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lunedì 23 maggio 2016

Cos’è il Fiscal Compact



Cos’è il Fiscal Compact

Nelle ultime settimane, in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio, molti critici dell’euro e più in generale delle politiche economiche in Europa hanno sostenuto di nuovo la necessità per l’Italia di uscire dal cosiddetto “Fiscal Compact”, cioè il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione Europea firmato da 25 paesi il 2 marzo 2012. Il Fiscal Compact è stato un tema ricorrente del dibattito politico negli ultimi anni e probabilmente lo sarà ancora a lungo: formalmente si tratta di un accordo europeo che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica che hanno come obbiettivo il contenimento del debito pubblico nazionale di ciascun paese; sostanzialmente è diventato sinonimo dell’austerità.

A distanza di due anni, alcuni importanti esponenti dei partiti che nel 2012 ne approvarono l’entrata in vigore in Italia hanno detto che aderire al Fiscal Compact fu uno sbaglio, alimentando il dibattito. 

Stefano Fassina, ex viceministro all’Economia e responsabile economico del Partito Democratico nel 
momento in cui il PD votava sì al Fiscal Compact, ha detto che si trattò di «un errore»; l’expresidente del Consiglio Enrico Letta, sempre del PD, ha detto pochi giorni fa che «così com’è sarebbe terribile per l’Italia». Silvio Berlusconi, all’epoca leader del PdL, che voto sì al Fiscal Compact, recentemente ha detto che l’accordo «esprime in sé tutte le idee di una politica imposta
 all’Europa da una Germania egemone».



Da dove arriva, chi l’ha firmato
Bisogna ricordare innanzitutto che i mesi precedenti alla firma del trattato erano stati tra i più complicati nella storia dell’euro e dell’Unione Europea: le economie di molti paesi, soprattutto quelli mediterranei, erano state messe in grande difficoltà dalla crisi. Costretti a indebitarsi per fare fronte alle loro spese nonostante le ridotte entrate fiscali, questi paesi non potevano fare altro che offrire interessi sempre più alti agli investitori per ottenere denaro in prestito. La crescita verticale degli interessi unita alla crisi di produttività e ricchezza aveva portato esperti e analisti persino a dubitare, in alcuni casi, che quei debiti potessero essere mai ripagati. La Grecia effettivamente fu costretta a fare un parziale default, rinegoziando le condizioni del suo debito, e senza due prestiti internazionali da centinaia di miliardi di euro avrebbe dichiarato bancarotta; anche la Spagna, il Portogallo e Cipro ebbero bisogno dei soldi della comunità internazionale per tenersi in piedi.

I problemi di ogni paese dell’euro determinavano una “reazione a catena” sugli altri: una giornata 
particolarmente negativa in Grecia o in Spagna, per esempio, costringeva anche l’Italia a offrire un 
tasso di interesse più alto agli investitori. Proprio in Italia la pericolante situazione economica aveva 
portato il governo Berlusconi a perdere la sua maggioranza in Parlamento e a essere sostituito da un 
governo tecnico guidato da Mario Monti, col compito dichiarato di far uscire quantomeno l’Italia 
dall’emergenza. Economisti anche molto stimati prevedevano che l’euro sarebbe scomparso entro pochi mesi.
Una delle iniziative prese dai paesi dell’Unione Europea in quel periodo – non l’unica, ma certamente la più controversa – fu il Fiscal Compact, un trattato per stabilire norme e vincoli validi per tutti i paesi firmatari e intervenire in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Sia simbolicamente sia materialmente, comportò la cessione di una fetta della propria sovranità economica di ogni paese a un ente sovranazionale, l’Unione Europea. Il Fiscal Compact in questo senso non fu una novità assoluta, anzi: i sui predecessori più importanti furono il Trattato di Maastricht, entrato in vigore l’1 novembre 1993, e il Patto di stabilità e crescita, sottoscritto nel 1997. Nel Trattato di Maastricht, fra le altre cose, erano contenuti i cinque criteri che ciascun paese avrebbe dovuto soddisfare per adottare l’euro, fra cui un rapporto fra deficit (cioè il disavanzo annuale di uno stato) e il prodotto interno lordo (PIL) non superiore al 3 per cento e un rapporto fra debito complessivo e PIL non superiore al 60 per cento. Nel Patto del 1997 l’Unione si dotò invece degli strumenti per inviare avvertimenti e applicare sanzioni agli Stati che non avessero rispettato i vincoli imposti nel 1993.
Il Fiscal Compact è stato firmato da tutti i 17 paesi che all’epoca facevano parte dell’eurozona (dall’1 gennaio 2014 si è aggiunta la Lettonia, che lo aveva già firmato), che cioè dispongono dell’euro come moneta corrente, cioè Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, 
Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna. È stato anche 
firmato da 7 altri membri dell’Unione Europea non appartenenti all’eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. 
Non è stato firmato da Gran Bretagna e Repubblica Ceca.

Cosa prevede
Fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:
– l’inserimento del pareggio di bilancio (cioè un sostanziale equilibrio tra entrate e uscite) di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012);
– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL;
– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL,
 già previsto da 
Maastricht;
– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico ha sforato i 2000 miliardi di euro, intorno al 134 per cento del PIL. Per i paesi che sono appena rientrati sotto la soglia del 3 per cento nel rapporto tra deficit e PIL, come l’Italia, i controlli su questo vincolo inizieranno nel 2016.

