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domenica 1 dicembre 2019

La Francia Punisce i Parlamentari Assenteisti

La Francia Punisce i Parlamentari Assenteisti



 Multa di 4000 Euro al Mese.

Mentre in Italia il nuovo governo decide di punire i lavoratori fannulloni con un licenziamento lampo che avviene nel giro di 48 ore, negli altri Stati europei si pensa 
a come punire adeguatamente i politici fannulloni..

La casta infatti, che attanaglia il nostro Paese a Montecitorio e Palazzo Madama, è presente in tanti altri Stati come la Francia dove si trovano vitalizi, bonus viaggi, cure mediche gratuite, emolumenti, pensioni d’oro e rimborsi spese davvero pazzeschi.


Qualcosa però si sta muovendo anche in casa di Holland, dove il governo ha deciso di “bastonare” in maniera decisa e netta tutti coloro che non rispettano il proprio contratto di lavoro: stiamo parlando soprattutto di parlamentari che, nonostante l’ottimo stipendio mensile e i vari bonus, continuano a non rispettare i propri impegni disertando il posto di lavoro e gli appuntamenti.

Il presidente del Senato Gérard Larcher, ha counicato che  a quattordici membri della camera alta di Parigi verranno sottratti 2.100 euro per assenteismo nel corso dell’ultimo trimestre del 2015 e che i tagli continueranno ad essere effettuati verso tutti gli altri assenteisti.
La “punizione” potrà arrivare anche a 13.200 euro ogni tre mesi 
verso tutti coloro che non frequenteranno.
Speriamo vivamente che anche il Governo italiano riesca
 a trovare una soluzione per questo problema.




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giovedì 22 novembre 2018

Manovra, 18 Paesi dell’Eurozona contro l’Italia

Manovra, 18 Paesi dell’Eurozona contro l’Italia

Nessuno sembra aver voglia di salvare il nostro Paese
 da una procedura di infrazione, 
come invece accadde nel 2003 a Francia e Germania.

Per le prima volta nella storia tutti i Paesi facenti parte della Zona Euro si dichiarano contrari all’unanimità al contenuto della manovra economica proposta da uno degli (attuali) 19 membri. Si tratta proprio del caso dell’Italia e della Manovra presentata dal governo Conte. Gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo, M5S e Lega, si sono detti più volte fermamente contrari a modificare i numeri della legge di bilancio, in modo tale da venire incontro alle richieste della Commissione Ue di non sforare le regole sul deficit contenute nel Trattato di Maastricht. Un muro contro muro tra Salvini e Di Maio da una parte, e Juncker e Moscovici dall’altra, che non sembrava chiamare direttamente in causa gli altri governi europei.

E, invece, nel prossimo Consiglio dei ministri finanziari dei Paesi dell’eurozona, fissato per oggi, verrà chiesto nuovamente all’unanimità all’Italia di rivedere la nostra proposta di bilancio, con la consapevolezza che da Roma giungerà un no quasi scontato. E allora, pensano gli analisti, l’apertura di una procedura di infrazione potrebbe divenire una realtà.

L’Eurozona compatta contro la legge di bilancio del governo Conte
Dunque, la manovra economica del governo gialloverde italiano al momento non ha trovato il sostegno di nessuno degli altri 18 Paesi che attualmente compongono l’Eurozona. E, secondo le ultime indiscrezioni, riportate tra gli altri dal Sole 24 Ore, nel Consiglio dei ministri finanziari di oggi, i nostri ‘condivisori di moneta’ si preparano a reiterare la richiesta all’esecutivo formato da M5S e Lega di modificare la legge di bilancio, con la motivazione che, scrive Sergio Fabbrini sul Sole, quella “deviazione” dai vincoli di bilancio Ue sarebbe “ingiustificabile” e “pericolosa”.

La loro consapevolezza, pensano gli analisti, supportati anche dalle reiterate dichiarazioni dei leader pentastellato e leghista, è che il governo italiano risponderà con un secco no e non cambierà di una virgola il contenuto della manovra. A quel punto l’Italia verrebbe sempre più marginalizzata, ma senza compromettere il futuro dell’Eurozona.

I 19 Paesi della Zona Euro e il precedente del 2003
Insomma, contro il governo ‘sovranista’ italiano si sono schierati anche quei Paesi ritenuti ideologicamente ‘amici’ come l’Austria di Sebastian Kurtz, l’Olanda di Mark Rutte o la Finlandia di Juha Petri Sipila. Ma anche tutti gli altri, con Francia e Germania in testa. Stiamo parlando di Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Spagna, Grecia, Slovenia, Cipro, Malta, Slovacchia, oltre che Estonia, Lettonia e Lituania. E pensare che già altre volte in passato si sono verificati episodi di scontro economico tra un membro dell’Eurozona e le istituzioni di Bruxelles. Nel 2003, ad esempio, proprio i due ‘giganti’, Francia e Germania, presentarono delle leggi di bilancio che sforavano i vincoli sul deficit stabiliti a Maastricht.

