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lunedì 28 ottobre 2019

Umbria Verso la Dittatura

Umbria:   il Popolo Ottenebrato   dalla Menzogna si proietta   Verso la Dittatura

Umbria:
 il Popolo Ottenebrato
 dalla Menzogna si proietta
 Verso la Dittatura

 by Paolo Maddalena 

Nel moto pendolare della storia si sta ripetendo quanto già avvenuto con la presa di potere del fascismo. La data del 28 ottobre e la città di Perugia furono il tempo e il luogo da cui nacque la famosa marcia su Roma.

A Perugia, infatti, risiedeva il quartier generale di Italo Balbo che ne diresse le operazioni. Sembra proprio che questa volta la storia si ripeta con estrema e inusitata puntualità.

Anche oggi possiamo dire che in questo moto pendolare della storia i protagonisti hanno preso uno scivolone che porta alla fine della democrazia e alla instaurazione della dittatura.

Salvini e la Meloni sono i veri vincitori e sono gli amici di CasaPound. D’altro canto le manifestazioni in favore di Mussolini svoltesi a Predappio hanno la stessa aria di esultanza verificatasi a Perugia.

Quello che interessa è scoprire la causa di fondo che spinge il popolo a richiedere un uomo solo al comando. Questa causa è il disastro economico, che allora, come oggi, opprime il popolo italiano.

Oggi, tuttavia, siamo più informati di ieri, sappiamo che la crisi economica in Italia e nel Mondo (Cile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Costa Rica, Ecuador, Colombia, ecc.) è l’affermazione del pensiero neoliberista che è riuscito ad imporsi nelle istituzioni finanziari mondiali (FMI, Banca mondiale), in Europa (BCE) e in genere in tutti gli stati dell’occidente.

Questo pensiero, in pieno contrasto con la Costituzione italiana, ha prodotto un sistema economico predatorio, che vuole l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi e l’esclusione dell’intervento degli Stati, e cioè dei popoli, nell’economia.

Si vuol perseguire così un ordinamento mondiale, nel quale dominano la finanza e le multinazionali e gli Stati sono semplici esecutori della volontà di questi, mentre tutti i cittadini divengono schiavi.

Il contrario del sistema economico produttivo di stampo keynesiano che vuole la redistribuzione della ricchezza alla base della piramide sociale e l’intervento dello Stato nell’economia, un sistema, sancito in Costituzione, che consentì all’Italia di diventare la quinta potenza economica mondiale.

Il popolo, a causa della propaganda menzognera della destra, capeggiata da Salvini e propalata dalla stampa e dalla televisione, non ha la minima idea di questa realtà. E si getta nelle mani del pifferaio che li condurrà a morte.

L’accordo PD-M5S è stato un errore perché non si è posto contro la finanza e le multinazionali. Si apre dunque un nuovo spazio elettorale per chi avrà la forza di creare un partito che voglia salvare il popolo dalla sua autodistruzione.

Qualcosa, accanto all’Anpi, sta germogliando, e la salvezza potrebbe provenire da certe iniziative politiche, come quella del sindaco di Napoli contro la Whirlpool, che si dovrebbero estendere a macchia d’olio. Se ciò avverrà potremmo dire che non c’è da piangere un’era che tramonta, ma da gioire per un era che nasce.

Professor Paolo Maddalena.

Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”


Umbria:   il Popolo Ottenebrato   dalla Menzogna si proietta   Verso la Dittatura


Ad un certo punto i due si passano fugacemente un plico alto come un pacchetto di Sigarette, fasciato in fogli di giornale. Al suo interno ci sono 150mila euro in contanti. Savoini va in bagno a contare la sua parte, un altro cliente irrompe e le banconote nuove di zecca finiscono dritte nello scarico. Lui le ripesca dal fondo della turca e le pulisce una a una... 






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giovedì 1 giugno 2017

Il Popolo vuole Decidere chi ci Governa



Sono stufo di sentirmi dire da molti di questi politici che la “gente”,
quando va a votare, vuole sapere chi governerà il giorno dopo il voto.
A parte il fastidio che provo nell’ascoltare questo termine “gente ”pronunciato con un tono vagamente dispregiativo o comunque paternalistico,
 attribuito a delle persone, ciascuna delle quali rappresenta innanzitutto un se stesso,
Ma chi l’ha detto che le cose stanno così?
A me interessa, visto che siamo in una democrazia, che viene definita costituzionalmente rappresentativa, mandare in Parlamento persone che ritengo degne di rappresentarmi per quello che sono, per come hanno operato, per le idee che difendono
e per i programmi conseguenti che si impegnano a sostenere.
Tutto questo in un rapporto dialettico con gli altri rappresentanti eletti
e in un solido e continuativo incontro con i propri elettori.
Questo mi interessa, ESSERE RAPPRESENTATO, naturalmente sono consapevole che la stessa democrazia rappresentativa prevede la formazione di organismi istituzionali e di un governo. Ma questo attiene alla capacità e alla responsabilità delle forze politiche e degli eletti.
Non si può chiedere a me cittadino-elettore di scegliere il governo che preferirei, intanto perché è implicito che vorrei vi fossero le idee. le persone e il partito che ho votato, ma soprattutto perché il mio voto chiede semplicemente delle risposte e una capacità di risolvere i vari problemi del Paese ( e non sto a farne il solito elenco trito e ritrito e che tutti abbiamo presente).
Se non c’è questa capacità, vorrà dire che si andrà ancora al voto e noi cittadini dovremo avere la capacità di fare le nostre valutazioni. (anche se questo è un discorso complesso che richiederebbe più spazio per una riflessione proprio sul tema della democrazia e del suo futuro).
E non mi pare che in altri dove questo è successo sia scoppiata una tragedia, anzi in alcuni casi le cose non sono poi andate così male in attesa di un ritorno a governi rappresentativi.
 Il Popolo vuole Decidere chi ci Governa.

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COSA TI PORTA IL 2017 ?



martedì 18 giugno 2013

Popolo Brasiliano contro i campionati del mondo di calcio




Il Popolo Brasiliano stanco delle misure d'Austerita' imposte dal governo

 per fare fronte ai costi sostenuti per i prossimi

  campionati del mondo di calcio 

decide di scendere in strada ed occupare tutto...

