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domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco: Sui social legioni di Imbecilli



Umberto Eco 
 Internet, Social Media e Giornalismo

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Umberto Eco: “Sui social legioni di imbecilli. Ecco perché saranno una fregatura”

Ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione all’Università di Torino, Umberto Eco, scomparso il 20 febbraio 2016 all’età di 84 anni, criticava ferocemente il Web e in particolare i social network (“diritto di parola a legioni di imbecilli”). Poi, sempre rispondendo alle domande di alcuni giornalisti, Umberto Eco difendeva la carta stampata citando Hegel: “La lettura del giornale è la preghiera quotidiana dell’uomo moderno. Si tornerà all’informazione cartacea”


Umberto Eco ed il web: viaggio tra legioni di imbecilli?

Umberto Eco ha fatto una dichiarazione che ha infiammato il popolo del web, e ne stanno tutt´ora parlando. A proposito di internet e l´uso che si fa del web,  in particolare sui social network ha testualmente dichiarato: "Hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli, i quali prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso e quindi non danneggiavano la società", ha affermato il semiologo poco dopo aver ricevuto la laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” perché «ha arricchito la cultura italiana e internazionale nei campi della filosofia, dell’analisi della società contemporanea e della letteratura, ha rinnovato profondamente lo studio della comunicazione e della semiotica». È lo stesso ateneo in cui nel 1954 si era laureato in Filosofia: «la seconda volta nella stessa università, pare sia legittimo, anche se avrei preferito una laurea in fisica nucleare o in matematica», scherza Eco. 

Le frasi di Eco in proposito del web erano riferite alla sempre maggiore circolazione di bufale in rete, ed inevitabilmente hanno avuto ampio risalto, soprattutto sugli stessi social network dei quali parla il professore. Gli utenti hanno infatti iniziato a chiedersi: ha ragione o no?

La risposta non è certamente semplice, e questo perché Eco ha sia ragione che torto nello stesso momento. Bufale e teorie del complotto sono sempre esistite, internet gli ha dato soltanto un mezzo per diffondersi più velocemente e capillarmente. E la storia ci insegna che anche gli imbecilli sono sempre esistiti: i social network gli hanno semplicemente garantito un palcoscenico sul quale scrivere assurdità che prima, sui media, al massimo trovavano spazio nella posta dei lettori.

Il punto focale del discorso è un altro, ed è stato messo in luce dallo stesso Eco, anche se il risalto è stato dato quasi esclusivamente alle frasi riguardanti i social network: l´eventuale volontà di "togliere voce" agli imbecilli (che comunque hanno anche loro diritto di parola) non può che scontrarsi con la difficoltà, quando non l´impossibilità, di distinguere quali fonti siano affidabili e quali no. Perché se da una parte esistono conclamati siti dediti all´invenzione di sana pianta delle loro "notizie", anche i grandi nomi dell´informazione non sono certo esenti da topiche clamorose.

Molto, troppo spesso la necessità di dare una notizia prima degli altri (o, e questo è molto più triste, il bisogno di pubblicare un tot di articoli al giorno) porta ad uno scarso controllo delle fonti anche per chi del fornire informazioni ha fatto una professione. E confrontare le varie campane nel tentativo di capire dove stia la verità, come suggerisce Eco, non è semplice, sia per limiti di tempo che per il fatto che molto spesso anche gli organi di informazione tendono a rincorrersi, a volte "copiando" il compito del vicino di banco.

Ci sarebbe in questo caso bisogno di una "educazione ad internet", che potrebbe e dovrebbe partire dalle scuole dove, come spiega Eco, si dovrebbe "insegnare a filtrare le informazioni di internet, cosa che neppure i professori di solito sanno fare, perché anche loro sono dei neofiti rispetto allo strumento". 

«La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità», osserva Eco che invita i giornali «a filtrare con un’equipe di specialisti le informazioni di internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno». «I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all’analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno». 

