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lunedì 27 luglio 2015

Luigi Tenco : Suicidio o Omicidio?


La morte di Luigi Tenco è stato un suicidio o un omicidio? 

Di certo rimarrà l’emblema di una delle inchieste investigative più pasticciate e demenziali che si siano mai svolte in Italia.

L’inchiesta ufficiale, comunque, ha detto: suicidio. Concludendosi con un decreto di archiviazione che non lascia dubbi: nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967, il cantautore Luigi Tenco si tolse la vita con un colpo di pistola alla tempia destra nella stanza 219 dell’Hotel Savoy di Sanremo. Durante le giornate del Festival.

Tenco aveva cantato in coppia con Dalida una canzone francamente brutta, “Ciao, amore ciao”. Poi, visibilmente depresso, era andato a cena con la stessa Dalida, il suo produttore Paolo Dossena e altri amici, ma giunto al ristorante aveva deciso di tornare in albergo. Da questo momento cominciano i pasticci investigativi.

 “All’1.40 - ha scritto Aldo Fegatelli Colonna in una recente biografia - Tenco è ancora vivo. Dalida riferirà al commissario Molinari di essere entrata nella stanza di Tenco tra le 2.00 e le 2.10. Il dottor Borelli, che ne constata il decesso, è arrivato sul posto alle 2.45 e presume che la morte risalga a quindici-venti minuti prima al massimo, cioè non prima delle 2.25. Ci sono due “buchi”, uno di dieci minuti, l’altro di mezz’ora”.

La porta della stanza 219 è accostata e con la chiave nella toppa esterna.

Ai primi soccorritori Dalida appare mentre alza da terra il busto di Luigi e lo abbraccia. E’ un flash d’agenzia a diffondere la notizia della morte del cantautore, dando per certa la tesi del suicidio. Il primo inquirente a giungere sul posto è il vicedirigente del commissariato di Sanremo, Arrigo Molinari, il cui nome (detto per inciso), anni dopo, finirà nelle liste della P2.

Il cadavere, stranamente, viene subito trasferito all’obitorio e poi riportato in albergo, dal momento che gli investigatori si sono dimenticati (sembra incredibile!) di “fare effettuare i rilievi fotografici essenziali per la completezza del fascicolo da trasmettere alla Procura”.

Tenco è stato ucciso da un colpo di calibro 22, la stessa pistola che stringe in pugno, ma nella sua stanza viene trovata anche un’altra arma: una Walter Ppk. Salta fuori che la sera prima di morire Tenco aveva vinto al casino circa 6 milioni delle vecchie lire. Nella stanza del Savoy c’era solo un assegno da 100 mila lire di un collaboratore. Suicidio dunque o omicidio?

L’archiviazione, come detto, non ha esitazioni: suicidio.

Prima di morire Luigi Tenco scrive un biglietto che verrà riconosciuto come scrtto da lui da una perizia grafoscopica fatta, però, solo nel 1990, cioè ben 23 anni dopo la sua morte. Nel biglietto è scritto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io, tu e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La Rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Altre stranezze: non si è mai capito quale fosse la posizione esatta del cadavere di Tenco. Ecco ben sette diverse descrizioni: in tre persone videro il corpo senza vita del cantautore “perfettamente parallelo al letto, tra questo e il cassettone, con la testa rivolta verso il fondo”. Per un quarto testimone era “nella stessa posizione, ma con il braccio destro piegato sotto la schiena”. Per un quinto: era “in posizione supina, ai piedi del letto e a questo perpendicolare”. Per un sesto era “seduto in terra e poggiato con il busto alla sponda del letto”. E infine per il dirigente del commissariato, Molinari: “il corpo è in posizione genericamente supina e il report specifica trovarsi in posizione trasversale rispetto all’angolo sinistro inferiore del letto con i piedi rivolti verso la porta d’ingresso”.

E la posizione della pistola? Altro balletto di versioni: per il commissario era “nella mano” (destra o sinistra?). Per un secondo testimone “l’arma era lontana dal corpo, addirittura in fondo alla stanza”. Per un terzo era “in mezzo alle gambe”. Per altri due “sotto il comò”. Per chi ha effettuato i rilievi invece era “tra le gambe”, mentre una foto la evidenzia “sotto le natiche”.