 Ci sono 100.000 persone nelle strade di Rio. Foto di Juliana Kozlowski # changebrazil (A)...
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altro video quello sopra sara censurato probabilmente VIDEO


– Ondata di manifestazioni di protesta contro il caro-trasporti, stasera, a San Paolo e in altre 10 citta’ del Brasile, dove decine di migliaia di persone, secondo la polizia, sono scese in piazza contro i rincari dei trasporti pubblici e le spese – giudicate eccessive – sostenute in vista dei Mondiali di calcio del 2014 . Il corteo più numeroso (30.000 persone) è stato organizzato a San Paolo, dove al momento non si registrano disordini. Per il momento si segnalano incidenti solo a Belo Horizonte.
A Brasilia, oltre duecento dimostranti sono saliti sul tetto del Parlamento e hanno annunciato che rimarranno lì ad oltranza. “Il parlamento è nostro”, gridano i manifestanti.
Anche a Rio de Janeiro, dove ieri si sono registrati incidenti nella zona attigua allo stadio Maracanà prima dell’inizio della partita Italia-Messico, alcune migliaia di giovani – 10 mila secondo la polizia – hanno invaso le strade del centro. E nella nottata sono cominciati nuovi scontri con le forze dell’ordine. In tutte le città, i giovani indossano fasce con la scritta “La rivolta dell’aceto”: i manifestanti usano infatti l’aceto per mitigare gli effetti del gas lacrimogeno lanciato dalla polizia.
A Brasilia, circa 5.000 giovani hanno invaso pacificamente le vie di accesso al parlamento innalzando cartelli contro l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico in altre città del Paese e contro le spese sostenute dal governo per l’organizzazione della stessa Confederations Cup, antipasto dei mondiali del prossimo anno. La polizia ha circondato il parlamento per evitare rischi di irruzioni.

LEGGI ANCHE - I MONDIALI DI CALCIO - E il demonio si sta mobilitando in Brasile, per rifornire il mercato, sebbene i bimbi sfruttati siano già 50.000. 
L’impennata arriverà coi Mondiali di calcio del 2014. «La settimana prossima ci incontreremo a Varsavia -racconta Marco Scarpati, direttore di Ecpat Italia- per pianificare, assieme alle Polizie di tutto il mondo, qualcosa che impedisca una replica, in Brasile, di quanto avvenne in Ucraina nel 2010 e in Sudafrica nel 2012: il racket trasportò bambini da tutti i territori circostanti, per accontentare la richiesta. Purtroppo tutto questo accade sempre, in occasione di eventi sportivi. E i controlli sono spesso labili, insufficienti, inefficaci». Ecco perché domenica, al grido Un altro viaggio è possibile, una marcia ciclistica lungo le strade di 29 città, organizzata dall’Ecpat e dalla Fiab, porterà in giro l’indignazione contro lo sfruttamento sessuale dei bambini. Pedalando, si segnalerà che questa è un’emergenza. Che un milione e duecentomila bimbi sono sfruttati nel sesso, nell’accattonaggio, nei lavori forzati. Stime ufficiali, queste. Quelle ufficiose propongono ben altri conti: solo i piccoli schiavi del sesso sarebbero almeno due milioni. Ognuno di loro frutterebbe 67.200 dollari all’anno. Per il racket, il budget complessivo supererebbe i trenta milioni di dollari all’anno. 
CONTINUA ...
http://cipiri8.blogspot.it/2013/06/turismo-sessuale-italiani-al-primo-posto.html


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lunedì 8 aprile 2013

Il Social Forum Mondiale per il popolo tunisino


 
Il racconto di un giovane studente italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.

  - Appena atterrati la Tunisia ci accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.

Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo sorriso stampato in faccia l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte", sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio 2011: Avenue Habib Bourghiba.

Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere, manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via, soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e torturati. E negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.

Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a suon di chitarra e bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica. Fanno parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista, un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del passato.

Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi, rispetto ai più giovani. Eppure tutti si scuriscono un po' in volto quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.

Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta, ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più apertamente di quanto non si potesse prima. Ma le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate. E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid, capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta delle altre.

I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da dire però che la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre, concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni, incontrare attivisti da tutto il mondo.

Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi, lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus ("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum, ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.

Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che il Forum è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria, incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico, yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore senza testa", dice lui: un potenziale di energie a lungo represse ma mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce l'impatto delle loro istanze.

Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne altrettanti.

Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione", "morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici, adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis

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domenica 16 settembre 2012

MONTI: DICHIARA ILLEGALE L'AGRICOLTURA A KM 0


"CHI CONTROLLA IL PETROLIO CONTROLLA LE NAZIONI, CHI CONTROLLA IL CIBO CONTROLLA IL POPOLO" Henry Kissinger membro portante del gruppo Bilderberg come...MARIO MONTI CHE DICHIARA ILLEGALE L'AGRICOLTURA A KM 0, ADDIO SOVRANITA' ALIMENTARE.
"Forse la possente azione dell’Unione europea, imbastita per dare l’assalto alla sovranità alimentare dei singoli stati, ha avuto origine da questo spassionato

consiglio del famoso politico statunitense.
Fin dal 1998 è in vigore una direttiva comunitaria che riserva la commercializzazione e lo scambio di sementi alle ditte sementiere (Monsanto e altre multinazionali) vietandolo agli agricoltori. Ciò che i contadini hanno fatto per millenni è diventato un reato. Per far fronte a questa imposizione sono nate varie associazioni di volontari impegnati nel recupero delle varietà antiche e tradizionali, con lo scopo di preservare e distribuire a chi le richiede, sementi fuori dal catalogo uffìciale affidato alle mani delle multinazionali.
Con sentenza del 12 luglio http://www.disinformazione.it/UE_vieta_sementi_tradizionali.htm, la Corte di Giustizia della UE ha confermato il divieto di commercializzare le sementi delle varietà tradizionali http://www.net1news.org/addio-sapori-antichi-lue-mette-al-bando-sementi-tradizionali.html e diversificate che non sono iscritte nel catalogo ufficiale europeo.
Con questa sentenza sono messe fuorilegge anche le suddette associazioni di volontari. Essi sono criminali delle sementi, sporchi tradizionalisti che mirano alla condivisione incontrollata del bene comune.
Ma non è finita qui.
Il nostro premier  Mario Monti ha fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro l’agricoltura a “chilometro zero” http://www.ilquotidianoweb.it/news/ultimora/351961/Il-Governo-ricorre-alla-Corte-costituzionale--contro-la-legge-sul--chilometro-zero-.html#.UCO1mqUv1hM.facebook. In pratica il governo vuole bloccare alcuni atti normativi della Regione Calabria, rea di aver legiferato oltre la sue competenze stabilite in materia.
Secondo il governo oligarchico la legge regionale contiene delle disposizioni che, nel favorire la commercializzazione dei prodotti regionali, ostacolerebbero la libera circolazione delle merci in contrasto con i principi comunitari. In sostanza, la normativa regionale viene considerata alla stregua di un provvemento di natura quasi autarchica tale che i prodotti regionali avrebbero un vantaggio considerato contrario al principio di libera circolazione delle merci rispetto ai prodotti extraregionali.

