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domenica 29 aprile 2018

Metà della Produzione di Armi Italiane va all'Islam



Affari per 16 miliardi di euro. 
Tra gli acquirenti Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

Vale 16 miliardi di euro il giro d’affari delle esportazioni italiane di armi nei Paesi islamici calcolato nell’ultimo triennio. Tra i materiali d’armamento anche oltre 200 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per un giro d’affari di 29 milioni di euro. E’ quanto emerge dal report “Italian Terrorism Infiltration Index 2018” dell’Istituto Demoskopika.

Un business pari alla metà dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in 32.034 milioni di euro. In altri termini, ogni 100 euro incassati dagli operatori del made in Italy, circa 50 euro provengono dal mondo islamico. Tra i clienti “più redditizi” figurano Qatar e Arabia Saudita, con una spesa di oltre 5,3 miliardi di euro, impegnati, il primo a guidare una coalizione militare nel conflitto in Yemen e il secondo, ritenuto, da alcune fonti internazionali, possibile finanziatore di gruppi jihadisti e terroristici.

Lombardia e Lazio, inoltre, si confermano, per il terzo anno consecutivo, le realtà territoriali più “esposte” al terrorismo, a cui si aggiunge il Piemonte, che si posiziona al terzo posto, secondo il rapporto Italian Terrorism Infiltration Index 2018  che, oltre ad analizzare i dati più recenti del mercato delle esportazioni dei materiali d’armamento, ha tracciato una mappa delle regioni più a rischio di potenziale infiltrazione terroristica sulla base di quattro indicatori ritenuti “sensibili”: le intercettazioni autorizzate, gli attentati avvenuti in territorio italiano, i visitatori nei musei italiani e gli stranieri residenti in Italia provenienti dai primi cinque paesi considerati la top five del terrore secondo il rapporto di Demoskopika.

Export armi: i paesi islamici valgono ben 16 miliardi di euro
Dal 2015 al 2017, le aziende del settore armamenti italiane hanno introitato dai Paesi islamici  15.905 milioni di euro passando dai 1.768 milioni di euro esportati nel 2015, agli 8.954 milioni del 2016 e ai 5.183 milioni di euro del 2017. Un volume d’affari pari al 49,6% dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in circa 32.000 milioni di euro.

Il completamento della rilevazione dell’andamento dell’export made in Italy nel settore bellico evidenzia incassi per 877 milioni di euro nel 2013 e per 873 milioni di euro nel 2014. Tra le 28 aree individuate dallo studio in base alla percentuale dei musulmani in rapporto alla popolazione totale di ciascuna singola realtà e alla religione prevalente, ben 9 figurano tra i primi 26 Paesi in cui è più forte l’impatto del terrorismo, sempre secondo l’analisi del Global Terrorism Index 2017.

Occhio agli acquirenti: svettano Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia
Ogni 100 euro incassati dalle imprese italiane per la vendita e la fornitura di armamenti, circa 50 provengono dai Paesi della mezzaluna. Tra i principali acquirenti ci sono Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Singapore che hanno acquistato aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, siluri, agenti tossici e tecnologie varie versando nelle casse italiane ben 13.988 milioni di euro nell’arco temporale osservato.

Nel dettaglio, riguardo, la fornitura di armi, la cifra corrisposta all’Italia per l’acquisto di aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, tecnologia e altri armamenti è stata di 7.711 milioni di euro da parte del Kuwait, di 4.597 milioni di euro dal Qatar, di 736 milioni di euro dall’Arabia Saudita, e di 528 milioni di euro dalla Turchia. E, ancora, in ordine decrescente, tra gli acquirenti islamici risultano Singapore (416 milioni di euro), Emirati Arabi Uniti (393 milioni di euro), Pakistan (391 milioni di euro), Oman (226 milioni di euro), Algeria (221 milioni di euro), Bangladesh (166 milioni di euro), Indonesia (113 milioni di euro), Iraq (74 milioni di euro), Malesia (70 milioni di euro), Bahrein (59 milioni di euro), Egitto (52 milioni di euro), Turkmenistan (47 milioni di euro), Giordania (31 milioni di euro), Marocco (30 milioni di euro), Ciad (13 milioni di euro), Albania (12 milioni di euro), Tunisia (10 milioni di euro), Nigeria (9 milioni di euro), Afghanistan (614 mila euro), Kazakistan (442 mila euro), Brunei (200 mila euro), Guinea (97 mila euro), Burkina Faso (84 mila euro) e, infine, la Mauritania (5 mila euro).