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giovedì 27 settembre 2012

Vicenda Sallusti giusta condanna

quello di cui parliamo non e' la libertà di stampa



questo signore e' un diffamatore un provocatore verso qualunque entita' progressiva e progressista, contro la sinistra in generale...strumento di reprssione............quello di cui parliamo non e' la libertà di stampa...quello di cui parliamo e' di uno che usa la stampa ( ben protetto e foraggiato) come una clava e che ogni volta dice il falso...un po' di galera non fa' male...conoscera' i luoghi dove la gente come lui manda gli ultimi; e non ne facciamo un santo.


In questi giorni si dibatte molto della vicenda di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. Vediamo di riassumerla: nel 2007 una ragazzina di 13 anni scopre di essere incinta e decide di abortire. Ne parla alla madre, che è d'accordo con lei; ma non al padre, nel timore di una sua reazione. Seguendo la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, non potendo avere l'ok del padre, si rivolgono al giudice per avere l'ok all'interruzione di gravidanza. Avuta, la ragazza abortisce. Tuttavia, il trauma psicologico legato all'aborto stesso è pesante per la ragazza che comincia ad avere problemi a scuola e per questo ne parla La Stampa. Il giorno dopo, su Libero, compare un articolo, a firma Dreyfus, nel quale c'è scritta una ricostruzione molto lontana dal vero, nel quale si dà la colpa ad entrambi i genitori della ragazza (il padre in realtà seppe tutto a cose avvenute), al giudice che - secondo l'articolo - aveva costretto la ragazza ad abortire e al ginecologo che si era prestato.

 E si concludeva invocando per tutti loro la pena di morte. 
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SI INVOCA LA LIBERTA' DI STAMPARE QUESTO ??? 
SECONDO ME GIUSTA LA CONDANNA -