(Qui troverete il Comunicato ufficiale del governo tecnocrate contro l’agricoltura a “Km zero”)

E’ chiaro che il ricorso mira a liberare il campo alle multinazionali da qualsiasi tipo di concorrenza.

Distruggono le aziende locali, devastano il tessuto sociale e rendono il popolo completamente dipendente da strutture extraterritoriali e multinazionali senza scrupoli. Annientano la tradizione, distruggono l’identità e le coscienze per imporre il loro progetto di governo mondiale.

Il controllo delle sementi, quindi dell’agricolura, e di conseguenza degli alimenti è il chiaro segno che si aprono il varco per l’introduzione delle colture Ogm.

Attentano alla basi della coesione sociale. L’agricoltura, ricordiamolo, è un bene comune nato 10.000 anni fa. Da quando l’uomo ha fatta propria questa arte, sono nati i primi centri urbani, le prime aggregazioni civili, è stata la base dello sviluppo della società che oggi andiamo demolendo.

Il culto dell’ugualianza e dell’omologazione sta per convertire le diversità agro-alimentari.

Quando tutto il cibo apparterrà alle multinazionali come faremo? E’ questa l’anticamera della nuova schiavitù?" TRATTO DA http://www.ecplanet.com/node/3532



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mercoledì 12 settembre 2012

11 settembre 2001 : Ricordiamo le cose giuste?



Ricordiamo le cose giuste? 
11 settembre 2001: 2996 morti delle torri gemelle, 5.000 civili morti nel solo primo anno di guerra in Afghanistan dichiarata dall’America in seguito alla caduta delle torri gemelle.





Santiago del Cile, 11 Settembre 1973.

L'11 settembre che nessuno ricorda....L'11 Settembre 1973 cadeva sotto le bombe contro il palazzo de La Moneda, il presidente eletto dal popolo Cileno Salvador Allende, e con lui la 
"via cilena al socialismo". L'11 Settembre, le forze armate cilene guidate dal Generale Augusto Pinochet rovesciarono con l'aiuto americano il governo democraticamente eletto. 

 Poivennero le torture, le esecuzioni, il terrore.
Durante la dittatura militare venne attuata una forte repressione dell'opposizione, ritenuta un vero sterminio di massa, con l'uccisione di circa 3.000 oppositori politici - 2279 è la cifra ufficiale - su 130.000 arrestati in maniera arbitraria, e sistematiche violazioni dei diritti umani, anche se c'è chi sostiene che i morti furono invece 40.000, comprese le sparizioni forzate.
Il conto dei morti è sempre una cosa di cattivo gusto, come mettere in antagonismo due eventi cosi, come se il ricordo del '73 fosse di sinistra ed il 2001 di destra. Il problema è che spesso non si ricorda cosa avvenne in Cile e delle responsabilità dei governi occidentali in quel colpo di stato; per non scordare la visita di Giovanni Paolo II che si affacciò alla finestra con il criminale Pinochet.

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“Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non
dimenticare” (Sciascia)

11 SETTEBRE, l'ultima vergogna,di Bush e Cheney



11 SETTEBRE: l'ultima vergogna


E’ stata l’ultima legge approvata dal parlamento americano nel 2010, e per un soffio ha rischiato di non farcela. Si tratta di un finanziamento di circa 4 milioni di dollari destinato ai soccorritori dell’11 settembre...

leggi tutto http://cipiri.blogspot.it/2011/01/11-settebre-lultima-vergognadi-bush-e.html

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giovedì 12 gennaio 2012

Pessima notizia per la democrazia italiana



Pessima notizia per la democrazia italiana


 La bocciatura dei quesiti referendari anti-Porcellum da parte della Corte Costituzionale rappresenta una pessima notizia per la democrazia italiana. Nessuno si illuda che i capipartito realizzino per via parlamentare una riforma elettorale limitatrice del loro strapotere sulle candidature e dunque sugli eletti. Solo la via della partecipazione popolare avrebbe potuto fornire la spinta necessaria. Ora comincerà il lavorio dei proporzionalisti. I governi futuri verranno designati in laboriose trattative di vertice, confiscando le prerogative del popolo sovrano. Un ulteriore passo indietro della nostra democrazia malata. Esultarà apertamente Calderoli, ma a ridere sotto i baffi saranno anche gli altri leader di strutture, i partiti, che non hanno mai adempiuto all’obbligo costituzionale (art. 49) del rispetto di regole democratiche al proprio interno.

http://www.gadlerner.it/2012/01/12/pessima-notizia-per-la-democrazia-italiana.html


DEFAULT DEMOCRATICO E REGIME.

Il referendum era, poteva essere, la scialuppa di salvataggio della nave della democrazia.
Quella nave democratica rischia di affondare e di consegnare agli insulti legittimi dei cittadini indignati il Parlamento, autore - nella sua maggioranza di ieri - del Porcellum e indisponibile - con la maggioranza di oggi - a procedere al cambiamento di quella legge vergogna.
La crisi democratica e la prospettiva di un regime viene aggravata da un Governo di tecnici senza legittimazione popolare che procede, come il predecessore Berlusconi, per decreto legge e con richiesta di voto di fiducia. Un voto di fiducia concesso da un Parlamento di nominati ricattati/comprati.
Si svela, oggi, in tutta la sua gravità la, ormai inaccettabile, coincidenza tra Ministri e poteri forti senza consenso.
I “poteri forti” sono certamente parte del Paese, sono parte dell'Italia. Come i “poteri deboli”, la classe operaia o la categoria dei geometri o dei medici. Muore la democrazia, però, quando i poteri forti o una qualunque parte del Paese si identifica, senza legittimazione democratica, nello stesso Governo. Muore la democrazia, anche quando il Governo è espressione soltanto della classe operaia o soltanto dei geometri o soltanto dei medici.
Non si invochi l'Europa, per favore. Il troppo è troppo.
E a nulla valgono, a questo punto, i sorrisi di galateo internazionale di Angela Merkel o di Davide Cameron.
Non più le scellerate speculazioni finanziarie sono oggi il problema principale dell'Italia, ma il dramma italiano è il Default democratico che rischia di salvare caste e speculazioni e trasformare l'Italia in un Paese forse ancora in Euro e in Europa, ma privo di democrazia e di credibili istituzioni rappresentative.