Ma, in quel caso, fu proprio l’appoggio ottenuto da un buon numero di partner nell’Euro a salvare francesi e tedeschi dalla procedura di infrazione allora raccomandata dalla Commissione Ue. Nel caso italiano del 2018, invece, non c’è nessuno disposto a salvarci.

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La nostra analisi di oggi - scrive la Commissione Ue nel suo rapporto sul debito italiano 
- suggerisce che il criterio del debito deve essere considerato non rispettato. Concludiamo che l'apertura di una procedura per deficit eccessivo basata sul debito è quindi giustificata...


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lunedì 19 novembre 2018

Gilet Gialli: Francia nel caos per Accise Carburanti

6 centesimi in più sulla benzina e gli 11 centesimi in più sul gasolio


Il bilancio della giornata dei gilet gialli si aggrava, secondo cifre diffuse questa mattina dal ministero dell'Interno francese: un morto, 409 i feriti, di cui 14 gravi, 282 gli arresti. Per il ministro Christophe Castaner «siamo di fronte a una disorganizzazione totale, hanno tentato di entrare nelle prefetture, ci sono state azioni di grande violenza». Intanto, 3.500 gilet gialli sono rimasti in azione tutta la notte. Stamattina i blocchi sono già 40 sulle autostrade. 

Gli Aumenti sul Carburante sono una MOSSA ECOLOGISTA  del governo , 
i manifestanti sono tutti padroncini di camion e Taxisti che 
Non Vogliono Cambiare Auto o Camion per continuare a lavorare ed inquinare.


Ieri un'onda di quasi 300.000 donne e uomini in gilet giallo, quelli catarifrangenti obbligatori in auto, ha investito la Francia. Una protesta senza capi né portavoce, partita dalle campagne più povere colpite dal caro-carburante e finita sotto le finestre dell'Eliseo, circondato dai manifestanti che cantavano la Marsigliese e gridavano «Macron, dimettiti».

Tanta la tensione ai 2.400 blocchi stradali, su autostrade, rotatorie, statali, cavalcavia. Sporadiche le violenze, soprattutto contro Prefetture e Comuni, come accaduto a Troyes e Quimper L'ordine impartito ai 4.000 gendarmi e poliziotti di rinforzo alle forze dell'ordine regolari in oltre 2.000 punti di tensione era di evitare qualsiasi incidente,
 anche soltanto immagini di violenze che potessero finire sul web. 

A manifestare non erano né sindacati né partiti, ma gente esasperata dalle tasse, abituata a vivere e lavorare duramente nelle campagne, persone che spendono una parte sempre più importante del loro stipendio per fare il pieno. Molte le donne, anche non giovani, le famiglie con i figli. Chiara l'intenzione di tutti di manifestare pacificamente la loro rabbia profonda. Se ne è avuta la dimostrazione alla Concorde, quando la tensione ha raggiunto il suo punto più alto per qualche centinaio di gilet gialli determinatissimi a raggiungere l'Eliseo.

Di fronte ai segnali di aggressività di gruppi di giovani, ai quali si erano mescolati black bloc di estrazione «metropolitana», i gilet gialli si sono dati la mano e hanno formato un cordone per «proteggere» la polizia. La cartina della Francia dei blocchi ha visto due zone di forte densità, nel nord e nel sud, in Savoia, proprio dove si è registrata l'unica vittima. Era una donna di 63 anni, finita sotto le ruote di una automobilista di una cinquantina d'anni, presa dal panico insieme alla figlia che stava accompagnando dal medico. L'auto era stata circondata dai manifestanti che avevano preso a battere sul tetto e sul cofano.

Un incidente che il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ha addebitato al fatto che il blocco stradale - come la maggior parte di quelli di oggi - non fosse stato annunciato nè autorizzato. La prefettura non aveva autorizzato neppure la manifestazione di Parigi, che ha preso forma verso il primo pomeriggio, quando dal peripherique, la tangenziale, i manifestanti si sono spostati verso gli Champs-Elysees, con le loro auto, molti in moto e scooter. Appena sbarcati sulla grande avenue, la polizia ha chiuso gli Champs-Elysees alla circolazione e il centro della capitale si è tinto di giallo.

Alla Concorde sono affluite diverse centinaia di manifestanti, l'avanguardia determinata a raggiungere il vicino Eliseo. Sulla rue du Faubourg Saint-Honoré, la residenza presidenziale è stata accerchiata da destra e sinistra, i manifestanti sono arrivati fino a un centinaio di metri dal portone principale. Avvicinarsi di più era impossibile, la strada era completamente blindata dai furgoni con le griglie di ferro estraibili, alte 20 metri e in grado di incollarsi ai muri. I gilet gialli hanno cantato a squarciagola la Marsigliese, fra i cori che chiedevano con insistenza le dimissioni di Macron. Molto lentamente, e fra qualche tafferuglio di troppo, i manifestanti hanno lasciato Parigi in serata, dandosi appuntamento per i prossimi giorni, alcuni irriducibili addirittura a domani, per non dare tregua.

