiene: “Il ministero della sanità potrebbe acquisire una struttura, decidere che budget ritiene opportuno per farla funzionare, e noi potremmo impegnarci come Emergency, servendoci dell’abile personale che già c’è nel San Raffele, facendo una cosa molto bella e che serva alle persone. Non facendo pagare neanche un centesimo di ticket anche quando sarebbe dovuto e che a fine anno è in attivo“. Insomma, il Grande Gino, con le sue iniziative ci stupisce ancora. Una proposta che si potrebbe cogliere al balzo. Si farebbe una cosa eccezionale e gratuita per tutti e nello stesso tempo il San Raffaele potrebbe tornare a respirare.

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venerdì 23 dicembre 2011

FREE - WEB: Gino Strada

 

 


"......i lavoratori sono disperati mentre i governi del centro destra e del centro sinistra lasciano le spese militari invariate,
ovvero 2 miliardi di euro al mese.....
Si poteva dire: ragazzi, lasciamo perdere le spese militari, tanto la Svizzera non ci invaderà a colpi di toblerone...quei soldi potevano servire per il sociale e per esempio, per i treni, che fanno schifo.
Nel mondo poi, tre miliardi di persone vivono con un dollaro al giorno eppure spendiamo 1500 miliardi di dollari in spese militari..... ma questo argomento è un tabù...."

-Gino Strada-



FREE - WEB: Gino Strada: http://www.emergency.it/index.html "......i lavoratori sono disperati mentre i governi del centro destra e del cen tro sinist...

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venerdì 25 marzo 2011

GINO STRADA: La guerra non si deve fare mai

 

L' ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

http://www.dueaprile.it/ 

 

Gino Strada: 

“Bisognava pensarci prima.

La guerra? 

Non si deve fare mai”



Intervista a Gino Strada di Wanda Marra

L'opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, "il movimento arcobaleno reagirà"“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia? Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario? Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione? Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni? Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace. Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce. Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

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martedì 28 settembre 2010

Un giorno di guerra vale dieci ospedali: Gino Strada


dice Gino Strada

Una medicina dei diritti perché tutti hanno diritto a essere curati al passo con i progressi della scienza medica





Duecento milioni di euro è il costo di un giorno di guerra in Afghanistan, lo stesso della costruzione, equipaggiamento e funzionamento per i primi tre anni di dieci nuovi ospedali in Africa.
“Si prendessero un giorno libero” dice Gino Strada, il fondatore di Emergency, durante la conferenza su ‘Guerra medicina e diritti umani’ all’incontro nazionale di Firenze.
Dieci centri d’eccellenza che Emergency vorrebbe costruire nel continente africano realizzando il progetto Anme (African Network of Medical Excellence) lanciato con un appello congiunto firmato a Karthoum, in Sudan, da undici Paesi per una “Rete sanitaria d’eccellenza in Africa”.
Il progetto nasce per affermare il semplice diritto di tutti gli esseri umani ad essere curati al passo con i progressi della scienza medica.
“In Africa ci sono le risorse umane, scientifiche ed economiche per realizzare tutto questo” dice Strada “non mancano i cervelli e spesso persone preparate al meglio sono costrette ad operare in condizioni di privazione estrema. Questo progetto vuole favorire lo sviluppo della medicina in quel continente”.
Basta pensare alla mortalità infantile: se ogni anno nel mondo muoiono dieci milioni di bambini nei primi cinque anni di vita, la metà è in Africa.
“Due sono i fattori che hanno ridotto la mortalità infantile in Europa dall’ottocento ad oggi, uno è l’igiene e la formazione delle levatrici, l’altro è lo sviluppo della medicina” continua il fondatore di Emergency, “quello che in Africa è mancato è il secondo fattore”.

Un’altra prospettiva da cui osservare la questione è quella della guerra: dal 1946 ad oggi nel mondo si sono svolti 165 conflitti che hanno provocato 25 milioni di morti. È il periodo a cui generalmente ci si riferisce come “dopoguerra”, ma è facile capire che la guerra non ha mai fine, mette in moto una spirale di cui per la maggior parte sono vittime i civili. “La guerra non è lo strumento con cui risolvere i problemi. L’unico antidoto alla guerra è la costruzione di diritti”, afferma ancora Strada, “la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sancisce la fondamentale uguaglianza in dignità e diritti di ogni essere umano, il concetto che adesso dobbiamo inoculare nella comunità scientifica e nella società civile è quello di una medicina dei diritti”.
Il Manifesto per una medicina basata sui diritti umani, elaborato a Venezia nel 2008 in un incontro promosso da Emergency, prevede che il diritto alle cure mediche è fondamentale e irrinunciabile e che i sistemi sanitari siano basati su tre principi fondamentali: uguaglianza, qualità e responsabilità sociale, il ché tradotto in pratica significa che i bisogni sanitari in tutto il mondo siano trattati con mezzi al passo con i progressi della scienza medica.
Secondo l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma nel 2000 nel mondo sono stati spesi 798 miliardi di dollari per la guerra, nel 2009 la cifra è salita a 1531 miliardi di dollari.
Tradotto in termini un po’ più vicini a noi vuol dire 4,2 miliardi di dollari al giorno, 50mila dollari al secondo.
Ecco perché un solo giorno di guerra, in Afghanistan, vale la costruzione di dieci ospedali in Africa.
Alessandro Micci


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domenica 12 settembre 2010

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