Leoluca Orlando

Per TUTTI gli ITALIANI. copia e incolla

Noi POPOLO SOVRANO cambiaremo, informiamo, facciamoci capire dal NOSTRO stesso Popolo Sovrano, che: " Se vogliamo avere la LIBERTA', dobbiamo raccogliere il 50,1% della popolazione votante, per SISTEMARE le cose senza fare_ricevere NESSUNA VIOLENZA."


25 Rappresentanti per 25 milioni di firme deleghe per avere il POTERE di CHIUDERE i NOSTRI Palazzi e far us
cire tutti.

Far applicare l' INTERDIZIONE PERENNE ai pubblici uffici, dichiarare il blocco degli stipendi, diarie, missioni, vitalizi con rimando alla decisione POPOLARE Sovrana.

PROCEDURA COSTITUZIONALE e INDEROGABILE.

1. NO AI PARLAMENTARI CONDANNATI
No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento - Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale

2. DUE LEGISLATURE
No ai parlamentari di professione da venti e trent'anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente

3. ELEZIONE DIRETTA
No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta

Fantascienza? No, sono i 3 punti della proposta di legge di iniziativa popolare denominata "Parlamento Pulito", sottoscritta da 350.000 cittadini e chiusa nei cassetti del senato, in attesa di essere discussa, da ormai 4 LUNGHI ANNI.


https://www.facebook.com/
LeggeElettorale


NO alle elezioni con la legge-truffa elettorale porcellum, prima vogliamo una nuova legge elettorale libera e democratica. E anche una legge sul conflitto d'interessi ed una legge sui partiti. Contribuisci anche te a formare una nuova legge elettorale libera e democratica partecipando a questa domanda: https://www.facebook.com/
questions/265948850127951/
Pagina: Piace a 4.216 persone
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mercoledì 2 novembre 2011

Lettera a Mohammed Bouazizi


Lettera a

Mohammed Bouazizi

Lettera a un giovane 

che ha cambiato il corso della storia


La morte di Mohammed Bouazizi ha segnato l’inizio di un grande movimento mondiale, dalla Tunisia a Wall street. Un evento inatteso e ancora confuso. Ma anche solo la sua nascita è motivo di speranza, scrive Rebecca Solnit. 

Caro giovane morto il quarto giorno di questo turbolento 2011, caro Mohammed Bouazizi,
ti scrivo per raccontarti un anno sorprendente, quando mancano ancora due mesi alla sua fine. Voglio raccontarti il potere della disperazione, i confini della speranza e i legami della società civile.
Vorrei che tu potessi vedere in che modo la tua piccola vita e la tua grande morte sono divenute catalizzatori della caduta di tanti dittatori in quella che ha preso il nome di primavera araba.
Oggi viviamo una sorta di autunno americano. La società civile degli Stati Uniti si è improvvisamente rimessa in moto con nuovo vigore e marciamo tutti verso un futuro che nessuno di noi immaginava quando tu, giovane venditore ambulante tunisino capace di dare tanto, e a cui invece tanto è stato tolto, ti sei bruciato vivo e sei morto tra le fiamme per protestare contro il tuo stato di povertà e umiliazione.
Ti sei dato fuoco il 17 dicembre 2010, esattamente nove mesi prima dell’inizio di Occupy Wall street. E la tua morte, due settimane dopo, ha dato inizio a eventi molto importanti. Ti sei dato fuoco perché eri senza voce, senza potere ed evidentemente senza speranza. Eppure dovevi avere ancora una piccola speranza: che la tua morte sarebbe servita a qualcosa. Pensavi che tu, che avevi così poco potere, che non potevi neanche guadagnarti da vivere o proteggere i tuoi pochi beni o essere trattato in modo giusto e corretto dalla polizia, avevi il potere di protestare.