È stato l'annuncio del governo di voler aumentare ancora le tasse sui carburanti dal primo gennaio a dar fuoco alle polveri. Quello che non aveva provocato la riforma fiscale e del lavoro, né la flat tax sui depositi finanziari o l'aumento dell'aliquota per i pensionati o il problema dei migranti, l'hanno provocato gli ulteriori 6 centesimi in più sulla benzina e gli 11 centesimi in più sul gasolio.
La rivolta è corsa sui social, nei gruppi facebook, è stata organizzata da infermieri, impiegati, panettieri, artisti, commercianti, senza capi né organizzatori.
MOBILITAZIONE
La Francia delle campagne, che vive nei paesotti lontano dalle grandi città, quella che non si vede e non si sente mai, quella stessa che aveva sorpreso per la sua intensità ai funerali di Johnny Hallyday. Si è mossa su una sola parola d'ordine: basta. Basta l'aumento della benzina che pesa di più su chi è scappato dalle metropoli perché troppo care, che è lontana dal potere, dai cinema, dai teatri e anche dalle stazioni dei treni o dalla fermata dell'autobus e solo con la macchina può andare al lavoro.



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domenica 15 aprile 2018

Scontro all'Onu : la Russia per condanna Attacco Militare



Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha bocciato 
una risoluzione proposta dalla Russia per condannare 
l'attacco militare di Usa, Regno Unito e Francia contro la Siria. 
Il testo non ha raccolto i 9 voti necessari per la sua approvazione. 
A favore hanno votato solo Russia, Cina e Bolivia. Otto i contrari e 4 gli astenuti.

Il voto ha avuto luogo durante una riunione di emergenza del consiglio a New York, convocata dalla Russia per prendere in considerazione la bozza di risoluzione che esprimeva una "grande preoccupazione" per "l'aggressione" contro uno Stato sovrano che viola, secondo Mosca, "il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni unite".

L'attacco, compiuto prima dell'alba su tre obiettivi (un centro di ricerca a Damasco, un deposito di armi chimiche a ovest di Homs, un altro deposito e un centro di comando sempre nei pressi di Homs), è arrivato a una settimana dal sospetto raid con agenti chimici sulla città ribelle di Douma. "Missione compiuta!", ha scritto in un tweet Trump che, dopo le minacce, è passato ai fatti. "Un attacco perfettamente eseguito. Grazie alla Francia e alla Gran Bretagna per la loro saggezza e per la potenza delle loro efficienti forze armate. Non poteva esserci un risultato migliore", si legge ancora. Gli Stati Uniti "non tollereranno l'uso di armi chimiche contro uomini, donne e bambini", ha ribadito con forza il vicepresidente Mike Pence. "La notte scorsa, le forze statunitensi hanno compiuto uno straordinario sforzo militare contro gli impianti di armi chimiche e ridotto notevolmente la capacità della Siria di produrre armi chimiche", ha detto.

ONU - Per il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, "non esiste una soluzione militare alla crisi, la soluzione deve essere politica". "Dobbiamo accelerare il processo politico", ha affermato, sottolineando l'obbligo per gli Stati membri di "agire coerentemente con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale".

"Il Consiglio di sicurezza - ha precisato - ha la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali". "Esorto gli Stati membri del Consiglio ad esercitare tale responsabilità e ad evitare azioni che potrebbero aggiungere sofferenza al popolo siriano. Per otto lunghi anni il popolo siriano ha vissuto una serie di orrori", ha scandito Guterres.

All'inizio della sessione, il segretario generale ha poi riconosciuto di essere deluso dal fatto che il Consiglio di sicurezza "non sia riuscito a concordare un meccanismo efficace contro l'uso di armi chimiche in Siria". La situazione in Siria richiede una "indagine approfondita" e il team dell'Opac, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche è già arrivato in Siria ed è "pronto a recarsi sul luogo" del presunto attacco con armi chimiche.

USA - "Locked and loaded". Pronti ad usare la forza. Così si definiscono gli Stati Uniti se la Siria userà ancora armi chimiche. Lo ha spiegato Nikky Haley, ambasciatore degli Usa all'Onu, riferendo il contenuto di una conversazione con il presidente Donald Trump dopo il raid compiuto in Siria con la collaborazione di Francia e Regno Unito. "Ho parlato stamane con il presidente. Ha detto che se il regime siriano usa questo gas velenoso ancora una volta, gli Stati Uniti sono pronti ad usare la forza", ha detto intervenendo al Consiglio di Sicurezza.