Le critiche
Una delle norme più criticate è stata il vincolo del 3 per cento, ritenuto da alcuni troppo basso per 
permettere allo Stato di indebitarsi per tagliare le tasse o finanziare investimenti e attività in favore della crescita. Fra gli altri l’economista Emiliano Brancaccio, collaboratore del Manifesto e del Sole 24 Ore e noto critico delle misure di cosiddetta “austerità”, ha detto che ridiscutere il vincolo «è il minimo che si possa fare», e lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi l’ha definito «oggettivamente anacronistico», nonostante abbia garantito che il governo italiano lo rispetterà.
Ma la norma più contestata in assoluto è quella che prevede la riduzione del rapporto fra debito e PIL di 1/20esimo all’anno. Beppe Grillo, in un post del suo blog del 9 marzo 2014, ha scritto che il Movimento 5 Stelle «cancellerà» il Fiscal Compact, che «in mancanza di una fortissima crescita taglierebbe la spesa pubblica dai 40 ai 50 miliardi all’anno per vent’anni». Moltissimi hanno detto la stessa cosa, negli ultimi mesi: costringendo i paesi a ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, l’Italia sarebbe costretta a fare ogni anno dolorosissime manovre di tagli da 40 o 50 miliardi di euro ogni volta. Anche altri partiti di destra, come la Lega Nord e Fratelli d’Italia, si sono detti decisamente contrari al trattato.
In realtà, come spiegato bene da esperti e analisti, il Fiscal Compact non “impone” nessun taglio della spesa pubblica né obbliga l’Italia a fare tagli anche solo vicini ai 50 miliardi all’anno. Per prima cosa, come spiega bene Davide Maria De Luca nel suo libro, «quello che le regole del fiscal compact ci 
impongono di ridurre è il rapporto tra il debito pubblico e il PIL. Se ripaghiamo il debito, agiamo sul 
numeratore, diminuendolo. Per ridurre il rapporto si può però percorrere anche un’altra strada: alzare il denominatore», cioè aumentare il PIL.
Nel conto del rapporto fra debito e PIL, inoltre, il riferimento non è il PIL reale, bensì quello “nominale”: cioè, in sostanza, il PIL reale più l’inflazione. Secondo quanto riportato da Giuseppe Pisauro su La Voce, le cifre di cui si sta parlando «in tempi normali sono valori bassi: con un debito al 120 per cento del PIL e il pareggio di bilancio è sufficiente che il PIL nominale cresca del 2,5 per cento». Tenendo conto del fatto che la BCE si sta spendendo molto per tenere l’inflazione al 2 per cento (e facendo quindi in modo di aumentare il valore del PIL nominale di ciascun paese del 2 per cento). L’ISTAT prevede che nel 2014 il PIL aumenterà di circa lo 0,75 per cento, al netto dell’inflazione: potrebbe quindi non essere necessario agire sul numeratore, cioè tagliare per ripagare il debito pubblico, e risolvere il problema lavorando all’incremento del PIL attraverso misure rivolte alla crescita (cioè sul denominatore).
Il problema, semmai, è che l’inflazione va piuttosto a rilento: potrebbe non aumentare fino al 2 per cento ogni anno, la quota ritenuta “sana”, e c’è addirittura chi teme si entri in una fase di deflazione; e poi c’è il rischio che le stime sulla crescita dell’ISTAT si rivelino troppo ottimistiche. In quel caso l’Italia potrebbe essere sollecitata a rispettare gli accordi previsti dal Fiscal Compact o ricevere degli avvertimenti (il rischio di sanzioni, nonostante siano previste in modo semiautomatico, è improbabile: per approvarle serve il voto favorevole di una larga maggioranza degli Stati, e ce ne sono molti che hanno a loro volta problemi nel rispettare i parametri del Fiscal Compact). Questo grafico interattivo di Reuters mostra bene come in ogni caso il raggiungimento del rapporto fra debito e PIL sotto al 60 per cento dipenderà da molti fattori: cambiando i valori, si modificano le stime.
La stima dei “50 miliardi da tagliare per vent’anni” citata da Grillo, infine, è frutto di un calcolo “a 
spanne” che non ha senso nemmeno se decidessimo di agire soltanto sulla riduzione del debito e non 
sulla crescita del PIL: riducendo il debito pubblico il numeratore del rapporto con il PIL si abbasserebbe, rendendo comunque necessario abbassare la cifra da tagliare 
ogni anno per ridurre il rapporto.


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lunedì 28 marzo 2016

Europa Cancella il Diritto di Asilo



Europa cancella il diritto di asilo

I Paesi membri del Consiglio Europeo, riuniti con la loro controparte turca a Bruxelles, hanno firmato un piano di azione per far fronte alla questione migrazione in Europa, dando vita ad un accordo che 
prevede il pagamento di tre miliardi di euro alla Turchia per gestire rifugiati e migranti, in linea – 
secondo i leader dei 28 paesi – con il diritto internazionale e quello europeo. 

La dichiarazione ufficiale, dopo aver ricordato gli sforzi comuni di lotta contro il terrorismo, e quindi dopo aver de facto assimilato la questione migrazione alla questione terrorismo internazionale, sancisce la disponibilità da parte della Turchia ad accogliere i migranti in arrivo dalla Grecia e a riprendere ed ospitare tutti i migranti “irregolari” intercettati nelle acque turche. 
I migranti irregolari, ovvero tutti. 

La Turchia e l’Unione Europea, inoltre, hanno concordato sulla necessità di aumentare le misure che 
combattano il traffico dei migranti stessi, attraverso una intensificata attività della NATO nel Mar Egeo. Secondo i leader europei, la migrazione irregolare dalla Turchia verso l’Unione Europea dovrebbe arrestarsi attraverso l’adozione di queste misure. 
Tutti i migranti in arrivo dalla Turchia alle isole della 
Grecia, dal 20 marzo in poi, saranno riportati in Turchia. 



Non si tratterebbe di espulsioni, dicono a Bruxelles, 
ma di rispetto del diritto europeo ed internazionale. 

Ovvero, estremi rimedi ad estremi mali, l’accordo sarebbe una misura straordinaria e temporanea 
“necessaria a porre fine alla sofferenza umana e a restaurare l’ordine pubblico”. In altre parole una 
soluzione non soluzione. Una condanna della migrazione tout court. 

I migranti in arrivo alle isole della Grecia saranno registrati e le richieste di asilo trattate dalle autorità greche competenti, insieme all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU. I migranti che non hanno diritto di asilo, saranno accompagnati “à la sortie”, in Turchia. Peccato che la Turchia non abbia ratificato il protocollo ONU del 1967 relativo allo status di rifugiato e che la questione curda sia di grandissima attualità, così come il rispetto dei diritti umani in genere. 

Il diritto di asilo, ricordiamo, è una delle fondamenta del diritto internazionale. L'Unione Europea si è impegnata a costruire un sistema comune di Asilo Europeo basato sulla applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, di cui l'Alto Commissariato è custode. L'UE, quindi, ha un ruolo importante nel garantire asilo e reinsediamento all'interno e all'esterno dell'Unione, e il diritto comunitario dovrebbe avere una notevole influenza sullo sviluppo dei meccanismi di protezione dei rifugiati anche in altri paesi. 

La Grecia e La Turchia, quindi, assistite dall’Unione e dalle agenzie del sistema internazionale, 
dovrebbero lavorare insieme per mettere in atto la politica comunitaria della non-decisione. 

Dopo aver inferto un colpo mortale al diritto di asilo, al principio di non respingimento e ai principi di solidarietà e di cooperazione tra esseri umani, l’accordo sancisce che per ogni siriano riportato dalla Grecia alla Turchia, un altro siriano potrà essere reinsediato dalla Turchia in EU. Priorità sarebbe data ai migranti che non sono mai entrati o che non hanno mai provato ad entrare irregolarmente nell’Unione: ovvero, chi ci ha già provato, magari a causa di una disperazione che dura da lungo tempo, sarebbe penalizzato. 