 Il giudice Giuseppe Cocilovo si sentì diffamato e presentò querela. SI appurò che a scrivere l'articolo era stato Andrea Monticone e venne rinviato a giudizio, insieme a Sallusti, responsabile in quanto allora direttore del quotidiano. Al termine del primo grado Sallusti venne condannato a una multa di 5000 euro, Monticone di 4000. Ma la Procura e il magistrato fecero ricorso in appello. Al termine del processo di secondo grado, Sallusti venne condannato a 14 mesi di reclusione e Monticone a 12. E qui attenzione a due particolari su cui nessuno si sofferma. Innanzitutto Sallusti dice che la condanna è stata causata dal fatto che l'avvocato che gli era stato messo a disposizione dalla proprietà di Libero non si è presentato. Ma lui dove era? Se l'avvocato era così poco affidabile, perchè non ci è andato di persona? Come imputato è suo diritto. Quindi è inutile prendersela con altri. Inoltre, per essere avvocati in Corte d'Appello servono alcuni anni di esperienza. Quindi l'avvocato d'ufficio di certo non era uno sprovveduto. E, salvo prova contraria, si deve presumere che abbia fatto del proprio meglio.
Il secondo particolare è il differente trattamento avuto dai due giornalisti. A Monticone è stata riconosciuta la sospensione condizionale della pena (cioè la pena non viene scontata, se nei 5 anni successivi alla sentenza non commetti altri reati. Altrimenti sconti questo e quello), a Sallusti no. Perchè? Semplice, perchè Sallusti ha numerose altre condanne definitive per diffamazione e numerose denunce. La sospensione condizionale è una sorta di incoraggiamento: il giudice che dice all'imputato "Questa volta hai sbagliato, ma se non lo fai più, non ci sono conseguenze definitive". Per lo stesso motivo sul certificato penale di Monticone, se qualcuno dovesse richiederlo, questa sentenza non appare (tecnicamente viene definita "non menzione"). Ma questo non si può fare per Sallusti. E attenzione: oggi il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ha detto che i giudici di secondo grado hanno fatto benissimo a fare così, perchè Alessandro Sallusti non si merita la sospensione condizionale della pena.
Resta il problema: perchè si è passati dalla multa alla pena detentiva? Il terzo comma dell'articolo 595 del Codice Penale recita: "Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516". Qualcuno che finora è stato attento potrebbe dire: "Ma come mai, se la multa è fino a 500 euro, Sallusti è stato condannato a pagarne 5000?". Il motivo è semplice. Esiste una legge che prevede che quando la pena è inferiore ai 6 mesi, si può chiedere di sostituirla con una multa, al ritmo di 250 euro al giorno. Evidentemente in primo grado Sallusti era stato condannato non ad una multa, ma a 20 giorni di reclusione, converiti in una multa. Evidentemente i giudici di secondo grado hanno ritenuto - come è loro diritto - che la pena fosse troppo lieve e l'hanno aumentata. Non capisco: va bene solo quando lo fanno con gli extracomunitari?
Questi sono i fatti. La cosa strana è che si è sollevato un coro unanime a favore di Sallusti. Per lo più con argomenti che nulla c'entrano copn i fatti. Tutti gli esponenti dei partiti politici e praticamente tutti i giornalisti che contano hanno scritto a favore di Sallusti. E fin qui ci può stare.
Quello su cui non ci si può stare sono gli argomenti utilizzati. Il principale è la libertà di stampa, che sarebbe minacciata da questa sentenza. Dichiarazione ridicola, se ricordiamo che nel mondo siamo oltre l'80esimo posto come libertà di stampa e che la metà dei Paesi africani sono davanti a noi in questa classifica. Anche perchè nulla impedisce a Sallusti ove venisse recluso (e non sarà così) di scrivere lo stesso. Non potrebbe coordinare il Giornale, ma scrivere articoli sì. Quindi in base a cosa è limitata la libertà di stampa?
 In realtà non vedo alcuna limitazione alla libertà di stampa. Io, come giornalista non mi sento limitato. Basta evitare di diffamare. E' così difficile? Per prendere i grossi nomi, abbiamo un Marco Travaglio che non è mai stato condannato per diffamazione. Se vogliamo puntualizzare ha un processo in cui è stato prescritto, ma la sentenza di secondo grado prevedeva solo una condanna a 1000 euro (anche qui probabilmente una pena a 3-4 giorni convertita in multa). E ci sono tanti altri giornalisti famosi che hanno la fedina penale pulita. Poi, per carità, l'imprevisto può sempre capitare (soprattutto quando si usa il trucco del processo civile), ma allora pazienza. E' chiaro che però se ad uno capita molto spesso, vuol dire che se le va a cercare.
In realtà, il vero gioco si chiama strumentalizzazione. Il Giornale ha iniziato, usando questa situazione per fare i martiri; in questo aiutato anche dai politici e da Napolitano che, come è sua costumanza, ha subito interferito ignorando i suoi doveri istituzionali e costituzionali. Ma la sostanza è completamente diversa. La sostanza è che Alessandro Sallusti, come direttore di Libero, ha fatto pubblicare un articolo che in primo e in secondo grado è stato considerato diffamatorio dai magistrati e quindi dovrà pagare. Una multa, una pena detentiva, che differenza fa? Tanto, anche se alla fine venisse confermata la pena detentiva, dopo un paio di giorni Sallusti otterrebbe l'affidamento ai servizi sociali, una misura prevista dalla legge per tutti quelli che vengono condannati a meno di 3 anni di reclusione. E quindi tornerebbe libero, anche se dovrebbe sottostare ad alcuni obblighi (per esempio non potrebbe più comparire in TV). 

di Antonio Rispoli

http://www.julienews.it/notizia/editoriali/la-vicenda-sallusti-perch-strumentalizzare-un-fatto-semplice/278906_editoriali_11_1.html
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lunedì 2 aprile 2012

VIDEO: Tiziano Terzani e il giornalismo




Tiziano Terzani 

e il giornalismo


VIDEO: Tiziano Terzani e il giornalismo: Tiziano Terzani  e il giornalismo . .   Quello che deve essere un giornalista ,  prima di tutto un essere umano. T...