Il borsino degli armamenti: maggiori incassi da aerei, elicotteri e navi
Poco meno di 100 tra aerei ed elicotteri venduti, nell’ultimo triennio, all’intero mercato di esportazione mondiale di riferimento dell’Italia e non esclusivamente all’area islamica individuata, hanno generato introiti per 8.552 milioni di euro. A seguire, nello speciale borsino dei materiali d’armamento, compaiono le forniture di 16 navi da guerra con un giro d’affari pari a 4.178 milioni di euro oltre a 745 mila unità tra bombe, siluri, razzi, missili ed accessori per 2.054 milioni di euro. Segue la vendita di 418 mila armi automatiche e non, per 501 milioni di euro, poco meno di 3 mila veicoli terrestri per 431 milioni di euro, circa 207 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per 29 milioni di euro e 3,4 mila software per 54 milioni di euro.


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Previsioni per il 2018






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lunedì 28 marzo 2016

Europa Cancella il Diritto di Asilo



Europa cancella il diritto di asilo

I Paesi membri del Consiglio Europeo, riuniti con la loro controparte turca a Bruxelles, hanno firmato un piano di azione per far fronte alla questione migrazione in Europa, dando vita ad un accordo che 
prevede il pagamento di tre miliardi di euro alla Turchia per gestire rifugiati e migranti, in linea – 
secondo i leader dei 28 paesi – con il diritto internazionale e quello europeo. 

La dichiarazione ufficiale, dopo aver ricordato gli sforzi comuni di lotta contro il terrorismo, e quindi dopo aver de facto assimilato la questione migrazione alla questione terrorismo internazionale, sancisce la disponibilità da parte della Turchia ad accogliere i migranti in arrivo dalla Grecia e a riprendere ed ospitare tutti i migranti “irregolari” intercettati nelle acque turche. 
I migranti irregolari, ovvero tutti. 

La Turchia e l’Unione Europea, inoltre, hanno concordato sulla necessità di aumentare le misure che 
combattano il traffico dei migranti stessi, attraverso una intensificata attività della NATO nel Mar Egeo. Secondo i leader europei, la migrazione irregolare dalla Turchia verso l’Unione Europea dovrebbe arrestarsi attraverso l’adozione di queste misure. 
Tutti i migranti in arrivo dalla Turchia alle isole della 
Grecia, dal 20 marzo in poi, saranno riportati in Turchia. 



Non si tratterebbe di espulsioni, dicono a Bruxelles, 
ma di rispetto del diritto europeo ed internazionale. 

Ovvero, estremi rimedi ad estremi mali, l’accordo sarebbe una misura straordinaria e temporanea 
“necessaria a porre fine alla sofferenza umana e a restaurare l’ordine pubblico”. In altre parole una 
soluzione non soluzione. Una condanna della migrazione tout court. 

I migranti in arrivo alle isole della Grecia saranno registrati e le richieste di asilo trattate dalle autorità greche competenti, insieme all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU. I migranti che non hanno diritto di asilo, saranno accompagnati “à la sortie”, in Turchia. Peccato che la Turchia non abbia ratificato il protocollo ONU del 1967 relativo allo status di rifugiato e che la questione curda sia di grandissima attualità, così come il rispetto dei diritti umani in genere. 

Il diritto di asilo, ricordiamo, è una delle fondamenta del diritto internazionale. L'Unione Europea si è impegnata a costruire un sistema comune di Asilo Europeo basato sulla applicazione della Convenzione sui rifugiati del 1951, di cui l'Alto Commissariato è custode. L'UE, quindi, ha un ruolo importante nel garantire asilo e reinsediamento all'interno e all'esterno dell'Unione, e il diritto comunitario dovrebbe avere una notevole influenza sullo sviluppo dei meccanismi di protezione dei rifugiati anche in altri paesi. 

