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domenica 30 giugno 2019

Vergogna sul Molo di Lampedusa

Vergogna sul Molo di Lampedusa

Carola Rackete, Capitana della Seawatch.

Laureata in conservazione ambientale alla Edge Hill University nel Lancashire, con una tesi sugli albatros, è stata al timone di una nave rompighiaccio nel Polo Nord per uno dei maggiori istituti oceanografici tedeschi, ufficiale di navigazione per l'Alfred Wegener Institute, presso il quale ha lavorato dal 2011 al 2013.
A 25 anni era secondo ufficiale a bordo della Ocean Diamond,
 a 27 anni stesso ruolo nella Arctic Sunrise di Greenpeace.

Appena trentenne pilotava piccole barche per escursioni nelle terre più a nord del pianeta, le isole Svalbard, nel mare Glaciale Artico. Ha lavorato anche con la flotta della British Antartic Survey.

 Per quanto possa sbalordire, uno dei motivi principali del razzismo verso gli immigrati africani è proprio la minaccia sessuale: è stato così negli Stati Uniti ed è così in Europa. Tutta la retorica razzista di Salvini sugli immigrati furbi invasori perché arrivano con corpi atletici e non sono scheletri affamati, nasconde un evidente complesso di inferiorità. Il «ti devono violentare» viene dalla bocca degli stessi che blaterano di violenza carnale ogni volta che discutono di immigrazione ciarlando con crassa ignoranza di mafia nigeriana, della quale non sanno nulla...


Da dove vengono (e quale scelta ci impongono) 
le minacce sessiste urlate alla capitana Carola dai 
contestatori che l’hanno insultata mentre scendeva a terra

di ROBERTO SAVIANO

GLI INSULTI urlati sulla banchina a Lampedusa a Carola Rackete sono rimbalzati contro il suo volto sereno, non hanno scalfito quella compostezza data dalla consapevolezza di aver messo il proprio 
corpo a disposizione della propria responsabilità, cosa non scontata. Non scontata, in un Paese in cui il ministro dell’Interno, spaventato da un’eventuale condanna, si è sottratto al processo per sequestro di persona nel caso Diciotti facendosi salvare dalla sua maggioranza.

Ma torniamo agli insulti. Sono stati abbastanza prevedibili. Nella parte non censurata di video che è 
stata postata, leghisti e grillini lampedusani urlano contro Carola: «Spero che ti violentino ’sti negri, a quattro a quattro te lo devono infilare». E ancora: «Ti piace il cazzo negro». La dinamica è tipica: da un lato il sesso visto come aberrazione, insulto, porcheria, vizio, e dall’altro il senso di inferiorità che 
qualcuno ha in questo campo verso l’africano.
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Per quanto possa sbalordire, uno dei motivi principali del razzismo verso gli immigrati africani è proprio la minaccia sessuale: è stato così negli Stati Uniti ed è così in Europa. Tutta la retorica razzista di Salvini sugli immigrati furbi invasori perché arrivano con corpi atletici e non sono scheletri affamati, nasconde un evidente complesso di inferiorità. Il «ti devono violentare» viene dalla bocca degli stessi che blaterano di violenza carnale ogni volta che discutono di immigrazione ciarlando con crassa ignoranza di mafia nigeriana, della quale non sanno nulla.

Nel video spunta a un certo punto una voce tenue che dice: «Piccio’, non parlate accussì». È una 
donna, e si sta vergognando. È interessante capire come il leader di questi balordi abbia intenzione di 
commentare l’accaduto e che provvedimenti intenda prendere nei loro confronti. Chissà se questi 
miserabili sono coscienti che i leghisti del Nord usavano gli stessi insulti contro le persone che 
cercavano di difendere i meridionali. La cantilena allora era: «Li difendi perché ti piace scopare con i 
terroni». Che rabbia deve generare in un leghista una donna giovane in grado di fare una scelta così 
forte, in grado di gestire una tale situazione con nervi saldi e con dichiarazioni piene di responsabilità, una donna in grado di vivere la propria vita con autonomia, che non viene definita in quanto fidanzata di, moglie di, amante di. Ecco, una donna così per i leghisti deve essere insopportabile anche solo da immaginare. Ed è naturale che insultare una donna attraverso il sesso sia la cosa più scontata e facile per vomitare la propria frustrazione.