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martedì 27 dicembre 2011

Giorgio Bocca





S’è chiusa quella Bocca

«Tutti quelli che fanno il giornalismo lo fanno sperando di dire la verità: anche se è difficile, li esorto e li incoraggio a continuare su questa strada». Un testamento ideale quello che Giorgio Bocca, firma storica del giornalismo italiano, scomparso  all'età di 91 anni, affidò alle nuove generazioni nell'aprile 2008, ricevendo nella stessa casa di Milano dove  si è spento dopo una breve malattia, il premio Ilaria Alpi alla carriera. Un testamento anche il titolo del libro che uscirà l'11 gennaio per Feltrinelli, «Grazie no. 7 idee che non dobbiamo più accettare». Insomma Bocca rimane l'Antitaliano, come si chiamava la sua celebre rubrica sull'Espresso, fino all'ultimo giorno. La ricerca della verità, accompagnata dal rigore analitico, dalla passione civile, da uno stile fatto di sintesi e chiarezza e fortemente segnata dal suo carattere, un mix di disciplina sabauda, curiosità severa e vis polemica: questi i valori che hanno ispirato la carriera più che cinquantennale di Bocca. Valori che il giornalista e scrittore, medaglia d'argento al valor militare, aveva vissuto fino in fondo soprattutto nei primi anni di attività, quelli della guerra e della militanza partigiana: «I giornalisti della mia generazione - sottolineò in una delle sue ultime apparizioni in tv, ospite a Le invasioni barbariche su La7 nel novembre 2008 - erano mossi da un motivo etico: ci eravamo messi tragedie alle spalle, perciò il nostro era un giornalismo abbastanza serio. Oggi la verità non interessa più a nessuno» e «l'editoria è sempre più al servizio della pubblicità». Nato a Cuneo da una famiglia della piccola borghesia piemontese nel 1920, iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, appassionato di sci agonistico - e perciò noto nell'ambiente del Guf (la gioventù universitaria fascista) cuneese - Bocca iniziò a scrivere già a metà degli anni 30, su periodici locali e poi sul settimanale cuneese La Provincia Grande. Durante la guerra si arruolò come allievo ufficiale di complemento fra gli alpini e dopo l'armistizio fu tra i fondatori delle formazioni partigiane di Giustizia e Libertà: «L'ho fatto per pagarmi il biglietto di ritorno alla democrazia», spiegava. Riprese allora l'attività giornalistica, scrivendo per il quotidiano di GL, poi per la Gazzetta del Popolo, per l'Europeo e per Il Giorno e segnalandosi per le inchieste. Nel 1976 fu tra i fondatori, con Eugenio Scalfari, del quotidiano la Repubblica, con cui aveva continuato a collaborare fino alle ultime forze. Al suo attivo anche numerosi libri, che spaziano dall'attualità politica e dall'analisi socioeconomica all'approfondimento storico e storiografico, dalla questione meridionale alle interviste ai protagonisti del terrorismo, senza mai dimenticare la sua esperienza partigiana, in nome della quale aveva anche polemizzato di recente con alcuni tentativi di revisione critica della Resistenza e in particolare con Giampaolo Pansa. Tra i titoli più noti di Bocca, Storia dell'Italia partigiana (1966); Storia dell'Italia nella guerra fascista (1969); Palmiro Togliatti (1973); La Repubblica di Mussolini (1977); Il terrorismo italiano 1970-78 (1978); Storia della Repubblica italiana - Dalla caduta del fascismo a oggi (1982); l'autobiografia Il provinciale. Settant'anni di vita italiana (1992); L'inferno. Profondo sud, male oscuro (1993); Metropolis (1994); Italiani strana gente (1997); Il secolo sbagliato (1999); Pandemonio (2000); Il dio denaro (2001); Piccolo Cesare (2002, dedicato al fenomeno Berlusconi, libro che segnò il passaggio di Bocca da Mondadori, suo editore da oltre dieci anni, a Feltrinelli); Napoli siamo noi (2006); Le mie montagne (2006); È la stampa, bellezza (2008). Annus Horribilis, Milano, Feltrinelli (2010). Fratelli Coltelli (1948-2010 L'Italia che ho Conosciuto), Milano, Feltrinelli (2010). Nella vita di Bocca c'è stato spazio anche per una breve esperienza televisiva su Canale 5, alla fine degli anni '80, con la rubrica I protagonisti. «Quando andai a lavorare a Canale 5 - raccontò in un'intervista - Scalfari disse 'Giorgio si è innamorato di Berlusconì. E in effetti mi piaceva la sua capacità di fare la tv sul piano tecnico e organizzativo. Ma quando si mise a far politica, cambiai idea». Con l'abituale lucidità, così sintetizzava la sua biografia politica: «Sono uscito dal fascismo, sono entrato nella Resistenza a capo di una divisione partigiana di Giustizia e libertà e poi, pur essendo stato vicino al Psi non mi sono più iscritto ad alcun partito: non ho più voluto avere uno che decidesse sulla mia testa». Alle elezioni del 2008 non aveva neanche votato: «Mi ha stufato la politica com'è in Italia».
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Montanelli e Bocca 1978


