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lunedì 6 dicembre 2021

Silvio Non Puoi Fare il Presidente della Repubblica

Svegliati Silvio Non lo Puoi Fare


L'ex Cav ha creduto fino in fondo 
di poter sostituire Mattarella al Quirinale. 
Ma poi Gianni Letta, suo consigliere di sempre, 
lo ha convinto che non aveva alcuna possibilità.
 E che Meloni e Salvini 
lo stavano prendendo in giro.

In molti si sono stupiti, leggendo le cronache politiche di questi giorni, del fatto che Silvio Berlusconi ha finalmente capito quello che avrebbe dovuto essergli chiaro fin da subito: ovvero che lui ha zero chance di andare al Quirinale. Dopo un inizio di campagna tambureggiante, basta leggere l’intervista che mercoledì 10 novembre Augusto Minzolini gli ha fatto sul Giornale per comprendere come il Cavaliere sia arrivato alla conclusione, contrastante con il suo indomito ottimismo, che per la successione a Sergio Mattarella,  come dicono a Milano, “ghe n’è minga”. Non fosse altro perché né Matteo Salvini né tantomeno Giorgia Meloni hanno davvero intenzione di chiedere ai loro gruppi parlamentari di sostenere la sua candidatura.
L’eminenza azzurra con durezza ha aperto gli occhi al Cav
Ma Berlusconi, che pur essendo tornato , alterna momenti di lucidità a momenti assopimento, ci è arrivato da solo a questa conclusione? No, ci ha dovuto pensare Gianni Letta ad aprirgli gli occhi. Lui, dopo il vertice a Villa Grande, la sua nuova residenza romana che fu la dimora di Franco Zeffirelli, con gli altri due galli del pollaio del centrodestra, era davvero convinto di essere sostenuto e di avere delle concrete possibilità. Ma dopo quella riunione, che Letta ha giudicato improvvida, il suo fidato consigliere è andato a trovarlo dicendogli senza mezzi termini che quei due lo stavano prendendo per il fondoschiena, e che lui non poteva certo concludere la sua carriera politica con uno smacco clamoroso.

Svegliati Silvio Non lo Puoi Fare



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sabato 30 novembre 2019

Di Battista il Picconatore

Non sono né di sinistra né di destra

Attacco contro Repubblica e i "Matthews" Renzi e Salvini
"Non sono né di sinistra né di destra" scrive in un lungo post su Facebook in cui esorta i grillini su conflitto interessi, Imu, Autostrade e Mes: "Accelerate! Gli altri seguiranno"

“Sono le mie idee, condivisibili o meno ma sono sempre le stesse”. In un lungo post su Facebook, Alessandro Di Battista ribadisce le sue convinzioni - dalla legge sul conflitto di interessi al recupero dell’Imu non versato dalla Chiesa, dalla nazionalizzazione delle Autostrade alla opposizione al Mes - smentisce quanti affermano che stia riportando il Movimento 5 stelle a destra e invita i rappresentanti di M5S ad accelerare su alcuni temi chiave.

“Io non sono né di destra e né di sinistra” afferma Di Battista, che si scaglia contro il quotidiano La Repubblica definendolo il “giornale più liberista d’Italia” 
e il rappresentante della “peggior destra conservatrice”.

Quella che odierebbe le nazionalizzazioni (non è un segreto che i Benetton abbiano foraggiato con pubblicità per anni La Repubblica), quella che odierebbe favorire l’entrata degli operai nella proprietà delle aziende in crisi, quella che odia Trump anche se è stato il Presidente, ad oggi, meno guerrafondaio dai tempi di Jimmy Carter e certamente più “pacifista” del premio Nobel per la Pace Obama, responsabile, insieme a Sarkozy, Napolitano e Berlusconi della guerra in Libia che ha provocato morti e destabilizzazione oltre che l’avanzata del fondamentalismo islamico.

Secondo Di Battista, ad esempio, i liberal di oggi “cercano di rifarsi una coscienza parlando di ambiente” con “ipocrite e banali prese di posizione liberiste che vogliono far pagare i danni ambientali ai poveri cristi e non a chi inquina davvero”. Un esempio è lo sponsor alle “grandi opere inutili” da parte dei “giornaloni della pseudo-destra o della pseudo-sinistra in perfetta sintonia con i “Matthews” (Renzi e Salvini, i “Matthews”, sono incredibilmente simili, sulla politica economica, sulle privatizzazioni e sulla politica estera la pensano allo stesso identico modo). Ma su tutto questo le battaglie non si fanno o si fanno solo di facciata”.

Di Battista esorta M5S ad avere il “coraggio di scagliarsi contro il falso ambientalismo abbracciando proposte concrete quali il telelavoro”, anche nella P.A.; di combattere “contro le nuove forme di corruzione” che oggi foraggia la politica e ne detta la linea attraverso “le consulenze e le conferenze”, con una legge sul conflitto di interessi. 

Io non so come finiranno le inchieste sulla fondazione renziana Open. Ma il punto è politico. Nel 2016 Alberto Bianchi, ex-Presidente di Open (grande amico di Renzi e piazzato dal rottamatore dell’etica politica nel CDA di ENEL) ha ricevuto consulenze da centinaia di migliaia di euro dal gruppo Toto, il gruppo che gestisce le autostrade A24 e A25. Poco dopo Bianchi ha versato centinaia di migliaia di euro alla Fondazione Open, fondazione che, a quanto pare, metteva a disposizione di politici renziani carte di credito. Ma la questione centrale è un’altra. Nel 2017, il governo Gentiloni, controllato di fatto da Renzi che oltre a vari ministri piazza la Boschi come numero 2 a Palazzo Chigi, fa un bel favore al gruppo Toto: un abbuono di 121 milioni di euro per la concessione dell’autostrada dei parchi. È lecito pensare che il gruppo Toto abbia di fatto elargito centinaia di migliaia di euro alla fondazione Renziana (passando attraverso la consulenza ad Alberto Bianchi) per poi vedersi restituito il favore dal governo Gentiloni? Magari è ancora legale questa roba (vedremo l’inchiesta), ma è vomitevole.