Ma c’è una seconda parte degli insulti che raccontano bene il Paese. A urlare «le manette» e «venduta» è l’Italia forcaiola che conosco benissimo; l’Italia che sputa su Enzo Tortora perché se non puoi essere Enzo Tortora è un bene che lui cada e ti faccia sentire meno mediocre; l’Italia che lancia le monetine su Craxi avendolo temuto e blandito fino a un minuto prima (poco importa in queste dinamiche l’innocenza o la colpevolezza, ma conta il grado di frustrazione e di meschinità); che parteggia a favore o contro Raffaele Sollecito e Amanda Knox; che esulta per ogni arresto, per ogni avviso di garanzia, come se facesse sentire meno tollerabile la propria sofferenza.

Se la giustizia che pretende, tempo, pacatezza e responsabilità è impossibile, allora meglio tifare per le disgrazie altrui, cosa che non mitigherà le proprie ma almeno servirà a sfogarsi. Io sono cresciuto in un Sud Italia in cui, quando veniva arrestato un boss, la gente applaudiva il criminale e insultava i 
carabinieri. Guardate su YouTube il video di Antonino Monteleone che ha ripreso l’arresto del boss 
Giovanni Tegano a Reggio Calabria: c’era una fitta folla fuori dalla questura ad inneggiarlo. Non solo parenti ma anche semplici concittadini grati per la sua strategia contraria agli atti sanguinari. Quando 
venne arrestato Cosimo di Lauro a Secondigliano, centinaia di persone lo applaudirono e difesero. In 
fondo è così, è il prezzo del sopravvivere: piegarsi al potente, temere la sua vendetta, blandirlo, sperare in una sua parola per poter cambiare la propria vita. Al contrario, è facile colpire Carola, non ti succede niente se lo fai, stai sputando addosso a una donna che ha solo il suo corpo e la sua dignità come simbolo e difesa. Non ti toglierà il lavoro, non verrà a minacciarti, 
non c’è nessun favore che potrai chiederle.

Carola non poteva che agire in questo modo: sbarcare a Malta, in Grecia o in Spagna significava 
compiere un atto fuorilegge, perché Lampedusa era molto più vicina e ciò rispondeva all’esigenza di 
mettere in sicurezza l’equipaggio. Se avesse deciso di andare verso altri porti, avrebbe messo in 
pericolo le persone salvate in mare violando la legge del mare. Urlano «venduta», ma Carola ha scelto di impegnarsi mettendo le sue competenze al servizio di un “ambulanza del mare” ed è una donna che prende onestamente il suo stipendio, 
più vicino a un rimborso spese che a un lauto guadagno.

È incredibile che tutto questo venga detto da un partito come la Lega, che non ha mai spiegato perché è andata a trattare con un’impresa di Stato russa per farsi finanziare la campagna elettorale; in un 
Paese dove il ministro dell’Interno finanziava post razzisti su Facebook con 5000 euro (500 quelli in cui annuncia i suoi comizi). In un Paese così, si dà addosso a una persona che salva con il proprio 
impegno dei disperati dall’agonia e si difende, invece, chi non mostra la minima trasparenza e chi ha 
alleanze torbide e partner politici criminali.
Il meccanismo è sempre lo stesso: se sei un bandito non puoi convincere gli altri che tu non lo sia, puoi però cercare di far credere che tutti gli altri siano peggio di te. Ecco il gioco sporco di Matteo Salvini e dei leghisti con Carola. Ascoltate quegli insulti perché lì c’è tutto il cuore marcio del nostro Paese. Bisogna capire da che parte stare. Con chi volete stare? Con chi chiede manette per chi ha salvato vite? Con chi augura a una donna una violenza carnale? Da che parte volete stare? Con questi 
insultatori o con chi considera la libertà 
e la solidarietà l’unica dimensione in cui vale la pena di vivere?



Vergogna sul Molo di Lampedusa

Angela Maraventano ha fatto parlare di sé anche perché si è portata i sostenitori della Lega a 
Lampedusa al porto dove è sbarcata la Sea Watch 3. L’ex senatrice del Carroccio ha urlato davanti alla nave chiedendo legalità in una terra che, a detta sua, non ne ha per colpa dei migranti. Eppure nelle ultime ore è stata tirata in ballo la sua condanna nel 2012 
per non aver versato quanto dovuto all’Inps. 

Si trattava dei contributi di un dipendente che lavorava nel suo ristorante, nello specifico di 4.200 euro, come riportato da Giornalettismo. Ma allora la legalità funziona a giorni alterni? Questa notte comunque si è messa in mostra urlando la sua ribellione contro i migranti e la Sea Watch: «Non fate scendere nessuno perché stasera ci scappa il morto», la minaccia davanti alle telecamere. «L’Italia è stata invasa da questi», ha continuato a urlare. Ma la “pasionaria” leghista salì agli onori della cronaca per la proposta di annettere Lampedusa alla provincia di Bergamo, un’idea riproposta in più occasione e che è stata sempre ignorata anche dal Carroccio stesso.