"Il tempo per le parole è finito. Abbiamo avuto 5 meeting del Consiglio sulla Siria in questa settimana". L'azione "non è una vendetta, né una punizione, né per una simbolica dimostrazione di forza. Abbiamo agito per scoraggiare il futuro uso di armi chimiche", ha aggiunto.

"Abbiamo dato alla diplomazia chance dopo chance. I nostri sforzi risalgono al 2013. La Siria si è impegnata a rispettare la convenzione sulle armi chimiche. Ma come abbiamo visto dallo scorso anno, questo non è successo", ha proseguito. "Il regime siriano, con il ripetuto ricorso alle armi chimiche, ci ha spinto ad agire. Il raid di ieri è un messaggio chiarissimo: gli Stati Uniti non consentiranno al regime di Assad di usare le armi chimiche".

Secondo il diplomatico russo, Trump e i suoi alleati ignorano la legge internazionale e questa azione "neocoloniale" richiama il comportamento degli "hooligans". "Questo è teppismo nelle relazioni internazionali, e non teppismo minore, dato che stiamo parlando di grandi potenze nucleari". "Il Consiglio di sicurezza è stato completamente ignorato e la sua autorità è stata minata", ha tuonato ancora Nebenzia.

GB - Il coinvolgimento del Regno Unito negli attacchi aerei contro la Siria è stato un "intervento umanitario" giusto e legale, ha detto l'ambasciatore del Regno Unito presso l'Onu, Karen Pierce. "Il regime siriano ha ucciso il suo stesso popolo per sette anni" e l'uso di armi chimiche "è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità", ha affermato Pierce.

L'ambasciatrice ha quindi elencato quattro condizioni per una risoluzione diplomatica alla crisi siriana. Per prima cosa Damasco deve terminare il suo programma di armi chimiche e distruggere le sue scorte, quindi deve esserci un'immediata cessazione delle ostilità, che comprenda l'accesso umanitario alla popolazione civile. Il regime siriano deve poi tornare ai colloqui di Ginevra, i negoziati di pace delle Nazioni Unite che si sono conclusi lo scorso anno, e infine "deve render conto per l'uso di armi chimiche e di altri crimini in Siria".

FRANCIA - "La Francia non ha assolutamente dubbi sulla responsabilità del regime di Assad nell'attacco chimico a Douma" ha evidenziato l'ambasciatore francese all'Onu, François Delattre, sottolineando che quanto successo richiedeva una "forte risposta". "Coloro che sfidano questo dovrebbero rivedere i fatti e le informazioni pubblicate in un rapporto reso disponibile in precedenza dalla Francia", ha aggiunto Delattre.

RUSSIA - Al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, ha lanciato un duro attacco agli Stati Uniti, definendo i raid contro obiettivi in ​​Siria un'azione aggressiva di Washington e dei suoi alleati (Regno Unito e Francia). "Gli Usa stanno ulteriormente aggravando una situazione umanitaria già catastrofica", ha detto Nebenzia, che ha accusato Washington di destabilizzare con la sua "escalation" tutto il Medio Oriente.


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SIRIA



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Previsioni per il 2018






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sabato 14 aprile 2018

Siria

Siria
1 - in Siria, non c' è nessuna banca centrale Rothschild.
2 - la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l' importazione degli stessi.
3 - la Siria è l' unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 - la famiglia Assad appartiene all' orientamento alauita di Islam tollerante.
5 - le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 - le donne siriane non sono obbligate a indossare il burka. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale.
7 - la Siria è l' unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici.
8 - circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 - in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l' 1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10- la Siria è l' unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barr/day) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11- la Siria ha un' apertura verso la società e la cultura occidentale come nessun altro paese arabo.
12- la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13- la Siria è l' unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14- Bashar Al-Assad ha un' elevatissima approvazione popolare.
15- la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.
16- la Siria si oppone al sionismo e all' apartheid israeliano criminale.




Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia hanno attaccato la Siria. Un’operazione unica durata poco più di un’ora, partita intorno alle 3 della notte italiana. Gli obiettivi, ha spiegato il presidente americano Donald Trump in un discorso alla nazione, sono associati al potenziale di armi chimiche del dittatore siriano Bashar al Assad. Diversa la versione della Russia, secondo cui sono stati colpiti aeroporti milari. Una cosa invece è certa, sono state evitate le basi russe. Così come il Pentagono, dopo aver inizialmente smentito, ha confermato di essere stato in contatto con Mosca. 
Il Cremlino quindi era stato pre-avvertito dell’attacco.