Come sarebbe vomitevole scoprire che il senatore semplice di Scandicci, Impruneta, Signa e Lastra a Signa, riceva compensi da parte dei sauditi. Ormai Renzi sta più a Riad che a casa sua. Perché ci va? Partecipa a convegni? Fa l’ospite d’onore nelle conferenze sulle armi? Riceve denaro per questo? Sarebbe gravissimo che un senatore della Repubblica italiana fosse pagato da un paese straniero. Non sarebbe un palese conflitto di interessi?

Di Battista invita i pentastellati: “Accelerate! Soprattutto adesso. Luigi lo sta facendo e lo sostengo per questo. Accelerate sul conflitto di interessi, sulla nazionalizzazione di autostrade, sulla commissione di inchiesta sul finanziamento ai partiti, sul recupero dell’Imu non versato dagli istituti religiosi”. Facendo così renziani e Pd seguiranno, perché 2se si dovesse andare ad elezioni adesso, non solo prenderebbero meno voti di Calenda ma molti di loro perderebbero l’immunità parlamentare e mai come ora credo ne abbiano bisogno...”




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martedì 29 ottobre 2019

Salvini e le Sue Responsabilità


Salvini e le Sue Responsabilità


2 puntate di Report dedicate alla lega nelle quali è venuto fuori un quadro decisamente poco rassicurante da coloro che governano alcune Regioni e vorrebbero farlo per l'Italia intera.
Vince chi ruba 49 milioni di euro e li restituisce in 80 anni.
Vince chi ha una mazzetta da 65 milioni di dollari dai Russi e che deve spiegare al popolo.
Vince chi ha come ex ministro uno che ha preso 80 volte rimborsi che non gli spettavano.
Vince chi vomita odio.
Vince chi fa i selfie e dirette Facebook.

Una riflessione va fatta, al netto delle proprie convinzioni politiche.

Questo è ciò che abbiamo, questo è ciò che meritiamo.

La cosa più triste è che dalla storia non si impara mai nulla!

Salvini e la Lega dovrebbero evitare di piangere sul latte che loro stessi hanno versato, dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità.



SALVINI HA QUALCHE PROBLEMA CON LA MEMORIA, 
ECCO CHI SONO I VERI RESPONSABILI

70 mila persone in piazza, più del 30% dei voti alle ultime elezioni europee, 
la gente ama Matteo Salvini.

Lo ama perché è simpatico, perché parla come mangia, perché fa un sacco di selfie, ma soprattutto la gente lo ama perché lui non sopporta più gli altri, quelli che ci hanno portato in un’Europa che ci prende tutto e non ci dà nulla in cambio, non sopporta quelli che hanno consentito ai cinesi di invaderci con i loro prodotti a basso costo, agli stranieri di invaderci, che hanno tagliato le pensioni e alzato l’età pensionabile, non sopporta quelli che…

Salvini e la Lega dovrebbero evitare di piangere sul latte che loro stessi hanno versato, dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità.


??? ALT! Ma chi sono Quelli?

Ad esempio l’EUROPA è veramente CATTIVA? 
Da quanto tempo l’Italia da all’Europa più di quello che riceve?

Facciamo un passo indietro e andiamo per tappe:

- Era il 1994, “Ambra Angiolini infiammava i pomeriggi di Non è la Rai” e Salvini era un giovane comunista, il 10 dicembre di quell’anno i Capi di Stato e di Governo firmano a Essen l’accordo per l’allargamento verso Est dell’UE che viene ratificato ad Atene il 16 aprile del 2003. Con il Trattato di Atene entrano in Europa ben 10 paesi, i paesi dell’Est, che si prendono un bel po' dei fondi strutturali europei che toccavano alle regioni italiane e anche un bel po' delle imprese italiane delocalizzano, vanno a produrre là dove il costo del lavoro è minore.

Ma chi governava in Italia nel 1994 e nel 2003? Nel 1994 il Governo Berlusconi e nel 2003 ancora il Governo Berlusconi e sempre in coalizione con Lega Nord e Alleanza Nazionale.

Salvini dice che dovremmo difendere il Mady in Italy dall’invasione cinese e dice che dovremmo mettere i dazi per difendere i nostri prodotti, un po' come ha fatto Trump, ma chi ha permesso ai prodotti cinesi di invadere i nostri mercati?

- Nel 2001 mentre Rocco Casalino era un concorrente del primo grande fratello, Matteo Salvini rispondeva ancora alle domande degli ascoltatori di Radio Padania Libera, l’11 dicembre dello stesso anno la Cina entrava nell’organizzazione Mondale del Commercio il cd. WTO, i nostri negozi venivano invasi da prodotti simili ai nostri con l’unica differenza
 che erano fatti in Cina e costavano molto meno.

Salvini e la Lega dovrebbero evitare di piangere sul latte che loro stessi hanno versato, dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità.


Ma chi governava nel 2001?
 Ancora il Governo Berlusconi con una maggioranza composta
 da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord.

- Stranieri Cattivi? Matteo Salvini sostiene che in Italia ci sia un’emergenza chiamata immigrazione, un’emergenza causata da un’Europa cattiva che ci ha lasciati da soli a gestirla. Ma chi ha permesso che l’Europa ci lasciasse soli?
Era il 2003 e mentre Kaka trascinava il Milan verso la vittoria dello Scudetto, Salvini era ancora a Radio Padania a rispondere agli ascoltatori, in quell’anno l’Italia firmava il Trattato di Dublino che obbligava il riconoscimento e l’accoglienza ai paesi in cui arrivavano i richiedenti asilo.

E chi governava nel 2003? Sempre il Governo Berlusconi, 
sostenuto da Alleanza Nazionale e Lega Nord.

Ma c’è almeno una cosa tra quelle che contesta Matteo Salvini 
di cui non si può incolpare la Lega e il Centro Destra?

Forse una c’è: La Legge Fornero, varata dal Governo Monti nel 2011 
quando la Lega stava all’opposizione.
Facciamo un passo indietro: il passaggio da un sistema retributivo ad uno contributivo è stato deciso con la riforma delle pensioni del 1994, mentre l’aumento dell’età pensionabile e l’indicizzazione alla speranza di vita media dell’età pensionabile è stata voluta dalle riforme delle pensioni del 2010 e del 2011, firmate da Maurizio Sacconi.
Ma allora chi era al Governo nel 1994, nel 2010 e nel 2011? Ancora una volta un Governo di Centro Destra con Silvio Berlusconi sostenuto da Lega Nord e Alleanza Nazionale.