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venerdì 27 novembre 2015

La Guerra è una Vergogna che va Bandita dalla Storia Umana


Gino Strada: la guerra è una vergogna 
che va bandita dalla storia umana

Gino Strada parteciperà il 30 novembre a Stoccolma alla cerimonia di consegna del Rightlivelihood 
Award, un premio attribuito ogni anno a personalità impegnate nella difesa dei diritti umani, della pace, del disarmo e dell’ambiente. Guerra, nonviolenza e diritto alle cure sono alcuni degli argomenti di chi abbiamo parlato in questa intervista.

Cominciamo dall’attualità: i bombardamenti francesi dopo gli attentati di Parigi e l’aereo russo abbattuto dai turchi alimentano la spirale di violenza che ci ha portati alla drammatica situazione attuale. Cosa si può fare a suo parere per cambiare direzione 
e sostituire il dialogo all’aggressione armata?

La scelta della guerra è stata fatta quasi quindici anni fa, nel 2001, dopo un atto terroristico che ha 
scosso l’opinione pubblica non solo per le migliaia di persone uccise, ma anche per il clamore mediatico che lo ha accompagnato. E’ cominciata allora la “guerra al terrore” annunciata da Bush per una durata di almeno cinquant’anni. In quattordici di questi cinquant’anni abbiamo visto dispiegarsi la guerra in tante forme e luoghi diversi, dai bombardamenti, ai droni, agli attacchi terroristici.

Prendiamo l’esempio dell’Afghanistan: si sono spese cifre incredibili – certi dati parlano di 5 miliardi di dollari al mese da parte dei soli Stati Uniti – i morti, i feriti e i mutilati sono migliaia, i poveri milioni e cosa si è ottenuto? I talebani che controllavano il 60% del territorio ora ne controllano l’80% e il paese è molto più distrutto di prima. Se quei soldi fossero stati spesi in un altro modo l’Afghanistan sarebbe un paese modello per la sanità, l’istruzione e la qualità della vita. La scelta della guerra causa solo distruzione; oltre a essere eticamente aberrante, è anche stupida. E’ illusorio pensare che possa risolvere i problemi. E’ una mostruosità, una vergogna che va bandita dalla storia umana, come la schiavitù. Ce lo ripetono da secoli i più grandi pensatori e scienziati, da Erasmo da Rotterdam a Einstein. Sarà forse un processo lungo, ma è l’unica alternativa per dare un futuro alla specie umana. Questa consapevolezza deve penetrare nella coscienza dei cittadini, perché facciano pressione sui governi, sui ricchi e sui potenti per cui la pace non è un valore.

Le guerre le hanno sempre dichiarate i ricchi e i potenti, che hanno usato scuse e bugie per farle 
accettare dalle popolazioni, ma a morire sono sempre stati i figli dei poveri.
Il 2 ottobre, anniversario della nascita di Ghandi, è stato dichiarato dall’ONU Giornata Internazionale della Nonviolenza. Considera la nonviolenza parte di quella “cultura diversa, basata sull’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani”, di cui ha parlato nella dichiarazione diffusa dopo aver ricevuto il 
Rightlivelihood Award 2015?

Io direi che è un elemento, un valore decisivo. Rapporti umani basati sulla nonviolenza, la tolleranza e il rispetto reciproco sono fondamentali per uscire da questa spirale di violenza
 e per sradicare l’idea della guerra.

Lei afferma che “essere curati è un diritto umano fondamentale”, eppure non solo nelle zone di guerra, ma anche in Occidente, una sanità pubblica, gratuita e di buon livello 
per tutti sembra ormai un’utopia. 

Cosa si può fare per invertire questa sciagurata tendenza?

Non lo affermo io, ma la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata da moltissimi stati, che poi però se la dimenticano: anche su questo tema si fanno molte chiacchere, ma poche azioni. Le cure mediche sono un diritto basilare, legato alla possibilità di stare o no al mondo; senza di esse ogni altro diritto perde significato.

Il problema è che la sanità è stata invasa, come tanti altri campi, dalla logica del profitto. I politici che hanno favorito l’ingresso del profitto in questo settore sono dei criminali e hanno prodotto disastri 
incalcolabili, sofferenze e morti.

