Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta stampa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stampa. Mostra tutti i post

venerdì 4 maggio 2018

Giornata della Libertà di Stampa: Giornalisti Uccisi e Minacciati


Almeno 38 i giornalisti e operatori dei media uccisi già in questi primi mesi del 2018.
 Nel 2017 erano stati 65.
Lo scorso anno, la maglia nera del Paese più pericoloso è andata alla Siria, con 12 giornalisti uccisi recensiti, davanti al Messico (11), l’Afghanistan (9), l’Iraq (8) e le Filippine (4).

I numeri della libertà di stampa nel mondo
Giornata della libertà di stampa. Reporters sans frontières (Rsf) ha pubblicato la sua classifica mondiale della libertà di stampa per il 2018. L’Italia guadagna sei posti ed è in 46esima posizione.Il documento del 25 aprile scorso testimonia “l’accrescimento dell’odio verso i giornalisti. L’ostilità nei confronti dei media, incoraggiata dai politici e dalla volontà dei regimi autoritari di esportare la loro visione del giornalismo, minaccia le democrazie”.Norvegia e Corea del Nord mantengono la prima e l’ultima posizione in classifica. L’Italia sale di sei punti rispetto all’anno precedente e si piazza al 46esimo posto, dietro agli Stati Uniti di Trump che perdono due posizioni.

Scrive ancora Rsf: “In alcuni paesi, il confine tra brutalità verbale e violenza fisica è sempre più sottile”.Nelle Filippine (133esimo posto, -6 posizioni), il presidente Rodrigo Duterte, facile a insulti e minacce, ha avvisato i media: “Solo perché sei un giornalista, non significa che tu sia esente dall’essere assassinato”.

Nel ultimo bilancio di Rsf si contavano 326 giornalisti in carcere, 54 in ostaggio da qualche parte del mondo, 2 scomparsi e 65 morti ammazzati. Di questi ultimi, 39 sono stati presi intenzionalmente di mira perché le loro indagini disturbavano interessi di lobbies economiche o di gruppi politici o portavano alla luce affari e connivenze con le mafie.Se nel 2017 la Siria rimane, come negli ultimi sei anni, il Paese più mortale al mondo con 12 giornalisti uccisi, uno dei posti dove scrivere sembra sempre più difficile è il Messico. Qui ogni 26,7 ore viene aggredito un giornalista.

Le prime cifre del 2018
38 giornalisti uccisi e 176 imprigionati
Tra i giornalisti uccisi di recente ricordiamo Daphne Caruana Galizia, saltata in aria il 16 ottobre 2017 con la sua auto a Malta, Ján Kuciak, assassinato il 22 febbraio assieme alla fidanzata Martina Kušnírová nella sua abitazione di Veľká Mača in Slovacchia e i 9 giornalisti morti nel duplice attentato di Kabul dei giorni scorsi.


LEGGI ANCHE
Il giornalismo in tutto il mondo è sotto attacco, tra la polarizzazione politica e l’innovazione tecnologica che ha facilitato la rapida diffusione di discorsi di incitamento all’odio, misoginia e fake news, i quali spesso portano i governi ad adottare ulteriori restrizioni sulla libertà di ...




.
Previsioni per il 2018






.

giovedì 27 settembre 2012

Vicenda Sallusti giusta condanna

quello di cui parliamo non e' la libertà di stampa



questo signore e' un diffamatore un provocatore verso qualunque entita' progressiva e progressista, contro la sinistra in generale...strumento di reprssione............quello di cui parliamo non e' la libertà di stampa...quello di cui parliamo e' di uno che usa la stampa ( ben protetto e foraggiato) come una clava e che ogni volta dice il falso...un po' di galera non fa' male...conoscera' i luoghi dove la gente come lui manda gli ultimi; e non ne facciamo un santo.


In questi giorni si dibatte molto della vicenda di Alessandro Sallusti, direttore del Giornale. Vediamo di riassumerla: nel 2007 una ragazzina di 13 anni scopre di essere incinta e decide di abortire. Ne parla alla madre, che è d'accordo con lei; ma non al padre, nel timore di una sua reazione. Seguendo la legge 194 sull'interruzione di gravidanza, non potendo avere l'ok del padre, si rivolgono al giudice per avere l'ok all'interruzione di gravidanza. Avuta, la ragazza abortisce. Tuttavia, il trauma psicologico legato all'aborto stesso è pesante per la ragazza che comincia ad avere problemi a scuola e per questo ne parla La Stampa. Il giorno dopo, su Libero, compare un articolo, a firma Dreyfus, nel quale c'è scritta una ricostruzione molto lontana dal vero, nel quale si dà la colpa ad entrambi i genitori della ragazza (il padre in realtà seppe tutto a cose avvenute), al giudice che - secondo l'articolo - aveva costretto la ragazza ad abortire e al ginecologo che si era prestato.