Anche in questo caso Salvini e la Lega dovrebbero evitare di piangere sul latte che loro stessi hanno versato, dovrebbero smetterla di scaricare sugli altri le loro responsabilità.

MA TANTO NESSUNO HA UN TELECOMANDO PER TORNARE INDIETRO NEL TEMPO!




Perchè Salvini è più Pericoloso di Casa Pound e Forza Nuova.   L’inchiesta di Clauio Gatti rivela radici e scopi della Lega per Salvini premier



Perchè Salvini è più Pericoloso di Casa Pound e Forza Nuova. 
L’inchiesta di Clauio Gatti rivela radici e scopi della Lega per Salvini premier...






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Il gioco delle tre carte di Salvini

Il gioco delle tre carte di Salvini

Una Lega povera e piena di debiti, una Lega ricca e pulita.  

Lega Nord e Lega per Salvini premier: la strategia è chiara, spostare tutti gli attivi nella nuova Lega e lasciare in quella vecchia solo i debiti con lo Stato, compresi i 49 milioni di euro. Abbiamo analizzato i bilanci e scoperto come ormai le donazioni di parlamentari, cittadini e aziende finiscano quasi tutte al nuovo partito, immacolato con fisco e giustizia italiana.



Una Lega per i debiti, una Lega per la liquidità. Una Lega sempre più povera e una sempre più ricca. È quello che si scopre analizzando gli ultimi movimenti finanziari dei partiti guidati da Matteo Salvini. I partiti, sì, perché da qualche anno la principale forza politica italiana (secondo i sondaggi) si è sdoppiata: da una parte la storica Lega Nord, dall'altra la Lega Per Salvini Premier. Tecnicamente sono due entità diverse, ognuna con il suo codice fiscale e dunque con una propria autonomia patrimoniale. Peccato che pubblicamente questa distinzione non venga mai ricordata.

D'altra parte è difficile distinguerli: i due partiti hanno statuti molto simili, lo stesso amministratore (il deputato Giulio Centemero), la stessa sede legale (Via Bellerio 41 a Milano) e il medesimo leader (Salvini). La differenza principale è che sulla vecchia Lega nordista, quella fondata 30 anni fa da Umberto Bossi “per l'indipendenza della Padania”, pesa un debito enorme: quello relativo ai 48,9 milioni di euro della truffa ai danni dello Stato, come deciso da una sentenza del tribunale di Genova. Ecco allora che le donazioni provenienti da aziende, cittadini comuni e parlamentari stanno finendo nelle casse del nuovo partito, la Lega Per Salvini Premier. 

Una scatola nuova e senza macchie giudiziarie. A cui nessuno, in teoria, potrà chiedere indietro i soldi della truffa commessa ai danni dei cittadini italiani.

Il 2 per mille alla Lega per Salvini Premier
La nuova strategia finanziaria del Carroccio emerge passando in rassegna i dati sui finanziamenti privati ai partiti nel 2019 e incrociandoli con gli ultimi bilanci disponibili di Lega Nord e Lega Per Salvini Premier. Quest'ultimo è stato fondato nell'ottobre del 2017, tre mesi dopo che il tribunale di Genova aveva annunciato la condanna per truffa disponendo il sequestro dei 48,9 milioni. Nel suo primo anno di attività, il 2018, Lega Per Salvini Premier ha incassato 2,5 milioni di euro, provenienti in larga parte (2 milioni) dal due per mille. Insomma, Salvini ha fatto versare nelle casse del nuovo partito il contributo che ogni residente italiano può donare a una formazione politica.



Quest'anno l'ex ministro dell'Interno ha scelto di fare un passo ulteriore. A partire da gennaio del 2019 la maggior parte dei leghisti ha iniziato a versare il proprio obolo non più nelle casse della Lega Nord, come era successo anche nel 2018, ma in quelle della Lega per Salvini Premier. Sui conti del nuovo partito sono così arrivate le donazioni di aziende, privati cittadini e, soprattutto, parlamentari leghisti. Sono i contributi di questi ultimi, infatti, a costituire la maggior parte dei ricavi registrati dal movimento. In questo modo Lega Per Salvini Premier ha incassato, solo da gennaio ad agosto di quest'anno, circa 3 milioni di euro. Di contro, nello stesso periodo la Lega Nord si è dovuta accontentare di quasi un quindicesimo della somma: più o meno 200 mila euro.



Chi paga i costi maggiori? La Lega Nord
Stando agli ultimi bilanci disponibili, però, è ancora la Lega Nord il partito che deve sopportare i costi maggiori. Per le diverse attività ordinarie, il partito fondato da Bossi ha speso 5,5 milioni di euro, mentre la Lega Per Salvini Premier ha sborsato 1,2 milioni. D'altronde la maggioranza dei dipendenti del movimento è ancora in carico alla vecchia Lega, che dichiara 9 lavoratori rispetto ai soli 3 impiegati della Lega Per Salvini Premier. Il risultato finale è che il nuovo partito gode di ottima salute finanziaria. Già l'anno scorso poteva vantare una disponibilità liquida di 1,3 milioni di euro, contro gli 800mila euro rimasti nelle casse della Lega Nord. È molto probabile che quest'anno la differenza si acuirà, visto che le donazioni dei parlamentari sono finite quasi tutte nella nuova creatura salviniana. 

Dunque, la Lega Nord potrebbe chiudere l'anno in perdita.

E i 49 milioni di euro?


Il problema rischia di non riguardare solo i fedeli leghisti, ma tutti i cittadini italiani. A settembre del 2018 gli avvocati del Carroccio hanno infatti ottenuto il via libera dalla Procura di Genova per la restituzione dilazionata dei 48,9 milioni di euro della truffa ai danni dello Stato. Secondo quanto fatto filtrare sui giornali, l'accordo prevede che i soldi vengano restituiti a rate. E che il debito venga estinto nel giro di 76 anni. Proprio in quei giorni, ospite di La7, Salvini rispondeva così a chi gli chiedeva come avrebbe fatto il suo partito a ripagare quel debito, visto che in cassa non c'era quasi più nulla: saranno i parlamentari della Lega a tirare fuori i soldi dalle proprie tasche, fu la risposta dell'allora vicepresidente del Consiglio.