 Lezioni di giornalismo in ricordo di due grandi penne italiane
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 “Match”, Rai, fine anni settanta: coordina il dibattito Alberto Arbasino, ospiti Indro Montanelli e Giorgio Bocca. Arbasino vuole lo scontro, l’urto, la discussione accesa; ne va degli ascolti. Ma Montanelli e Bocca non litigano: parlano. Per l’italiano medio quello spettacolo è noioso, poiché non ne conosce lo stile. Colpi da biliardo e non di clava. Lavoro minuzioso con scalpello e martellino per solcare il muro al millimetro, criterio più elegante che si estranea dal contesto generale, in cui la ferramenta è composta da una palla d’acciaio attaccata a un gru. E che scompone con gran boato tutto quello che tocca; distruggendo e non creando. Il botta e risposta col fioretto, il fazzoletto al taschino e la buona educazione non piace alla gente. Arbasino lo sa: “scusate, ma ho l’impressione che il nostro civile incontro di stasera sia talmente civile che è di una pacatezza….”. lo interrompe Bocca: “guarda Arbasino che io non sono venuto qui per far finta di litigare con Montanelli. La televisione è bella e interessante, ma io non sono qua per far divertire la gente”. Se ne va portandosi nella tomba quel modo pacato di fare giornalismo. Ora –se si vuole escludere Scalfari- tutti i grandi narratori del’900 se ne sono andati: da Longanesi a Biagi, da Montanelli a Bocca, passando per Flaiano che, raccontando alla perfezione gl’italiani, ha compilato cent’anni di fatti, di notizie, di articoli giornalistici con la data in bianco. Attuali in qualunque momento. Piangere un uomo di novantun anni è roba da idioti; ma lo è ancora di più non cogliere questa occasione, l’ultima notizia che da Bocca ci giunge: è morto, e la sterminata sua opera è a disposizione. Libri, articoli, apparizioni tv, intuizioni celeberrime che, come additava ad Arbasino, non avevano come scopo il “far divertire la gente”. Bocca non raccontava i pregi degl’italiani. Che sono pochi. Ma i loro difetti: che sono molti. E, come un buon amico, fino all’ultimo, non ha perso tempo con stupide lodi; ma con costruttivi rimproveri. Se la prendeva con gl’italiani e coi loro difetti endemici: banalità, furbizia, ignoranza. È stato il più sincero di tutti. Né un finto amico né un finto nemico. Come lo raccontava Montanelli nei suoi diari.
16 novembre 1969; Mi riferiscono, di Bocca, questo giudizio su di me: “Sempre il più bravo di tutti. Bravissimo. Troppo bravo. Ma mettendo lo stesso impegno a scrivere gli articoli su Venezia e quello sull’arbitro Lo Bello, dimostra che in realtà non è impegnato in nulla”. È vero. Non sono impegnato in nulla. In nulla, meno che nel mio mestiere. Fiorentina-Bari 3-0. E Chiarugi capo-cannoniere.
25 novembre 1969; Solo ora mi mostrano l’articolo che Bocca mi ha dedicato sul Giorno. Gli avevo mandato la mia Italia del Seicento con una dedica affettuosa in cui lo chiamavo “ami-nemico”. Lui ne informa i lettori, ma mi risponde da nemico dichiarato, con una stroncatura sgarbata. Non vorrei cadere in peccato di presunzione. Ma credo che sia stato per differenziarsi da me, per non diventare una mia copia, che si è costruito un personaggio antitetico al mio: eternamente impegnato, intransigente, accigliato, e costretto a una perpetua polemica con tutto ciò che io rappresento. Ma anche lui ne capisce l’artificiosità ed evita il contatto con me perché teme che lo costringa a prenderne atto. Se potesse, mi sopprimerebbe. Eppure, sono io a sentirmi colpevole verso di lui che, senza di me, sarebbe diventato un grande, un grandissimo giornalista, e non soltanto un inquisitore, molto spesso sbagliato.
25 giugno 1970; Apro per caso la radio, e sento la voce di Bocca: “Io non sono un ipocrita come Montanelli, il quale va ripetendo che scrive per il lettore. Io il lettore non lo conosco, e non m’interessa. Scrivo solo per i pochi amici che stimo, fra i quali c’è anche lo studente Capanna (Mario Capanna, leader del movimento studentesco n.d.r.), sebbene non lo abbia mai incontrato. E scrivo solo quello che piace a me e a loro…”. Non si rende conto di quale omaggio mi rende cogliendo ogni pretesto per presentarsi come la mia antitesi, umana e professionale.
22 novembre 1977; Confronto fra me e Bocca a Match, la rubrica televisiva di Arbasino. Cerchiamo invano qualche motivo di litigio, e Arbasino si arrabbia. Bocca non trova altro da rimproverarmi che il solito articolo contro la Cederna.