Il sogno di molti
In realtà, come si è visto, quel tuo potere superava ogni immaginazione ed era nelle tue mani perché la tua speranza, per quanto piccola, si è trasformata nel sogno di molti, il sogno di quelli che oggi chiamiamo “il 99 per cento”.
E così la Tunisia è scoppiata e ha rovesciato il suo governo e l’Egitto si è incendiato, così come il Bahrain, la Siria, lo Yemen e la Libia dove, contrariamente alle proteste nonviolente degli altri paesi, è cominciata una guerra civile che i ribelli hanno quasi vinto dopo molti mesi di sanguinose battaglie. Chi poteva immaginare un Medio Oriente senza il Ben Ali, senza Mubarak, senza Gheddafi? Eppure eccoci qui, nel mondo inimmaginabile. Di nuovo. E praticamente ovunque.
Il Giappone è stato letteralmente scosso via dai propri piani e programmi dal terremoto e dallo tsunami dell’11 marzo e quel paese si è ritrovato a interrogarsi profondamente sui propri valori e priorità. La Cina attraversa una fase turbolenta e nessuno può dire per quanto tempo si riuscirà a contenere lo scontento della classe media repressa e quello dei più poveri e affamati. E l’India: chi può saperlo? Il governo saudita è così spaventato che ha persino concesso alcuni nuovi diritti alle donne. I siriani non sono tornati nelle loro case neanche quando l’esercito ha cominciato a sparare e a ucciderli.
In Italia ci sono state nei mesi scorsi manifestazioni che hanno raccolto un milione di persone che protestavano contro le misure di austerità. I greci, be’ se avete seguito gli ultimi avvenimenti sapete cosa hanno fatto i greci. Ho dimenticato Israele? Ci sono state enormi manifestazioni contro lo status quo economico che sono durate per tutta l’estate e sono continuate anche in autunno.
Come tu già sapevi all’inizio, tutte queste proteste hanno a che fare con l’economia. In questo anno burrascoso, la Grecia si è bruscamente ritrovata nella crisi con enormi proteste, manifestazioni, sit-in e vere e proprie forme di guerriglia urbana. Gli islandesi hanno portato avanti la loro lotta contro le banche che hanno affossato l’economia del loro paese nel 2008 e continuano a lanciare uova contro i politici. Il loro ex primo ministro potrebbe divetare il primo capo di stato a essere processato per reati connessi alla crisi finanziaria globale. I giovani spagnoli protestano dal 15 maggio.
Molte di queste rivolte hanno in comune il fatto che i partecipanti non si battono per un partito o una singola causa, ma lottano per un mondo migliore, per la dignità, il rispetto, la democrazia reale, la speranza e le opportunità, e tutti i relativi risvolti economici. I giovani spagnoli il cui futuro è stato svenduto a favore delle grandi aziende, sono stati soprannominati indignados e nella scorsa estate si sono accampati nelle piazze spagnole. Madrid occupata, come l’occupazione di piazza Tahrir, ha preceduto Occupy Wall street.
In Cile, gli studenti indignati per i costi dell’istruzione e le profonde iniquità della loro società sono in piazza da maggio e protestano in ogni modo, dai kiss-in alle occupazioni delle scuole, fino ai cortei di 150mila e più persone. Quarantamila studenti hanno sfilato contro la “riforma scolastica” in Colombia una settimana fa. E ad agosto in Gran Bretagna i giovani hanno sfogato la loro rabbia distruggendo Londra, Birmingham e decine di altre città, un evento scatenato dall’uccisione di Mark Duggan, un ventinovenne nero londinese, da parte della polizia. I giovani inglesi si erano ribellati in modo più pacifico per l’aumento delle rette scolastiche l’inverno scorso. Anche lì la situazione è senza speranza ed esplosiva, e so che capisci bene a cosa mi riferisco.
In Messico è nato un meraviglioso movimento che si è espresso con manifestazioni di massa contro la violenza dei narcos, e anche in questo caso l’evento scatenante è stata la morte di un altro giovane e il dolore di suo padre, il poeta Javier Sicilia.
Negli Stati Uniti c’è stata una grande rivolta nel Wisconsin già dallo scorso inverno, quando i cittadini hanno occupato per settimane il palazzo del parlamento a Madison. Dall’Egitto e da tutto il pianeta hanno telefonato a una pizzeria locale, ordinando da mangiare per gli occupanti. Tutti siamo collegati. E tutti osserviamo. Ed è così che il movimento Occupy ha superato i confini di Wall street rovesciandosi come una marea nel paese. Centinaia di occupazioni stanno avvenendo in tutta l’America: a Oklahoma City e Tijuana, a Victoria e Fort Lauderdale.

Il 99 per cento
We are the 99% (Siamo il 99 per cento) è il grido del movimento Occupy. Quest’estate su uno dei volantini che hanno contribuito a lanciare la protesta di Occupy Wall street erano scritte queste parole: “Noi, il 99 per cento, convochiamo un’assemblea generale aperta da tenersi il 9 agosto, alle 19.30, presso il Potato famine memorial di New York”. L’assemblea era convocata per discutere la futura occupazione del 17 settembre.
L’Irish hunger memorial, così vicino a Wall street, è un monumento dedicato al ricordo del milione di contadini irlandesi che morirono di fame durante la grande carestia che colpì l’Irlanda a metà dell’ottocento. In quegli anni l’Irlanda continuò a esportare prodotti alimentari all’estero e i proprietari terrieri continuarono ad arricchirsi. È un monumento che racconta lo sfruttamento di molti da parte di pochi e le forze che trasformarono alcuni dei nostri antenati – tra cui i quattro nonni irlandesi di mia madre – in emigranti, forze che costringono ancora oggi le persone ad abbandonare i propri campi, le case, nazioni e regioni.
La grande carestia irlandese fu un uno degli esempi più evidenti di quei disastri dell’era moderna che non sono crisi di scarsità, ma di distribuzione. Gli Stati Uniti sono oggi il paese più ricco che il mondo abbia mai conosciuto, un paese ricco di risorse naturali, oltre che di infermieri, medici, università, insegnanti, case e cibo. Per cui anche la nostra è una crisi di distribuzione.
Tutti potrebbero avere tutto ciò di cui hanno bisogno e i ricchi continuerebbero a essere abbastanza ricchi, ma tu sai che abbastanza non è un concetto accettabile per loro. Sono avidi e nei trent’anni in cui si sono accaparrati di tutto hanno strappato via le risorse minime necessarie a garantire la sopravvivenza e la dignità del resto di noi. Per questo non si poteva scegliere un luogo più adatto del monumento alla Grande carestia per l’inizio di Occupy Wall street.
Il 99 per cento, le persone che muoiono di fame durante le carestie e che perdono i mezzi di sostentamento e le proprie case quando l’economia crolla, voleva dare una risposta all’1 per cento che era stato servito così bene dall’amministrazione Bush e dall’era delle privatizzazioni selvagge che portò con sé.
Come ha scritto il mio amico Andy Kroll in un suo articolo su TomDispatch: ”L’1 per cento delle persone con i redditi più elevati ha avuto il 65 per cento della crescita complessiva dei redditi in America per gran parte del decennio” che si è appena concluso.  ”Nel 2010″, ha aggiunto, “20,5 milioni di persone, pari al 6,7 per cento di tutti i cittadini statunitensi, si sono trascinati avanti con meno di 11.157 dollari per una famiglia di quattro persone, cioè con meno della metà del reddito che segna la linea di povertà”.
Non è possibile sopravvivere con meno di mille dollari al mese in questo paese, dove una visita al pronto soccorso può costarti lo stipendio di un anno, un’automobile ne costa il doppio e un anno di retta di un college privato più di quattro volte quella cifra.
Più avanti nel mese di agosto è arrivato il sito web avviato da un attivista newyorkese di 28 anni, We are the 99 percent, dove in questi giorni centinaia di persone pubblicano quotidianamente i propri ritratti fotografici. Ciascuna di queste persone racconta poi le condizioni disperate in cui si trovano, nonostante abbiano lavorato sodo e abbiano studiato tanto (spesso accumulando debiti), nonostante le promesse che gli sono state sventolate sotto gli occhi secondo cui (se avessero giocato bene le loro carte) sarebbero stati al sicuro nella loro casa e avrebbero vissuto una parte del sogno acquistato a così caro prezzo.
È un sito che ospita incubi a occhi aperti che non hanno fine, brutti sogni economici che sarebbero spazzati via da una minima redistribuzione dei redditi (anche senza eliminare i ricchi). Le persone che scrivono sul sito non chiedono lussi, ma preferirebbero semplicemente non dover morire di lavoro come è successo a tanti operai nelle fabbriche dell’ottocento, né dover vedere l’intero mondo che gli crolla intorno se si ammalano. Vogliono sopravvivere con dignità e le loro testimonianze vi spezzeranno il cuore.
Mohammed Bouazizi, tu che sei morto a 26 anni, a cui sto scrivendo questa lettera, ecco uno dei contributi più recenti a questo sito:
“Ho 26 anni. Ho un debito di 134mila dollari. Ho cominciato a lavorare a quattordici anni e lavoro a tempo pieno da quando ne ho venti. Sono un informatico e sono stato licenziato nel luglio del 2011. Sono stato FORTUNATO perché ho trovato SUBITO un nuovo lavoro: con una riduzione di stipendio e PIÙ ORE.  Adesso ho scoperto che mio padre è stato licenziato la settimana scorsa, dopo 18 ANNI con lo stesso datore di lavoro. Soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo debilitante e non posso assentarmi dal lavoro perché non potrei permettermi le rate del mutuo se non andassi al lavoro e ho paura di perdere il mio NUOVO lavoro se chiedo dei permessi!! NOI SIAMO IL 99 per cento”.
Alcune delle persone che scrivono su We are the 99% offrono almeno una vista parziale dei loro volti, ma il giovane informatico che ho appena citato tiene in mano una lettera che gli oscura il volto. La povertà oscura anche il vostro volto. Oscura i vostri talenti, il vostro potenziale, persino la voce che vi contraddistingue e se poi diventa più profonda vi sradica progressivamente con la fame e il degrado.
La povertà è il frutto dei sistemi contro i quali le persone di tutto il pianeta si stanno ribellando in questo burrascoso 2011. La Primavera araba in fondo è stata una rivolta economica. A che cosa servivano tutte quelle dittature e autocrazie se non a spremere più denaro possibile dalle popolazioni oppresse, denaro per i governanti, denaro per le multinazionali, denaro per quell’1 per cento.
“Non siamo merci nelle mani di politici e banchieri” recitava lo slogan della prima protesta studentesca convocata in Spagna quest’anno. La tua bella generazione, Mohammed Bouazizi, si è sollevata e sta trascinando con sé il resto di noi, persino negli Stati Uniti.