Trump ha parlato di raid “eseguito perfettamente” e di “missione compiuta“. Gli ha fatto eco il Pentagono: “Tutti i target colpiti con successo” e “programma delle armi chimiche azzoppato“. L’attacco è stato infatti ordinato a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma. Un “atto spregevole” lo ha definito il presidente Usa, qualificabile come “crimine di un mostro“. Sulla stessa linea la premier britannica Theresa May e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.

La risposta di Mosca – Vladimir Putin ha parlato di “atto di aggressione” e ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocato alle ore 17 italiane. Anche Teheran, l’altro grande alleato di Assad, ha risposto duramente. Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha detto che “gli attacchi di Usa e alleati porteranno distruzione e devastazione in Medio Oriente”. E la guida suprema Khamenei ha definito Trump, Macron e May “criminali“. La prima reazione di Damasco è stata invece rivolta a sminuire i risultati dell’operazione: “I danni sono limitati”. Anche Mosca ha di fatto ridimensionato le conseguenze degli attacchi, sostenendo che i missili sono stati in gran parte intercettati e distrutti, e che non ci sono state vittime.




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Previsioni per il 2018






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venerdì 27 maggio 2016

Jobs Act in Francia



Ma cosa dice la legge che fa incazzare i sindacati in Francia ma non in Italia?

Francia, cosa cambia con la legge el Khomri, il jobs act di Hollande: libertà di licenziare, in soffitta il 
contratto nazionale, via libera agli accordi aziendali, crollo delle retribuzioni
Presentato il 17 febbraio, il progetto dalla ministra del lavoro Myriam el Khomri vuole introdurre una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come il jobs act italiano. L’articolo 2, quello che più di tutti suscita la collera dei sindacati, smantella il contratto nazionale favorendo gli accordi interni alle imprese rispetto a quelli approvati a livello nazionale o di categoria 
per quanto riguarda i tempi di lavoro. 

Restano sulla carta le 35 ore settimanali ma a prevalere d’ora in poi saranno gli accordi di gestione 
interni a ciascuna impresa. Può crollare, in caso di accordo aziendale, dal 25% al dieci la 
maggiorazione per gli straordinari. In pratica ci sarà “un codice del lavoro per ogni impresa” e dumping sociale a go-go. I licenziamenti saranno possibili in caso di “abbassamento significativo degli ordinativi o del giro d’affari” così la crisi la pagheranno per intero e immediatamente i lavoratori, con buona pace della retorica del rischio d’impresa. Il 10 maggio, proprio come il suo epigono italiano, Renzi, il primo ministro Valls, di fronte alla fronda di una parte dei deputati socialisti, non ha esitato a utilizzare l’articolo 49.3 della costituzione, che consente di far adottare il testo senza il voto dell’assemblea nazionale, per evitare il rischio di una bocciatura o di una modifica profonda del progetto. Il progetto deve adesso essere esaminato dal senato 
a metà giugno, prima di tornare alla camera.

La legge dovrà ora essere discussa al Senato dal prossimo 14 giugno, giorno in cui è già stata fissata una nuova grande protesta.

Oltre che a Parigi, ci sono state manifestazioni a Brest, Rennes, Caen, Bordeaux, Marseille, Le Havre, Lione e in molte altre città. In tutto sono state arrestate 77 persone, 36 nella capitale.

La protesta si è allargata anche alle centrali nucleari, quanto mai strategiche visti i problemi energetici dati dal blocco del carburante. I lavoratori di tutte e diciannove le centrali nucleari presenti in Francia hanno deciso di aderire alla mobilitazione, ma solo dodici reattori su 58 hanno subito tagli di produzione. Due centrali termiche sono rimaste invece completamente ferme. Ci sono stati rallentamenti o blocchi in sei raffinerie di petrolio su otto e si sono fermati anche i principali porti del paese e due depositi di petrolio in Corsica. Coinvolti nelle agitazioni anche aviazione civile,
 ferrovie e trasporti locali.

Nonostante i disagi, i sondaggi dicono che oltre 6 francesi su 10 considerano giustificati gli scioperi, e 7 su 10 vorrebbero che la legge fosse ritirata o modificata.

E proprio in una delle raffinerie bloccate, a Fos-Sur-Mer, l’inviato de La Stampa ha parlato con i lavoratori, che hanno fatto un parallelo proprio col Jobs act italiano: “Non credete a questa menzogna del progresso! Vi siete fatti fregare, voi italiani. Non faremo lo stesso. Questo legge sulla flessibilità del lavoro è un ritorno al passato, vogliono togliere di mezzo il sindacato e disporre dei lavoratori a piacimento. Lo chiamano futuro, ma è una nuova forma di schiavitù. Ci possono licenziare a piacimento. Possono obbligarci a fare quanti straordinari vogliono, pagandoli di meno. Non garantiscono più la stessa assistenza sanitaria ai lavoratori. Ma la cosa più grave è che hanno imposto questa legge in totale disprezzo della democrazia, tagliando fuori il Parlamento”.