La Grecia e La Turchia, quindi, assistite dall’Unione e dalle agenzie del sistema internazionale, 
dovrebbero lavorare insieme per mettere in atto la politica comunitaria della non-decisione. 

Dopo aver inferto un colpo mortale al diritto di asilo, al principio di non respingimento e ai principi di solidarietà e di cooperazione tra esseri umani, l’accordo sancisce che per ogni siriano riportato dalla Grecia alla Turchia, un altro siriano potrà essere reinsediato dalla Turchia in EU. Priorità sarebbe data ai migranti che non sono mai entrati o che non hanno mai provato ad entrare irregolarmente nell’Unione: ovvero, chi ci ha già provato, magari a causa di una disperazione che dura da lungo tempo, sarebbe penalizzato. 

Secondo la Convenzione di Ginevra, il divieto di respingimento è applicabile a ogni forma di 
trasferimento forzato, compresi deportazione, espulsione, estradizione, trasferimento informale e non 
ammissione alla frontiera. È possibile derogare a tale principio, infatti, solo nel caso in cui un rifugiato venga considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede
 o una minaccia per la collettività.

L’Unione, inoltre, ci fa sapere che, si farà carico dei rifugiati accogliendone fino a 18.000. Dovesse 
verificarsi la necessità di nuovi reinsediamenti, essi potranno realizzarsi attraverso un meccanismo di 
accordo volontario tra capi di stato fino ad un limite massimo di 54.000 persone. À la carte, visto che il testo lascia intravedere la possibilità di rivedere gli accordi. 

Ma cosa sono 72.000 persone rispetto alle maree umane 
che cercano aiuto e diritti in Europa? 

L’anno scorso in Germania sono entrati oltre un milione di migranti. Cosa sono 72.000 persone in 
confronto ai 508 milioni di europei che abitano l’Unione? Nulla. Cosa sono i 72.000 in confronto ai 5 milioni di siriani in fuga dagli orrori dell’ISIS e della guerra civile? 

La Turchia dovrebbe adottare le misure necessarie per prevenire l’immigrazione illegale via mare e 
terra. La Turchia, però, è lo stesso paese condannato diverse volte dalla Corte dei Diritti Umani di 
Strasburgo per il non rispetto dei diritti umani stessi. Tuttavia essa è stata promossa, in pochi mesi è 
diventata il garante dei diritti dei rifugiati per conto dell’Unione Europea. Cosa ne penseranno i curdi? E cosa accadrà ai curdi siriani?

Un’Europa che si lava le mani della questione migrazione e che dà le chiavi dell’impero al Gran Visir. La Turchia ha fatto un salto di qualità incredibile. Disposta a tutto pur di accelerare l’accesso in Europa, vendendosi, essa si è offerta di fare il lavoro sporco per lavar via un problema affrontato così male dai paesi dell’Unione, da esser divenuto ingestibile. 

Sia gli stati membri fondatori, molti dei quali con una lunga tradizione di migrazione e di accoglienza, che gli stati membri che sin dall’inizio hanno chiesto che le istituzioni europee optassero per la difesa del diritto ad un’Unione solida, ricca, e chiusa (vedi gruppo Visegrad),
 hanno ceduto alla ipocrisia e al populismo. 

Ovunque in Europa si è data l’immagine che la migrazione possa creare una Molenbeek in ogni angolo. Povera Molenbeek, autentico quartiere multiculturale e artistico che, come tutta Bruxelles, è stata offesa, vilipesa e identificata con un problema, quello del terrorismo, che non nasce certo dal 
multiculturalismo. Il terrorismo è una metastasi di mali ben più ampi e ben più gravi delle differenze 
religiose, culturali, dell’emarginazione sociale delle banlieu e come tale andrebbe affrontato. 

Una serie di misure tecniche, poi, definiscono le modalità di entrata e di uscita e della esecuzione delle operazioni. Fino al punto 8, dove viene ridefinita la volontà dell’EU di “re-energise” il processo di accessione della Turchia all’Unione, con una proposta che sarà presentata in aprile. 

