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lunedì 11 giugno 2018

Salvini Chiude i Porti Italiani alla nave Ong Aquarius

traffico di esseri umani

Salvini chiude i porti italiani alla nave carica di immigrati salvati in mare. Il ministro dell'interno parla della Nave Aqaurius, della ong Sos Mediterranee, in navigazione con a bordo 600 persone salvate dal naufragio e dice: se non vanno a Malta io impedirò loro di attraccare in Italia. Lorenzo Ranchi ha parlato con Nicola Stalla, Responsabile ricerca e soccorso di SOS Mediterranee, che si trova a bordo della Aquarius ed è in navigazione.



E' braccio di ferro tra Italia e Malta sul caso della nave Ong Aquarius. L'imbarcazione con a bordo oltre 600 migranti è bloccata in mare dopo che ieri il Viminale non ha autorizzato lo sbarco ritenendo che, trovandosi la nave a 43 miglia da Malta, sia La Valletta (Malta) il porto più sicuro. Una posizione non condivisa da Malta che non sembra disposta ad accogliere i migranti.

Il vicepremier e ministro dell'Interno Matteo Salvini sceglie però la linea dura. "Da oggi anche l'Italia comincia a dire no al traffico di esseri umani, no al business dell'immigrazione clandestina", ha scritto su Facebook il leader della Lega, annunciando poi la decisione di chiudere i porti.

Una decisione inedita per l'Italia presa di concerto da Salvini con il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. "Chiediamo al governo di La Valletta (Malta) - si legge in una nota congiunta - di accogliere la Aquarius per un primo soccorso ai migranti a bordo". "L'isola - continuano i due ministri - non può continuare a voltarsi dall'altra parte quando si tratta di rispettare precise convenzioni internazionali in materia di salvaguardia della vita umana e di cooperazione tra Stati".

E mentre Napoli e Palermo offrono i loro porti per far sbarcare i migranti, dure critiche alla posizione del Viminale arrivano dal Pd. "Il presidente Conte assuma un'iniziativa di fronte a quello che sta accadendo dopo le scelte di Salvini'', scrive su Facebook il segretario reggente del partito democratico Maurizio Martina. ''L'Italia - sottolinea - non va lasciata sola e oggi più che mai non servono drammatici braccio di ferro tra Paesi ma soluzioni coordinate. Chiudere i porti in questo modo può portare solo a gravi rischi umanitari".




Teniamo i migranti e cacciamo a calci chi li sfrutta

"Bisogna mettere fine al business dell'immigrazione". Volete cacciare via i migranti e, poi, tutti i delinquenti che li sfruttano nei campi, nei ristoranti, nella logistica, nei magazzini, tutti quelli che gli affittano le case senza contratto, tutti quelli che si improvvisano operatori sociali, intascandosi i soldi e lasciando i migranti in condizioni disperate, tutti questi delinquenti, ve li volete tenere? 
Ecco, facciamo il contrario, per una volta. Teniamo i migranti e cacciamo a calci chi li sfrutta.


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martedì 5 giugno 2018

Italia dirà no alla riforma del regolamento di Dublino

Diritto di Asilo

Il governo italiano dirà no alla riforma del regolamento di Dublino e a nuove politiche di asilo, occorre ricontrattare in Ue» il dossier migranti. Lo ha ribadito (la posizione dell’Italia al riguardo era già nota) il ministro dell’Interno Matteo Salvini parlando dall’hotspot (centro di prima accoglienza e identificazione per migranti) di Pozzallo in provincia di Ragusa. «Vogliono appesantire i Paesi del Mediterraneo, come Italia, Cipro Malta, Spagna, ulteriormente dandoci migliaia di migranti per dieci anni», ha spiegato Salvini annunciando che, martedì, non potrà essere al Consiglio europei dei ministro dell'Interno essendo prevista la fiducia al governo Conte al Senato.