Secondo la Convenzione di Ginevra, il divieto di respingimento è applicabile a ogni forma di 
trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non 
ammissione alla frontiera. È possibile derogare a tale principio, infatti, solo nel caso in cui un rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede
 o una minaccia per la collettività.

L’Unione, inoltre, ci fa sapere che, si farà carico dei rifugiati accogliendone fino a 18.000. Dovesse 
verificarsi la necessità di nuovi reinsediamenti, essi potranno realizzarsi attraverso un meccanismo di 
accordo volontario tra capi di stato fino ad un limite massimo di 54.000 persone. À la carte, visto che il testo lascia intravedere la possibilità di rivedere gli accordi. 

Ma cosa sono 72.000 persone rispetto alle maree umane 
che cercano aiuto e diritti in Europa? 

L’anno scorso in Germania sono entrati oltre un milione di migranti. Cosa sono 72.000 persone in 
confronto ai 508 milioni di europei che abitano l’Unione? Nulla. Cosa sono i 72.000 in confronto ai 5 milioni di siriani in fuga dagli orrori dell’ISIS e della guerra civile? 

La Turchia dovrebbe adottare le misure necessarie per prevenire l’immigrazione illegale via mare e 
terra. La Turchia, però, è lo stesso paese condannato diverse volte dalla Corte dei Diritti Umani di 
Strasburgo per il non rispetto dei diritti umani stessi. Tuttavia essa è stata promossa, in pochi mesi è 
diventata il garante dei diritti dei rifugiati per conto dell’Unione Europea. Cosa ne penseranno i curdi? E cosa accadrà ai curdi siriani?

Un’Europa che si lava le mani della questione migrazione e che dà le chiavi dell’impero al Gran Visir. La Turchia ha fatto un salto di qualità incredibile. Disposta a tutto pur di accelerare l’accesso in Europa, vendendosi, essa si è offerta di fare il lavoro sporco per lavar via un problema affrontato così male dai paesi dell’Unione, da esser divenuto ingestibile. 

Sia gli stati membri fondatori, molti dei quali con una lunga tradizione di migrazione e di accoglienza, che gli stati membri che sin dall’inizio hanno chiesto che le istituzioni europee optassero per la difesa del diritto ad un’Unione solida, ricca, e chiusa (vedi gruppo Visegrad),
 hanno ceduto alla ipocrisia e al populismo. 

Ovunque in Europa si è data l’immagine che la migrazione possa creare una Molenbeek in ogni angolo. Povera Molenbeek, autentico quartiere multiculturale e artistico che, come tutta Bruxelles, è stata offesa, vilipesa e identificata con un problema, quello del terrorismo, che non nasce certo dal 
multiculturalismo. Il terrorismo è una metastasi di mali ben più ampi e ben più gravi delle differenze 
religiose, culturali, dell’emarginazione sociale delle banlieu e come tale andrebbe affrontato. 

Una serie di misure tecniche, poi, definiscono le modalità di entrata e di uscita e della esecuzione delle operazioni. Fino al punto 8, dove viene ridefinita la volontà dell’EU di “re-energise” il processo di accessione della Turchia all’Unione, con una proposta che sarà presentata in aprile. 

All’ultimo punto, finalmente, la volontà dell’Unione e dei suoi stati membri a porre fine alla tragedia 
umanitaria in Siria (per fermare il flusso migratorio). Una dichiarazione poco lungimirante, perché i 
fenomeni migratori costituiscono ormai una ben nota normalità per l’Unione Europea, nonostante i 
recenti trend eccezionali. La migrazione non è più un fenomeno occasionale ma ormai una realtà 
imprescindibile, un assunto della realtà del pianeta. 

E’ una occasione persa quella da parte dell’Unione Europea. Era il momento di mettersi al fianco delle Nazioni Unite e di quelle agenzie che gestiscono con quotidiana eroicità la migrazione, come 
l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. 

Invece si è declassata la questione ad affare temporaneo, un evento, un’emergenza, un’urgenza. La 
realtà però è prepotente e mostra che le migrazioni, sia quelle nate da ragioni politiche che quelle 
derivanti dalla povertà, fanno parte integrante del sistema mondiale e che esse non possono essere 
delocalizzate, respinte, rimandate al mittente come si farà con chi cercherà di entrare in Europa. 

In cosa consiste, quindi, la politica europea in materia di migrazione? Quali sono gli assunti di base a 
partire dai quali indirizzare l’Unione in futuro? 

L'UNHCR ha più volte alzato la voce con l’UE e ribadisce, nell’ultima nota ufficiale, che “il caos che ha prevalso nel 2015 e fino ad ora nel 2016 non risponde né ai bisogni delle persone in fuga da guerre e che hanno bisogno di sicurezza, né agli interessi della stessa Europa.” 

Le difficoltà pratiche della messa in atto dell’accordo sembrano davvero importanti, e purtroppo si teme che le garanzie inserite, già scarse, non possano essere rispettate o che la protezione che deve essere garantita a chi fugge da guerre e persecuzioni venga cancellata dalle difficoltà che inevitabilmente nasceranno nella gestione corrente. 

Anche Amnesty International ha espresso la propria condanna dell’accordo, definendo “doppio” il 
linguaggio dei leader europei che non sono riusciti a nascondere le enormi contraddizioni dell'accordo. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty, ha dichiarato che “La Turchia non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati e ogni procedura di ritorno sarà arbitraria, illegale e immorale a prescindere da qualsiasi fantomatica garanzia possa precedere questo finale già stabilito”. 

Dietro i proclami sul rispetto dei diritti dell’uomo, del diritto internazionale e del diritto europeo, si spera che ci sia la reale volontà di rispettare il diritto d’asilo, accusato di attirare centinaia di migliaia di rifugiati. Il diritto purtroppo, a volte, nelle sue pieghe interpretative, riesce a rendere accettabile ciò che moralmente non è. Come le espulsioni individuali collettive. 

L’abbandono, de facto, del diritto di asilo interromperà la migrazione? No.
Perché i rifugiati siriani non rappresentano che una minima parte del flusso attuale, mentre chi emigra per sfuggire alla povertà o ad altri conflitti, tenterà sempre di entrare. Il fenomeno migratorio non potrà arrestarsi se non vengono risolte alla radice le sue cause. 

Il problema è molto più vasto e complesso.
L’arrivo dei migranti non è che la punta d’iceberg di un 
dramma globale che riguarda conflitti gravissimi, 
che la diplomazia internazionale e la politica hanno fallito nell’affrontare, 
e la terribile questione della povertà.



 I PROFUGHI SCAPPANO DALLE GUERRE SCATENATE E VOLUTE DAGLI STATI UNITI ,  UNA PARTE DI ESSI LI ACCOLGANO LORO E CHE COMINCINO A RIFLETTERE SUI DANNI CHE HANNO CREATO IN TUTTO IL MONDO ?