La medicina non può diventare profitto e speculazione; escludere le persone dalle cure in base ai soldi che hanno (o non hanno) è una follia, ma anche un boomerang dal punto di vista scientifico, perché così la medicina non può avanzare. In Italia si parla di 11 milioni di persone che non hanno accesso a cure mediche adeguate. Nel nostro piccolo, noi forniamo in tutti i contesti cure di buon livello, gratuite e senza alcuna discriminazione. Stiamo aprendo molti ambulatori anche in Italia e spesso lavorare qui è più difficile che in Afghanistan! A volte ci vogliono mesi e anni per avere “la firma sulla pratica” e magari per gli interessi di chi approfitta della situazione questa firma non arriva mai. Le nostre attività in Italia sono in continuo aumento per via dei bisogni non risolti da un sistema in cui, lo ripeto, è entrata la logica del profitto.

Nei vostri ospedali avete curato persone molto diverse tra loro per provenienza, età, cultura, ecc. Al di là delle differenze, qual è per lei l’essenza di ogni essere umano?

Per me l’elemento comune è espresso dall’articolo 1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Questa è la base del vivere sociale. E’ una convinzione semplice, quasi banale, purtroppo non condivisa da molti di quelli che prendono le decisioni e hanno potere.

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sabato 8 giugno 2013

Afghanistan : Questa guerra è una vergogna



DI BATTISTA COMMENTA LA MORTE DEL SOLDATO ITALIANO

 "Questa guerra è una vergogna così come è vergognoso il pianto ipocrita di un'intera classe dirigente"

Su Facebook il messaggio del deputato 5 Stelle Alessandro Di Battista che commenta così la vicenda del soldato italiano ucciso in Afghanistan.

Nessuno intende strumentalizzare l'ennesima tragedia in Afghanistan. Un abbraccio alla famiglia del capitano La Rosa (e una preghiera per chi ci crede) ma noi del 5 stelle da quando siamo entrati in Parlamento ci stiamo occupando di Afghanistan, di una sporca guerra ormai persa che spinge bimbi di 11 anni a diventare assassini e causa morti tra italiani e civili e ci fa buttare soldi che potremmo utilizzare per sostenere le nostre piccole e medie imprese.

Questa guerra (come tutte del resto) e' una vergogna cosi' come e' vergognoso il pianto ipocrita di un'intera classe dirigente coinvolta nel conflitto piu' lungo del 900'. Vergognatevi e dimettetevi! Siete coinvolti, chi ha avallato e' responsabile. Facciamo tornare immediatamente i nostri soldati dall'Afghanistan, facciamolo per la pace, per il rispetto della costituzione e per iniziare ad occuparci da subito ad una exit strategy che consenta, finalmente, con la diplomazia e non con i droni di costruire la convivenza pacifica. Vogliamo la pace!!!!!Il 5 stelle vuole la Pace. Pace per tutti a cominciare dall'anima di giuseppe e di quel bambino costretto a scegliere l'orribile strada della violenza. Ora basta, basta, basta. Ministro Bonino batti un colpo e scegli la strada giusta, quella della vita, non quella degli interessi economici.

leggi anche : LIBRI: Afghanistan, missione oppio

Afghanistan, missione oppio



I segreti della guerra afghana

Mercoledì 12 giugno a Roma presentazione del libro "Afghanistan, missione oppio", di Giorgia Pietropaoli. Presente anche l'ex alto funzionario in Afghanistan, Maniccia.


 - La produzione di oppio dell'Afghanistan è in aumento per il terzo anno consecutivo e sta raggiungendo un nuovo record. È quanto rivelato dal rapporto sui rischi legati alla produzione di oppio in Afghanistan rilasciato dall'ufficio delle Nazioni Unite contro droga e crimine (Unodc). I funzionari internazionali che operano in Afghanistan temono che dopo il 2014, quando le truppe della coalizione internazionale presenti nel Paese si ritireranno, il narcotraffico si espanda fino a trasformare l'Afghanistan in un narcostato, ovvero un Paese dove la percentuale maggiore del Pil deriva dal commercio di droga e dove lo Stato è inefficiente o compiacente verso il narcotraffico. Secondo le Nazioni Unite, nel 2011, i guadagni della vendita degli oppiacei afgani equivalevano a circa il 16% del Pil dell'Afghanistan, ma nel 2004 questa cifra è arrivata al 60%.
La produzione e il traffico di droga in Afghanistan sono aumentati da quando la guerra e iniziata, nel 2000. 

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LIBRI: Afghanistan, missione oppio: I segreti della guerra afghana Mercoledì 12 giugno a Roma presentazione del libro "Afghanistan, missione oppio", di Giorgia ...