Il microfono del popolo
All’inizio i critici di Occupy Wall street pensavano apparentemente che il movimento fosse una lobby impegnata solo a creare un pacchetto di richieste realistiche. In altre parole, erano convinti che gli occupanti si dovessero trasformare in supplicanti che avrebbero chiesto ai potenti qualche tipo di carità, come il riscatto dei debiti accumulati per gli studi universitari. Proponevano di prendere un sogno grande come il cielo e di riempirci tante piccole bottiglie da mettere poi in vendita. O più semplicemente di schiacciare quel sogno.
Allo stesso modo, volevano che questo movimento si affrettasse a nominare dei capi, così ci sarebbe stato qualcuno da identificare e su cui indagare, da scegliere o corrompere. Ma il movimento è, alle sue radici, senza leader, un movimento anarchico catalizzato dalla grazia della società civile e dal duro lavoro della collettività. Il movimento Occupy – come molti dei movimenti che sono sbocciati in questi giorni in giro per il mondo – utilizza le assemblee generali come forma di protesta e di processo.
I partecipanti non si rivolgono alle autorità ma a loro stessi, cominciano a conoscersi, tentando di far nascere la democrazia a cui aspirano su piccola scala invece di protestare contro la sua assenza su grande scala.
Sono queste le famose assemblee generali di Occupy in cui le decisioni si prendono con il metodo del consenso e, in assenza di amplificazione (per ordine della polizia di New York City), si usa il microfono del popolo: le persone radunate in assemblea ripetono ciò che viene detto nel momento in cui viene detto, creando l’effetto di un megafono umano. A questo si accompagna un vocabolario ristretto di gesti che aiutano le persone a partecipare al complesso processo di un gruppo enorme che sta conversando.
In altre parole, il processo è anche l’obiettivo: la democrazia diretta. Nessuno te la può concedere. Viviamo la democrazia diretta nel momento stesso in cui ci ritroviamo a partecipare alla società civile come cittadini con una voce uguale. O per metterla in un altro modo: gli occupanti non chiedono che gli venga dato qualcosa ma stanno formulando qualcosa di nuovo. E il fatto che questa novità non preveda alcuna tecnologia, neanche un megafono, è già di per sé notevole nella nostra era telematica.
Sono solo persone appassionate che si riuniscono; poi Facebook, YouTube, Twitter, gli sms, le mail e i siti web diffondono le parole, insieme ad alcuni organi di stampa, in particolare l’Occupied Wall Street Journal.
La bellezza e la genialità di questo movimento in questi giorni è il fatto che abbia trovato un modo per definire i propri desideri e le proprie necessità senza costringerli dentro confini che escluderebbero automaticamente tante persone. E agendo in questo modo è riuscito a parlare a quasi tutti noi.
C’è la terribile rabbia contro l’ingiustizia economica che è condivisa dagli studenti universitari che hanno di fronte un futuro di debiti e superlavoro, così come da chi non si è neanche potuto permettere gli studi, dai lavoratori che faticano più di prima guadagnando di meno, dai molti che sono senza lavoro e con poche prospettive, dalle persone costrette ad abbandonare le proprie case per i giochetti che le banche fanno con mutui e utili azionari e da tutti quelli che subiscono la catastrofe del sistema sanitario pubblico negli Stati Uniti. E condivisa dal resto di noi, furiosi per conto loro (e anche per nostro conto).
E poi c’è la gioiosa speranza che le cose potrebbero realmente essere diverse. Questa speranza è stata soddisfatta in qualche misura dal modo in cui un’occupazione a tempo indefinito è sopravvissuta per quattro e più settimane per poi trasformarsi in centinaia di occupazioni in ogni parte del paese e in cortei in quasi mille città in giro per il mondo il 15 ottobre scorso, da Sydney a Tokyo a Santa Rosa.
Parla a nome di molti, parla per il 99 per cento e parla con chiarezza, così chiaramente che un ex marine si è presentato con un cartello scritto a mano che diceva: “È la seconda volta che combatto per il mio paese, la prima in cui so chi è il mio nemico”.
Anche il movimento contro i cambiamenti climatici si è presentato a Occupy Wall street. Quello che impedisce di agire contro i cambiamenti climatici è la stessa forza che impedisce di agire per risolvere i problemi importanti: queste azioni ridurrebbero gli utili societari. Non importa quello che ci riserva il futuro più lontano, non quando la posta in palio sono gli utili trimestrali.
Poco più di una decina di anni fa, dopo la rivolta contro le politiche economiche neoliberiste che riscosse così tanto successo a Seattle, si diffuse uno slogan che diceva: “Un altro mondo è possibile”. Personalmente lo slogan non mi ha convinta del tutto perché in luoghi e modi importanti quell’altro mondo è già qui. Tuttavia, in un video sull’occupazione di New York pubblicato su YouTube, ho visto una donna anziana con un cappello di paglia che diceva: ”Lottiamo per una società in cui ognuno sia importante”. Che bella sintesi! Riuscite a immaginare una richiesta più chiara di questa? E riuscite a immaginare modi più efficaci per togliere valore alle persone di quelli che ritroviamo nel nostro attuale sistema economico?

