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domenica 13 settembre 2015

Sempre Più Armi Italiane Vendute ai Paesi in Guerra


Sempre più armi italiane vendute ai paesi in guerra

Sono passati 25 anni dall’approvazione della legge 185/90 sul controllo delle armi, che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati il 9 luglio dalla Rete italiana per il disarmo.

La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al parlamento da parte del governo, hanno permesso la diminuzione delle vendite verso i paesi in conflitto.

Ma dal 2009 questa tendenza virtuosa si è invertita. Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia, ha spiegato: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna. Le nostre armi finiscono anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ha detto: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Con le modifiche più recenti alla legge, sarà più difficile capire dove finiscono le nostre armi.

“Chiediamo la trasparenza dei documenti. L’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Vignarca, presidente di Rete disarmo.

“La perdita di trasparenza avvenuta soprattutto negli ultimi anni mina alla base un controllo che invece, su un tema delicato come quello dell’export militare, è fondamentale per la nostra politica estera e per la responsabilità dell’Italia nei confitti”.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio.

L’industria italiana delle armi sembra non soffrire i colpi della crisi. La produzione di armi dà lavoro a migliaia di operai nella zona della Val Trompia (provincia di Brescia). Purtroppo però, nonostante, le leggi italiane e internazionali, pistole e fucili finiscono in paesi dove infuria la guerra o dove i diritti umani non sono garantiti come in Ucraina, Russia, Colombia e Messico. Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42 per cento del totale. Fino all’anno scorso i soldati statunitensi avevano in dotazione una pistola Beretta, la famosa M9. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla costituzione.

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domenica 9 gennaio 2011

DOPO LA TUNISIA LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA




MAGHREB:

DOPO LA TUNISIA

LE PROTESTE SOCIALI ESPLODONO IN ALGERIA

E’ guerriglia in Algeria dove da martedì scorso è esplosa la rabbia della popolazione contro i vertiginosi rincari dei beni di largo consumo. Olio e zucchero, per esempio, hanno subito un aumento del 30%. Nessun bilancio degli scontri è stato diffuso da fonti ufficiali, ma la stampa locale parla di decine di feriti in tutto il paese. Epicentro della rivolta la capitale Algeri dove una violenta battaglia è in corso in uno dei quartieri centrali, tra Belcourt e Ruisseau, mentre a Bordj El Kiffan, nella periferia orientale,  è stato incendiato il deposito della nuova linea tramviaria ancora in costruzione. Secondo testimoni oculari interpellati dalle agenzie di stampa, agli spari di lacrimogeni lanciati dalla polizia i manifestanti rispondono appiccando incendi e contrattaccando. Colonne di fumo si stanno alzando da varie zone della capitale. Gruppi di manifestanti, secondo testimoni principalmente giovanissimi armati di bastoni, coltelli e pietre, hanno tentato di dirigersi verso la centrale piazza Premier Mai ma sono stati respinti a più riprese dalla polizia. Resta alta la tensione anche in altri quartieri della capitale, come a Bordj El Kiffan, dove sono stati incendiati alcuni vagoni del tram. A Baraki, riferisce l’agenzia Aps, è stata devastata una fabbrica di televisori, mentre a Sidi M’Hamed è stato saccheggiato un museo. La polizia in tenuta anti sommossa sta presidiando le principali piazze e ha bloccato l’accesso a diverse zone della città.
E scontri si registrano anche nel centro di Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia, regione dove da sempre è presente un forte sentimento antigovernativo. Qui  gruppi di giovani, secondo El Watan Online, hanno bloccato il centro della città ed eretto barricate con cassonetti e blocchi di cemento. La polizia ha caricato ripetutamente i manifestanti al fine di disperderli. Anche ad Annaba intanto, principale città dell’est del paese,  i manifestanti chesi trovano nel centro della città si stanno scontrando con la polizia. E anche qui gli agenti stanno sparando lacrimogeni per disperdere la folla.
Dopo la Tunisia quindi, l’Algeria: non si ferma nella sponda meridionale del Mediterraneo la protesta sociale che unisce in maniera un po’ confusa ma estremamente rabbiosa i giovani laureati senza futuro di Tunisi e i quartieri popolari di Algeri.Il servizio con Hamza Bahri, giornalista algerino del quotidiano libanese Mahar
Il servizio con Nasira Ben Ali, corrispondente in Italia del quotidiano algerino Al Watan


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