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mercoledì 12 settembre 2012

11 settembre 2001 : Ricordiamo le cose giuste?



Ricordiamo le cose giuste? 
11 settembre 2001: 2996 morti delle torri gemelle, 5.000 civili morti nel solo primo anno di guerra in Afghanistan dichiarata dall’America in seguito alla caduta delle torri gemelle.





Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

L'11 settembre che nessuno ricorda....L'11 Settembre 1973 cadeva sotto le bombe contro il palazzo de La Moneda, il presidente eletto dal popolo Cileno Salvador Allende, e con lui la 
"via cilena al socialismo". L'11 Settembre, le forze armate cilene guidate dal Generale Augusto Pinochet rovesciarono con l'aiuto americano il governo democraticamente eletto. 

 Poivennero le torture, le esecuzioni, il terrore.
Durante la dittatura militare venne attuata una forte repressione dell'opposizione, ritenuta un vero sterminio di massa, con l'uccisione di circa 3.000 oppositori politici - 2279 è la cifra ufficiale - su 130.000 arrestati in maniera arbitraria, e sistematiche violazioni dei diritti umani, anche se c'è chi sostiene che i morti furono invece 40.000, comprese le sparizioni forzate.
Il conto dei morti è sempre una cosa di cattivo gusto, come mettere in antagonismo due eventi cosi, come se il ricordo del '73 fosse di sinistra ed il 2001 di destra. Il problema è che spesso non si ricorda cosa avvenne in Cile e delle responsabilità dei governi occidentali in quel colpo di stato; per non scordare la visita di Giovanni Paolo II che si affacciò alla finestra con il criminale Pinochet.

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“Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non
dimenticare” (Sciascia)

11 SETTEBRE, l'ultima vergogna,di Bush e Cheney



11 SETTEBRE: l'ultima vergogna


E’ stata l’ultima legge approvata dal parlamento americano nel 2010, e per un soffio ha rischiato di non farcela. Si tratta di un finanziamento di circa 4 milioni di dollari destinato ai soccorritori dell’11 settembre...

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martedì 15 novembre 2011

ITALIA, LA BASE DELLA VERGOGNA



 ITALIA, LA BASE DELLA VERGOGNA

A Decimomannu, in Sardegna, piloti israeliani mettono a repentaglio la loro vita e quella dei residenti. Così come ogni aereo che solca i cieli sardi per le esercitazioni di tiro

Nel corso dell'operazione di addestramento chiamata 'Vega', un pilota israeliano compie una manovra altamente pericolosa. Dopo il decollo dalla base sarda, secondo quanto riporta il blog di Davide Cenciotti, che ha ripreso la notizia dal sito JewPI.com, un F16 del 106° squadrone della IAF (Israeli Air Force) esegue una rotazione di 360 gradi (un 'tonneau', nel gergo dell'aviazione acrobatica). L'evoluzione è stata compiuta "senza motivo né vantaggio": con queste parole un tribunale militare israeliano ha condannato il pilota a sette giorni di carcere e un anno di sospensione dal volo. "La rotazione del velivolo - scrive Cenciotti nel suo blog - lungo il suo asse longitudinale è una manovra acrobatica che deve essere compiuta all'interno di aree specifiche e ad altitudini di sicurezza". Il sito JewPI riporta che l'aereo ha anche oltrepassato il muro del suono, causando un 'bang sonico' non autorizzato e al di sotto delle altitudini consentite. Della manovra altamente pericolosa, del 'bang sonico', dell'arresto e della sospensione del pilota nessun organo di stampa italiano ha mai parlato.

La pratica degli F16 israeliani del 'sonic boom' a basse altezze è diventata frequente nella Striscia di Gaza dopo la rimozione degli insediamenti ebraici nel 2005. Da allora, i piloti si esercitano sulla popolazione civile palestinese, producendo boati assordanti paragonabili a quelli di una bomba o di un terremoto. A volte, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian (http://www.guardian.co.uk/worl

d/2005/nov/03/israel), lo spostamento d'aria è talmente forte da far sanguinare il naso. A Decimomannu si addestrano tali piloti. Non è escluso che alcuni di loro abbiano bombardato la Striscia durante 'Piombo Fuso', provocando la morte di oltre mille civili.