Stefano Poma

http://www.luniversale.com/?p=451&fb_source=message


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martedì 22 febbraio 2011

In pericolo giornalismo e tv pubblica





Questa settimana il Parlamento voterà nuove regole che mettono in pericolo l'indipendenza del giornalismo della tv pubblica. Difendiamo il pilastro della nostra democrazia: firma la petizione in difesa della libertà d'informazione e inoltrala a tutti!




Questa settimana, lontano dai riflettori, il Parlamento voterà nuove regole che minano l'indipendenza del giornalismo in televisione e mettono a repentaglio la libertà d'informazionein Italia.

Le misure proposte da un parlamentare berlusconiano vogliono mettere fine alle indagini giornalistiche contro la corruzione e il malgoverno e far sì che l'informazione televisiva sia controllata dai partiti. Abbiamo respinto la legge bavaglio lo scorso anno. Ora solo un grido pubblico colossale potrà fermare questo nuovo attacco ai media e al loro ruolo cruciale di guardiani della nostra democrazia.

Vinciamo anche questa volta! Firma la petizione e inoltra questo messaggio a tutti - Avaaz e i suoi alleati la consegneranno ai media e ai parlamentari chiave della Commissione di vigilanza proprio prima del voto:

http://www.avaaz.org/it/giu_le_mani_dallinformazione/?vl

Il cosiddetto Atto d'indirizzo sul pluralismo darebbe un potere enorme ai dirigenti della Rai nominati dai partiti d'imbavagliare i giornalisti della Rai. Le nuove misure lascerebbero i giornalisti senza alcuna protezione legale, dissuadendoli così dal compiere il loro lavoro d'inchiesta, che sarebbe schiacciato dalla minaccia di azioni legali dei poteri forti. Inoltre i politici imporrebbero a ogni trasmissione un doppio conduttore, una contro-satira e ospiti scelti da tutti i partiti politici. Il risultato sarebbe l'eliminazione di fatto della linea editoriale dei programmi, che diventerebbero così megafoni per i messaggi elettorali dei partiti.