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lunedì 23 maggio 2016

Cos’è il Fiscal Compact



Cos’è il Fiscal Compact

Nelle ultime settimane, in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio, molti critici dell’euro e più in generale delle politiche economiche in Europa hanno sostenuto di nuovo la necessità per l’Italia di uscire dal cosiddetto “Fiscal Compact”, cioè il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Il Fiscal Compact è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di due anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. 

Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel 
momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’expresidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto pochi giorni fa che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, recentemente ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta
 all’Europa da una Germania egemone».



Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata 
particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un 
tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva 
portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un 
governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia 
dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.
Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.
Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, 
Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche 
firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. 
Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL,
 già previsto da 
Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per 
permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci 
impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul 
numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.
Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a 
spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non 
sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare 
ogni anno per ridurre il rapporto.


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mercoledì 2 dicembre 2015

FRANCIA: Sospensione dei Diritti Cedu



LA FRANCIA RINUNCIA ALLA CONVENZIONE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO
La sospensione sarà in vigore nei prossimi tre mesi e riguarderà diversi diritti fondamentali come quello a un equo processo e alla libertà d'espressione

Sebbene la notizia fosse nell’aria da tempo, la modalità d’azione francese è stata spiazzante. Attraverso un banale comunicato indirizzato a Thorbjorn Jagland, segretario generale della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, la Francia ha annunciato che per i prossimi tre mesi non rispetterà la Cedu, la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
Parigi non sarà tenuta a rispettare il diritto a un equo processo e quello alla tutela della libertà 
d’espressione, della libertà di associazione e del rispetto della vita privata. 
Con questa iniziativa, la Francia rinuncia alla salvaguardia dei diritti fondamentali per mettere in pratica una persecuzione senza controllo.
L’atto francese formalizza sulla carta tutte le infrazioni già commesse sul campo, come per esempio la violazione della libertà di riunione e di associazione.
Il termine della sospensione sarà a totale discrezione del governo e rimarrà in vigore fino a quando 
l’esecutivo intenderà mantenere lo stato d’emergenza nazionale.
Le regole per la sospensione dei diritti fondamentali hanno in ogni caso un limite ben preciso, stabilito dall’articolo 15 della stessa Cedu. Il diritto alla vita e i divieti ai lavori forzati, di irretroattività della legge penale e di tortura (quest’ultimo particolarmente importante nei momenti di grande impatto emotivo successivi ad azioni terroristiche) restano comunque validi qualunque sarà l’iniziativa del governo francese.

COS’È LA CEDU E QUANDO SI PUÒ SOSPENDERE
La Cedu, resa vincolante per tutti i Paesi europei nel 2009 grazie all’articolo 6 del Trattato di Lisbona, prevede che ogni cittadino possa rivolgersi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo per denunciare le violazioni commesse dai singoli stati.
Il rispetto della convenzione è legato alla ratifica, nello stato, del suo trattato di applicazione. Tuttavia, la Convenzione può essere soggetta a due tipi di limitazioni: le restrizioni e le deroghe.
Le restrizioni sono connesse a specifiche fattispecie di reato e hanno carattere continuativo. Un 
esempio tutto italiano è l’articolo sul “carcere duro” riservato ai reati di mafia, il 41 bis, che limita 
fortemente alcune garanzie procedurali e i diritti dei detenuti.
Le deroghe, come quella richiesta dalla Francia dopo gli attentati del 13 novembre, sono connesse 
invece a emergenze nazionali temporanee e rispondono al delicato equilibrio tra la limitazione dei diritti del singolo e le esigenze della collettività. La Cedu prevede che si possa procedere a formulare 
deroghe alle sue norme solo in due eventualità: in caso di guerra o per pericolo pubblico che “minaccia la vita della nazione”.
La scelta francese non può lasciare indifferenti. I diritti dell’uomo sono stati scritti per proteggere i 
singoli individui dagli abusi dei governi proprio in casi di emergenza, in situazioni, cioè, simili a quella che oggi è chiamata ad affrontare Parigi. In particolare deve essere rispettato, soprattutto in periodi di paura e irrazionalità, il diritto a un equo processo.
Quando l’irruenza di chi vuole tutelare le libertà occidentali infrange paradossalmente le libertà dei 
cittadini, la difesa della democrazia rischia di degenerare in qualcos’altro.


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domenica 22 novembre 2015

Mussolini Protettore dell'Islam



Nel 1934, a seguito della nascita della Libia italiana, Mussolini avviò una politica favorevole agli arabi, li chiamò "musulmani italiani della quarta sponda d'Italia" e costruì per loro villaggi, moschee, scuole e ospedali. Dietro l'apparente intento umanitario, il fascismo e alcuni settori del mondo islamico riconoscevano Francia e Regno Unito come nemici comuni e il duce voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa comunanza di intenti era generata dall'avversione agli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato da Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito, i quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dall'Italia, 
né quelle del mondo islamico.