Misteriosa rimane a tutt’oggi l’ora della morte: il medico legale la fa risalire intorno all’1.30. Dalida alle 2.10. Il commissario Molinari, nel fascicolo inviato alla Procura, afferma che il cantautore si era sparato alle 2.30. Ergo, Tenco sarebbe morto in tre orari differenti: 1.30, 2.10 e 2.30.

E poi ancora troppe incertezza investigative: la polizia effettua sul corpo e nella stanza una ricognizione approssimativa. Non viene effettuata alcuna autopsia. Non viene fatto il “guanto di paraffina” sulle mani del cantautore. Sono stati avanzati dubbi sul foro di entrata del proiettile che ha ucciso Tenco. Qualcuno ha anche avanzato l’ipotesi che in realtà il foro di entrata sarebbe a sinistra. In questo caso, dal momento che Tenco non era mancino, per spararsi alla tempia sinistra, avrebbe dovuto fare una manovra un po’ ardita per un suicida che impugna la pistola con la destra.

Insomma, qualsiasi ragionamento torna al punto di partenza: suicidio o omicidio? Ad essere certo resta solo il mito di un grande artista, dall’esitenza troppo breve.
Luigi Tenco forse non morì nella sua camera. Chi fu a ucciderlo e a portare lì il corpo?



Verità nascoste e oscuri intrighi nel libro di Ferdinando Molteni: probabilmente la morte raggiunse il cantautore lontano dall'hotel Savoy e poi volenterosi “maldestri necrofori” si misero all’opera traslando il suo corpo nella stanza 219. Implausibile, poi, quella pistola automatica senza più caricatore (terminato grottescamente sotto le sue gambe).





Il 27 gennaio del 1967, nella camera 19 dell’Hotel Savoy di Sanremo, viene ritrovato il cadavere di Luigi Tenco. Vicino al corpo senza più vita si staglia il controverso bigliettino: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio tutto questo non perché sono stanco della vita, tutt’altro, ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” (di Orietta Berti ndc) in finale e a una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Poco prima Tenco si era esibito nella diciassettesima edizione del Festival della canzone italiana. “L’anno della resa dei conti tra matusa e giovani” strillavano, guerrafondai, i giornali per le masse. In verità, la sua esibizione non l’aveva vista nessuno: quando Tenco salì sul palco, ultimo in scaletta, trentesimo in gara, il secondo canale Rai aveva staccato da più di un’ora la diretta tv. Sugli apparecchi televisivi degli italiani c’era il monoscopio quando Tenco cominciò a cantare “Ciao amore ciao”. La salmodiò lentamente; la sua compagna di canzone e amante nella vita, la diva francese Dalida, l’aveva intonata poco prima a mo’ di marcetta.


“Ciao amore ciao” venne bocciata dalla giuria, e in modo schiacciante, imprevisto, assurdo. Al suo posto entro in finale un inno “reazionario” come “La rivoluzione” di Gianni Pettenati. Esattamente quel tipo di canzone contro cui il nostro primo cantautore si batteva allo spasimo.
“Chi ha ucciso quel piccolo principe che non credeva nella morte?”. Torna a chiederselo oggi un bel libro, costruito come un processo indiziario, scritto da Ferdinando Molteni ed edito da Giunti. “L’ultimo giorno di Luigi Tenco” il titolo. Troppe cose non tornano in questa pagina squallida della nostra recente storia nazionale. Troppe reticenze, troppe verità negate, troppe acque intorbidate. In tanti mentirono sulle ultime ore dell’autore di “Vedrai vedrai”. Oppure tacquero, come ne “Il porto delle nebbie” di Simenon.

Tenco era un ragazzo profondo e dall’avvenire sicuro. Prima di partire per Sanremo aveva confidato al suo amico Fabrizio De André (uno dei pochissimi colleghi del mondo della canzone che avrebbe preso parte al suo funerale): “Mi parlò della sua angoscia di affrontare la bolgia del festival. Mi disse: non vedo l’ora che tutto finisca per tornare da te e mettere su uno spettacolo insieme”. Ad altri aveva confidato il suo nuovo progetto: un disco di canzoni etniche, popolari, che tracciasse i confini di una sorta di nuovo folk italiano. “Sì, Tenco diceva che a Sanremo non ci voleva andare. Ma in realtà ci voleva andare”.