Come dire: non preoccupatevi, cari italiani, il debito con lo Stato lo ripaghiamo noi stessi. Dati alla mano, ogni parlamentare leghista – Salvini compreso – sta in effetti versando nelle casse del partito 3 mila euro al mese. Il problema è quale partito. 

Da quest'anno i bonifici finiscono infatti sul conto corrente di Lega Per Salvini Premier. Che, a differenza della Lega Nord, non ha alcun debito nei confronti dello Stato. Guardando i flussi di cassa dei due partiti emergono anche i diversi schieramenti interni alla Lega, le differenze tra chi resta legato alle originarie istanze nordiste e chi ha invece aderito al nuovo credo nazionalista. Per dire: mentre Salvini quest'anno ha sempre versato il suo obolo al nuovo partito, il suo vice Giancarlo Giorgetti ha girato tutti i suoi contributi alla Lega Nord. Donatori fissi del vecchio Carroccio sono anche l'eurodeputato Angelo Ciocca e l'ex vice ministro dell'Economia Massimo Garavaglia, 
mentre è ambiguo lo schieramento di Roberto Calderoli 
che ha versato un po' al vecchio e un po' al nuovo partito.

Fatto sta che al momento la Lega Nord è ancora in debito con lo Stato italiano per circa 45 milioni di euro. Come potrà restituire tutti questi soldi ora che le principali fonti di entrata del movimento sono state spostate sulla Lega Per Salvini Premier? 

Vista dalla prospettiva dei cittadini, che garanzie ha lo Stato sulla restituzione di tutti quei soldi?



Le uniche garanzie per ora sono costituite dal patrimonio della vecchia Lega, cioè da alcuni immobili di proprietà del partito. Come il prato di Pontida e lo stabile milanese di via Bellerio. In tutto, stando al bilancio, si tratta di circa 7 milioni di euro di immobilizzazioni. Sono comunque molti di meno rispetto ai 45 milioni di euro ancora attesi dallo Stato. Senza considerare la possibilità che prima o poi, come già avvenuto per i contributi del 2 per mille e le donazioni dei parlamentari, anche quei 7 milioni vengano travasati nella nuova Lega Per Salvini Premier. Sarebbe l'atto finale di una strategia già delineata anni fa dal predecessore di Salvini, Roberto Maroni. "Bisogna fare la bad company dove rimane dentro un cazzo", furono le parole esatte pronunciate nel 2013 dall’allora segretario leghista, riportate negli atti dell'indagine Breakfast condotta dalla procura di Reggio Calabria. In pratica: spostare tutti gli attivi nella nuova Lega, e lasciare in quella vecchia solo i debiti con lo Stato. Visto come stanno andando le cose, sembra che Salvini abbia preso alla lettera il consiglio di Maroni.

Perchè Salvini è più Pericoloso di Casa Pound e Forza Nuova.   L’inchiesta di Clauio Gatti rivela radici e scopi della Lega per Salvini premier.

Perchè Salvini è più Pericoloso di Casa Pound e Forza Nuova. 
L’inchiesta di Clauio Gatti rivela radici e scopi della Lega per Salvini premier...



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Il Fascismo che Ritorna con Salvini



Nella foto: Matteo Salvini con Aleksandr Dugin,   ideologo russo con simpatie per il mondo neonazista


Perchè Salvini è più Pericoloso di Casa Pound e Forza Nuova. 
L’inchiesta di Clauio Gatti rivela radici e scopi della Lega per Salvini premier

Un nutrito gruppo di post-nazisti, formatisi nell’entourage eversivo di Franco Freda (considerato l’ideologo della strage di piazza Fontana) e del suo discepolo Maurizio Murelli (undici anni di galera alle spalle), è entrato a livelli apicali nella Lega, fin dalla fondazione. Lo ricostruisce il libro “I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega”, del giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti pubblicato da Chiarelettere.

L’inchiesta molto approfondita dimostra che Matteo Salvini nasce e cresce politicamente nell’estrema destra e che non ha nessun fondamento la leggenda (abilmente costruita) del “comunista padano”; la sua identità reale è quella di un uomo di estrema destra nutrito di retorica, idee e soprattutto frequentazioni esplicitamente postnaziste. Non mancano i nessi col nazismo storico, quello di Hitler: nel lontano 1976 al futuro senatore Borghezio viene trovata in casa una divisa da ufficiale nazista, mentre Gianluca Savoini aveva nel suo ufficio della redazione
 della «Padania» una cornucopia di simboli hitleriani.

Sul ruolo di questo personaggio (per un lungo periodo portavoce di Salvini, e l’anno scorso tra gli organizzatori del suo viaggio in Russia da ministro dell’interno) c’è ancora molto da scavare: ci penseranno i giudici che indagano sul Russiagate e presumibilmente ne vedremo delle belle. Savoini ha un passato dichiarato e mai rinnegato con l’estrema destra, attraverso quella casa editrice-centrale di agitazione politica “Orion” che non ha mai lesinato di nostalgie nazifascistoidi.

Savoini è diventato via via uno dei promotori della dottrina Dugin, sedicente ideologo di Putin, in realtà una sorta di santone spacciato per intellettuale che teorizza il ritorno all’impero euroasiatico e che ha imperniato la sua opera su una sfilza di luoghi comuni razzisti, omofobi, nazionalisti. Da decenni amico di Maurizio Murelli e del gruppetto di Orion, sin dai giorni del liceo e frequentatore del mondo della destra radicale all’epoca dell’università, nel 1991 entra nella Lega e qualche anno dopo viene assunto come articolo 1 dalla “Padania” dove stringe un rapporto stretto sia con Bossi sia con Salvini, all’epoca parcheggiato dal Senatur nella redazione del quotidiano leghista. A fine 2013 Matteo Salvini diventa segretario della Lega e sceglie Savoini, ricostruisce Gatti, “non solo come portavoce ma anche come sherpa personale che apra la strada di Mosca. Insomma gli affida un ruolo centrale sia sul fronte interno sia su quello estero”.