 E si concludeva invocando per tutti loro la pena di morte. 
 -
SI INVOCA LA LIBERTA' DI STAMPARE QUESTO ??? 
SECONDO ME GIUSTA LA CONDANNA -

 Il giudice Giuseppe Cocilovo si sentì diffamato e presentò querela. SI appurò che a scrivere l'articolo era stato Andrea Monticone e venne rinviato a giudizio, insieme a Sallusti, responsabile in quanto allora direttore del quotidiano. Al termine del primo grado Sallusti venne condannato a una multa di 5000 euro, Monticone di 4000. Ma la Procura e il magistrato fecero ricorso in appello. Al termine del processo di secondo grado, Sallusti venne condannato a 14 mesi di reclusione e Monticone a 12. E qui attenzione a due particolari su cui nessuno si sofferma. Innanzitutto Sallusti dice che la condanna è stata causata dal fatto che l'avvocato che gli era stato messo a disposizione dalla proprietà di Libero non si è presentato. Ma lui dove era? Se l'avvocato era così poco affidabile, perchè non ci è andato di persona? Come imputato è suo diritto. Quindi è inutile prendersela con altri. Inoltre, per essere avvocati in Corte d'Appello servono alcuni anni di esperienza. Quindi l'avvocato d'ufficio di certo non era uno sprovveduto. E, salvo prova contraria, si deve presumere che abbia fatto del proprio meglio.
Il secondo particolare è il differente trattamento avuto dai due giornalisti. A Monticone è stata riconosciuta la sospensione condizionale della pena (cioè la pena non viene scontata, se nei 5 anni successivi alla sentenza non commetti altri reati. Altrimenti sconti questo e quello), a Sallusti no. Perchè? Semplice, perchè Sallusti ha numerose altre condanne definitive per diffamazione e numerose denunce. La sospensione condizionale è una sorta di incoraggiamento: il giudice che dice all'imputato "Questa volta hai sbagliato, ma se non lo fai più, non ci sono conseguenze definitive". Per lo stesso motivo sul certificato penale di Monticone, se qualcuno dovesse richiederlo, questa sentenza non appare (tecnicamente viene definita "non menzione"). Ma questo non si può fare per Sallusti. E attenzione: oggi il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ha detto che i giudici di secondo grado hanno fatto benissimo a fare così, perchè Alessandro Sallusti non si merita la sospensione condizionale della pena.
Resta il problema: perchè si è passati dalla multa alla pena detentiva? Il terzo comma dell'articolo 595 del Codice Penale recita: "Se l'offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516". Qualcuno che finora è stato attento potrebbe dire: "Ma come mai, se la multa è fino a 500 euro, Sallusti è stato condannato a pagarne 5000?". Il motivo è semplice. Esiste una legge che prevede che quando la pena è inferiore ai 6 mesi, si può chiedere di sostituirla con una multa, al ritmo di 250 euro al giorno. Evidentemente in primo grado Sallusti era stato condannato non ad una multa, ma a 20 giorni di reclusione, converiti in una multa. Evidentemente i giudici di secondo grado hanno ritenuto - come è loro diritto - che la pena fosse troppo lieve e l'hanno aumentata. Non capisco: va bene solo quando lo fanno con gli extracomunitari?
Questi sono i fatti. La cosa strana è che si è sollevato un coro unanime a favore di Sallusti. Per lo più con argomenti che nulla c'entrano copn i fatti. Tutti gli esponenti dei partiti politici e praticamente tutti i giornalisti che contano hanno scritto a favore di Sallusti. E fin qui ci può stare.
Quello su cui non ci si può stare sono gli argomenti utilizzati. Il principale è la libertà di stampa, che sarebbe minacciata da questa sentenza. Dichiarazione ridicola, se ricordiamo che nel mondo siamo oltre l'80esimo posto come libertà di stampa e che la metà dei Paesi africani sono davanti a noi in questa classifica. Anche perchè nulla impedisce a Sallusti ove venisse recluso (e non sarà così) di scrivere lo stesso. Non potrebbe coordinare il Giornale, ma scrivere articoli sì. Quindi in base a cosa è limitata la libertà di stampa?
 In realtà non vedo alcuna limitazione alla libertà di stampa. Io, come giornalista non mi sento limitato. Basta evitare di diffamare. E' così difficile? Per prendere i grossi nomi, abbiamo un Marco Travaglio che non è mai stato condannato per diffamazione. Se vogliamo puntualizzare ha un processo in cui è stato prescritto, ma la sentenza di secondo grado prevedeva solo una condanna a 1000 euro (anche qui probabilmente una pena a 3-4 giorni convertita in multa). E ci sono tanti altri giornalisti famosi che hanno la fedina penale pulita. Poi, per carità, l'imprevisto può sempre capitare (soprattutto quando si usa il trucco del processo civile), ma allora pazienza. E' chiaro che però se ad uno capita molto spesso, vuol dire che se le va a cercare.
In realtà, il vero gioco si chiama strumentalizzazione. Il Giornale ha iniziato, usando questa situazione per fare i martiri; in questo aiutato anche dai politici e da Napolitano che, come è sua costumanza, ha subito interferito ignorando i suoi doveri istituzionali e costituzionali. Ma la sostanza è completamente diversa. La sostanza è che Alessandro Sallusti, come direttore di Libero, ha fatto pubblicare un articolo che in primo e in secondo grado è stato considerato diffamatorio dai magistrati e quindi dovrà pagare. Una multa, una pena detentiva, che differenza fa? Tanto, anche se alla fine venisse confermata la pena detentiva, dopo un paio di giorni Sallusti otterrebbe l'affidamento ai servizi sociali, una misura prevista dalla legge per tutti quelli che vengono condannati a meno di 3 anni di reclusione. E quindi tornerebbe libero, anche se dovrebbe sottostare ad alcuni obblighi (per esempio non potrebbe più comparire in TV). 