La riforma del regolamento di Dublino, ovvero il sistema d’asilo europeo che attualmente stabilisce l’assegnazione dei richiedenti asilo al Paese di primo arrivo (dove la domanda va perciò presentata), sarà martedì al centro della riunione dei ministri degli interni dei 28 a Lussemburgo. E, date le posizioni tuttora inconciliabili sull’ultimo compromesso preparato dalla presidenza bulgara, rischia di trasformarsi in un braccio di forza tra i leader al vertice Ue del 28 e 29 giugno dove debutterà il premier Giuseppe Conte.


Salvini: stop sbarchi e più espulsioni 
La linea rilancita oggi da Salvini sull’immigrazione è: stop sbarchi, più espulsioni e più accordi con i Paesi di origine. Commentando il naufragio odierno al largo della Tunisia, con almeno 35 morti il ministro dell’Interno ha dichiarato che «pregare e commuoversi non basta». L'obiettivo, ha proseguito il titolare del Viminale, è «salvare le vite. E questo lo si fa impedendo le partenze dei barconi della morte che sono un affare per qualcuno e una disgrazia per il resto del mondo»
«Basta alla Sicilia campo profughi d’Europa» 
Salvini, a Catania per la conferenza del candidato sindaco del centrodestra Salvo Pogliese, ha dichiarato che non vuole assistere «senza far nulla a sbarchi su sbarchi su sbarchi (in realtà in calo del 77% nei primi 5 mesi dell’anno, ndr). Servono centri per espellere. Basta alla Sicilia campo profughi d’Europa». Nel rapporto della commissione del Senato sulla tutela dei diritti umani aggiornati a fine 2017 si parla di 5 centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr, gli ex Centri di identificazione ed espulsione - Cie) funzionanti ( Bari, Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino) con una capienza effettiva di 500 posti. L’Italia ha siglato intese per i rimpatri con Tunisia, Egitto, Nigeria, Sudan e Gambia. Senza l'ok degli Stati di provenienza, i migranti non possono ovviamente essere rimandati in patria.

C’è poi il problema dei costi (si parla in media di 1.200-1.300 euro a straniero cui vanno aggiunti i costi per il personale di polizia che deve accompagnarlo e che portano a triplicare la cifra finale). Nel 2017 sono stati 6.514 i migranti
trovati in posizione irregolare sul territorio nazionale e rimpatriati (contro i 5.817 del 2016).

«Tunisia democratica, ma spesso esporta galeotti» 
Sono proprio i tunisini al primo posto per nazionalità negli sbarchi quest’anno (2.789 contro 2.227 eritrei). «La Tunisia è un Paese libero e democratico che non sta esportando gentiluomini ma spesso e volentieri esporta galeotti» ha commentato Salvini interpellato sui casi di intemperanza, registrati nei centri di accoglienza, che avrebbero tra i protagonisti migranti tunisini.

Salvini ha aggiunto di essere «stato al Viminale» e di aver «aperto diversi fascicoli» scoprendo che in Italia il costo di assistenza per i richiedenti asilo è il più caro d’Europa e i tempi di rilascio delle autorizzazioni i più lenti». Daremo «risposte concrete», è la promessa.


Lo stallo sulla riforma del regolamento di Dublino 
Tornando al no dell’Italia alla riforma del regolamento di Dublino, è una posizione nota. Non una novità di Salvini. Bruxelles e Berlino spingono per chiudere entro fine giugno prima che il dossier finisca nelle mani della presidenza austriaca “hardliner” sui migranti e che non ha quindi nessun interesse ad avanzare. L'Italia, però, ha già opposto il suo veto irremovibile, ribadendolo ancora nelle ultime due settimane, alle modifiche peggiorative chieste dai Paesi di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia) contrari alla ripartizione dei migranti tra tutti gli stati membri. E che preferiscono quindi lo status quo, in cui questi restano un problema del Paese in cui sbarcano.