L'anno scorso tutti i talk show politici sono stati chiusi nel mese precedente alle elezioni, aprendo così un capitolo nero nella storia della libertà d'informazione nel nostro paese, visto che i cittadini sono stati privati dell'informazione cruciale per formare le proprie decisioni nelle urne. Ora, se queste nuove regole dovessero passare, un velo pesante di censura cadrebbe in maniera permanente sull'informazione televisiva, indebolendo così uno dei punti chiave della nostra democrazia.

Assediato da crescenti scandali sessuali e politici, Berlusconi sta facendo di tutto per rimanere saldo al potere attraverso il controllo e la manipolazione dell'informazione. Ma i sondaggi lo danno ai minimi storici, e per la prima volta l'opposizione potrebbe batterlo. Oltre un milione di donne sono scese in piazza per chiedere le dimissioni del Premier, e la prospettiva di elezioni anticipate si fa sempre più vicina.

In questo momento di crisi, Berlusconi farebbe qualunque cosa per manipolare l'informazione a suo vantaggio. Ma il potere dei cittadini ora è più forte che mai. Sta a noi difendere tutti insieme le nostre libertà e l'indipendenza dei media. Firma la petizione contro le nuove regole bavaglio e inoltra questo messaggio a tutti: la consegneremo ai parlamentari chiave proprio prima del voto!

http://www.avaaz.org/it/giu_le_mani_dallinformazione/?vl

Abbiamo già dimostrato che insieme possiamo vincere importanti sfide: lo scorso anno una mobilitazione dei cittadini mai vista prima ha fermato l'adozione della legge bavaglio, che avrebbe messo in pericolo la libertà di stampa e l'abilità dei magistrati di condurre indagini fondamentali. Se rimaniamo uniti saremo più potenti di qualunque alleanza fra poteri forti organizzati: mettiamoci insieme dalla parte di un'informazione indipendente e pluralista e di un governo responsabile.

Con speranza e determinazione,

Luis, Giulia, Alice, Ricken, Pascal, Benjamin, Mia e tutto il resto del team di Avaaz.

FONTI

Il nuovo bavaglio del Pdl sui talk show della Rai:
http://www.repubblica.it/politica/2011/02/11/news/bavaglio_pdl_talk_show-12322316/

Nuovo bavaglio in Rai, Garimberti: roba da Urss:
http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?titolo=Rai%3A+la+maggioranza+ci+prova+con+un+altro+bavaglio&idSezione=9739

Rai, Pdl deposita Atto d'indirizzo:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2011/02/16/visualizza_new.html_1586823110.html

L'87% degli italiani s'informa esclusivamente guardando la tv (Le Monde):
http://italiadallestero.info/archives/9177

Sondaggi, Demos: Berlusconi ai minimi, centrodestra sconfitto:
http://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE71D07S20110214

Super par condicio Rai, il Pdl: doppia conduzione e nessuna intercettazione:
http://www.lettera43.it/politica/6525/la-rai-della-super-par-condicio.htm

Il testo dell'Atto d'indirizzo sul pluralismo:
http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2011/02/atto_indirizzo_butti.pdf

Rai, Zavoli: su indirizzo serve condivisione e soluzione limpida:
http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1081827