All’ultimo punto, finalmente, la volontà dell’Unione e dei suoi stati membri a porre fine alla tragedia 
umanitaria in Siria (per fermare il flusso migratorio). Una dichiarazione poco lungimirante, perché i 
fenomeni migratori costituiscono ormai una ben nota normalità per l’Unione Europea, nonostante i 
recenti trend eccezionali. La migrazione non è più un fenomeno occasionale ma ormai una realtà 
imprescindibile, un assunto della realtà del pianeta. 

E’ una occasione persa quella da parte dell’Unione Europea. Era il momento di mettersi al fianco delle Nazioni Unite e di quelle agenzie che gestiscono con quotidiana eroicità la migrazione, come 
l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. 

Invece si è declassata la questione ad affare temporaneo, un evento, un’emergenza, un’urgenza. La 
realtà però è prepotente e mostra che le migrazioni, sia quelle nate da ragioni politiche che quelle 
derivanti dalla povertà, fanno parte integrante del sistema mondiale e che esse non possono essere 
delocalizzate, respinte, rimandate al mittente come si farà con chi cercherà di entrare in Europa. 

In cosa consiste, quindi, la politica europea in materia di migrazione? Quali sono gli assunti di base a 
partire dai quali indirizzare l’Unione in futuro? 

L'UNHCR ha più volte alzato la voce con l’UE e ribadisce, nell’ultima nota ufficiale, che “il caos che ha prevalso nel 2015 e fino ad ora nel 2016 non risponde né ai bisogni delle persone in fuga da guerre e che hanno bisogno di sicurezza, né agli interessi della stessa Europa.” 

Le difficoltà pratiche della messa in atto dell’accordo sembrano davvero importanti, e purtroppo si teme che le garanzie inserite, già scarse, non possano essere rispettate o che la protezione che deve essere garantita a chi fugge da guerre e persecuzioni venga cancellata dalle difficoltà che inevitabilmente nasceranno nella gestione corrente. 

Anche Amnesty International ha espresso la propria condanna dell’accordo, definendo “doppio” il 
linguaggio dei leader europei che non sono riusciti a nascondere le enormi contraddizioni dell'accordo. John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty, ha dichiarato che “La Turchia non è un paese sicuro per i migranti e i rifugiati e ogni procedura di ritorno sarà arbitraria, illegale e immorale a prescindere da qualsiasi fantomatica garanzia possa precedere questo finale già stabilito”. 

Dietro i proclami sul rispetto dei diritti dell’uomo, del diritto internazionale e del diritto europeo, si spera che ci sia la reale volontà di rispettare il diritto d’asilo, accusato di attirare centinaia di migliaia di rifugiati. Il diritto purtroppo, a volte, nelle sue pieghe interpretative, riesce a rendere accettabile ciò che moralmente non è. Come le espulsioni individuali collettive. 

L’abbandono, de facto, del diritto di asilo interromperà la migrazione? No.
Perché i rifugiati siriani non rappresentano che una minima parte del flusso attuale, mentre chi emigra per sfuggire alla povertà o ad altri conflitti, tenterà sempre di entrare. Il fenomeno migratorio non potrà arrestarsi se non vengono risolte alla radice le sue cause. 

Il problema è molto più vasto e complesso.
L’arrivo dei migranti non è che la punta d’iceberg di un 
dramma globale che riguarda conflitti gravissimi, 
che la diplomazia internazionale e la politica hanno fallito nell’affrontare, 
e la terribile questione della povertà.



 I PROFUGHI SCAPPANO DALLE GUERRE SCATENATE E VOLUTE DAGLI STATI UNITI ,  UNA PARTE DI ESSI LI ACCOLGANO LORO E CHE COMINCINO A RIFLETTERE SUI DANNI CHE HANNO CREATO IN TUTTO IL MONDO ?