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mercoledì 1 luglio 2015

Grecia: ha Ragione la Merkel


Grecia, risparmiate le lacrime: ha ragione la Merkel

In Italia si è convinti, sopratutto i media, che la situazione della Grecia sia figlia delle decisioni di Merkel e Sarkozy, causa di tutti i mali di cui l’Europa soffre. 
Ma è proprio così? 
In realtà si tratta di un paese che per più di un decennio ha vissuto su una spesa pubblica impazzita ed in continua crescita, prendendo a prestito da chiunque, per consumare e non per investire, mentre alterava i propri conti 
per ingannare i creditori. 

La stima dell’Fmi (la più realistica) parla di un debito che sarebbe ancora al 118 per cento del pil nel 2030, anche se il governo accettasse il pacchetto di tasse e tagli alla spesa pubblica richiesto dai creditori in queste ore. È una cifra di gran lunga superiore a quel 110 per cento del pil, fissato nel 2012 come obiettivo di sostenibilità dall’Fmi. Il debito pubblico greco è attualmente al 175 per cento del pil e il rapporto è destinato ad aumentare a causa della recessione.

Secondo le indiscrezioni rivelate dai documenti, in questo scenario sono necessarie “concessioni sostanziali” per migliorare le probabilità della Grecia di liberarsi definitivamente dal problema del debito.

Anche nel migliore dei casi, cioè con una crescita del 4 per cento all’anno per i prossimi cinque anni, il debito greco scenderebbe appena al 124 per cento del pil nel 2022. Questo scenario ottimista presuppone tra l’altro che le privatizzazioni producano 15 miliardi di euro d’incassi, una stima cinque volte superiore rispetto all’ipotesi più realistica.

Secondo tutte le stime, che danno per scontato un terzo piano di salvataggio, la Grecia non ha alcuna possibilità di raggiungere l’obiettivo della riduzione del debito “al di sotto del 110 per cento del pil nel 2022” fissato dall’Eurogruppo nel novembre del 2012.

Per qualche ragione misteriosa gli italiani sono convinti che in Grecia siano lacrime e sangue, in termini di tagli ed austerità, da decine di mesi, mentre son quasi tutte chiacchere. Come lo stesso C. riporta, delle sbandierate multe per evasione fiscale pari a 8,6 miliardi di euro emesse durante gli ultimi due anni, il governo greco è riuscito a farsi pagare sino ad ora ...
 80 milioni circa!

L’Italia è di fatto l’unico paese europeo in cui l’opinione pubblica vive nella credenza che la Grecia sia una innocente vittima dei caimani finanziari internazionali per i quali i Merkelzy lavorano (un certo, malinteso, nazionalismo suggerisce ai più di non nominare il nome di Mario Draghi invano ...) e che la Grecia risolverebbe i propri problemi facendo default ed andandosene dall’euro.

 Vogliano gli dei dell’Olimpo che questo mai succeda e ringrazino Merkel per averglielo impedito.

D’altro canto, l’Italia è anche l’unico paese europeo dove l’intera classe politica concorda sull’utilità degli “eurobonds”, di un sistema bancario controllato da fondazioni controllate da politici, di una compagnia aerea sussidiata purché di bandiera, di una banca pubblica che gioca a fare da venture capitalist, di un duopolio pubblico-privato nel settore televisivo e di tante altre cose molto greche, fra cui una bella e rinnovata politica industriale pubblica. Auguriamoci che l’opinione, già maggioritaria negli spettacoli televisivi di “approfondimento” (sic), secondo cui il default è buono e fa bene non si aggiunga a questa lunga lista di insensatezze.



Bologna, è intervenuto Maurizio Landini che ha detto la sua sulla situazione della Grecia in Europa. "E' un Europa che sta scrivendo con le sue mani il rischio di un'implosione con l'assenza di una volonta' politica di trovare una soluzione per la paura che se si concede qualcosa alla Grecia bisogna concederla anche ad altri", criticando così il fallimento dei negoziati tra Grecia ed Eurogruppo. "Io penso invece - ha detto Landini - che il problema vero e' mettere in discussione la politica dell'austerita' ed i vincoli europei che stanno ammazzando l'Europa".
Per il leader delle tute blu la decisione di Alexis Tsipras di indire un referendum sull'accettazione dell'ultimo piano proposto dai creditori "e' un atto di democrazia e non a caso l'Europa dimostra di avere paura della democrazia. La Grecia - ha osservato ancora Landini - non sta dicendo che vuole uscire dall'euro ma ha avanzato una proposta di mediazione in cui si propone di tassare i grandi patrimoni e le grandi ricchezze.
Tuttavia - ha concluso il segretario della Fiom - per le istituzioni europee si possono tagliare le pensioni, aumentare l'Iva in un Paese che vive sul turismo, ma non si puo' tassare la ricchezza. 
Questo e' un po' folle".


ANCHE L'ITALIA ha i suoi EVASORI FISCALI  :

 che pero' una volta scoperti patteggiano la pena e pagano meno di quanto devono . Eccone un' Altra : Gianna Nannini , dovrebbe pagare il doppio e fare un po di servizi sociali , come Valentino Rossi , Briatore , Gino Paoli , Pavarotti , ormai defunto e molti altri che aggiungero' piu' avanti ...

il piu' famoso e' DUDU'
CHE NON PAGAVA LE TASSE MENTRE MANTIENE 
EX MOGLIE E LE GALLINE DEL SUO POLLAIO


Ruby ter, soldi alle ragazze in cambio del silenzio: 
Berlusconi verso un nuovo processo
Silvio Berlusconi rischia un altro processo dopo che oggi la Procura della Repubblica di Milano ha chiuso l’inchiesta Ruby ter in cui l’ex Cavaliere è indagato per corruzione in atti giudiziari. Secondo i pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio, coordinati dall’aggiunto Piero Forno, Berlusconi avrebbe pagato il silenzio di 21 ragazze che hanno testimoniato nel processo Ruby , compresa la stessa Karima El Mahroug. 
A lei, secondo la procura, Berlusconi promise 7 milioni...
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Danni Creati all'Italia da Berlusconi 
 Il fautore della più grave regressione antropologica, culturale, sociale economica e legale della storia Italiana ...
 Un giorno dovremo vergognarci con i nostri figli di aver avuto al potere per 12 anni e 4 governi un evasore fiscale frequentatore di prostitute minorenni,,,  