La base di Decimomannu dista pochi chilometri dall'abitato. Una decina di giorni fa si è conclusa l'edizione 2011 dell'operazione Vega, che ha visto centinaia di apparecchi da guerra europei - decine gli israeliani - e mezzo migliaio di militari prendere parte a esercitazioni di electronic warfare. L'operazione Vega rientra nella cooperazione militare Italia-Israele, stabilita dalla Legge 17 maggio 2005, e nel "Programma di cooperazione individuale" con Israele, ratificato dalla Nato il 2 dicembre 2008, circa tre settimane prima dell'attacco israeliano a Gaza. Esso comprende una vasta gamma di settori in cui "Nato e Israele cooperano pienamente": aumento delle esercitazioni militari congiunte; connessione di Israele al sistema elettronico Nato; cooperazione nel settore degli armamenti; allargamento della "cooperazione contro la proliferazione nucleare". "Ignorando che Israele - scrivono il Manifesto nell'edizione sarda il 22 novembre 2010 e il Manifesto nell'edizione nazionale il 4 novembre 2011 - unica potenza nucleare della regione, rifiuta di firmare il Trattato di non-proliferazione ed ha respinto la proposta Onu di una conferenza per la denuclearizzazione del Medio Oriente". La base è infatti fornita dei più sofisticati apparecchi e dei sistemi per l'addestramento al tiro. E' inoltre l'aeroporto con il più alto numero di decolli e atterraggi presente in Europa, con una media di circa 60mila movimenti annui, pari a circa 450 movimenti giornalieri.

Il sito non ufficiale di Decimomannu (http://www.awtideci.com/) riporta: "In pochi minuti di volo sono raggiungibili diverse aree adibite a poligoni aria-aria, aria-terra e bassa navigazione". Tra queste, la tristemente nota Quirra e Capo Frasca, ultima propaggine dell'area naturalistica del Sinis. Le aree coprono buona parte della Sardegna meridionale. Non è noto sapere quali armamenti siano stati usati per la dotazione degli F-15 ed F-16 israeliani impegnati nelle esercitazioni (così come di nessuno degli aerei di tutte le forze Nato che periodicamente si esercitano sui cieli sardi). Mentre l'Aeronautica diffonde la versione di una guerra esclusivamente ‘elettronica', sempre il sito non ufficiale riferisce che, nella zona di Capo Frasca, "operazioni principali sono il bombardamento al suolo e l'uso di cannoni o mitragliatrici di bordo. Il poligono offre una serie di bersagli adatti allo scopo. Apposite torri di controllo gestiscono il traffico aereo impegnato nelle sessioni di addestramento". In particolare, per Capo Frasca, designato con la sigla R59 nella mappa radar, "le operazioni sono bombardamento al suolo e uso di mitragliatrici di bordo. Il poligono offre una serie di bersagli utili allo scopo". In definitiva, gli aerei, Nato e non, decollano da Decimomannu, sorvolano aree civili, spesso con manovre 'altamente pericolose e scaricano il loro potenziale distruttivo in aree paesaggisticamente intatte, contaminando l'ecosistema, la biodiversità e - come si è visto per Quirra, e da poco anche per Capo Frasca - anche gli esseri umani. In quest'ultimo poligono sono stati testati i missili teleguidati AIM dell'Eurofighter prima dell'entrata in servizio. Come per il poligono di Quirra, anche qui cominciano a emergere storie di malattie oncologiche, ematiche o linfatiche, come ben esemplifica la vicenda del maresciallo Madeddu, riportata dal quotidiano 'Unione Sarda' il 30 maggio 2011.

Decimomannu ha un lungo bollettino di incidenti aerei. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale 64 aerei hanno subito danni, sono precipitati al suolo o in mare, in località che abbracciano tutta la Sardegna meridionale: Capo Frasca, stagno di Cabras, Capo Carbonara, Orroli, Capo Ferrato, Alghero, Arborea. Ventitré piloti sono morti, e numerosi aerei o pezzi di aereo sono andati perduti. L'aeroporto è stato e continuerà ad essere un pericolo per gli abitanti della Sardegna. A dispetto del motto che campeggia beffardo sul sito ufficiale della base: Decimomannu, dove gli aviatori del mondo libero si addestrano per mantenere la pace.



Peace reporter


Questa è una cosa da denunciare assolutamente perchè non è descritta da NESSUN ORGANO DI INFORMAZIONE,e cioè le PERICOLOSE ESERCITAZIONI MILITARI DEGLI F16 ISRAELIANI NELLA BASE DI DECIMOMANNU IN SARDEGNA,GLI STESSI CHE BOMBARDANO GAZA,CHE VERGOGNA!!!!!!!!!!!