Troppe ombre in questa vicenda, ed è sempre più arduo credere a un suicidio. Molteni mette in fila domande abrasive, suffragate da fatti veri e notizie certe e verificate. Perché nessuno udì il colpo di pistola al Savoy? Eppure c’era il sold-out di cantanti, impresari, giornalisti. Dove morì veramente Luigi Tenco? E chi premette il grilletto? Fu un incidente, un colpo partito per sbaglio? Trenta giorni dopo, Dalida cercò a sua volta di togliersi la vita, e lasciò scritto: “Tenco è andato avanti, in staffetta, senza volerlo veramente. E io l’ho seguito, volendolo veramente”. Cosa voleva dire questo messaggio tra le righe? Forse che la morte lo raggiunse altrove, e poi volenterosi “maldestri necrofori” si misero all’opera traslando il suo corpo nella stanza 219? Implausibile, poi, quella pistola automatica senza più caricatore (terminato grottescamente sotto le sue gambe).

Altri misteri insondabili, in un interminabile carosello macabro di morti precoci e spesso violente. Lucian Morisse, l’ex potentissimo marito di Dalida, forse legato alla mala marsigliese, finì i suoi giorni sicuramente suicida: si sparò nel 1970, a quarantuno anni. Non riusciva più a sopportare l’abbandono di Dalida, e anche lui (come il rivale d’amore Tenco) usò una Walther Ppk 7,65. E che dire dell’ineffabile commissario di polizia Arrigo Molinari? Fu sempre legato ai francesi, Molinari, che millantò pure una militanza in Gladio e nella congrega anticomunista “Stay Behind”. “Coprendo la messa in scena del cadavere dentro la camera 19 dell’Hotel Savoy, aveva salvato la carriera di Dalida e aveva fatto un piacere, ancora una volta, ai francesi – scrive Ferdinando Molteni -. A Lucien Morisse, prima di tutto”. Lo stesso Molinari non è morto di vecchiaia, ma ucciso a coltellate nel 2005, ufficialmente per una rapina.

Nessuno pensò nemmeno minimamente di interromperlo quel Sanremo del ’67. “The show must go on”, e tutti fecero finta di niente, i moralisti e i sepolcri imbiancati attaccarono i loro predicozzi da strapazzo, la politica e quasi tutta la “classe musicale” esecrarono l’“insano gesto”, che fu nascosto oscenamente sotto il tappeto rosso del salone del Casinò. Ma in verità nulla fu più come prima. La canzone italiana perse ogni sua possibile innocenza, e le ragioni dell’industria si divaricarono per un bel pezzo dalle istanze del cuore e della poesia. Sarà un caso, ma le parole più belle su quella maledetta sera le ha tessute il grande poeta Luigi Gatto: “Luigi Tenco, con la sua morte, non s’è visto nemmeno riconoscere la ragione che l’ha portato a dichiarare il suo amore alla vita nel momento stesso in cui aveva deciso di togliersela. È questo il suo testamento che tutti hanno cercato di dimenticare, nell’addurre a stanchezza, a delusione, a fragilità il suo atto consapevole di amare la vita e di rifiutare una qualunque esistenza, che sia solo l’affronto del lasciarsi vivere, del ridursi a oggetto del potere altrui”.



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lunedì 17 settembre 2012

L'omicidio di Vittorio Arrigoni è arrivato a sentenza

Vittorio Arrigoni


Perchè rapire Vittorio Arrigoni?

GAZA - Il corpo senza vita di Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano rapito da islamisti a Gaza, è stato trovato in una casa abbandonata nella striscia di Gaza.

- Dopo tanti rinvii e tentennamenti la corte militare di Gaza ha deciso. L'omicidio di Vittorio è finalmente arrivato a sentenza.

Mahmoud Salfiti e Tamer Hasasnah, accusati di rapimento e omicidio - uno, Salfiti, venne preso nel corso del blitz in cui furono uccisi i «capi» della cellula salafita Abdel Rahman Breizat e Bilal al Omari - sono stati condannati all'ergastolo (che per la legge di Gaza equivale a 25 anni di prigione) più 10 anni e lavori forzati a vita. Khader Jram, colui che ha suggerito con insistenza ai compagni di sequestrare Vittorio, è stato accusato di rapimento e condannato a 10 anni di prigione . Amer Abu-Ghoula, colui che aveva affittato la casa dove Vittorio è stato ucciso e sul cui ruolo sembrano esserci ancora molte ombre, è stato condannato in contumacia ad un anno di prigione.