Con il suo libro, Gatti lancia un allarme preciso: Salvini sta rilanciando la teoria della “sostituzione del popolo”: per cui l’etnia europea bianca e cristiana sarebbe minacciata da un complotto giudaico-massonico che la vuole sostituire con neri musulmani. Una teoria espressa in termini quasi identici nel Mein Kampf di Hitler, nelle rivendicazioni di Brenton Tarrant (lo stragista delle moschee neozelandesi) e nei discorsi di Salvini: e questa affermazione non è un’illazione, o una calunnia, ma il semplice frutto di un banale confronto testuale, dalla forza dirompente. A queste conclusioni Gatti arriva dopo centinaia di interviste che ha realizzato e poi analizzato con l’aiuto dell’ingegner Alberto Sciandra, nazista pentito che è stato il primo infiltrato nella Lega (organizzatore, tra l’altro, della sceneggiata celtica con Bossi alle fonti del Po, nel 1996).

Andrea Sciandra, spiega Gatti, è un ingegnere elettronico oggi manager di una multinazionale europea. Chi spinge Sciandra a muoversi – l’ideatore dell’operazione – si chiama invece Maurizio Murelli, un ex neofascista che nei primi anni 70 è stato condannato a 17 anni per l’uccisione di un agente di polizia.
“Negli anni trascorsi in carcere, Murelli conosce la crema della destra eversiva e neofascista italiana ma, essendosi reso conto che quello del neo-fascismo è un vicolo cieco, decide di abbandonare la “via del guerriero” per intraprendere quella “del sacerdote”. Apre così una casa editrice a Saluzzo (in provincia di Cuneo) e lancia la “rivista militante” Orion.
Assieme a Sciandra, Murelli conclude che per dare continuità ai pilastri del pensiero fascio- nazista – quindi tradizionalismo, nazionalismo, autoritarismo e razzismo – occorre un “nuovo veicolo politico”. […] Lo trovano nel movimento autonomista che col tempo confluirà nella Lega Nord”.
Gatti cita Marco Battarra, “stretto collaboratore di Murelli, [che] ricorda bene quel periodo: “Quando nel 1985 la Lega ha fatto la prima riunione a Milano, contando Bossi eravamo in nove, di cui due di Orion. Nove persone in tutto, intorno a un tavolo a casa del primo segretario della Lega della sezione di Milano. E i primi manifesti della Lega sono stati stampati nella tipografia di Murelli”.

In America, commenta Tomaso Montanari, altro grande inchiestista, “un libro come questo avrebbe la forza del Watergate. E in un qualunque Paese europeo, un libro che dimostrasse come il vicepremier e ministro dell’Interno è circondato da postnazisti che ne conducono la politica estera (e forse i flussi di finanziamento) e ne modellano l’ideologia e la retorica porterebbe a una crisi di governo”.
“Temo – conclude Montanari – che questo non succederà. Ma mi domando cosa penseranno, dopo averlo letto, Sergio Mattarella (che fermò, a costo di lacerare la Costituzione, Paolo Savona ma non mosse ciglio contro la nomina di Salvini) o Luigi Di Maio e Matteo Renzi, che condividono la responsabilità (seppur in misura diversa) di aver inquinato, dandola in mano a un uomo di queste frequentazioni, la nostra sicurezza nazionale”.


Il gioco delle tre carte di Salvini  Una Lega povera e piena di debiti, una Lega ricca e pulita.


Il gioco delle tre carte di Salvini
Una Lega povera e piena di debiti, una Lega ricca e pulita.  

Lega Nord e Lega per Salvini premier: la strategia è chiara, spostare tutti gli attivi nella nuova Lega e lasciare in quella vecchia solo i debiti con lo Stato, compresi i 49 milioni di euro. Abbiamo analizzato i bilanci e scoperto come ormai le donazioni di parlamentari, cittadini e aziende finiscano quasi tutte al nuovo partito, immacolato con fisco e giustizia italiana.



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domenica 27 ottobre 2019

Salvini e Savoini in Marocco: 150mila euro Caduti in Bagno

Salvini e Savoini insieme in Marocco nel 2016.   La storia dei 150mila euro consegnati dal lobbista del re e Caduti nella “turca”


Salvini e Savoini insieme in Marocco nel 2016. 
La storia dei 150mila euro consegnati dal lobbista del re e Caduti nella “turca”

Nel 2016 la “trasferta” del leader della Lega alla corte di Re Mohammed. Sei mesi dopo il lobbista del re consegna i soldi in contanti all’allora portavoce, oggi indagato per corruzione internazionale nell’inchiesta su rubli e petrolio. L'obiettivo? “Definire una lista di aziende italiane per futuri appalti e garantire una stampa favorevole al governo di Rabat”
di Luigi Franco e Thomas Mackinson

Gli interessi in valuta estera di Savoini non sono iniziati coi rubli. Prima dell’incontro al Metropol di Mosca, c’è stato quello a Le Méridien di Parigi. Prima di quella russa, una pista marocchina passata per la Francia e finita in una turca. Una storia dal copione molto simile che il Fatto rivela per la prima volta. Siamo nella primavera 2016, due anni prima del famoso incontro dell’hotel moscovita. Al centro c’è sempre l’ex portavoce e uomo di fiducia di Matteo Salvini oggi indagato per corruzione internazionale nell’inchiesta su rubli e petrolio. La scena, riferita da due fonti convergenti, è da film. Gianluca Savoini è seduto in un bistrot di boulevard Pereire, non lontano dall’Arc de Triomphe, con un’altra persona. A un certo punto i due si passano fugacemente un plico alto come un pacchetto di Sigarette, fasciato in fogli di giornale. Al suo interno ci sono 150mila euro in contanti. Savoini va in bagno a contare la sua parte, un altro cliente irrompe e le banconote nuove di zecca finiscono dritte nello scarico. Lui le ripesca dal fondo della turca e le pulisce una a una.