In ballo c’è la modifica del sistema d'asilo europeo. Solo questo, infatti, nell’architettura delle regole Ue sulla migrazione, può fare davvero la differenza sul peso che l’Italia deve sostenere di fronte agli arrivi dei rifugiati. Il compromesso della presidenza bulgara mette insieme elementi della proposta originaria della Commissione ma resta lontano da quella dell'Europarlamento che arriva ad annullare il criterio di primo ingresso. E ha inglobato le pressioni in primis di Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, che vogliono che la responsabilità per i Paesi di primo ingresso sia di 8 anni
 (da dieci era passato a cinque, fino a risalire in quest'ultima versione) 
contro i massimo 2 chiesti da Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta. Alla scadenza del termine, 
lo straniero può iniziare da capo in un altro Paese Ue.



SALVINI: "È finita la pacchia per i migranti"
La risposta di ROBERTO SAVIANO: "Non si lasciano annegare le persone".
"La poca conoscenza che ha Salvini del diritto del mare lo porta a ignorare un fatto fondamentale: le Ong agiscono sempre coordinate dalla Guardia Costiera italiana. Dando dei "vice scafisti" a persone che salvano vite in mare, sta dando anche colpa alla Guardia Costiera.
Il diritto del mare ha una regola secolare ed eterna.
Non si lasciano persone a mare, non si lasciano persone ANNEGARE.
E non sarà certo il nuovo ministro dell'Interno a interrompere questo DIRITTO SACRO".




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martedì 17 ottobre 2017

Malta la blogger Galizia


Per quale vero motivo è saltata in aria a Malta la blogger Galizia?
Un’autobomba, nel primo pomeriggio di lunedì, ha fatto saltare in aria a Malta uccidendola sul colpo, la blogger Daphne Caruana Galizia. La reporter che fra l’altro aveva collaborato ai MaltaFiles (evasione fiscale europea con base e copertura a Malta) era stata, secondo quanto da lei stessa denunciato giorni fa, minacciata di morte.

Aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Galizia aveva lavorato ai MaltaFiles, l'inchiesta internazionale che indicava Malta come "lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l'evasione fiscale nell'Unione europea" , dove risultava uno sterminato
elenco di italiani col conto offshore.

Ne scovava. E ne scriveva. Fra politici e affaristi, battendo un’isola del tesoro popolata da 70 mila società offshore, dalle sedi dei più grandi gruppi mondiali del gioco d’azzardo, dove vivono boss della ’ndrangheta, fra tasse vantaggiose, finte residenze, facili riciclaggi, segreti bancari ben custoditi.

Dalla sua attività investigativa negli ultimi anni emergono tuttavia diversi filoni fra i quali quello “scottante” del c.d. Panama Papers che nel 2016 coinvolse praticamente tutto il mondo “che conta”.

Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, nascondano i loro soldi dal controllo statale. Nei documenti sono menzionati i leader di cinque paesi — Arabia Saudita, Argentina, Emirati Arabi Uniti, Islanda e Ucraina — ma anche funzionari di governo, parenti e collaboratori stretti di vari capi di governo di più di 40 altri paesi; tra questi, Brasile, Cina, Francia, India, Malesia, Messico, Malta, Pakistan, Regno Unito, Russia, Siria, Spagna e Sud Africa.
La raccolta di oltre 2,6 terabyte, contenente documenti compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata al Süddeutsche Zeitung nell'agosto 2015 e conseguentemente al Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ nella sua sigla inglese), con sede negli Stati Uniti, affidandosi a chat ed e-mail criptate. I fascicoli sono stati distribuiti ed analizzati da circa 400 giornalisti di 107 organizzazioni informative di oltre 80 paesi. Il primo report basato sul congiunto di documenti è stato pubblicato, assieme a 149 dei documenti stessi, il 3 aprile 2016. Nel suo sito la ICIJ ha inoltre segnalato che agli inizi di maggio pubblicherà la lista completa delle compagnie e delle persone coinvolte.
Per farsi un’idea di quanti e quali personaggi sono potenzialmente rimasti coinvolti dopo la megafuga di notizie riservatissime avvenuta dal famoso studio legale internazionale Mossack Fonseca con sede per l’appunto a Panama.