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domenica 5 aprile 2015

Lista FALCIANI: Centomila Conti SVIZZERI Svelati



LISTA FALCIANI, CENTOMILA CONTI SVIZZERI SVELATI

Politici, imprenditori, evasori, vip e star di Hollywood, modelli e campioni dello sport, ma anche faccendieri, mediatori di tangenti, trafficanti di armi e di diamanti. La pubblicazione della lista Falciani, l’archivio trafugato dall’ex funzionario della banca Hsbc e svelato dopo anni di indiscrezioni, ha fatto emergere un lungo elenco di circa centomila clienti che hanno deposito tra il novembre 2006 e marzo 2007 180 miliardi di euro nei forzieri della filiale svizzera Hsbc Private Bank. Fondi sui quali c’è l’ombra pesante dell’evasione fiscale. Un tesoro nascosto al Fisco. Come ha spiegato l’Espresso (che fa parte del consorzio di giornalismo investigativo “Icij”, con sede a Washington, che ha lavorato all’inchiesta, ndr) nella lista Falciani ci sono anche 7mila clienti italiani. Nel 2007 custodivano circa sei miliardi e mezzo di euro nei forzieri della banca, in parte leciti e in parte illegali. E nella lista compaiono per il nostro Paese anche i nomi dello stilista Valentino Garavani, di Flavio Briatore e di Valentino Rossi. I quali hanno però replicato all’Epresso di non avere più conti in sospeso col Fisco italiano.

LISTA FALCIANI, TUTTI I NOMI
L’ex funzionario di Hsbc Hervé Falciani era stato accusato dalla banca svizzera di avere sottratto informazioni, ma quando era stato arrestato in Costa Azzurra su richiesta delle autorità svizzere l’uomo aveva collaborato con i magistrati francesi e consegnato una lista di 3mila nomi di evasori fiscali transalpini, come riporta anche il Corriere della Sera. Ora, con le nuove rivelazioni, emerge un lungo elenco di persone in tutto il mondo, in un’inchiesta ribattezzata “Swissleaks“:
«Tra le quali gli attori John Malkovich e Gad Elmaleh, il re del Marocco Mohammed VI oggi in visita a Parigi e quello giordano Abdullah II, i cantanti Phil Collins e Tina Turner, gli sportivi Fernando Alonso e Valentino Rossi, Flavio Briatore e lo stilista Valentino, l’attrice Joan Collins e la modella Elle McPherson, il banchiere spagnolo Emilio Botín (morto nel settembre 2014) del Banco Santander. Il consorzio «Icij» precisa peraltro che la presenza di alcuni nomi nell’inchiesta non significa automaticamente che abbiano commesso reati, o che non abbiano regolarizzato la loro posizione con i rispettivi governi», si legge sul Corriere della Sera.
In particolare, Valentino aveva negli anni ’06-’07 oltre 100 milioni di euro sui conti della Hsbc, mentre l’ex patron del Billionaire aveva depositato 73 milioni in diversi conti. Il campione di motociclismo Valentino Rossi aveva invece 23 milioni.

ITALIA QUINTA PER NUMERO DI CLIENTI
Come emerge dall’inchiesta, per numero di clienti il nostro paese si piazza al quinto posto in classifica per numero di clienti (7499 per la precisione) che hanno fatto uso dei servizi di uno dei più grandi gruppi bancari mondiali. Al vertice c’è la Svizzera (11.235 clienti), poi Francia (9.187), Regno Unito (8.848) e Brasile (8.667). In merito alle somme depositate nei conti svizzeri, invece, l’Italia è al settimo posto, con 7,4 miliardi di dollari. E, si precisa, il cliente italiano che aveva affidato alla filiale svizzera la quantità di denaro maggiore aveva depositato un miliardo e 200 milioni di dollari.
Già nel 2010 il governo francese aveva distribuito la lista Falciani ad altri Paesi, in modo tale che potessero sondare e verificare le posizioni dei loro cittadini. Alcuni Stati, come la Gran Bretagna, la Spagna e la Francia, sono riusciti a recuperare centinaia di milioni di imposte arretrate (220 milioni nel Paese iberico, 188 Parigi). Anche nel nostro Paese diverse sono state le indagini per frode fiscale, ma c’è stata una disputa sulla possibilità di usare i dati e diversi sono stati i ricorsi aperti.
Come riporta l’Espresso nell’articolo a firma di Gianluca Di Feo e Leo Sisti, si spiega come, coperti dall’anonimato garantito dalla filiale svizzera, politici e uomini d’affari di tutto il mondo avessero depositato ingenti somme di denaro:
«Ci sono numerosi conti di Rami Makhlouf, cugino del presidente siriano Bashar al Assad considerato la mente finanziaria del regime di Damasco. [...] Rachid Mohamed Rachid, ministro egiziano del Commercio con l’estero, scappato dal Cairo durante la rivolta contro Mubarak, aveva una procura su un conto del valore 31 milioni di dollari: non a caso è stato condannato in contumacia per aver dilapidato fondi pubblici. Ad Haiti operava Frantz Merceron, ora deceduto, ritenuto l’uomo delle tangenti per conto dell’ex presidente Jean Claude “Baby Doc” Duvalier. [..] Personaggi colpiti dalle sanzioni americane per i rapporti con le dittature. Come ad esempio, Selim Alguadis, uomo d’affari turco, sospettato di aver fornito alla Libia di Gheddafi componenti dual use suscettibili di essere impiegate per un progetto di armi nucleari. O come Gennady Timchenko, miliardario e amico intimo dal presidente russo Vladimir Putin, finito nel mirino degli Stati Uniti dopo la crisi ucraina. E c’è un deposito perfino riconducibile a Li Xiaolin, figlia dell’ex primo ministro cinese Li Peng, protagonista della repressione di piazza Tienammen. Ma ci sono anche i conti di numerosi imprenditori che hanno finanziato la fondazione di Bill Clinton, l’ex candidato repubblicano alla presidenza statunitense Mitt Romney e le conferenze dell’ex sindaco di New York Rudolf Giuliani»

LA POSIZIONE DI HSBC
Di fronte alle domande del Guardian , la banca Hsbc ha ammesso i comportamenti irregolari della filiale svizzera, precisando però come per diversi anni dopo l’acquisto nel 1999 la stessa Hsbc Private Bank a Ginevra fosse rimasta sostanzialmente indipendente all’interno del gruppo. Di conseguenza, si è difesa Hsbc, questo avrebbe comportato «standard molto più bassi in termine di controllo».

In sé non è un crimine detenere denaro o holding in Svizzera: bisogna però rendere tutto noto alle autorità fiscali nazionali. Molti dei vip inclusi negli elenchi sostengono di essere a posto con i regolamenti. Come la rockstar Tina Turner, l'attore John Malkovich o il campione di Formula Uno Michael Schumacher. Lo stilista e imprenditore Valentino Garavani nel 2000 diventa cliente della HSBC Private Bank.