Di nuovo al tavolo, i due italiani se la ridono di gusto. Incidente a parte, hanno fatto un ottimo affare. Mezz’ora prima – raccontano le fonti – nella sala de Le Méridien Etoile, a due passi dall’Ambasciata del Marocco, hanno ricevuto il prezioso plico dalle mani di Mohamed Khabbachi, ex direttore generale dell’agenzia di stampa nazionale Map, emissario di re Mohammed VI per le attività di lobby su scala europea, Italia compresa. Il suo profilo WhatsApp riporta tutt’ora una veduta della stazione centrale dal Pirellone, dove Savoini è stato capo ufficio stampa e oggi è vicepresidente Corecom. Qual era la contropartita di quel denaro? Savoini era a Parigi per un affare privato o per conto della Lega? Raggiunto sul cellulare della moglie, l’ex portavoce di Salvini riattacca al primo accenno alla vicenda. Monsieur Khabbachi, che in Marocco ha fama di essere ufficiale di collegamento tra il mondo dei Servizi e la manipolazione dei media a fin di propaganda, nega: “Sono un giornalista, seguo cosa succede nel mondo, ma non do soldi”. Chiede poi di essere richiamato dopo un’ora, e invece non risponderà più al telefono e neppure alle domande inviate via WhatsApp che sicuramente ha letto, come dimostra la spunta blu sui messaggi. Cosa c’è dietro? “L’incontro all’hotel Le Méridien – spiega una fonte – era stato organizzato per definire una lista di aziende italiane da segnalare per futuri appalti in Marocco e per garantire una copertura di stampa favorevole al governo di Rabat”. A spianare la strada è stata una missione leghista in Marocco di ottobre 2015, quando Salvini e Savoini vanno alla corte di Re Mohammed dove, tra gli altri, incontrano un magnate della tv e i ministri dell’immigrazione e dei lavori pubblici. La delegazione ricorda l’armata Brancaleone: “Abbiamo incontrato ministri con due lauree prese negli Usa, Salvini non sapeva neanche parlare francese. I marocchini sembravamo noi”, racconta Claudio Giordanengo, organizzatore del tour nonché dentista di Paesana (Cuneo) che si presentava come “responsabile esteri della Lega” e a marzo si è candidato a Saluzzo. Giordanengo conosce Savoini dal 1997 e ha un’antica amicizia con Mario Borghezio, che si è personalmente speso sul fronte marocchino per arginare l’attrazione dei leghisti della prima ora verso il fronte indipendentista e islamista del Polisario. Borghezio ricorda quella delegazione come “qualcosa di non esattamente ufficiale, di quelle che fanno i politici e qualche imprenditore a carattere non voglio dire turistico, ma quasi”.

Nella delegazione ci sono anche due figure esterne al partito. Sono Massimo Gerbi, figlio dell’ex patron del Torino calcio Mario Gerbi, e Kamal Raihane, ex agente di leve calcistiche del Maghreb che in quel periodo faceva sfoggio di foto con Salvini e rivendicava: “Gli ho organizzato l’incontro con alcuni esponenti del mondo politico marocchino. S’è parlato di politica e non solo. Un incontro costruttivo”. Da fine 2017 Raihane è titolare di Eurafrica srl, una società di Torino da 10mila euro di capitale sociale, che si occupa di procacciamento di affari. Al Fatto non ha risposto sul suo ruolo nella comitiva leghista. Più loquace è Giordanengo: “L’iniziativa era nata con un intento provocatorio: la Lega che va a parlare di immigrati in Marocco”. C’erano altri interessi? “C’era un interesse parallelo, credo legittimo, di unire alla missione politica anche la presentazione di aziende interessate a operare in Marocco. Se poi ci sono stati altri personaggi che hanno stabilito rapporti economici non lo so”.

Salvini rimane soddisfatto delle missione, come folgorato dal Marocco. L’1 novembre 2015 twitta “È una terra stupenda”, e in un’intervista al Corriere afferma: “Qui in Marocco si deve investire”. Qualcuno lo ha preso in parola. Nelle settimane successive i rapporti con gli emissari del governo di Rabat andranno avanti, suggellati da più visite di Khabbachi a Milano, fino all’appuntamento clou di Parigi, all’hotel Le Méridien Etoile. Ma qui, proprio come a Mosca, non fila tutto per il verso giusto. Khabbachi dà conto a Savoini e al compagno di un incidente che ostacola le operazioni di intermediazione per cui si erano spesi: i dossier delle imprese italiane erano da tempo sulla scrivanie delle autorità marocchine, già verificati. I due italiani restano di sasso: non avevano ancora fornito alcun elenco. Qualcuno li ha battuti sul tempo. I sospetti ricadono subito sugli intermediari marocchini, ma poco importa. A ore torneranno via aereo in Italia con il premio di consolazione nascosto nella giacca, nei pantaloni e nelle scarpe. Dal fondo della turca, la parte di Savoini finirà nella cassetta di sicurezza di una banca.


Chiesi il licenziamento di Salvini perchè falsificò quattro note spese.   Lui e Savoini erano compagni di merende




Chiesi il licenziamento di Salvini perchè falsificò quattro note spese.
 Lui e Savoini erano compagni di merende...   

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martedì 15 ottobre 2019

Meloni e Salvini, Analfabeti Costituzionali

Meloni e Salvini, Analfabeti Costituzionali

Giorgia Meloni e Matteo Salvini, 
la gara triste degli analfabeti costituzionali
No, non abbiamo assistito ad una crisi politica. 
È stata una crisi culturale, intellettuale, cerebrale.

Una patente d’analfabetismo istituzionale. 
È questo il lascito della crisi di governo, il guadagno che hanno intascato i suoi protagonisti. Lo sospettavamo, adesso ne abbiamo la certezza. Scarsa confidenza con le regole parlamentari, ignoranza pressoché totale della Costituzione, nel senso che molti politici italiani ne ignorano perfino l’esistenza, povera donna. O altrimenti la leggono al contrario, con una lente deformante.