Mossack Fonseca è uno studio legale e fornitore di servizi finanziari fondato nel 1977 da Jürgen Mossack e Ramón Fonseca. Le attività dello studio comprendono l'incorporazione di compagnie in paradisi fiscali, amministrazione di aziende offshore e servizi di gestione finanziaria. Un articolo dell'Economist del 2012 ritiene che sia un'azienda leader nel suo paese. La compagnia ha più di 500 impiegati ed oltre 40 uffici in tutto il mondo. Dalla sua fondazione ha effettuato operazioni per conto di 300.000 aziende, la maggior parte delle quali sono registrate nel Regno Unito o gestite da cittadini britannici in paradisi fiscali.
Lo studio lavora con le più grandi istituzioni finanziarie mondiali, come Deutsche Bank, HSBC, Société Générale, Credit Suisse, UBS, Commerzbank e Nordea. Prima della pubblicazione dei Panama Papers, Mossack Fonseca era descritta dall'Economist come una società leader nella gestione di offshore particolarmente riservata.

Il fascicolo è composto da 11,5 milioni di documenti redatti tra gli anni settanta ed il 2015 dalla Mossack Fonseca, che il The Guardian ha descritto come una delle più grandi aziende di gestione di società offshore del mondo.  I 2,6 terabytes di dati includono informazioni su 214.488 imprese offshore.  Gerard Ryle, direttore del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi, crede che questo possa essere "probabilmente il più grande colpo mai assestato al mondo dei paradisi fiscali per via dell'entità dei documenti".
La dimensione totale dei dati fuoriusciti da Mossak Fonseca sminuisce l'entità di tutte le precedenti fughe di notizie, coprendo un periodo compreso tra gli anni settanta ed il 2016. Il congiunto è composto di una cartella per ogni società di comodo, che contiene e-mail, contatti, trascrizioni e documenti digitalizzati. Nel fascicolo sono contenute 4.804.618 e-mail, 3.047.306 file in formato database, 2.154.264 pdf, 1.117.026 immagini, 320.166 file di testo e 2.242 file in altri formati. 


Persone coinvolte
Le prime pubblicazioni hanno evidenziato il coinvolgimento finanziario e politico di svariate figure politiche di rilievo e loro parenti. Per esempio il presidente argentino Mauricio Macri è segnato tra i direttori una società finanziaria con sede alle Bahamas che non aveva dichiarato durante il suo mandato di sindaco di Buenos Aires; anche se non è chiaro se la rivelazione di tale direzione fosse richiesta. The Guardian riporta che nella fuga di notizie rivela un esteso conflitto di interessi nelle connessioni tra i membri del Comitato Etico della FIFA
ed il passato presidente della FIFA Eugenio Figueredo.
Numerosi capi di stato sono stati nominati all'interno dei Panama Papers, oltre al già citato Mauricio Macri, Khalifa bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi, Petro Poroshenko dell'Ucraina, Re Salman dell'Arabia Saudita ed il Primo Ministro islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson. Tra gli ex capi di stato invece: Bidzina Ivanishvili, Primo Ministro georgiano; Ayad Allawi, dell'Iraq, Ali Abu al-Ragheb, della Giordania; Hamad bin Jassim bin Jaber Al Thani, del Qatar, Pavlo Lazarenko, dell'Ucraina, Ahmed al-Mirghani, del Sudan e l'Emiro del Qatar Hamad bin Khalifa Al Thani.
Sono inoltre citati funzionari di governo, ma anche parenti stretti e collaboratori di vari capi di governo di più di 40 paesi. Tra questi Algeria, Angola, Arabia Saudita, Argentina, Azerbaijan, Botswana, Brasile, Cambogia, Cile, Cina, Costa d'Avorio, Ecuador, Egitto, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Honduras, India, Islanda, Israele, Italia, Kazakistan, Kenya, Malesia, Marocco, Messico, Malta, Nigeria, Pakistan, Panamà, Perù, Polonia, Regno Unito, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Ruanda, Senegal, Siria, Spagna, Sud Africa, Taiwan, Ungheria, Venezuela e Zambia.Anche se è stato inizialmente notato che non fossero coinvolti cittadini statunitensi nelle rivelazioni, questo è un dato limitato al coinvolgimento diretto.