Stando ai dati messi insieme dai reporter di Icij nel 2006/2007 dispone di ben 108,3 milioni di dollari, nascosti nel conto numerato “3326 CR”. Ma chi ne è il proprietario? Ufficialmente Valentino risulterebbe solo “attorney A”, cioè procuratore, insieme a un altro “attorney B”, Marc Bonnant, di Ginevra, famoso legale, tra i tanti, di Licio Gelli e del finanziere Florio Fiorini. Invece, come emerge da un'altra scheda, è proprio il fashion designer il “beneficial owner” di quel “3326 CR”, intestatario di nove conti IBAN. Il deposito, collegato alla “Piles Finance Ltd”, con sede a Tortola nelle British Virgin Islands, ha un “supervisore”, Ronald Feijen, avvocato olandese conosciuto da Valentino durante il negoziato con la Hdp, e da allora diventato suo professionista di fiducia a Londra. Sempre dai file della HSBC si apprende che esistono altre due società, sorte nel 2001 e chiuse nel 2004: Dibag Fashion Development NV-Rub GG e Dibag Fashion Development NV-Rub VG. Di tutte due sono titolari sia Valentino sia Giancarlo Giammetti, amico e socio di una vita. Ma nel 2006/2007 tutto quello che c'è dentro è stato distribuito a loro due.

Proprio nello stesso periodo, la posizione fiscale dello stilista è stata al centro di una disputa con l'Agenzia delle Entrate. Oggetto della contesa la residenza e quindi il regime di tassazione. Valentino ha sostenuto di essere residente a Londra dal 1998 anno in cui vende le sue società alla Hdp di Maurizio Romiti (che nel 2002 cederà tutto alla Marzotto). Gli ispettori fiscali invece sulla base delle indagini ribattono che si trovava a Roma. Infatti, in Gran Bretagna il grande sarto avrebbe solo lo status di “resident not domiciled”, la formula di chi, pur avendo acquisito la residenza sul Tamigi, non manifesta la volontà di restare lì per sempre. Conseguenza: gli sono state contestate, ai fini dell’imposizione fiscale, le annualità dal 2000 al 2006. Ne è nata una trattativa, poi risolta con un atto di pacificazione. Valentino ha versato una somma, mai dichiarata ufficialmente ma nell'ordine di qualche milione di euro, per il periodo 2000-2004. E così ha chiuso ogni pendenza con le nostre autorità tributarie.

FUGA IN MOTO

Anche Valentino Rossi ha avuto i suoi guai con l'erario, che si intrecciano con le vicende della banca elvetica. I sospetti sulla sua residenza londinese hanno provocato un procedimento per evasione, aperto nel 2008 e concluso con un accordo. Alla Hsbc il “Dottore” ha accantonato le sue risorse nel 2003 dietro il conto numerato “Kikiki 62”: 23,9 milioni di dollari. Intervistato da ICIJ, l'avvocato Claudio Sanchioni ha precisato che, sborsando 30 milioni di euro il suo assistito ha definito ogni controversia su conti esteri. Nelle note compilate dai funzionari di Ginevra su Valentino si viene a conoscenza delle sue tendenze finanziarie. Graziano Rossi, il padre, che è anche procuratore di “Kikiki 62”, attesta che il figlio ha una “preferenza per investimenti conservativi”. Tanto spericolato in pista, quanto prudente sulla gestione dei propri soldi.

L'ELVETICO FLAVIO
Per la Hsbc Flavio Briatore, da anni residente all'estero, è un cliente dominato da un grande attivismo. A lui fanno capo nove conti ed è “beneficial owner” di sei di questi, dove nel 2006/2007 "alloggiano" 73 milioni di dollari: Benton Investments Inc., Pinehurst Properties, “27361” (liquidato nel 2005), Adderley Trading Ltd (chiuso nel 2004), Formula FB Business Ltd e GP2 Ltd. Anche l'avvocato di Briatore, Pilippe Ouakra, è stato sentito da ICIJ e commenta: «Il signor Briatore è in grado di confermare che lui e alcune compagnie del suo gruppo - alcune di queste erano operative dalla Svizzera - hanno avuto conti bancari in Svizzera, in un modo perfettamente legale, in conformità con qualunque legge fiscale applicabile».

Lista Falciani, Briatore compra pubblicità contro l'Espresso. Ma è solo un autogol
Mister Billionaire attacca la nostra inchiesta sui conti svizzeri con un'inserzione a pagamento. Ma può solo confermare la notizia del conto da 39 milioni di dollari registrato a nome di un'ignara cuoca bresciana  Barbara F.. Soldi che erano di una società offshore di Flavio. E la Guardia di Finanza conferma: usati «fraudolentemente» i dati della dipendente.
A quel punto l'indagine fiscale della Guardia di Finanza si è chiusa con queste parole
: «Per ragioni non note a questo reparto, al profilo cliente di Barbara F. sono stati associati rapporti finanziari non riconducibili a lei, ma alla “Formula FB Business Limited”». Il vero titolare del conto da 39 milioni di dollari, insomma, era la suddetta società offshore, che ha sede a Tortola, nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. La stessa Guardia di Finanza,  precisa che la “Formula FB Business Limited” è controllata all'80 per cento dal signor Flavio Briatore.

CAPITALI INSANGUINATI
I documenti della HSBC raccontano anche altre vicende. Tra i clienti dell'istituto di Ginevra ci sono almeno duemila commercianti di diamanti. A volte li chiamano diamanti insanguinati perché vengono usati per finanziare delle guerre, come è accaduto in Angola, Costa d'Avorio, Sierra Leone. Michael Gibb, che si occupa di diritti internazionali dell'uomo per Global Witness, ne è certo: «I diamanti sono legati a conflitti e violenze. La facilità con cui possono essere convertiti in strumenti di guerra è sorprendente».

I funzionari della banca svizzera, ad esempio, sapevano che un certo Emmanuel Shallop, successivamente condannato per questi traffici, era sotto indagine in Belgio. Nel file del deposito infatti annotano: «Abbiamo aperto un conto per lui basato a Dubai… Il cliente è molto cauto attualmente perché sente la pressione delle autorità belghe, che lo tengono d'occhio per le sue attività nelle frodi fiscali sui diamanti». Contattato per chiarire l'avvocato di Shallop è stato tranchant: «Noi non intendiamo spiegare nulla. Il mio assistito non vuole vedere il suo nome citato in qualunque articolo per una ragione di privacy». Ma tra i clienti ci sono pure personaggi che hanno maneggiato tangenti per favorire vendite di armi in Africa, rifornendo gli arsenali dei massacri in Liberia, e altri che si sono prodigati per piazzare ordigni sofisticati in diverse nazioni, dalla Tanzania a Taiwan. Ci sono addirittura i nomi degli esponenti di una ong saudita che è stata accusata di finanziare Al Qaeda.