Al fine di guadagnarsi il favore degli arabi e di suggellarne l'alleanza, Mussolini, benché cattolico e firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di
  protettore dell'Islam.
 Secondo l'interpretazione del duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell'autorità del califfo. Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini ricevette da Iusuf Kerisc, un capo berbero sostenitore dell'occupazione italiana contro la resistenza libica, la spada dell'Islam durante una sontuosa cerimonia. Dopo essere entrato a Tripoli fra salve di cannone e alla testa di una schiera di 2.600 cavalieri, il duce ribadì la sua vicinanza alle popolazioni musulmane, garantendo loro 
«pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del Profeta».

Nonostante l'approvazione da parte dei media di regime, la cerimonia suscitò ilarità fra la popolazione italiana per via dei suoi connotati assurdi e paradossali. Una delle fotografie dell'evento, raffigurante Mussolini in sella a un cavallo tenuto per la cavezza da un palafreniere, nella sua versione ufficiale fu ritoccata e pubblicata cancellando il palafreniere. Il dettaglio è spesso citato come uno fra gli esempi più rappresentativi dell'arte della falsificazione invalsa nei regimi totalitari.

L'anno successivo venne inaugurato nella piazza principale della capitale libica un monumento equestre in onore di Mussolini, il cui basamento recitava: «A Benito Mussolini pacificatore delle genti, redentore della terra di Libia, le popolazioni memori e fiere dove fiammeggiò la Spada dell'Islam consacrano nel segno del Littorio una fedeltà che sfida il destino».

La spada, decorata con arabeschi, dotata di una lama dritta a doppio filo e con elsa e fregi in oro massiccio, era stata realizzata dalla ditta artigiana Picchiani e Barlacchi di Firenze su ordine dello stesso Mussolini. Dopo il 1937 non venne più utilizzata e fu custodita in una teca di vetro a Rocca delle Caminate, residenza estiva del duce. Del prezioso oggetto non si ebbero più tracce dopo il 25 luglio 1943, quando la Rocca venne liberata.

FONTE WIKIPEDIA

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LE BUFFONATE SU MUSSOLINI
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sabato 14 novembre 2015

Parigi Attaccata dall' Isis 127 Morti



Parigi sotto attacco: 127 morti.
 Isis rivendica: ‘E’ 11 settembre della Francia’:
 Sette attentati: strage nel teatro e kamikaze allo stadio

Attivato piano ‘rosso alfa’ per soccorso vittime. Hollande chiude le frontiere. . Obama: “Attacco a tutta l’umanità e a nostri valori”. Militanti Isis: “Parigi in fiamme, ora tocca a Roma”. Alfano, innalzato livelli sicurezza Italia
L’orrore assedia la Francia con un attacco terroristico senza precedenti in Europa. Sarebbero circa 120 i morti a Parigi. E’ una carneficina, con stragi in tutta la capitale francese, in azione anche i kamikaze: colpiti un teatro, lo stadio e altri punti della città.
“La Francia manda i suoi aerei in Siria, bombarda uccidendo i bambini, oggi beve dalla stessa coppa”: è quanto afferma il canale Dabiq France (la rivista francese dello Stato islamico) assumendo la paternità degli attentati. Lo riferisce il Site. Dopo Parigi, ora “tocca a Roma, Londra e Washington”: è il sinistro proclama che accompagna le celebrazioni dei sostenitori dell’Isis, su Twitter, degli attacchi a Parigi, con l’hashtag ‘#Parigi in fiamme’. Al momento non c’è una rivendicazione ufficiale dello Stato islamico. Non mancano le minacce a Spagna e Portogallo, territorio dell’antico Califfato in Europa. “Ricordate, ricordate il 14 novembre di #Parigi. Non dimenticheranno mai questo giorno, così come gli americani l’11 settembre”. Lo scrive Rita Katz sul Site citando canali dell’Isis.



Terrore senza precedenti, almeno 120 morti in sette attentati: diverse sparatorie e alcune esplosioni ad opera di kamikaze vicino allo stadio. Sono una settantina, invece, gli ostaggi uccisi all’interno del teatro Bataclan. In una città assediata da terroristi e teste di cuoio, 100 ostaggi in una sala da concerti, decine di cadaveri attorno allo Stade de France, dove gli spettatori di Francia-Germania sono ancora bloccati. 