I documenti pubblicati identificano 61 familiari o collaboratori di primi ministri, presidenti o re, tra questi il cognato del presidente cinese Xi Jinping, il padre del Primo Ministro britannico David Cameron,[ il figlio del Primo Ministro malese Najib Razak, i figli del Primo Ministro pakistano Nawaz Sharif, e il "contractor preferito" del Presidente messicano Enrique Peña Nieto.
Il nome di Vladimir Putin non appare in nessuno dei documenti secondo quanto riferisce The Guardian, ma il giornale ha pubblicato un lungo articolo in prima pagina riguardo ai tre amici del presidente russo che compaiono nella lista, affermando che il successo negli affari di questi amici "non avrebbe potuto essere assicurato senza il suo sostegno". Ad esempio viene menzionato Sergei Roldugin, come il "miglior amico" di Putin. Rodulgin è un violoncellista e ha dichiarato di non essere un uomo d'affari, ma che ha un "apparente controllo di una serie di azioni dal valore di almeno $100m, probabilmente di più."
Il presidente ucraino Petro Poroshenko aveva promesso agli elettori che avrebbe venduto la sua fabbrica di dolciumi, la Roshen, quando si è candidato per la carica nel 2014. Nei documenti portati alla luce dall'inchiesta risulta invece che aveva fondato una holding in un paradiso fiscale per spostare la sua attività nelle Isole Vergini britanniche, eludendo così milioni di dollari in tasse ucraine.

I fascicoli mostrano anche come il Primo Ministro Islandese Sigmundur Davíð Gunnlaugsson ha avuto un interesse non dichiarato nel fallimento delle banche del suo paese, nascosto tramite l'utilizzo di società offshore. I documenti pubblicati riportano che lui e sua moglie comprarono la Wintris Inc. - una società offshore - nel 2007. Secondo la ICIJ l'avrebbero comprata "da Mossack Fonseca attraverso la filiale lussembrughese della Landsbanki, una delle tre grandi banche islandesi". Gunnlaugsson non dichiarò la sua connessione con la compagnia quando entrò nel parlamento nel 2009, vendendo il suo 50% della Wintris a sua moglie, otto mesi dopo, per un dollaro. Il Primo Ministro Islandese ha ricevuto richieste di dimissioni, ma il 4 aprile ha dichiarato in diretta che non avrebbe rassegnato le sue dimissioni, riferendosi alle rivelazioni dei Panama Papers come "niente di nuovo". Ha affermato che non ha infranto nessuna regola, e sua moglie non ha beneficiato finanziariamente dalle sue decisioni.
In Spagna, ci sono molti uomini d'affari e personaggi citati. Ad esempio, mettendo in evidenza Pilar de Borbón, sorella del re Juan Carlos I, che abdicò nel 2014, il ministro dell'Industria José Manuel Soria, o pronipoti del dittatore Franco.[senza fonte]
Sono presenti nei Panama Papers anche diversi imprenditori connessi con l'associazione mondiale calcistica, la FIFA, tra cui l'ex presidente della CONMEBOL Eugenio Figueredo, l'ex Presidente della UEFA Michel Platini, l'ex Segretario Generale della FIFA Jérôme Valcke, come anche il giocatore argentino Lionel Messi e il vicepresidente di Futbol Club Barcelona, Carles Villarubí.