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lunedì 3 gennaio 2011

11 SETTEBRE, l'ultima vergogna,di Bush e Cheney



11 SETTEBRE: l'ultima vergogna


E’ stata l’ultima legge approvata dal parlamento americano nel 2010, e per un soffio ha rischiato di non farcela. Si tratta di un finanziamento di circa 4 milioni di dollari destinato ai soccorritori dell’11 settembre - i cosiddetti “first responders” - che hanno contratto malattie polmonari dopo aver respirato per lunghi giorni la polvere tossica delle macerie delle Torri Gemelle.

O almeno a coloro che sono ancora vivi, perchè nel frattempo molti di loro sono già morti per quelle malattie.

La vergogna per il ritardo con cui è stato finalmente stanziato il fondo sanitario va ad aggiungersi alla vergogna con cui il governo di Bush e Cheney ha sistematicamente ignorato la tragedia di queste persone per sette lunghi anni. Mentre la Halliburton rubava letteralmente milioni di dollari al giorno, ...



... grazie agli appalti “in famiglia” scaturiti dalla guerra in Iraq, i soccorritori del 9/11 perdevano lentamentre la salute, il lavoro, e spesso anche la vita, nel silenzio più agghiacciante. La testimonianza video che abbiamo pubblicato, che risale al 2006, è solo una delle tante che sono passate sotto il più assoluto silenzio mediatico in tutti questi anni.

E ora che l’amministrazione Obama ha voluto rimediare in qualche modo a questa situazione vergognosa, ha comunqure incontrato un ostracismo prolungato, da parte dei repubblicani, che ha quasi fatto fallire la votazione conclusiva. Per un anno intero i repubblicani hanno inventato una scusa dietro l’altra, pur di non arrivare a votare questa legge. Sostenevano che il programma sanitario per i soccorritori “avrebbe messo a rischio le finanze della nazione”, e che “c’erano già troppe spese in corso”. E fino al 20 dicembre scorso c’era ancora un senatore repubblicano che teneva bloccata la legge, sotto minaccia di ostruzionismo individuale, sperando di far scadere il tempo utile per la sua approvazione.

Solo quando i media “si sono accorti” della situazione incresciosa, ed hanno denunciato il fatto su tutti i telegiornali, i repubblicani si sono finalmente rassegnati a far passare quella legge.

Ogni altro commento a questo punto diventa superfluo.



di Massimo Mazzucco


Fonte: luogocomune.net
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venerdì 9 ottobre 2009

La guerra lampo di Silvio B.

La guerra lampo di Silvio B.