I quattro sono i superstiti della (presunta) cellula salafita (altri due membri, tra cui il giordano Abdel Rahman Breizat, sono morti in uno scontro a fuoco con le forze speciali di Hamas) che credeva, prendendo in ostaggio l'attivista italiano, di poter liberare lo sceicco jihadista al Maqdisi, arrestato dalla polizia di Gaza a inizio anno.

Intanto si respira tensione all'esterno del tribunale. I parenti degli assassini di Vik non sembrano accettare la sentenza e iniziano ad insultare e minacciare gli italiani e gli amici di Vik presenti, accusandoli di essere delle spie. É intervenuta la polizia che ha cercato di calmare gli animi ed ha allontanato i presenti, ma la paura è che adesso ci possano essere ritorsioni contro chi ha sempre chiesto a gran voce giustizia per Vik. Anche se c'è soddisfazione per la sentenza, nulla potrà mai colmare il vuoto immenso lasciato da Vik.

di Luca Salerno -  Restiamo Umani, Stay Human.

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34848


 LEGGI ANCHE http://cipiri.blogspot.it/2011/04/perche-rapire-vittorio-arrigoni.html

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giovedì 30 agosto 2012

Israele: Rachel Corrie morta , sentenza-farsa



Rigettata l'accusa di omicidio: Rachel Corrie morì per uno "spiacevole incidente". Per i genitori e' stata una sentenza-farsa.

 - Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve.

A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto".

Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana: l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza.

Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

E così, dopo la lettura della sentenza, questa mattina il primo commento di Cindy Corrie non lascia spazio a commenti: "Sono ferita", ha detto la madre di Rachel alla stampa. Immediato l'intervento dell'avvocato Abu Hussein, secondo il quale la corte ha ancora una volta garantito l'impunità dell'esercito: "Sapevamo dall'inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, ma siamo convinti che questo verdetto distorca le prove presentate alla corte".

Pochi giorni fa, anche l'ambasciatore statunitense in Israele, Daniel Shapiro, aveva espresso le sue preoccupazioni per il modo in cui Israele ha condotto le indagini sul caso Corrie, definendole "una farsa". Di diverso avviso l'opinione pubblica israeliana che non ha mai mostrato alcun interesse per la morte di Rachel, avvenuta in piena Seconda Intifada, la sollevazione popolare palestinese considerata dallo Stato ebraico un atto di guerra. Nena News
di Emma Mancini
http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=33108
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venerdì 11 giugno 2010

Omicidio Pasolini, verità da cercare

Il delitto Pasolini


1975 Lo scrittore, intellettuale, giornalista e regista Pier Paolo Pasolini, 53 anni, viene assassinato tra l’1 e il 2 novembre a Ostia (Roma)

1976 In pochi mesi si conclude il primo grado di giudizio. Pino Pelosi , 17 anni, viene condannato a 9 anni ma si indica la presenza di ignoti sulla scena del crimine. Spariranno in 2° e 3° grado, nel 1979

2005 Pelosi, dopo 30 anni, dice che non era solo. Le indagini vengono riaperte ma finisce in un nulla di fatto

2009 Il 27 marzo la criminologa Simona Ruffini (foto) e l’avvocato Stefano Maccioni depositano la richiesta di riapertura delle indagini. Nessuna risposta

2010 Il 24 marzo fanno la seconda richiesta. Nel frattempo il pm è cambiato. Ad aprile le indagini sono ufficialmente riaperte. Da maggio il Ris di Roma sta esaminando i reperti

