Il racconto di un giovane studente
italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la
rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.
- Appena atterrati la Tunisia ci
accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è
piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a
noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino
l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte
verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.
Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e
canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a
fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o
contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare
in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo
sorriso stampato in faccia
l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte",
sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se
abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il
suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo
presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva
si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna
sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere
arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio
2011: Avenue Habib Bourghiba.
Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto
di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere,
manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e
lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la
presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da
tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora
massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via,
soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e
durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e
torturati. E
negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città
mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori
represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.
Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il
piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a
dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla
gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei
partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a
suon di chitarra e
bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica.
Fanno
parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani
che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una
delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da
famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime
nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un
accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un
matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista,
un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere
fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di
rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del
passato.
Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è
partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per
quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è
difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi,
rispetto ai più giovani. Eppure
tutti si scuriscono un po' in volto
quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e
dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per
molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del
Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.
Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta,
ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è
possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più
apertamente di quanto non si potesse prima. Ma
le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate.
E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid,
capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla
causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo
spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la
battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che
tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli
slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche
durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non
possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta
delle altre.
I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri
martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti
decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante
il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in
cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli
arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero
che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e
la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche
ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da
dire però che
la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre,
concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di
popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni,
incontrare attivisti da tutto il mondo.
Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi,
lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino
ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus
("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così
assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di
ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare
una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli
artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum,
ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da
nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la
tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata
quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non
abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo
lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i
ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La
soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.
Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che
il Forum
è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più
svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria,
incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei
gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico,
yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall
Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore
senza testa", dice lui:
un potenziale di energie a lungo represse ma
mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a
due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via
d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una
continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di
opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il
futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce
l'impatto delle loro istanze.
Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la
stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a
portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un
regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne
altrettanti.
Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare
all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo
giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione",
"morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici,
adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in
questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da
riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis
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