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domenica 29 novembre 2015

Ucciso l'Avvocato che Difendeva i Curdi e il PKK


Ucciso l'avvocato che difendeva i curdi e il PKK

Sparatoria in strada: uccisi l’avvocato e due poliziotti
La sparatoria è avvenuta intorno alle 11 di sabato 28 novembre nella città del sud-est del Paese a 
maggioranza curda, subito dopo un incontro con la stampa organizzato nel distretto storico di Sur. Le 
riprese televisive hanno mostrato agenti in borghese sparare ripetutamente contro una persona che 
correva verso Elci. Poi, nel filmato si vedono l’avvocato steso a terra e il sangue. I testimoni hanno 
raccontato che è stato colpito da un unico proiettile. Durante il conflitto a fuoco è morto anche un 
poliziotto e altre sei persone sono rimaste ferite. Si tratta di tre giornalisti e tre agenti, uno dei quali è 
morto in serata. La dinamica resta ancora tutta da chiarire, così come la matrice dell’agguato. Tahir Elci il mese scorso era stato arrestato e poi rilasciato in attesa di giudizio per le sue parole sul Partito dei lavoratori curdi pronunciate durante una trasmissione tv.

Scontri a Istanbul e Diyarbakir. Hdp: “Assassinio pianificato”
Il suo omicidio riaccende la tensione in Turchia tra il governo turco e la minoranza curda. A Diyarbakir, dove è stato imposto il coprifuoco, la polizia turca ha respinto con cannoni ad acqua gruppi di manifestanti che protestavano lanciando pietre. Anche a Istanbul sono scoppiati incidenti nel centro della città. Circa duemila persone si sono radunate in piazza Taksim: la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e gli idranti per disperderle. “Spalla a spalla contro il fascismo”, hanno urlato i dimostranti, e “Tahir Elci è immortale”. In piazza anche il partito filocurdo Hdp che ha definito l’uccisione un “assassinio pianificato“. L’avvocato, secondo il gruppo politico, era stato preso di mira dal partito Akp al governo e dai suoi media. 

Questa mattina è stato ucciso Tahir Elçi, presidente dell'ordine degli avvocati di Diyarbakir. È stato 
colpito da un colpo d'arma da fuoco alla testa, dopo la fine di una conferenza stampa in cui aveva 
denunciato insieme ad altri avvocati le operazioni dell'esercito turco nei quartieri di Diyarbakir , 
affermando che non è tollerabile che zone abitate da civili vengano attaccate militarmente. Pochi giorni fa, infatti, alcuni quartieri della città a maggioranza curda avevano subito un'offensiva dei reparti speciali con armi pesanti, che avevano danneggiato gravemente diversi edifici storici e luoghi di preghiera.Tahir Elçi era un avvocato molto noto in Turchia per le battaglie per i diritti umani, la pace e la libertà. 

Dal suo profilo twitter, il Partito Democratico dei Popoli (HDP) ricorda le tante cause che aveva seguito a difesa della popolazione curda. È stato l'avvocato di 21 persone scomparse a Cizre, 16 uccise a Lice e 34 bombardate a Roboski. Recentemente aveva vinto la causa di 38 persone bombardate a Sirnak con ordigni della “grandezza di tavoli”. Per queste ragioni Elçi era stato preso di mira dal governo dell'AKP e da Erdogan. Recentemente era stato arrestato con l'accusa di “propaganda terroristica” per aver affermato pubblicamente, durante un programma televisivo, che “il PKK non è un gruppo terroristico ma un'organizzazione politica armata con grande seguito”. Elçi si era deliberatamente fatto arrestare come atto di disobbedienza civile anche per dimostrare che in Turchia la libertà di opinione non viene tutelata e si finisce in carcere per quello che si dice, anche senza infrangere alcuna legge. In quell'occasione aveva rilasciato quest'intervista a Radio Radicale dove viene spiegato nei dettagli quello che era successo e a cosa andava incontro, a pochi minuti dall'arrivo della polizia nella sede dell'organizzazione degli avvocati. Per le dichiarazioni a favore del PKK erano stati chiesti sette anni e mezzo di carcere.

Ma evidentemente per qualcuno questo non era abbastanza.
Erdogan ha accusato dell'omicidio il PKK, utilizzando questo fatto di sangue per rivendicare l'importanza della lotta contro il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Ma da parte curda sono piovute immediatamente reazioni indignate, che rispediscono l'accusa al mittente. Il Consiglio nazionale del Kurdistan ha rilasciato un comunicato in cui afferma che Elçi è stato ucciso dalle stesse forze oscure dello stato responsabili della morte di migliaia di civili e di tantissimi esponenti politici curdi.