Il presidente Francois Hollande ha dichiarato lo stato di emergenza. Il governo ha decretato il piano 
Alpha Rouge (Alfa Rosso), un livello di allerta mai toccato prima e che corrisponde al livello “attentati multipli”. Poi un Hollande visibilmente scosso ha parlato in diretta tv ai francesi annunciando lo stato di emergenza, l’afflusso di militari nella capitale “per evitare nuovi attacchi” e la chiusura delle frontiere.
Il presidente francese François Hollande ha chiuso le frontiere: “Dobbiamo difenderci”, ha detto in 
diretta tv. Altri 1500 militari sono stati mobilitati a Parigi. La American Airlines ha per il momento sospeso i voli verso Parigi. Il Belgio ha ripristinato i controlli alla frontiera francese e rafforzato le misure di sicurezza anche negli aeroporti e nelle stazioni.




LE SPARATORIE – Le strade del cuore della capitale sono deserte o blindate dalla polizia, l’invito delle autorità è a restare in casa se possibile o – per chi è in locali o ristoranti – di non muoversi. Dalle caserme e da diverse regioni stanno affluendo rinforzi di reparti speciali e teste di cuoio. Negli ospedali si sta procedendo a liberare per quanto possibile i posti letto. Il primo attentato – a quanto sembra un’azione kamikaze – è stato segnalato nel X arrondissement, in una brasserie nel quartiere tipico dei ristoranti kosher. Dieci morti a quanto sembra, poi i terroristi – come se stessero compiendo un raid – sono ridiscesi verso l’XI e il XII arrondissement, a pochi metri dalla redazione di Charlie Hebdo, insanguinata dagli attentati del 7 gennaio.

LA STRAGE AL TEATRO – ella sala da concerti Bataclan – dove c’era il tutto esaurito per un concerto rock del gruppo americano ‘Eagles of death metal’ – un gruppo di terroristi ha gridato “Allah è grande” e ha aggiunto frasi sulla Siria. Poi ha aperto il fuoco sul pubblico, dove si è verificata una carneficina con un centinaio di morti: pare che i terroristi abbiano ucciso le persone una a una.  Testimoni della presa di ostaggi alla sala da concerti Bataclan di Parigi ha parlato – in lacrime – di uno dei terroristi che gridava “Allah u Akbar”, “Allah è grande”.

I KAMIKAZE E LE ESPLOSIONI VICINO ALLO STADIO – A Saint-Denis, allo Stade de France, tre esplosioni invece scuotevano i 50.000 presenti all’amichevole Francia-Germania. I giocatori si sono fermati, alcuni spettatori sono riusciti a uscire, gli altri sono rimasti bloccati dalla polizia all’interno fin dopo il termine della gara. Immediatamente evacuato il presidente Francois Hollande, che assisteva alla partita in tribuna d’onore. Due i kamikaze in azione: il bilancio parla di almeno 30 morti in esplosioni di polvere da sparo mista a chiodi in una brasserie e altri due siti adiacenti allo stadio. Molti i feriti.

L’ASSALTO AL RISTORANTE  – Una sparatoria a colpi di kalashnikov ha causato la morte di diverse persone in un ristorante del decimo arrondissement di Parigi.  Almeno sette le persone che sono rimaste ferite.  Una terza sparatoria ha avuto luogo sulla rue de Charonne, nell’XI arrondissement di Parigi. Dodici persone sono a terra: è quanto riferisce I-Télé parlando di vittime. Un’altra sparatoria è avvenuta a rue de Charonne, altri colpi di arma da fuoco a boulevard Beaumarchais e a Faidherbe, tutti e tre luoghi a pochi metri da place de la Bastille. Le prime, concitate notizie, parlano di un terrorista ucciso dalle forze dell’ordine.



Parigi: innalzati livelli di sicurezza in Italia – Allerta su tutto il territorio nazionale, con particolare 
attenzione su Roma e Milano, misure di sicurezza innalzate ai massimi livelli, contatti costanti con le 
autorità francesi e i servizi d’intelligence alleati per condividere le informazioni sull’attacco: gli attentati di Parigi hanno fatto scattare immediatamente anche in Italia i piani di sicurezza previsti in caso di allarme rosso. “L’antiterrorismo – ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano – è in costante contatto con i colleghi francesi per seguire con estrema attenzione ciò che accade in Francia, anche allo scopo di disporre ulteriori interventi preventivi”. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi sta seguendo la situazione a palazzo Chigi. “L’Italia – dice il premier – piange le vittime di Parigi e si unisce al dolore dei fratelli francesi. L’Europa colpita al cuore saprà reagire alla barbarie”. Sullo stesso tenore le parole del Capo dello stato Sergio Mattarella: “L’orrore che sta sconvolgendo la capitale francese e tutto il paese lascia esterrefatti e sgomenti”. Domani mattina al Viminale, alle 9.30, Alfano ha convocato il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica che sarà presieduto dal premier Renzi: la riunione, alla quale parteciperanno i vertici delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza, servirà a fare una prima analisi di quanto accaduto a Parigi e a predisporre le misure necessarie per cercare di ridurre al minimo i rischi per il nostro paese.

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