Ne ha offerto prova il primo giro di consultazioni al Quirinale, tra il 21 e il 22 d’agosto. Quando Giorgia Meloni - per fare un solo esempio - ha chiesto lo scioglimento immediato delle Camere appellandosi all’articolo 1 della Costituzione, norma che precede tutte le altre norme costituzionali. Giusto in matematica, sbagliato in diritto. Perché il principio della sovranità popolare non significa chiamare gli italiani al voto ogni volta che un sondaggio lascia presagire mutamenti nel consenso dei partiti: staremmo freschi, dovremmo votare ogni domenica. Perché il capo dello Stato non può interrompere la legislatura se il Parlamento è in grado d’esprimere una maggioranza di governo, quantunque diversa dalla maggioranza preesistente. E perché l’articolo 1 della Costituzione va letto tutto intero: la sovranità appartiene al popolo, che tuttavia la esercita «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Ecco, i limiti. Fra i quali c’è anche il tempo: 
di regola si vota ogni 5 anni, non ogni 5 minuti.

Altra corbelleria costituzionale, il refrain ripetuto a reti unificate da Salvini: tagliamo il numero dei parlamentari, poi andiamo senza indugi alle elezioni. Sennonché quella riforma entrerebbe in vigore in primavera (tre mesi per chiedere il referendum, eventualmente tre per espletarlo, un altro paio di mesi per ridisegnare i collegi elettorali). Le elezioni anticipate, viceversa, cadrebbero in ottobre, sicché continueremmo a eleggere 945 parlamentari, non già 600, come stabilisce la riforma. Dunque una presa in giro, ma al contempo la delegittimazione del nuovo Parlamento, che appena insediato si troverebbe con 345 rappresentanti ormai abusivi. E a quel punto, come dovrebbe reagire Mattarella? Forse sciogliendo le Camere neoelette? Uno scenario da repubblica di Weimar, dove infine il Palazzo fu espugnato dai nazisti. Repetita iuvant, ma in questo caso ripetere
 l’esperienza proprio non conviene.

Infine in questa crisi è risuonata una parola magica: mozione, che emozione. C’è quella degli affetti, ma c’è anche la mozione dei dispetti. La prima è andata in scena il 7 agosto, quando il Senato ha respinto la mozione anti-Tav firmata dal Movimento 5 Stelle. Singolare iniziativa, promossa dal maggior partito di governo contro il proprio governo, che aveva già acceso il verde del semaforo su quest’opera pubblica. Loro, i 5 Stelle, giustificarono l’ossimoro sostenendo che la mozione si rivolgesse alle assemblee legislative, non al gabinetto Conte. Errore, ogni mozione è una direttiva parlamentare nei riguardi dell’esecutivo, non dello stesso Parlamento. Ma in realtà quel testo intendeva blandire gli elettori, era per l’appunto una mozione degli affetti; e i sentimenti, si sa, hanno poco a che spartire con la logica.

Invece la mozione dei dispetti è stata presentata due giorni dopo dalla Lega. Mozione di sfiducia, la cui approvazione comporta l’obbligo di dimissioni del governo, secondo l’articolo 94 della Costituzione. In questo caso la logica, perciò, vuole che la sfiducia sia posta dall’opposizione, come fin qui era sempre accaduto. Stavolta, viceversa, proveniva da un partito con 6 ministri sui banchi del governo. Dunque un’autosfiducia, un dichiararsi contrari a sé medesimi. Ma c’era pur sempre un modo per evitare il cortocircuito logico: le dimissioni di Salvini e dei suoi 5 fratelli, insieme ai 3 viceministri e ai 15 sottosegretari della Lega. Macché, tutti inchiodati alla poltrona, mentre la sfiducia restava fuori dal calendario del Senato. Fin quando, parlando in Senato il 20 agosto, non è stato invece Conte a sfiduciare Salvini. No, non abbiamo assistito a una crisi politica. È stata una crisi culturale, intellettuale, cerebrale.


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giovedì 3 ottobre 2019

Nessun aumento di sbarchi, il Sindaco di Lampedusa Sbugiarda Salvini

Nessun aumento di sbarchi, il Sindaco di Lampedusa Sbugiarda Salvini


Un ritornello che va avanti da giorni, da quando Matteo Salvini con non troppo abile mossa ha finito per perdere il proprio posto al Viminale. “Senza di me gli sbarchi sono aumentati” è la cantilena del 
Capitano, non più ministro dell’Interno, che punta oggi il dito contro il governo giallorosso, pronto a 
riaprire quanto da lui chiuso. Ma è davvero così che stanno le cose?

La realtà non sembra coincidere perfettamente con le teorie del numero uno della Lega, che in passato era stato smentito da dati che sottolineavano come, in realtà, al netto della sua lotta personale ad alcune Ong, gli sbarchi clandestini 
continuavano ad andare in scena puntuali, lontano dai riflettori. 

Nessun aumento di sbarchi, il Sindaco di Lampedusa Sbugiarda Salvini


Numeri ai quali si sono aggiunte in queste ore le dichiarazioni del sindaco di Lampedusa Salvatore 
Martello, intervenuto in queste ore nella trasmissione Cosa succede in città su Radio C C.

“Il fenomeno degli sbarchi è identico a prima, con una differenza che prima non se ne poteva parlare. 

Nessuno poteva raccontare se c’era o non c’era uno sbarco. Oggi invece gli arrivi vengono comunicati a tutti gli italiani”. Martello ha denunciato “un’assenza dell’informazione nel 2018 e nel 2019” mentre oggi che è cambiato il governo tutti vogliono sapere e documentare “ma il problema degli sbarchi è rimasto lo stesso, è uguale a prima”.

Nessun aumento di sbarchi, il Sindaco di Lampedusa Sbugiarda Salvini


Martello ha detto che “il precedente governo ci aveva cancellati dalla geografia politica, ora invece ci interpellano, vuol dire che siamo tornati ad essere italiani. Gli italiani sono convinti che con il 
precedente Governo i porti fossero chiusi, che gli sbarchi non ci fossero più. Invece non è così: c’erano comunque gli sbarchi e i porti erano aperti. C’è stato solo un cambiamento mediatico”.
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È emerso così che un’altra delle grandi promesse di Salvini,   quella di rimandare tutti quelli che non   potevano stare in Italia al loro paese, è stata disattesa.