Società
Mossack Fonseca ha gestito oltre 300.000 società nel corso di oltre 40 anni di attività,raggiungendo le 80.000 società attive nel 2009. Nei Panama Papers appaiono oltre 210.000 società in 21 giurisdizioni ritenute paradisi fiscali, più della metà delle quali sono state incorporate nelle Isole Vergini britanniche o a Panama, alle Bahamas, alle Seychelles, Niue o Samoa. Durante la sua attività, Mossack Fonseca ha lavorato con clienti da più di 100 paesi; la maggior parte delle aziende con sede a Isole Vergini britanniche, Hong Kong, in Svizzera, nel Regno Unito, in Lussemburgo, a Cipro o nella stessa Panama. Mossack Fonseca ha collaborato anche con più di 14.000 banche, studi legali, società di incorporazione ed altri per fondare aziende, fondazioni e trust per questi clienti. Oltre 500 banche hanno registrato quasi 15.600 società di comodo con Mossack Fonseca. Dexia (Lussemburgo), J. Safra Sarasin (Lussemburgo), Credit Suisse (Isole del Canale) e UBS (Svizzera) hanno tutte richiesto almeno 500 società offshore per i loro clienti, mentre Nordea (Lussemburgo) ne ha richieste circa 400

È vero che la Galizia era a “rischio” da quando Politico.ue l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa” e che non aveva esitato a coinvolgere la moglie dell’attuale premier laburista maltese Muscat accusandola di avere proprietà sotto la copertura off-shore, ma si ritiene a ragione che alla base dell’attentato di oggi, dove la reporter ha perso la vita, ci sia qualcosa di molto più grosso come ad esempio le sue indagini giornalistiche proprio sui filoni dei Panama Papers.

Dalla foto della cartina si può facilmente constatare che quasi tutti i paesi del mondo sono rimasti coinvolti in una delle fughe finanziarie riservate fra le più grandi della storia, se non la più grande in assoluto, tranne… la Germania!

Infatti in molti hanno avanzato il più che fondato sospetto che proprio dietro l’esplosione dello scandalo ci sia stato lo zampino tedesco per poter poi fare azione di “pressione” nei confronti di mezzo mondo visto il coinvolgimento di politici in carica e dinastie di industriali (leggere attentamente su Wikipedia i nomi dei politici e dei paesi coinvolti!).

Fantaspypolitica? Vedremo presto se la morte della Galizia si sarà rivelato essere un vero e proprio avvertimento in pieno stile mafioso (si colpisce un pesce piccolo per “educare” quelli che stanno più in alto) o se si è trattato di un regolamento di conti a livello locale.

Non scordiamo che guarda caso la  raccolta di oltre 2,6 terabyte di file contenenti documenti del Panama Papers compromettenti risalenti fino agli anni settanta, è stata consegnata proprio al Süddeutsche Zeitung nell’agosto 2015…

Come si dice: a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre!



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lunedì 23 maggio 2016

Cos’è il Fiscal Compact



Cos’è il Fiscal Compact

Nelle ultime settimane, in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio, molti critici dell’euro e più in generale delle politiche economiche in Europa hanno sostenuto di nuovo la necessità per l’Italia di uscire dal cosiddetto “Fiscal Compact”, cioè il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Il Fiscal Compact è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di due anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. 

Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel 
momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’expresidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto pochi giorni fa che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, recentemente ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta
 all’Europa da una Germania egemone».



Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata 
particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un 
tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva 
portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un 
governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia 
dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.
Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.
Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, 
Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche 
firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. 
Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL,
 già previsto da 
Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per 
permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci 
impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul 
numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.
Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a 
spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non 
sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare 
ogni anno per ridurre il rapporto.


.

Sono Web Designer, Web Master , Blogger : 
realizzo pagine internet leggere e responsive ,  
creo loghi , e curo i brevetti dai 
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realizzo banner e clip animate per pubblicizzare il vostro sito ,
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