Qual è la tua occupazione?
Occupy Wall street. Occupare insieme. Occupare New Orleans, Portland, Stockton, Boston, Las Cruces, Minneapolis. Occupare. La parola stessa è un manifesto, una dichiarazione di posizione e allo stesso tempo una posizione. Per tante persone, in particolare per gli uomini, l’occupazione corrisponde alla loro identità e quando perdono il lavoro non diventano solo disoccupati ma non sono più nessuno.
Il movimento Occupy offre loro una nuova occupazione, un’attività che non li aiuterà a pagare le bollette, ma un lavoro che vale la pena di fare. “Ho perso il lavoro, ho trovato un’occupazione” diceva uno dei cartelli che si distingueva in mezzo ai tanti cartelli ingegnosi e spiritosi.
Esiste ovviamente un significato più oscuro della parola occupazione, come nella frase “gli Stati Uniti stanno occupando l’Iraq”. Perfino la National Public Radio, la rete delle radio pubbliche statunitensi, trasmette informazioni sull’indice Dow Jones diverse volte al giorno, come se l’ascesa e la caduta del mercato azionario non fossero state da lungo tempo sganciate dall’ascesa e dalla caduta delle misure che porterebbero realmente benessere per il 99 per cento. Una piccola parte di Wall Street, che ci ha occupato per lungo tempo come se fosse una potenza straniera, è ora occupata come se fosse un paese straniero.
Wall street è un paese straniero e forse è anche un paese nemico. E ora è occuparla. Nello stesso modo in cui i nativi americani occuparono l’isola di Alcatraz nella baia di San Francisco per 18 mesi una quarantina di anni fa, dando l’avvio a un movimento nazionale. Scegli un posto da occupare, e quando sei lì scopri un’altra occupazione, quella di membro della società civile.
A maggio, in Ohio, un gruppo di persone trasvestite da Robin Hood ha letteralmente calato un ponte mobile che avevano costruito per attraversare un “fossato” che circonda la sede centrale della Chase Bank e ha fatto irruzione nell’assemblea degli azionisti di quella banca. Più di recente quaranta Robin Hood si sono presentati in massa in canoa a una riunione delle banche specializzate nei mutui a Chicago. Le persone occupano le case che rischiano di essere espropriate dalle banche. L’esproprio da parte delle banche è, ovviamente, un modo per trasformare le persone in non occupanti.
In questo momento della storia, occupare dovrebbe essere l’occupazione di ognuno di noi.

Immagini dell’infanzia di una rivolta
Caro giovane la cui disperazione ha dato vita alla speranza, nessuno sa che cosa ci riserva il futuro. Quando ti sei dato fuoco, ormai dieci mesi fa, non sapevi di certo, così come neanche noi sappiamo ora, quale sarà nel lungo periodo l’esito della Primavera araba, e tanto meno dell’Autunno americano. Un movimento come questo arriva nel mondo come un neonato. Chi sa quale sarà il suo il destino o anche solo se sopravviverà e diventerà adulto?
Potrebbe essere soppresso come la Primavera di Praga del 1968. Potrebbe attraversare una folle adolescenza come la Rivoluzione francese del 1789 per poi crescere e andare oltre i sogni dei suoi genitori. Raggiante di felicità alla nascita, circondato da sorrisi, potrebbe poi diventare un imperturbabile cittadino borghese come è avvenuto ad esempio ai movimenti in Cecoslovacchia, Ungheria e nella Germania riunificata dopo che la società civile ha liberato quei paesi dalla dittatura.
Potrebbe diventare turbolento come è accaduto alle Filippine dopo la rivoluzione del 1986 che ha defenestrato la cleptocrazia della famiglia Marcos. La rivoluzione potrebbe essere assassinata nella culla, come avvenne al governo democratico di Mohammad Mossadeq in Iran nel 1953, a quello del presidente Jacobo Arbenz in Guatemala nel 1954 e all’esperimento cileno del presidente Salvador Allende, l’11 settembre 1973, in tutti e tre i casi per colpi di stato militari realizzati con il sostegno della Cia. Per conto dell’1 per cento.
Che si tratti di un bambino o di un figlio della storia, non possiamo sapere chi o che cosa diverrà, ma è comunque possibile coglierne qualche caratteristica chiedendo a chi o che cosa somiglia. A cosa somiglia Occupy Wall street? Ovviamente ai suoi fratelli che sono nati in ogni parte del mondo quest’anno e forse in qualche modo al movimento per i diritti civili degli Stati Uniti che ebbe inizio negli anni cinquanta dello scorso secolo.
Negli Stati Uniti ci fu una rivolta nazionale non meno spontanea nella sua formazione durante la Grande depressione cominciata nel 1873, ma il grande sciopero delle ferrovie del 1877 fu violento, mentre il movimento Occupy è profondamente permeato dallo spirito e dalle tattiche della non violenza. L’ultima Grande depressione, quella del 1929, creò una serie di movimenti radicali, oltre alle Hoovervilles, le baraccopoli in cui vivevano le persone che avevano perso la propria casa.
Ci sono somiglianze di famiglia. I cortei e le azioni contro l’imminente invasione dell’Iraq che si svolsero il 15 febbraio del 2003 in tutti e sette i continenti (sì, c’era anche l’Antartide) fanno chiaramente parte della stessa famiglia. E il movimento per la globalizzazione che si oppone alle multinazionali è la madrina. E poi c’è un parente che ha appena compiuto dieci anni.