Omicidio Pasolini,
verità da cercare


All’epoca dell’omicidio lei era piccola…
…Sì, avevo due anni appena.
Cosa l’ha spinta a chiedere la riapertura?
La verità non appartiene qualcuno in particolare o a chi ha “vissuto” il delitto. Anzi, forse noi giovani siamo più liberi mentalmente, senza pregiudizi, lontani dal clima sociale del tempo.
Se queste indagini porteranno a un processo, sarà il secondo.
Speriamo! Il Ris di Roma sta analizzando i reperti: con le nuove tecniche scientifiche potrebbero raccontare qualcosa di importante. È palese che i fatti non si siano svolti come ci hanno raccontato.
I reperti dove sono stati per 35 anni?
Al Museo Criminologico di Roma, in uno scatolone. Sono tanti e pieni di tracce: sangue, impronte…
Di che si tratta?
Indumenti di Pasolini e Pino Pelosi ma anche vestiti apparentemente di nessuno dei due, come il maglione verde trovato nell’auto del regista e un plantare, destro, 41-42.
Ci sono anche le “presunte” armi del delitto?
Sì, le tavolette di legno con cui fu massacrato, piene di sangue e capelli. Ma molto friabili, sbriciolate. Incompatibili con le profonde lesioni del pestaggio.
Sembra che non siano mai state fatte indagini vere e serie.
Pasolini fu ucciso in modo brutale, devastante. Picchiato e poi schiacciato con la sua auto: gli scoppiò il cuore, l’agonia fu lunga. Fu subito lampante che Pelosi, allora 17enne, non poteva essere l’unico responsabile: per conformazione fisica e perché addosso aveva pochissime macchie di sangue. Infatti il processo di 1° grado si concluse con la sua condanna e l’indicazione che quella notte c’erano pure “ignoti”. Poi spariti in 2° e 3° grado.
Per 30 anni Pelosi però ha detto di essere il solo colpevole.
E tutte le indagini, non si capisce perché, si basarono sulle sue dichiarazioni, apertamente contraddittorie. Poi 5 anni fa, in tivù, ha detto invece che non era da solo.
E ci fu la prima riapertura delle indagini.
Sì. Ma si chiusero subito. Lui non fornì dettagli utili: disse che gli altri ormai erano morti. Adesso le indagini si baseranno sui reperti. Strano che nessuno ci abbia pensato prima.
Pelosi ora collaborerebbe?
Le sue versioni sono sempre state contrastanti. Ma ci sono altre testimonianze da prendere in considerazione.
Ha sentito altre persone?
Io e l’avvocato Stefano Maccioni abbiamo acquisito la testimonianza di Silvio Parrello secondo cui sulla scena del crimine c’erano più auto. L’ha sempre detto ma nessuno l’ha ascoltato. E poi c’è il senatore Marcello Dell’Utri: dice di aver letto un capitolo, poi scomparso, di Petrolio, il libro a cui stava lavorando Pasolini.
Petrolio è importante nella vicenda. L’omicidio fu incasellato come delitto omosessuale. Che altre piste ci sarebbero?
Sono convinta che ci sia un livello più alto, con mandanti più alti. Ma queste ipotesi devono essere riscontrate: è il lavoro che stiamo facendo in questi mesi.
Si ipotizza che c’entri il furto di alcune “pizze” del film Salò o le 120 giornate di Sodoma. Forse Pasolini andò sul luogo del delitto, all’Idroscalo di Ostia, per recuperarle da chi le aveva rubate. Che ne pensa?
Si parla di questo furto come di una possibile esca per attirarlo lì quella notte.
Invece Petrolio cosa spiegherebbe?
Pasolini poteva essere a conoscenza di dettagli importanti su altri casi irrisolti famosi della nostra storia: l’omicidio del presidente dell’Eni Enrico Mattei e del giornalista Mauro De Mauro, ucciso mentre indagava sulla sua morte. Pasolini potrebbe essere stato ucciso perché aveva ricostruito, in quel capitolo sparito, snodi decisivi del delitto Mattei.
La scena del crimine non fu preservata abbastanza. È vero che si permise a dei ragazzini di giocare a pallone lì vicino?
Sì. La scena non fu neanche recintata. Ma c’è un filmato girato la mattina dopo dall’amico e aiuto regista di Pasolini, Sergio Citti. Lì la scena è stata “congelata” ma nessuno mai ha acquisito il video. E Citti ha sempre chiesto di essere ascoltato.
Anche la macchina di Pasolini fu un po’ troppo “trascurata”.
Fu lasciata sotto la pioggia e le macchie di sangue si cancellarono. In più, mentre la spostavano, un uomo delle forze dell’ordine andò a sbattere contro un palo: quelle ammaccature importanti, disse la perizia, non permisero di ricostruire gli eventi.
Nessuno di quegli uomini delle forze dell’ordine oggi è disponibile a parlare?
C’è un maresciallo dei carabinieri, Renzo Sansone. Dopo l’omicidio si infiltrò nella malavita romana e seppe che la notte del delitto c’era altra gente con Pelosi. Anche lui però non è stato mai ascoltato.
Pasolini non era amato, né a destra né a sinistra. Questo ha soffocato la ricerca della verità sulla sua morte?
Assolutamente: liquidare il delitto come omicidio gay è stato molto più semplice, per tanti. Ma tra l’altro non risulta che Pelosi sia omosessuale…
Se pensa al delitto qual è la prima immagine che le viene in mente?
Alcuni quella notte sentirono le urla di un uomo. Gridava “Mamma, aiuto!”. Se era Pasolini, pensare che quest’uomo davanti alla morte era tornato quasi bimbo mi colpisce molto.
Cosa spera?
Che queste indagini possano dare un contributo di verità, alla Storia e alla persona. Magari non porteranno a nulla - c’è anche questa possibilità - ma noi abbiamo agito con onestà intellettuale.
C’è una frase di Pasolini che l’accompagna in questa sua battaglia?
Sì, dice che “la morte non è nel non esserci più ma nel non poter più comunicare”. Il mio lavoro consiste proprio nel dare la voce alle vittime, a chi non può più parlare. Chissà quante cose ci avrebbe potuto dire oggi Pasolini, ma non può. Tocca a noi cercare di farlo al posto suo.
Angela Geraci