LA POSIZIONE DELLA BANCA
I vertici di Hsbc hanno inizialmente intimato al network giornalistico di distruggere tutti i dati. Poi, di fronte agli elementi scoperti dai cronisti, hanno assunto una posizione diversa. Con una dichiarazione scritta l'istituto ha riconosciuto che «la cultura e gli standard dei controlli erano molto più bassi di quanto avviene oggi. La banca ha intrapreso passi significativi per aumentare le verifiche e respingere i clienti che non rispettano i nuovi parametri, inclusi coloro che davano elementi di preoccupazione sul fronte fiscale. Come risultato di questa linea,
 la base dei clienti dal 2007 si è ridotta di quasi il 70 per cento».


Resta però il problema della finanza oscura. «L'industria offshore è la maggiore minaccia per le nostre istituzioni democratiche e per le basi del nostro contratto sociale», ha dichiarato a Icij l'ecomista Thomas Piketty: «L'opacità finanziaria è uno degli elementi chiave delle diseguaglianze. Permette a una larga parte di quelli che guadagnano di più di pagare tasse insignificanti, mentre il resto di noi deve versare tributi pesanti
 per sostenere i servizi pubblici indispensabili per lo sviluppo».



Il mistero della lista di conti in Svizzera scomparsa
C'era un elenco di evasori GRECI consegnato al governo che non esiste più

Come a Roma, anche ad Atene succede l’incredibile quando si arriva a toccare i potenti
UNA POCHADE - Non sarà come la storia della casa comprata a sua insaputa al ministro Scajola, ma anche la commedia che si è accesa attorno al destino di una lista di circa 2.000 greci titolari di conti in Svizzera presso la locale filiale della HSBC, parte della famosa “lista Falciani“, che le autorità francesi hanno trasmesso al governo greco.

L’ELENCO DEI CONTI - La lista stava originariamente su una normale chiavetta USB in possesso di George Papaconstantinou, che l’aveva ricevuta da Christine Lagarde quando entrambi erano ministro delle finanze nel 2010. Lui dice di di aver trasmesso un piccolo numero di nominativi all’ex capo dell’unità contro i crimini finanziari nel 2011  e l’intera lista a Ioannis Diotis, il suo successore a capo dell’unità nel luglio dello stesso a capo dell’unità anno. Diotidis ha testimoniato davanti al comitato etico del parlamento dicendo di averla passata al successivo ministro delle finanze, il leader socialista Evangelos Venizelos, che non gli avrebbe dato alcuna disposizione in merito. La settimana scorsa Venizelos, abbastanza arrabbiato, ha detto in televisione di aver consegnato la lista al premier Samaras quando ha realizzato che nessuna agenzia investigativa ne aveva una copia. Poi ieri ha affermato di non averla mai ricevuta da Papaconstantinou.

LA CACCIA AI CORROTTI - Il problema con quella lista è lo stesso che il governo ha con un’indagine che la settimana scorsa ha colpito 36 politici accusati di corruzione e altri reati, perché se è vero che fino a quando i due principali partiti si alternavano al potere le indagini facevano poca strada, oggi la frammentazione della politica greca potrebbe aprire la strada a pratiche come le denunce degli avversari politici, innescando una reazione a catena dagli esiti imprevedibili, quanto sicuramente negativi sulla fragile coalizione di governo.

FRATTURE NELLA MAGGIORANZA? - Alcuni degli imputati per il nuovo scandalo sono infatti colonne del governo Samaras, che gode della fiducia dell’Unione Europea, ma non quella dei greci. Un governo che difficilmente avrà la forza di compiere un’autocritica e i passi necessari a emarginare i presunti colpevoli recuperando credibilità, quanto mai necessaria dopo che sotto inchiesta sono finiti tra gli altri lo speaker del parlamento (che si è sospeso dalla carica il 24 scorso) e diversi ex ministri e sindaci, tra i quali probabilmente anche Leonidas Tzanis, 57 anni, un ex-ministro e politico socialista che si è (pare) impiccato insieme alla moglie nella cantina di casa, pochi giorni prima di essere chiamato a testimoniare. E i guai non finiscono qui, perché all’esame delle autorità c’è anche una lista di 54.000 persone che hanno trasferito 29 miliardi di euro all’estero dal 2009, almeno 15.000 dei quali maneggiando somme del tutto incompatibili con i loro redditi ufficiali. Sfide che per il governo greco sembrano più difficili della stessa battaglia per la permanenza della Grecia nell’euro.

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martedì 17 marzo 2015

- LAVORO -: Maurizio Landini e la Coalizione Sociale


Nasce la “coalizione sociale” con Maurizio Landini

Una “coalizione sociale” per rispondere a quella «domanda di giustizia sociale ora inascolta e senza rappresentanza». È questa l’azione intrapresa oggi dal leader della Fiom Maurizio Landini che apre ufficialmente il “cantiere” di una coalizione alternativa alle realtà politiche esistenti in Italia.
LA LETTERA-INVITO DI LANDINI -
L’azione di Maurizio Landini arriva al termine di mesi di incontri e dibattiti, accompagnati da critiche e polemiche, nel corso di un’assemblea convocata a Roma, nell’ex palazzo dell’Flm, che vuole essere insieme un momento di riflessione e un atto fondativo, «per dibattere in modo libero e aperto», come si legge nella lettera che lo stesso leader della Fiom ha distribuito all’incontro di Roma e a quello di Trieste. Un’assemblea, quella di oggi, che prepara anche la manifestazione del 28 marzo a Roma contro il Jobs Act e la partecipazione...
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- LAVORO -: Maurizio Landini e la Coalizione Sociale: Landini lancia la coalizione sociale: il successo richiede un nuovo protagonismo dal basso il segretario della Fiom ha fatto sapere c...



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mercoledì 28 gennaio 2015

Grecia : nuovo governo Tsipras



Tsipras, Kammenos e il rischio di una Grecia putiniana.  

A pochi giorni dalla vittoria elettorale di Syriza, la Grecia ha già un nuovo governo, formato a tempo di record dal partito di Tsipras in alleanza con la destra radicale greca.

Comunque la si pensi sul debito greco, ogni cambiamento politico radicale porta con sé la comprensibile speranza di un nuovo inizio.

Pure "Il Sole 24 Ore" si lascia andare a commenti elegiaci su Syriza e su Tsipras, vagheggiando con un po' troppo ottimismo che la Grecia "rifondi" l'Europa. Barbara Spinelli da parte sua, attenta alle vicende europee, scrive che con Tsipras si riuscirà a fare ciò che finora manca: l'Europa politica.

Se così fosse sarebbe una cosa magnifica, ma siamo sicuri che creare l'Europa unita sia nei desideri del governo rosso-nero di Atene? O che Tsipras abbia la stoffa del leader continentale e non segua solo mere preoccupazioni nazionali? Perché qui quelli del nuovo governo Tsipras li stiamo immaginando come moderne versioni di Pericle, capaci di insegnare la democrazia all'Europa e al mondo.