Cugino 11 settembre
Zuccotti park è a soli due isolati da Wall street e ad appena un isolato di distanza da Ground zero, il luogo dell’attentato dell’11 settembre. Quel giorno venne gravemente danneggiato. Il 21 settembre di quest’anno la mia cara amica Marina Sitrin mi ha scritto da Occupy Wall street: “Ci sono persone di gruppi etnici diversi, di età diverse, tra cui non pochi bambini che sono qui con i genitori, e diversi lavoratori della zona. In particolare, alcune delle guardie private del monumento commemorativo dell’11 settembre che si trova a un isolato da qui sono venuti a trovarci durante l’ora del pranzo e hanno chiacchierato con le persone, così come ha fatto un gruppo di operai edili della zona”.
Se la Primavera araba è stata l’antitesi dell’11 settembre a distanza di un decennio, una rivolta ampiamente non violenta, che ha coinvolto tanti cittadini e ha costretto il mondo occidentale ad abbandonare la sua fantasia spaventosa secondo cui tutti i giovani musulmani sono terroristi, jihadisti e attentatori suicidi, allora Occupy Wall street, che è cominciata sei giorni dopo il decimo anniversario di quella giornata da incubo di settembre, è l’altra metà dell’11 settembre a New York.
Quel giorno di dieci anni fa fu straordinario per il modo tranquillo e meraviglioso in cui si comportarono tutti. Gli abitanti di New York si aiutarono vicendevolmente a scendere le scale di decine di piani nelle torri gemelle e a fuggire dalla catastrofe, mentre altri fecero la fila per donare il sangue, in un desiderio disperato di fare qualcosa, qualsiasi cosa, di partecipare, di condividere il riscoperto senso di appartenenza alla comunità che era nato quel giorno in città.
Ci fu, per esempio, un enorme punto di distribuzione organizzato a Chelsea Piers che offriva gratuitamente cibo, medicinali e attrezzi di lavoro alle persone impegnate a Ground zero e che contribuì a trovare alloggi per gli sfollati. Non fu un’attività ufficiale, ma nacque in modo ancora più spontaneo di Occupy Wall street, senza capi o istituzioni, e venne sciolta con la forza quando le autorità si organizzarono qualche giorno dopo. I partecipanti vissero un’esperienza di democrazia in mezzo a tanto dolore e tanta sofferenza, una gioia straordinaria nel trovare un lavoro così ricco di significato e profondi legami sociali, e una piccola gioia temporanea, come spesso avviene in occasione di un disastro.
Quando ho cominciato a studiare la storia dei disastri urbani, tanti anni fa, ho scoperto spesso espressioni inaspettate di questo genere di gioia che legava la nascita delle proteste, delle dimostrazioni, delle rivolte e delle rivoluzioni ai periodi successivi ad alcuni disastri. Anche quando le perdite erano terribili, le persone agivano insieme per affrontare la situazione in modi che erano quasi sempre meravigliosi e stupefacenti.
Da quando ho scritto Un paradiso all’inferno mi hanno chiesto più volte se la crisi economica genera lo stesso tipo di comunità che nasce in occasione dei disastri improvvisi. Avvenne in Argentina nel 2001, quando l’economia di quel paese crollò. Ed è successo ora, nelle strade di New York e di molte altre città, nel 2011. Un cartello di Occupy San Francisco diceva: “È ORA”. È vero. È ora da molto tempo.

L’unica speranza è in noi stessi
La nascita di questo momento è stata ritardata di tre anni. Gli argentini reagirono immediatamente alla crisi del 2001 e ai risentimenti che da lungo tempo covavano contro un’economia che aveva affondato tanti di loro ancor prima che il governo congelasse tutti i conti bancari e l’economia crollasse.
D’altro canto, la nostra economia è crollata tre anni fa, quando i giornali finanziari titolarono “Il capitalismo è morto”. Ci fu rabbia e indignazione allora, ma la vera reazione fu ritardata.
L’indignazione di quei giorni portò in verità a un forte movimento della società civile che concentrò tutta l’attenzione su un solo candidato politico affinché sistemasse tutto per noi, come promise di fare. Fu un bel movimento, un movimento ricco di speranza, assai più del suo candidato. Il movimento riuscì a far sì che il suo unico candidato raggiungesse la carica più alta del paese, un posto che occupa ancora oggi, e poi si allontanò come se il lavoro fosse stato completato. Era appena cominciato.
Quel movimento avrebbe potuto battersi contro le corporation, poteva darci una vera politica contro i cambiamenti climatici e altro, ma accettò di sciogliersi come se un politico eletto fosse l’equivalente di dieci milioni di cittadini o della stessa società civile. Fu un movimento ampio, di tutte le età e tutte le razze, e credo che abbia fatto ritorno, deluso dai politici e dalla politica elettorale, deciso questa volta a fare da sé, oltre e fuori dalle camere stantie della politica istituzionale.
Non so esattamente a chi somiglia questo neonato, ma so che ciò a cui somigliamo non è ciò che diventeremo. Questo bimbo inatteso ha un mese dietro di sé e un futuro davanti che nessuno di noi può intravedere, ma la sua nascita dovrebbe essere motivo di speranza.

Ti abbraccio,

Rebecca

Traduzione di Andrea Spila

Rebecca Solnit, Tomdispatch, Stati Uniti

http://www.internazionale.it/news/rebecca-solnit/2011/11/01/lettera-a-un-giovane-che-ha-cambiato-il-corso-della-storia/


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lunedì 1 agosto 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale VIDEO




Islanda
quando il popolo 
sconfigge l'economia globale
VIDEO


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Bellissimo articolo di Andrea Degl'Innocenti del 13 Luglio 2011, riportato da INFORMAZIONE LIBERA, e tradotto in audio, sulla rivoluzione silenziosa islandese, L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

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mercoledì 13 luglio 2011

Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale


Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.


di Andrea Degl'Innocenti - 13 Luglio 2011

Cascata Islanda
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.
L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.
Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.
15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.
Landsbanki
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave
Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.
Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.
A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.
Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.
Proteste
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.
Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.
Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.
La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
Costituzione Islanda
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.
In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').
Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.
Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".
Quarto Stato
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale
Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.
Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

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