di Antonio Rispoli

http://www.julienews.it/notizia/editoriali/la-vicenda-sallusti-perch-strumentalizzare-un-fatto-semplice/278906_editoriali_11_1.html
-


.
 .
 .

-

martedì 27 ottobre 2009

Tempi duri per la stampa: Marocco

Tempi duri per la stampa indipendente in Marocco

Jacopo Granci

Chiusure arbitrarie di giornali, sequestro di centinaia di migliaia di copie, intimidazioni a giornalisti, editori e direttori. Il regime marocchino, a dieci anni dall'ascesa al trono di Mohamed VI, fa quadrato attorno alla monarchia e chiude gli spazi di transizione democratica.

Lunedì 28 settembre, nel tardo pomeriggio, una ventina di poliziotti hanno occupato i locali del quotidiano indipendente Akhbar Al Youm. Dopo aver costretto il personale rimasto ad abbandonare il proprio posto di lavoro, la Securité Nationale ha sequestrato gli archivi, messo i sigilli alle porte di ingresso e congelato il conto bancario del giornale. Sotto accusa la pubblicazione di una caricatura del Principe Moulay Ismail sul numero di domenica 27 settembre.
Nel disegno, il cugino del Re è ritratto seduto sull’ammaria, mentre saluta gli invitati alla propria cerimonia nuziale. La stella a cinque punte della bandiera marocchina, visibile solo a metà sullo sfondo della vignetta, è leggermente deformata. All’apparenza si direbbe una stella di David. Quanto basta al ministero dell’interno per emettere un giudizio di condanna, preventivo e arbitrario, nei confronti di Akhbar El Youm, violando così tutte le procedure del caso. Nessuna legge in questo paese infatti autorizza la chiusura di un giornale prima che venga emessa una sentenza della magistratura. Nessuna legge ne autorizza il sequestro dei beni, tra cui le copie ancora in corso di pubblicazione, al di fuori dell’oggetto di indagine.
Pertanto un’azione giudiziaria è stata subito avviata, sollecitata dallo stesso ministro dell’interno. Il caricaturista Khalid Gueddar e il direttore della pubblicazione Taoufiq Bouachrine sono stati interrogati dalla polizia e dai servizi segreti per due giorni consecutivi. Due giorni di insulti e provocazioni, a seguito dei quali sono stati ufficialmente incriminati. Un comunicato emesso il 1 ottobre dal procuratore di Casablanca accusa i due giornalisti di violazione degli articoli 38 e 41 del Codice della stampa, e dell’articolo 267 del Codice penale. Bouachrine e Gueddar sono ritenuti colpevoli di «antisemitismo e incitazione al crimine», di «mancato di rispetto dovuto ad un membro della famiglia reale» e di «oltraggio alla bandiera nazionale». Le pene a cui vanno in contro oscillano dai tre ai cinque anni di prigione, oltre a un’ammenda di 10 mila euro. In più il Principe Moulay Ismail ha denunciato personalmente il giornale. Per l’offesa subita ha chiesto un risarcimento di 300 mila euro. Di fatto una sentenza di morte per Akhbar Al Youm. Il verdetto del tribunale di prima istanza è atteso per la fine di ottobre [salvo ulteriori rinvii]. Intanto i locali restano sotto sequestro, i dipendenti senza lavoro e senza stipendio.
La redazione del giornale ha ricevuto l’immediato sostegno dei colleghi della stampa indipendente e delle associazioni per i diritti umani. Ma non si fa troppe illusioni. Il clima che si respira in Marocco porta a temere il peggio. Proprio in questi giorni il direttore del settimanale Al Michaal è stato condannato a un anno di carcere dal tribunale di Rabat per aver osato mettere in dubbio lo stato di salute del Re. Secondo il giudice, nell’edizione del 3 settembre, Al Michaal ha pubblicato «notizie di natura falsa e tendenziosa», volte a destabilizzare il regime. Altri due quotidiani, Al Jarida Al Oula e Al Ayam , sono stati citati in giudizio con le stesse accuse. Il processo, ancora in corso, si concluderà probabilmente con nuove pesanti condanne. Nell’agosto scorso, infine, centomila copie dei settimanali Tel Quel e Nichane sono state sequestrate e distrutte dalla polizia, senza alcuna autorizzazione legale. L’edizione conteneva un sondaggio, realizzato in collaborazione con Le Monde, sull’opinione espressa dai marocchini in merito ai primi dieci anni di regno di Mohamed VI.
Khalil Hachimi, presidente della Federazione marocchina della stampa e dell’editoria, guarda con timore i recenti attacchi ai giornali indipendenti. «I colpi sferrati dal regime si susseguono con un ritmo mai toccato negli ultimi dieci anni». Dall’ascesa al trono di Mohamed VI, la libertà di espressione sembra vivere il suo momento più nero. Diritti considerati ormai acquisiti vengono pericolosamente rimessi in discussione, frutto di una strategia che mira a intimidire le voci scomode, sollevatesi sempre più forti e numerose dopo la morte di Hassan II.
Il giornalista Karim Boukhari è ancora più esplicito, e dalle colonne di Tel Quel dichiara: «Il potere ha decretato guerra alla stampa indipendente». Una guerra, tuttavia, presuppone due belligeranti, due parti in causa che dispongano di forze più o meno equivalenti. E in questo caso la disparità delle risorse è fin troppo evidente. Più che una guerra si tratta di un massacro unilaterale.
Di questo passo rimane da chiedersi che fine farà il processo di transizione democratica intrapreso dal Marocco negli anni novanta. Senza libertà di stampa [quindi di espressione e di opinione] e senza garanzie giuridiche la parola democrazia si svuota di ogni significato. In un paese in cui i vertici dello Stato possono reprimere illegalmente, nella totale impunità, chiunque si dimostri irriverente nei confronti dell’istituzione monarchica, c’è ancora spazio per tali garanzie e libertà?