Giuliano Santoro


«Viva Berlusconi, viva l’Italia». Un giorno si ricorderanno queste parole pronunciate da Silvio Berlusconi sul portone di palazzo Grazioli. E si ricorderà questa data: il 7 ottobre del 2009. Questo giorno verrà ricordato sicuramente per via del salto di qualità del populismo di Silvio Berlusconi, che segna un passaggio-chiave nel quindicennio segnato dalla discesa in campo del serial-leader. Sono passate poche ore dalla sentenza della Corte costituzionale che boccia il lodo Alfano senza appello sia nella forma [è necessaria una legge costituzionale per sancire l’immunità del premier, dei presidenti dei due rami del parlamento, del presidente della repubblica e di quello della corte suprema] che nel merito [l’articolo 3 della legge fondamentale stabilisce che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge] ma stavolta non siamo di fronte a un qualche dietrofront. Sembra sempre più evidente il passaggio di scala del disegno berlusconiano.
Fino a oggi quando parlavamo di populismo ci riferivamo a una tendenza strisciante della strategia di B.: di fronte alla disgregazione delle classi sociali e delle forme produttive e ridistributive del Novecento, sulle macerie dei partiti della prima repubblica il premier costruiva con la forza delle televisioni un «popolo» e se ne faceva al tempo stesso interprete e trascinatore.
Adesso, il populismo di cui è protagonista l’uomo di Arcore eccede definitivamente la sfera – diciamo così – meramente sociologica della Videocrazia e fa irruzione una volte per tutte e con violenza nella claudicante forma-Stato, irrompe nei meccanismi istituzionali, si getta a peso morto nell’equilibrio delicato della divisione dei poteri. Quel gioco di allusioni, attacchi smentiti, avanzamenti improvvisi e ritirate tattiche che fino ad oggi aveva segnato la meticolosa strategia berlusconiana ieri sera è stato interrotto da una specie di guerra-lampo contro i giudici, la corte costituzionale e il presidente della repubblica dichiarata in diretta televisiva al salotto di Bruno Vespa. Berlusconi dice chiaramente e senza mezzi termini che siccome ha vinto le elezioni, e il «popolo» è con lui, può comandare sondaggi e telecamere alla mano, senza rispettare i vincoli costituzionali.
Mai come in questo anno e mezzo di governo il potere legislativo è stato mortificato e cancellato a colpi di fiducia. Dopo aver trasformato il parlamento in un votificio delle proposte di legge dell’esecutivo, Berluskane passa all’attacco del potere giudiziario. «Ci sono due processi farsa, risibili, assurdi, che illustrerò agli italiani, anche andando in tv. Mi difenderò più spesso nelle aule dei tribunali, facendo esporre al ridicolo gli accusatori, mostrando a tutti gli italiani di che pasta sono fatti loro e di che pasta sono fatto io», ha detto ancora oggi il leader Pdl, che ha poi ribadito lo slogan di ieri: «Per fortuna che Silvio c’è, altrimenti il Paese sarebbe nelle mani della sinistra». Oggi, tanto per svelenire il clima, è atteso il programma di Michele Santoro, «Anno Zero» che si occuperà di mafia con il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino in studio. Faceva una certa impressione, questa mattina, sentire un consumato commentatore come il direttore di Radio Radicale Massimo Bordin, conduttore del rassegna stampa di culto della mattina e avido consumatore di tabacco, politica e sarcasmo, paragonare la foto di Silvio e dei suoi che avanzavano verso i giornalisti, alla scena di un film di Martin Scorsese [indovinate quale?]. «Meno male che almeno hanno la caravatta a righe», ha chiosato il giornalista.
Ha tutto da guadagnare, Umberto Bossi che conduce la solita partita al rialzo che ha segnato tutta la vicenda politica della Lega: da un lato mostra il petto e promette che mobiliterà «il popolo», dall’altro incontra Gianfranco Fini e concorda di evitare il ricorso alle urne in quello che si trasformerebbe in un pericolosissimo plebiscito sul presidente del consiglio. Il doppio gioco di Bossi non è solo dettato dalla formula «di lotta e di governo». È il destino del suo partito, oltre che la vera contraddizione che prima o poi lo farà a pezzi, quello di dipendere contemporaneamente dal militante in pelliccia da unno di Pontida e dalle casse e dal potere centrale di Roma Ladrona. Il presidente della Camera Gianfranco Fini cerca di salvare il salvabile: «L’incontestabile diritto politico di Berlusconi di governare conferitogli dagli elettori non può far venir meno il suo preciso dovere costituzionale di rispettare la Corte costituzionale e il Capo dello Stato».
La giustizia, che si tratti di quella costituzionale o quella penale, al centro dello scontro politico risveglia i bassi istinti della destra [il condirettore del giornale Alessandro Sallustri ieri ha sentito il bisogno di sottolineare che «Napolitano è stato complice dei crimini del comunismo»] ma risveglia l’opposizione giustialista: Antonio Di Pietro è ormai la macchietta di se stesso quando chiede le dimissioni del governo, mentre il Fatto quotidiano di Antonio Padellaro e Marco Travaglio ostenta un paio di manette inquietanti in prima pagina e propone una ricostruzione della giornata di ieri che pare un monologo satirico ma che non sta in piedi, agenzie alla mano: Travaglio ipotizza che a convincere gli indecisi della Corte costituzionale siano state le sparate di Bossi sulla Padania «pronta alla guerra». Ma quelle dichiarazioni sono arrivate dopo le 13, quando la notizia della bocciatura del lodo Alfano era già trapelata e Berlusconi aveva già convocato i suoi per decidere, contravvenendo ai consigli di Fini, il Blitzkrieg istituzionale.
Se siamo arrivati fino a questo punto significa che il problema è molto più grande di Berlusconi. Il passaggio dalla guerra di trincea e logoramento a quella di aggressione e movimento impone la presa d’atto della crisi radicale della rappresentanza: difendere le garanzie e l’equilibrio dei poteri della Costituzione formali non dovrebbe impedire di capire come rimediare al deperimento della politica rappresentato dal manifestarsi di una costituzione materiale del paese che istituisce legislazioni speciali per i migranti, cancella i diritti di milioni di precari nonostante «la Repubblica fondata sul lavoro». L’escalation, insomma, impone un punto di vista dal quale l’anomalia berlusconiana è indice di una crisi sociale e che la situazione dell’Italia presenta qualche analogia con la crisi economica e sociale che si respira in tutto l’Occidente. Purtroppo, o forse per fortuna, non basteranno né una sentenza della magistratura né un sondaggio del premier per ristabilire una qualche forma di sovranità.

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