È emerso così che un’altra delle grandi promesse di Salvini, 
quella di rimandare tutti quelli che non 
potevano stare in Italia al loro paese, è stata disattesa...
https://cipiri.blogspot.com/2019/10/salvini-non-ha-fatto-nulla-su-rimpatri.html




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domenica 22 settembre 2019

Il disco rotto e falso di Salvini sugli sbarchi

Il disco rotto (e falso) di Salvini sugli sbarchi dei migranti   che aumentano per colpa di Conte e Lamorgese




Durante una diretta Facebook ieri pomeriggio Matteo Salvini ha rivendicato come durante il suo mandato ci sia stato «un costante calo delle partenze dei morti e degli sbarchi». Il leader della Lega ha anche attaccato il governo Conte – e senza mai nominarla, la ministro Lamorgese – quando ha “scoperto” che gli sbarchi stanno aumentando: «vedo che ad esempio nel primo mese del nuovo governo, per la prima volta dopo un anno e mezzo aumentano gli sbarchi rispetto all’anno scorso». Successivamente a CartaBianca su Rai 3 Salvini ha provato, invano, a difendere la tesi che con con il nuovo esecutivo i porti sono stati aperti.

Il disco rotto (e falso) di Salvini sugli sbarchi dei migranti 
che aumentano per colpa di Conte e Lamorgese

Le solite balle di Salvini sul calo di partenze e di morti
La prima cosa da dire è che i porti non sono mai stati chiusi, nemmeno quando c’era Salvini al Viminale. Perché ad eccezione dei casi in cui l’ex ministro ha fatto la voce grossa contro le navi delle ONG (ma alla fine sono stati fatti sbarcare anche quei migranti) o contro quelle della Guardia Costiera i migranti hanno continuato a partire dalla Libia e a sbarcare sulle nostre coste.  Durante la “gestione Salvini” ne sono arrivati complessivamente oltre ottomila.

Come abbiamo spiegato la prima affermazione di Salvini è falsa. Sono infatti diminuiti solo gli sbarchi mentre i morti in mare sono aumentati (anche in termini assoluti) rispetto alla gestione Minniti. Le partenze invece pur essendo diminuite non sono calate in maniera direttamente proporzionale agli sbarchi. Questo nonostante le ONG siano state fatte allontanare dalla zona delle operazioni degli scafisti e della guardia costiera libica.


Del totale degli oltre ottomila migranti che sono arrivati in Italia in questi 14 mesi Salvini ha concentrato l’attenzione mediatica sull’unico aspetto che poteva dare l’impressione di essere in grado di controllare: quelli che venivano salvati dalle ONG. Le ragioni sono semplici: si tratta di casi “simbolo” dove il Ministero e il governo poteva indicare il presunto colpevole. Poco importa che le inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a carico delle ONG siano state quasi tutte archiviate.

Perché Salvini ha fatto la guerra alle ONG e non agli scafisti?
È invece molto più difficile fermare i singoli barchini degli scafisti, anche perché c’è il problema di identificare lo scafista di turno. E agli italiani in fondo importa poco se viene arrestato, perché è un “nemico” molto meno identificabile. Le ONG sono sempre le stesse, riconoscibili da tutti e già inserite nella narrazione che le vede come complici dei trafficanti e come fattore di attrazione (in realtà non è quello il pull factor che spinge i migranti a partire perché “sanno che saranno salvati”. Ma i migranti – ha mostrato su Twitter Matteo Villa dell’ISPI – partono lo stesso anche se non ci sono le ONG.


La strategia di Salvini dietro le fregnacce sui porti aperti

Cos’è cambiato quindi quando Salvini era al Ministero dell’Interno? L’unica sostanziale novità è che è aumentato il numero di migranti intercettati dalla Guardia Costiera libica e riportati in Libia. Un paese dove per stessa ammissione di Salvini qualche giorno fa, c’è la guerra e che quindi non può essere considerato un porto sicuro. Ieri Bianca Berlinguer ha ricordato a Salvini che «gli sbarchi in questi mesi ci sono sempre stati, anche se si è parlato solo di quelli che arrivano con le navi delle organizzazioni non governative coi barchini fantasma ne sono arrivati molti di più di quanti ne sono arrivati con le navi delle ONG». Ed è vero, i migranti arrivati a bordo delle ONG da gennaio a settembre 2019 sono stati 472, gli altri 4.553 sono arrivati in altri modi. Chi a bordo di navi mercantili italiani (i vari Asso 25 e simili) o assetti della Marina Militare e della Guardia Costiera. Salvini ribatte che «non sono sbarchi fantasma, sono tutti censiti uno per uno, vengono identificati tutti e vengono messi tutti nei centri». Ed è vero che con sbarchi fantasma si intendono quelli che arrivano sulle coste e riescono a dileguarsi prima dell’arrivo delle forze dell’ordine (è successo). Ma questi “fantasmi” sono invece degli spettri che non compaiono nella propaganda della Lega (ma sono ben evidenti dai dati statistici del Viminale).

«Perché quelli arrivano e altri con donne e bambini sono dovuti restare per settimane in mezzo al mare?» chiede la Berlinguer. La risposta di Salvini lascia il tempo che trova e non dà alcuna spiegazione: «l’obiettivo è bloccare tutti quelli che vengono portati qua dagli scafisti, se poi vengono portati dalle ONG o dai singoli scafisti per me non cambia nulla». Ma in realtà cambia, perché nessuno ha mai sentito Salvini fare polemica per i barchini che arrivavano tranquillamente in porto a Lampedusa mentre la Sea Watch era alla fonda con i migranti in ostaggio della propaganda sui porti chiusi. Porti chiusi di Shroedinger, visto che gli scafisti ci potevano entrare senza problemi mentre le ONG  dovevano starsene al largo.

C’è poi un altro dato interessante che emerge dalle statistiche del Viminale: il numero di migranti “in accoglienza” sul territorio italiano. Al 31 agosto 2019 c’erano 101.540 persone; a fine 2018  erano 135.858. Non si sa che fine hanno fatto gli altri, è probabile che molti siano quelli cui è stata tolta, da Salvini, la protezione umanitaria e che quindi sono usciti dal sistema. A questo punto la domanda è d’obbligo: cosa ha fatto davvero Salvini in questi quattordici mesi al governo quando lo stipendio glielo pagavamo noi?

#Solo #Selfie #Rutti   e #Scorregge da #Selfini


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