Ma qualche preoccupazione è salutare averla. Due cose accomunano Syriza alla destra radicale di ANEL con cui ha formato il nuovo governo: la prima è l'opposizione alle politiche di austerità richieste dai creditori internazionali. Se ne sta scrivendo molto in questi giorni; forse pure troppo perché fa passare sotto silenzio il secondo punto di comunanza; ossia, una forte e manifesta amicizia con il Presidente russo Putin e un sostegno alle sue politiche imperiali in Europa orientale.

I legami fra Tsipras e Russia putiniana non sono improvvisati. E' durante la crisi fra Ucraina e Russia nel 2014 che Tsipras si reca in visita a Mosca dove incontra esponenti del governo russo; l'incontro, definito fruttuoso per quello che riguarda le nuove possibilità' di cooperazione fra i due paesi, è di inizio maggio: la Crimea è stata annessa alla Russia manu militari da poche settimane e la comunità internazionale non ne riconosce l'annessione. Non una sola parola di censura verso la conquista russa della Crimea - il più grande attacco all'ordine europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale - compare fra le dichiarazioni di Tsipras di quei giorni.

Tsipras aveva già blandito il regime putiniano prestandosi a veicolare la propaganda politica putiniana sul "golpe nazista" di Kiev, quando aveva dichiarato, subito dopo la Rivoluzione di Maidan che "uno degli errori principali della politica estera condotta dall'Unione Europea è stato quello di aver espresso sostegno al nuovo governo ucraino, che ha al suo interno forze neofasciste" (certo, non si può fare una colpa a Tsipras di eccesso di attenzione a sintomi di fascismo; il problema e' piuttosto che il leader di Syriza nelle sue frequentazioni russe non ha mai avuto modo di accorgersi del carattere autoritario dell'ordine politico russo, della compressione delle libertà civili e di espressione, degli assassini politici degli oppositori del potere, delle intimidazioni e violenze verso i pochi media indipendenti, della intolleranza verso le minoranze...).

Poi, a settembre, i deputati di Syriza nel Parlamento europeo avevano votato contro l'Accordo di Associazione fra Ucraina e Unione Europea, di fatto esprimendo un voto che va nella direzione di ciò che Putin cerca di ottenere con la sua destabilizzazione dell'Ucraina orientale: ossia mantenere il popolo ucraino nella sfera imperiale russa.

L'accelerazione è di questi ultimi giorni. Lunedì 26, il giorno dopo le elezioni greche, l'ambasciatore russo ad Atene Andrei Maslov è il primo diplomatico straniero a rendere visita alla sede di Syriza. Non e' forse una coincidenza che martedì 27, quando i capi di governo dei paesi membri della Ue discutono nuove sanzioni contro il Cremlino in risposta all'aumento delle attività terroristiche russe nel Donbass, portavoci del governo greco facciano sapere che Atene è contraria, così di fatto bloccando l'azione Ue, dato che l'unanimità di tutti i governi dei paesi membri è necessaria.

Dichiarazione formale, dovuta alla spavalderia infusa dalla vittoria elettorale di domenica? Forse non solo. Panos Kammenos è il leader della destra radicale dei "Greci Indipendenti", che grazie a Tsipras è ora al governo: è convinto che la Grecia dovrebbe lasciare la Ue ed entrare nell'Unione eurasiatica di Putin; amico di Dugin, l'ideologo nazional-socialista del Cremlino, Kammenos (che si è fatto ritrarre con il cosiddetto emblema di San Giorgio, simbolo adottato dagli imperialisti russi del Donbass) è un aperto sostenitore dell'alleanza del governo greco con Putin e reclama l'eliminazione delle sanzioni verso la Russia. In virtù dell'alleanza con Syriza, avrà modo di far sentire la sua voce in Europa: Kammenos è stato nominato Ministro della Difesa.

Quello che sta succedendo in Grecia è, politicamente, un azzardo. Il popolo greco ha scelto democraticamente, una scelta con le spalle al muro, e che non sappiamo come evolverà. Non è necessario fare una difesa d'ufficio dello status quo, anzi, ben vengano elementi di rottura del "consenso" europeo se servono ad andare avanti verso una Europa unita, politica, democratica. Ma siamo sicuri che la vittoria di Tsipras sia questo o stiamo solo scambiando desideri per realtà?

Gli entusiasti di Tsipras dicono che ha respiro europeo e darà nuova vita all'Europa; ma quale può essere il respiro europeo di un leader politico che sceglie come suo amico politico il regime putiniano. Un regime che in meno di un anno ha aperto due ferite laceranti sul continente europeo, ricreando in Europa un nuovo Tibet (l'occupazione e annessione militare della Crimea e il conseguente dramma del popolo tartaro) e riproducendo in Europa un conflitto simil-mediorientale - ossia il conflitto congelato del Donbass, dove il terrorismo è banalizzato a eventualità di ogni giorno.

Speriamo che abbiano ragione quelli che dicono che il nuovo governo greco può, come i Greci antichi, (ri)fondare l'Europa. Perché, altrimenti, c'è un altro noto momento della storia greca che verrebbe in mente: il declino delle città-stato greche, incapaci di unirsi per fronteggiare l'offensiva diplomatica e militare di Filippo II di Macedonia, da cui tutta l'Ellade finì per essere sottomessa.

di : Marco Ferraro  
Attivista e federalista europeo, expatriate, da Ankara

Governo Tsipras 
- primo GIORNO
 - bloccata la privatizzazione del porto; 
- bloccata la vendita di PPC (l'ENEL greco); 
- ripristino del CCNL e reintegro dei dipendenti 
- annullamento dei tagli alle pensioni 
- aumento del salario minimo da 586 a 751€ 
- riapertura della TV di Stato ANT1 
- elettricità gratuita ai 300.000 poverissimi 
a cui era stata tagliata 
- stop alla cooperazione con Israele


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Conosci la personalita' di
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 Ecco la Pagina dei PIANETI 

del Nostro Sistema Solare 
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lunedì 17 giugno 2013

Grecia : chiude orchestra sinfonica





Grecia: dopo la tv di stato chiude orchestra sinfonica, 

concerto in lacrime: 

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La violinista bionda suona, ma non riesce a trattenere le lacrime e, in una pausa, accarezza con il viso il suo strumento. La corista bruna riesce a stento a cantare e, con un gesto appena accennato, incoraggia una collega che sembra non avere piu' voce. Non ci sono abiti da sera per l'ultimo concerto dell'orchestra sinfonica nazionale greca che chiude per mancanza di soldi dopo 75 anni, ma tanta emozione.

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