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sabato 4 settembre 2010

Sandro Ruotolo: giornalismo di inchiesta



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di Luigi Nervo
Negli ultimi anni il giornalismo di inchiesta ha attraversato molte difficoltà. In Italia sembra che stia quasi scomparendo per diversi motivi. Ne abbiamo parlato con uno dei giornalisti che ancora fanno delle inchieste televisive nel nostro paese, Sandro Ruotolo di “Annozero”.
Il primo motivo riguarda l’aspetto economico: molti editori dicono che fare inchieste costa troppo. Cosa ne pensi? Costituisce un problema?
Può essere un problema, certo che può essere un problema. Prendi la grande inchiesta che ha fatto la Bbc sulla guerra nella ex-Jugoslavia, lì sono anni di lavoro. Quindi hai gruppi di persone, di professionisti staccati dalla quotidianità e quindi dal lavoro a medio termine, con costi. Però, voglio dire, c’è anche oggi una nuova definizione di giornalismo di inchiesta, non devi pensare solo al vecchio documentario. Certo, per fare oggi un’ora di trasmissione meno di 50 mila euro non li paghi: ci sono i costi per tenere la troupe, il giornalista, l’albergo, i viaggi, eccetera. Un’ora di trasmissione vuol dire anche quattro settimane di lavoro. Però il giornalismo di inchiesta è anche quello che fai con l’inchiesta più sull’attualità, non solo i grandi temi di lunga durata, i temi “raccontami la guerra nell’ex-Jugoslavia che hai tempi più lunghi.
Un secondo motivo può essere quello che riguarda Internet, che secondo molti studiosi impone una velocizzazione dell’informazione: notizie più rapide e veloci che penalizzerebbe l’inchiesta.
Secondo l’esperienza nostra, di un gruppo di lavoro che lavora insieme da ormai 20 anni, quello che viene definito documentario-reportage l’abbiamo ripristinato noi. Se prendi anche le ultime due edizioni di Annozero, le ultime due puntate, quella dei camion di due anni fa e quella delle quote latte dell’anno scorso in prima serata hanno fatto ascolti da film, quindi è anche un meccanismo di come racconti, di come sviluppi il racconto autoriale. È chiaro che c’è un linguaggio vecchio che ha una sua dignità, che deve vivere anche nella televisione pubblica dal quale non puoi pretendere ascolti numerosi e poi c’è un tipo di reportage che puoi fare e che viene invece premiato dagli ascolti.
Una terza causa delle difficoltà dell’inchiesta può essere quella delle pressioni di certi organi politici e dell’industria. È un problema reale? Come fronteggiarle?
Reagendo. Certo che ci sono pressioni, ma proprio perché non siamo in un paese normale, per cui la società, la banca, l’azienda pubblica ti minacciano querele. Poi la cosa assurda è che oggi vanno sul civile per fermarti. Su questo certo c’è bisogno di una mobilitazione.
Nel giornalismo italiano di oggi ci sono ancora le grandi inchieste del passato?
Secondo me il giornalismo deve raccontare la realtà. Quest’estate ho visto in televisione delle cose del passato che quando le vedevo in diretta all’epoca mi piacevano, ma è il linguaggio che cambia perché cambia la realtà. Quindi il giornalismo non si deve guardare come le grandi inchieste del passato, ma le grandi inchieste del presente, si deve stare nella realtà. Quello è il giornalismo di inchiesta.

http://www.nuovasocieta.it/interviste/7441-sandro-ruotolo-il-giornalismo-di-inchiesta-e-stare-nella-realta.html

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lunedì 1 marzo 2010

DIRITTO DI SAPERE , informazione




MARTEDI a ROMA PER LA LIBERTA' DI INFORMAZIONE
SOCIETA' CIVILE domani sera alle 20, sarà a Roma in via Teulada (P.le Clodio) davanti agli studi della Rai, dove si sarebbe dovuta registrare la puntata di Ballarò per protestare contro la decisione del Cda Rai che ha deciso la cancellazione per un mese di programmi ...importanti come Porta a Porta, Ballarò, Anno Zero e L’ultima parola. La Rai ha scritto una brutta pagina: la legge sulla par condicio è soltanto un alibi inconsistente tant’è che nei dieci anni di sua applicazione mai erano state soppresse trasmissioni di approfondimento giornalistico. Una decisione contraddittoria, sbagliata, che tradisce profondamente i doveri del servizio pubblico che sono quelli di ampliare non di comprimere gli spazi di informazione"

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