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lunedì 9 marzo 2009

Omicidio di Fausto e Iaio




nuovo murales
                              18 marzo 1978: L'omicidio


.vecchio murales
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Dopo un pomeriggio con gli amici Fausto al Parco Lambro, Iaio al parco prima e poi in centro con la sua ragazza. Verso le 19.30 i due ragazzi si incontrano alla Crota Piemunteisa di via Leoncavallo, uno dei luoghi di ritrovo abituale dei giovani del centro sociale. Nella sala biliardo lo diranno poi vari testimoni, ci sono quella sera tre giovani che nessuno aveva mai visto prima. Fausto e Iaio si avviano per andare a cenare a casa Tinelli, come ogni sabato sera. Sarebbero ritornati al centro alle 21 per assistere al concerto di blues. Fra le 19.30 e le 19.45 si incamminano e all'altezza di via Mancinelli, 19.55 circa, di Fronte al cancello di ferro della Anderson School, sono ferme alcune persone. I due ragazzi raggiungono il gruppo in attesa nella penombra di via Mancinelli 41. C'è uno scambio di battute tra Fausto, Iaio e gli altri in attesa, poi i tre aprono il fuoco: 8 colpi calibro 32 e scappano, due di essi hanno in mano dei sacchetti, probabilmente di plastica, e indossano impermeabili chiari. Il terzo porta un giubbotto marroncino. Tutti e tre si allontanano lungo via Mancinelli. laio è già morto. Fausto agonizzerà fino all'arrivo dell'auto ambulanza e morirà durante il trasporto all'ospedale.

I due ragazzi stavano conducendo approfondite indagini (con interviste sul campo, registrate meticolosamente su nastri, poi trafugati misteriosamente dopo la loro morte) sul traffico di eroina e cocaina nel quartiere di Lambrate Città Studi, traffico gestito da potenti ambienti della malavita organizzata e dell'estrema destra milanese.

La controinformazione condotta da alcuni giornalisti indipendenti e militanti del Centro Sociale Leoncavallo porta ad individuare nel bar Pirata (centro di ritrovo dei neofascisti della zona) il luogo di ritrovo degli autori materiali dell'omicidio, ma le indagini ufficiali, condotte dal Sostituto Procuratore Armando Spataro e passato ad altri 4 sostituti procuratori, non hanno mai individuato né i mandanti né gli esecutori di questo delitto. Per mesi Mauro Brutto raccoglie elementi sul delitto di Via Mancinelli. In novembre qualcuno gli spara tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchi di Gauloise, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca, lo investe e scappa.

"La Simca sembrava puntare sul pedone", dirà nel corso della rapida inchiesta l'uomo a bordo dell'altra auto, la 127. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Lo ritrovano qualche ora dopo in una via vicina, vuoto.

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