.

domenica 3 maggio 2009

Libertà di stampa: l'Italia fa un passo indietro






Rapporto di Freedom House, organizzazione non-profit e indipendente
Libertà di stampa: l'Italia fa un passo indietro, unica nazione in Europa
La causa: la «situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati»

(da Freedomhouse.org)
NEW YORK - L'Italia è l’unico Paese europeo a essere retrocesso nell’ultimo anno dalla categoria dei «Paesi con stampa libera» a quella dei Paesi dove la libertà di stampa è «parziale». La causa: la «situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e privati». Lo afferma in un rapporto Freedom House, un'organizzazione non-profit e indipendente fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo, la cui prima presidente fu la first lady Eleanor Roosevelt. Lo studio viene presentato venerdì al News Museum di Washington e sarà accompagnato da un live web cast che si potrà scaricare sul sito Freedomhouse.org.

CLASSIFICA - Nell’annuale classifica di Freedom House, l’Italia va indietro come i gamberi, insieme a Israele, Taiwan e Hong Kong. «Un declino che dimostra come anche democrazie consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà», ha commentato Arch Puddington, direttore di ricerca per Freedom House. Su un punteggio che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con una pagella così bassa. I «migliori della classe» restano le nazioni del Nord Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia (prime cinque a livello mondiale). Le «peggiori»: Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba.

PROBLEMA ITALIA - Il «problema principale dell’Italia», secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha guidato lo studio, è Berlusconi. «Il suo ritorno nel 2008 al posto di premier ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida», spiega. Altri fattori: l’abuso di denunce per diffamazione contro i giornalisti e l’escalation di intimidazioni fisiche da parte del crimine organizzato. Intanto giovedì il Committee to Protect Journalists, un’organizzazione non-profit che lavora per salvaguardare la libertà di stampa nel mondo, ha pubblicato la top ten dei peggiori Paesi al mondo per i blogger. La Birmania guida la lista, seguita da Iran, Siria, Cuba e Arabia Saudita. Sesto il Vietnam, seguito a ruota da Tunisia, Cina, Turkmenistan ed Egitto.

Alessandra Farkas

.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru