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domenica 3 gennaio 2016

La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna




La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna

Sta per passare l'anno del centenario di una delle tante mistificazioni che tappezzano la nostra storia.

Cento anni fa l'Italia entrava in guerra al fianco dell’Intesa contro gli Imperi centrali. Una scelta che ha segnato per sempre i destini del nostro Paese. Tutti i protagonisti sono morti: vittime e carnefici. Ma non è morta la retorica “nazionalista” che altera, ancora oggi, la verità. 
La storia ci racconta che la “grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti gli italiani” (come dichiarò l’allora sottosegretario Paolo Peluffo)”. Una storia stantia, ammuffita, quella guerra ha drammaticamente segnato l’immaginario, la cultura, la politica e la storia del nostro Paese. Ha inciso la carne stessa delle centinaia di migliaia di vittime, mutilati, feriti, prigionieri (terribile fu la sorte dei prigionieri italiani, che non ebbero dal nostro governo alcun sostegno materiale, perché considerati vili o disertori). La guerra ha colpito chi l’ha combattuta allo stesso modo delle famiglie a cui queste persone sono state sottratte per essere restituite cadaveri, o non essere restituite affatto; o restituite a volte con devastazioni fisiche e psicologiche inimmaginabili. Perché nella I guerra mondiale tutti gli strumenti di distruzione disponibili
 (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) 
furono utilizzati su larga scala e senza limiti.

Ancora oggi non sappiamo, se non in modo approssimativo, i numeri dei morti, dei feriti, dei civili deceduti (direttamente e indirettamente a causa della guerra), dei prigionieri abbandonati dall’Italia, dei soldati impazziti al fronte, e già questo dà il segno della brutalità e della violenza della guerra. Secondo gli studi più attendibili, durante i 5 anni di guerra, su un totale di 74 milioni di soldati mobilitati dai Paesi belligeranti, vi furono complessivamente 10 milioni di morti (e dispersi), 21 milioni di feriti – fra cui 8 milioni di mutilati ed invalidi, quindi feriti permanenti – e 8 milioni di prigionieri su tutti i fronti. Per quanto riguarda l’Italia – e anche qui i numeri sono incerti, molto probabilmente sottostimati rispetto alla realtà – si contano oltre 650mila morti, di cui 400mila al fronte, 100mila in prigionia e i restanti a causa di malattie contratte durante la guerra. Inoltre in 500mila tornarono dal fronte mutilati, invalidi o gravemente feriti e oltre 40mila con gravissime patologie psichiche dopo anni di trincea. 
L’entrata in guerra fu un “grande affare” per i gruppi industriali italiani che ha alimentato la grande truffa delle spese di guerra. Episodio, questo, totalmente occultato. Un ignobile arricchimento fatto sulla pelle delle migliaia di italiani mandati a morire. Si trattò della prova generale della corruzione sistemica che avrebbe caratterizzato il nostro Stato. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra fortemente voluta da Giolitti raccolse, seppure a fatica, una documentazione imponente. Non ci fu un settore delle commesse di guerra che non fosse stato coinvolto dalla corruzione. Fatture pagate per materiali mai consegnati o solo in parte consegnati, fatture pagate due volte, forniture di materiali di pessima qualità e, finita la guerra, riacquisto a bassissimo costo di quanto non era stato nemmeno consegnato. La guerra costò in alcuni settori anche il 400% in più del dovuto, si può ben comprendere con che danno irreparabile per la casse dello Stato. Un debito enorme che l’Italia si sarebbe trascinata per decenni fin dentro la vita repubblicana. La cattiva qualità delle forniture provocò disagi gravissimi dagli armamenti fino alle stoffe delle divise che avide d’acqua ghiacciarono negli inverni di trincea o alle scarpe che duravano in media da 4 giorni a 2 mesi. La guerra si trasformò in una colossale truffa per lo Stato. Anche l’acquisto di quadrupedi negli Stati Uniti divenne occasione di corruzione, gli ufficiali addetti comprarono a caro prezzo migliaia di cavalli e di muli d'età veneranda, pronti a morire ancora nel viaggio di consegna. La commissione fu di fatto neutralizzata da Mussolini, intanto arrivato al potere, e i risultati dei suoi lavori sconosciuti e inapplicati. L’industria italiana che tanto aveva sostenuto gli interventisti trasse profitti illeciti ed enormi. Fra le industrie più note l’Ansaldo che fatturò due volte e si fece pagare due volte una intera fornitura di cannoni o l’Ilva che aveva investito centinaia di milioni per finanziare la stampa nazionale e locale perché creasse nell’opinione pubblica un clima
 di complessivo consenso alla guerra.



La guerra è stata “preparata” anche dall’opinione pubblica di allora con una enorme macchina propagandistica al servizio della politica interventista. Poche sono state le voci critiche. Chi si è distinto in questo è stato è stato il Pontefice Benedetto XV. Tra la fine del 1914 e il maggio del 1915, in pochi mesi l’Italia passò dal più convinto neutralismo al più acceso nazionalismo. Trascinando gran parte dell’opinione pubblica su posizioni belligeranti. Un risultato del genere non può che essere attuato attraverso una capillare organizzazione del consenso, una delle prime attuate in maniera così sistematica e capillare in Italia, che coinvolgeva scrittori e testate giornalistiche, riviste letterarie e singoli intellettuali. Una circostanza che dovrebbe far riflettere sull’efficacia della propaganda nelle società di massa. All’interno di questo panorama culturale, intellettuale e anche religioso di sostanziale esaltazione, o almeno di acritica accettazione della guerra, emerge la figura di Benedetto XV il quale ebbe il coraggio di esprimere da subito una condanna totale e ferma nei confronti della guerra di cui intuì le straordinarie capacità mortifere. Le righe da lui dedicate alla guerra nella sua prima enciclica del 1° novembre 1915 "Ad beatissimi" sono di una chiarezza esemplare. Scontentò tutti con questa posizione e ancor più con le proposte di pace o almeno di armistizio che più volte concretamente avanzò. Nessuno le prese in considerazione e per questa sua posizione fu condannato alla cancellazione nella storia del ’900 tanto che possiamo definirlo il papa sconosciuto. Ma non si limitò soltanto alla condanna e alla possibilità di tregua, armistizio e pace, promosse forme di assistenza ai prigionieri di guerra e di collegamento e informazione tra prigionieri e famiglie. Un’opera silenziosa e preziosa soprattutto quando l’Italia decise di abbandonare i propri militari prigionieri considerandoli disertori. In compenso viene esaltata la figura molto controversa di Padre Agostino Gemelli. Un frate totalmente asservito alla propaganda guerrafondaia. Gemelli era capitano medico assegnato al Comando Supremo. In quel ruolo fu uno dei più ascoltati consulenti di Cadorna. Come psicologo si propose di trovare i modi per abbassare ogni forma di resistenza tra i soldati rispetto alla morte che li attendeva negli inutili assalti. Alla stessa morte Gemelli attribuiva una valenza religiosa in grado di convincere i fanti che si trattava della condivisione con la missione salvifica del Cristo. Gli articoli di Gemelli di quegli anni e il suo libro "Il nostro soldato" sono un’abominevole raccolta di pensieri raccapriccianti dove la fede viene posta a servizio di una causa di morte. Gemelli scriveva che la conversione del soldato si realizzava sul letto dell’ospedale prima di morire, ma era cominciata al fronte e ad essa aveva dato un contributo decisivo una singolare forza di catechesi, la catechesi del cannone. Pertanto la guerra era compresa come provvidenziale occasione di rinascita cristiana. Gemelli fu molto abile a preparare un intruglio di edificazione-rassegnazione di fronte alla catastrofe della guerra offrendo ad essa una mistica consolatrice come quando scrive: «Per noi che rimaniamo, per le spose, per le madri, per i figli, per le sorelle, per gli amici, per i compagni d’armi, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prova la morte dei nostri giovani è ragione di conforto. Essi hanno accettato di morire, perché hanno sentito la bellezza cristiana del sacrificio per la patria. Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forte, che sprona al sacrificio, che ci fa degni insomma dell’ora della prova che oggi viviamo»

Altra figura negativa è stata quella del generale Cadorna (insieme al Comando supremo). Dal punto di vista strategico per la totale incompetenza a comprendere le caratteristiche della nuova guerra dove gli assalti ripetuti alle trincee nemiche erano destinati al totale fallimento, le nuove armi permettevano di difendere le trincee dalle ondate di fanti che egli mandava incurante a morire. Una scelta folle che mostrò progressivamente il totale disprezzo che aveva per la vita umana. Ma l’incapacità strategica apparve sin da subito quando, dichiarata la guerra da parte italiana, Cadorna temporeggiò tanto da lasciare agli austriaci tutto il tempo di rinforzare le fortificazione fino a renderle inespugnabili. A questo si accompagnò il ben più grave sistema repressivo per costringere con ogni mezzo i soldati ad andare a morire. Qualsiasi dubbio sulla guerra e ogni forma di protesta fu repressa nel sangue con processi farsa, con sentenze che ebbero immediata applicazione, con tribunali speciali fino alle esecuzioni sul posto (lasciando ai comandanti totale arbitrio di vita e di morte nei confronti dei sottoposti). Altro sistema largamente diffuso furono le decimazioni tra i soldati fortemente volute da Cadorna per instaurare un regime di terrore nella truppa. Cadorna era un cattolico devoto e assunse questo ruolo di spietato carnefice come personale missione a servizio della guerra. L’obbedienza cieca divenne elemento della mistica di guerra nella quale il campo di battaglia e di morte divenne il luogo del pericolo e dell’onore.

Altro inganno fu la propaganda costruita sulla Vittoria. Appena conclusa la guerra, prese il via una sorta di “frenesia commemorativa” fatta di monumenti ai caduti, grandi sacrari militari, fino alla trasformazione del Vittoriano in monumento al Milite Ignoto. In un primo momento la necessità dell’elaborazione del lutto, anche collettiva, da parte dei famigliari e degli amici delle vittime ha avuto un ruolo importante, e lapidi e monumenti ai caduti hanno svolto anche questa funzione. Ma subito dopo, e in particolare dopo la presa del potere da parte del fascismo, è stata attuata una vera e propria “politica della memoria” per costruire una sorta di religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati. Infatti i nuovi monumenti ai caduti spesso abbandonano le connotazioni troppo veriste per assumere quelle dei guerrieri nudi della classicità, rafforzando così i tratti eroici e trasformando il soldato-contadino in fante-guerriero, attorniato da fasci littori, scudi e daghe. A partire dal 1928, poi, il regime vieta la costruzione di monumenti di iniziativa locale e attribuisce al governo centrale la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali. Il nuovo sacrario militare di Redipuglia – che sostituisce il precedente Cimitero degli invitti che a Mussolini non piaceva proprio perché poco eroico – è l’emblema di questo uso politico della morte e della memoria: 22 giganteschi gradoni di marmo bianco, che contengono le spoglie di oltre 100mila soldati, su ciascuno dei quali è scolpita ossessivamente la parola «Presente», come nel rito dell’appello durante i funerali o le commemorazioni dei “martiri fascisti”, a cui quindi vengono equiparati i caduti della I guerra mondiale. 
Quel conflitto è stato un orrore, tutta la tecnologia di allora asservita alla macchina infernale della guerra, eppure viene “celebrato”. A cento anni di distanza lo spirito critico fatica ad emergere. Come costruire una nuova memoria storica? Demistificare la narrazione apologetica e celebrativa della I guerra mondiale significa porre le basi per creare una più solida coscienza critica non solo del perché fu orrore quella guerra, ma di come lo sono state anche altre guerre. È per questa ragione che oggi l’ideologia dominante celebra ancora il falso “mito” della I guerra mondiale. Per rendere le masse più disponibili ad accettare come l’orizzonte della guerra esista ancora. Che esso faccia in qualche modo parte del nostro Dna. Che non è bella, ma a volte è necessaria. Va invece suscitato un orrore lucido e razionale nei confronti di quella guerra come di tutte le altre, un orrore generatore di pensiero e non unicamente emotivo – nei confronti della “grande menzogna” che continua anche oggi. Certo, la memoria è corta. E la storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata distrattamente, accontentandosi di attingere al senso comune ed alle fonti di “sistema”. Ma l’esercizio critico è una delle (poche) armi che ancora abbiamo a disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla, che è poi la pre-condizione per tentare di cambiarla.


Al precedente discorso su Cadorna e ai suoi metodi repressivi, si riallaccia anche la richiesta dell'Ordinario militare di "Riabilitare i disertori come Caduti". Chiede di rivedere il giudizio storico che da 100 anni relega nell'oblìo chi abbandonò la trincea. Un fenomeno che coinvolse tutte le forze in campo, alimentato non tanto dalla paura quanto dalla nostalgia per la famiglia e odio per l'ingiustizia delle autorità militari. Le condanne furono circa centomila. Impossibile sapere con esattezza i fucilati, almeno un migliaio (a Redipuglia, il 16 luglio 1917, un ammutinamento nella Brigata Catanzaro, si concluse il giorno successivo con la fucilazione di 28 soldati). Il numero esatto dei morti per diserzione nella Grande Guerra non è conosciuto. Sulla base della documentazione disponibile, l'Italia detiene il primo posto: su 4 milioni e 200 mila soldati al fronte, ne furono "giustiziati" circa 1000. Fra questi, anche i cosiddetti "decimati", soldati estratti a sorte da reparti ritenuti "vigliacchi" e passati per le armi "per dare l'esempio". L'esercito francese che iniziò la guerra un anno prima, nel 1914, ebbe al fronte 6 milioni di soldati, 700 i fucilati. Nell'esercito inglese furono 350, in quello tedesco una cinquantina. 
Un po' di chiarezza sulle dimensioni e le ragioni della diserzione viene dal saggio del 2001 "I disobbedienti nell'esercito italiano durante la Grande Guerra di Bruna Bianchi, docente all'Università Cà Foscari di Venezia e grande studiosa del primo conflitto mondiale (reperibile sul sito della Fondazione Basso, ndr). Il reato di diserzione, scrive Bianchi, "fu la forma di disobbedienza più diffusa durante il conflitto", con un "aumento progressivo del reato ben esemplificato dal numero delle condanne: da 10.272 nel primo anno di guerra si passò a 27.817 nel secondo e a 55.034 nel terzo". Per arginare il fenomeno, si estese progressivamente la possibilità di comminare la pena di morte, fino a prevedere anche "ritorsioni nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia".
La sorpresa viene dalle ragioni che spinsero alla diserzione. E' sorprendente leggere di come la paura contasse ben poco nell'allontanare i giovani italiani dalle trincee. Altri due sentimenti incisero nel loro animo, con ben altra profondità. La nostalgia della famiglia, innanzitutto, accompagnata dal desiderio di aiutare i propri cari. E poi, l'odio per l'autoritarismo. 
Bianchi cita in particolare lo studio di un campione di 1300 soldati, giudicati da vari tribunali. In maggioranza i soldati si allontanarono per ragioni familiari (oltre il 64%)" con "assenze brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%)". Un altro importante "gruppo di motivazioni (il 30%)" rimanda alla disciplina e alla vita di guerra. "L'autoritarismo brutale e la mancanza di regolarità delle licenze sono motivazioni che emergono con forza dagli interrogatori in istruttoria. Nell'animo dei soldati, cui fu negato di rivedere i parenti in punto di morte, risentimento e indignazione si mutarono in cupo rancore, in un sentimento di odio a stento trattenuto".
Recentissimo, pubblicato nel 2014 da Bfs, è invece il nuovo libro di Marco Rossi "Gli ammutinati delle trincee: dalla Guerra di Libia alla Prima guerra mondiale 1911-1918". Da tempo impegnato nella ricerca storica sulle vicende del movimento operaio dopo la Prima Guerra Mondiale, con particolare attenzione verso l'antifascismo anarchico, Rossi analizza la diserzione per dare voce, in questo caso, "al coraggio di restare umani, anche a rischio della fucilazione per disfattismo" di quei contadini e operai che "non accettarono passivamente di morire, da Tripoli a Caporetto, per interessi e logiche non loro". Rossi scrive di "prigionieri delle trincee" che "combatterono una loro guerra dentro la guerra, ammutinandosi agli ordini criminosi dei generali, disertando, dandosi alla macchia, animando rivolte per difendersi da una patria che li mandava al massacro 
e li voleva assassini di altri sfruttati".
Cit. da "La grande menzogna" e d'un art. di Paolo Gallori


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lunedì 8 aprile 2013

Il Social Forum Mondiale per il popolo tunisino


 
Il racconto di un giovane studente italiano a Tunisi: nelle parole e il lavoro della popolazione la rivoluzione non è ancora finita. E attraversa il Mediterraneo.

  - Appena atterrati la Tunisia ci accoglie con una piacevole serata di primavera. L'approccio iniziale è piuttosto caotico, con una ressa di tassisti che si accalcano intorno a noi. La nostra indecisione li spazientisce, e attira persino l'attenzione di un poliziotto. La cosa si risolve in fretta, e si parte verso il centro città con l'immancabile sottofondo di musica popolare.

Il tassista è taciturno, ma tamburella con le dita sul volante e canticchia sottovoce. La mia amica Rosa non si trattiene e si arrischia a fare qualche domanda sulla situazione politica, la rivoluzione: "Con o contro?". Nei brevi attimi di silenzio che seguono cominciamo a entrare in una città quasi deserta. Poi, senza scomporsi troppo ma con un mezzo sorriso stampato in faccia l'uomo risponde secco "Con la rivoluzione, fino alla vittoria. Vittoria o morte", sciogliendo quel gelo iniziale e generando sorrisi. Poi ci chiede se abbiamo mai visitato la "strada della rivoluzione". Non la chiama con il suo nome storico, il nome del leader della lotta anticoloniale e primo presidente della Tunisia indipendente, e alla nostra risposta positiva si permette una breve deviazione e con un certo orgoglio ci accompagna sul teatro principale di quella che è stata la scintilla delle primavere arabe, che ha costretto il dittatore Ben Ali alla fuga nel gennaio 2011: Avenue Habib Bourghiba.

Nei giorni del Forum Sociale Mondiale la capitale tunisina ha visto di nuovo la sua strada principale riempirsi di musica, cori, bandiere, manifestanti, tende, cortei. Questa volta senza manganelli, proiettili e lacrimogeni: il nuovo governo non se li poteva permettere vista la presenza di circa, dicono gli organizzatori, 70mila partecipanti da tutto il mondo. Eppure la presenza della polizia in centro è ancora massiccia, rotoli di filo spinato circondano intere zone della via, soprattutto l'area di fronte al Ministero dell'Interno dove prima e durante la rivoluzione gli oppositori politici venivano rinchiusi e torturati. E negli stessi giorni arrivano notizie da Gafsa, città mineraria del Sud, che raccontano di manifestazioni dei minatori represse a colpi di fucile da caccia dalle forze di polizia.

Di Gafsa sono anche molti dei ragazzi e le ragazze con cui ho avuto il piacere di passare le serate in un istituto universitario attrezzato a dormitorio. Di giorno volontari al Forum con svariati compiti, dalla gestione della diretta streaming dei workshop alla registrazione dei partecipanti, di notte instancabili animatori e compagni di risate, a suon di chitarra e bendir, tamburo tipico tunisino, con un repertorio della tradizione mistica islamica. Fanno parte dell'Unione dei laureati disoccupati, una categoria di giovani che in alcune zone assume proporzioni devastanti, e che rappresenta una delle realtà più dolorose della Tunisia. Non vengono necessariamente da famiglie di classe media, o privilegiate, perché il regime nonostante la svolta neoliberista degli ultimi anni ancora permetteva un accesso praticamente gratuito a tutti i gradi dell'istruzione. C'è un matematico, un filosofo, un programmatore informatico, un giurista, un'anestesista. Hanno conoscenze importanti, che loro sanno essere fondamentali in un periodo come questo in cui il Paese ha bisogno di rinascere, ricominciare, seguendo una strada diversa da quella del passato.

Praticamente tutti hanno un familiare, un amico, un conoscente che è partito per l'Europa a inseguire il sogno di vedersi realizzati per quello che valgono. Alcuni di loro hanno una trentina d'anni, e non è difficile leggere una disillusione molto più forte nei loro occhi, rispetto ai più giovani. Eppure tutti si scuriscono un po' in volto quando pensano che alla fine del Forum anche questa esperienza finirà e dovranno tornare alla frustrazione di un presente incerto, che se per molti versi è simile a quello di molti coetanei delle altre sponde del Mediterraneo, Spagna, Grecia e Italia, d'altra parte è aggravato da una situazione economica e politica decisamente più grave della nostra.

Ma soprattutto, la differenza è che loro una rivoluzione l'hanno fatta, ma non hanno visto cambiare molto, per non dire nulla. Sì, è vero, oggi è possibile esprimere opinioni e criticare il governo molto più apertamente di quanto non si potesse prima. Ma le relazioni di potere nella società rimangono immutate, per lo meno per quanto riguarda le classi più svantaggiate. E lo scioccante assassinio, poco più di un mese fa, di Chokri Belaid, capo carismatico di un fronte di forze di opposizione molto vicino alla causa dei lavoratori e dei diseredati, se da una parte ha rianimato lo spirito e le spinte rivoluzionarie, dall'altra ha reso evidente che la battaglia vera è solamente iniziata con la caduta della dittatura, e che tanto ancora resta da fare. "Lavoro, Libertà, Dignità", uno degli slogan chiave della rivoluzione e che ha riecheggiato tantissimo anche durante il Social Forum, implica indirettamente che le tre cose non possono andare separate, e non c'è una senza la realizzazione compiuta delle altre.

I canti, gli slogan, il ricordo del martire Belaid e di tutti gli altri martiri della Rivoluzione sono un mantra, quasi ossessivo; ripetuti decine e centinaia di volte nei mesi passati riesplodono anche durante il Forum, in assembramenti spontanei che spesso si trasformano in cortei, che celebrano una ritrovata fratellanza autentica tra popoli arabi, nel segno delle rivoluzioni contro regimi autoritari. Se è vero che il Forum si è tenuto in un quartiere un po' periferico della città e la registrazione a pagamento (per quanto simbolico) ha creato qualche ostacolo ad una partecipazione il più possibile allargata, c'è anche da dire però che la presenza in Avenue Bourghiba, attraverso mostre, concerti e piccoli sit-in improvvisati ha permesso a una grande fetta di popolazione di essere parte attiva, prendere la parola in discussioni, incontrare attivisti da tutto il mondo.

Ali non ha dubbi quando dice che ha molta fiducia nella Tunisia di oggi, lui che l'ha lasciata più di trenta anni fa senza mai ritornarci fino ad oggi. In un italiano impeccabile cita Sartre, Foucault, Camus ("L'unico modo di affrontare un mondo non libero è diventare così assolutamente liberi da fare della tua stessa esistenza un atto di ribellione"), e racconta di come non si sarebbe mai aspettato di trovare una Tunisia così viva. Non smette di fare domande, ai tassisti, agli artisti che espongono le proprie opere nelle tende attrezzate dal Forum, ai giovani che incontra. È eccitato quando ascolta le parole cantate da nuovi artisti emergenti, che fondono il reggae e il rap con la tradizione locale e i contenuti della rivoluzione; quando constata quanto fine sia il pensare critico dei giovani, molto più di quanto non abbia visto in Italia negli ultimi tempi. Lui che nonostante il suo lungo viaggiare tra mondo arabo ed Europa scoraggia sempre tutti i ragazzi che incontra a partire all'inseguimento di un sogno europeo. La soluzione per lui non è andarsene, ma restare e cambiare le cose.

Murad, poco più che ventenne, concorda con lui sul fatto che il Forum è un'occasione fondamentale per i tunisini, per conoscere le più svariate realtà di lotta ed arricchire l'esperienza rivoluzionaria, incontrando ad esempio coloro che proprio alla "Rivoluzione dei gelsomini" si sono ispirati, dai popoli egiziano, siriano, libico, yemenita, bahreinita, agli Indignados spagnoli, al movimento Occupy Wall Street. Eppure anche questo non basterà, i tunisini oggi "sono un cuore senza testa", dice lui: un potenziale di energie a lungo represse ma mai sopite si sono finalmente sollevate, ma dopo lo slancio iniziale, a due anni dalla caduta del regime, faticano a intravedere una via d'uscita, mentre i governi in carica mostrano sempre di più una continuità di fatto con l'autoritarismo del regime e le forze di opposizione mancano di coesione, di un progetto, una visione per il futuro, e peccano a volte di una tendenza al minoritarismo che riduce l'impatto delle loro istanze.

Insomma la strada è ancora lunga, ma nonostante la sfiducia e la stanchezza quello che non manca è la consapevolezza e la determinazione a portare a termine il percorso iniziato rovesciando il potere di un regime opprimente vecchio di decenni e che sembrava destinato a durarne altrettanti.

Dopo una settimana intensa, lasciando la città per tornare all'aeroporto, le parole del tassista che ci aveva accompagnato il primo giorno hanno assunto adesso tutto un altro significato: "rivoluzione", "morte", "vittoria" non mi suonano più come slogan triti e retorici, adesso hanno tutta la concretezza delle voci e dei volti incontrati in questi giorni a Tunisi. Che ci consegnano una lezione e un messaggio da riportare anche al di qua del Mediterraneo.
di Francesco De Lellis

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giovedì 6 maggio 2010

Minacce con proiettili a pm e giornalisti

Anche ieri minacce con proiettili a pm e giornalisti. I pm sono quelli siciliani che indagano sui mandanti esterni delle stragi e han fatto processare Dell’Utri per mafia. I giornalisti sono Santoro e Ruotolo, fra i pochi che di questi temi tabù parlano in tv. Il Fatto ha pubblicato intercettazioni minacciose di uomini della ‘ndrangheta amici di Dell’Utri contro Travaglio e Santoro.

Ora al torvo copione si aggiungono Spatuzza e Ciancimino jr, che hanno il torto di raccontare i rapporti mafia-politica-servizi. Da quand’è iniziata la crisi di sistema con gli scandali su Berlusconi & C, si registra un’escalation che ricorda i messaggi della "Falange Armata", a mezzadria fra mafia e servizi, al crepuscolo della Prima Repubblica. Inquieta il silenzio delle istituzioni, così solerti nel dotare di scorta i giornalisti vicini al governo. È troppo chiedere al ministro dell’Interno Maroni con quali criteri viene scortato questo e non quello? Queste minacce sono ordinaria amministrazione? E, in caso contrario, che intende fare il governo per proteggere i destinatari?




LEGGI: Proiettili in redazione, minacce a Ingroia, Ruotolo e Santoro di Eduardo Di Blasi

Fonte: http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2484204&title=2484204


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