In effetti, già da diversi anni gli interventi del PKK non colpiscono mai i civili, ma rientrano nella pratica dell'autodifesa della popolazione. Autodifesa che può essere necessaria contro i terroristi dell'ISIS, come contro l'esercito turco. Davvero non si capisce perché i guerriglieri del partito di Öcalan avrebbero dovuto colpire e uccidere un avvocato anti-governativo, filo-curdo e che aveva preso posizione a loro favore.

Intanto, nel quartiere di Sur (sempre a Diyarbakir) è stato dichiarato il coprifuoco. Nonostante ciò, in 
migliaia sono accorsi davanti all'ospedale dove si trova il corpo dell'avvocato, rispondendo alla chiamata alla mobilitazione del partito filo-curdo dell'HDP e di altre organizzazioni. Pochi minuti fa l'esercito turco ha aperto il fuoco sui civili che protestavano contro l'omicidio di Elçi.

Proprio mentre scriviamo, a Istanbul la polizia ha attaccato una grande manifestazione di solidarietà 
partita dalla centralissima Istiklal.

Il PKK sta al fianco del popolo Curdo nella guerra contro l'avanzata dell'Isis in Kurdistan.
Il brutale omicidio di Tahir Elci, presidente dell'ordine degli avvocati della provincia di Diyarbakir e di un poliziotto preposto alla vigilanza è un classico omicidio di Stato. Ai dirigenti dell'HDP, del movimento dei diritti civili del Kurdistan va piena solidarietà e vicinanza.

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domenica 13 settembre 2015

Sempre Più Armi Italiane Vendute ai Paesi in Guerra


Sempre più armi italiane vendute ai paesi in guerra

Sono passati 25 anni dall’approvazione della legge 185/90 sul controllo delle armi, che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati il 9 luglio dalla Rete italiana per il disarmo.

La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al parlamento da parte del governo, hanno permesso la diminuzione delle vendite verso i paesi in conflitto.

Ma dal 2009 questa tendenza virtuosa si è invertita. Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia, ha spiegato: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna. Le nostre armi finiscono anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ha detto: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Con le modifiche più recenti alla legge, sarà più difficile capire dove finiscono le nostre armi.

“Chiediamo la trasparenza dei documenti. L’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Vignarca, presidente di Rete disarmo.

“La perdita di trasparenza avvenuta soprattutto negli ultimi anni mina alla base un controllo che invece, su un tema delicato come quello dell’export militare, è fondamentale per la nostra politica estera e per la responsabilità dell’Italia nei confitti”.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio.

L’industria italiana delle armi sembra non soffrire i colpi della crisi. La produzione di armi dà lavoro a migliaia di operai nella zona della Val Trompia (provincia di Brescia). Purtroppo però, nonostante, le leggi italiane e internazionali, pistole e fucili finiscono in paesi dove infuria la guerra o dove i diritti umani non sono garantiti come in Ucraina, Russia, Colombia e Messico. Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42 per cento del totale. Fino all’anno scorso i soldati statunitensi avevano in dotazione una pistola Beretta, la famosa M9. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla costituzione.

guarda il film  completo di
ALBERTO SORDI
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giovedì 25 luglio 2013

ECOLOGIA: Con i Notav

Con i Notav


Con i Notav di Giorgio Cremaschi

Tutta la grande informazione ha seguito con trepidazione e simpatia la mobilitazione popolare in Turchia. Quel grande movimento democratico è esploso attorno alla protesta di centinaia di giovani che volevano impedire l'abbattimento di alcuni alberi in Gezi Park, un parco di Istambul destinato ad essere cancellato per far posto a qualche grande opera.

In Valle Susa sinora sono stati abbattuti oltre 5000 alberi, molti secolari,,,
continua a leggere ...
ECOLOGIA: Con i Notav: Con i Notav di Giorgio Cremaschi Tutta la grande informazione ha seguito con trepidazione e simpatia la mobilitazione popolare in Turch...

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martedì 18 giugno 2013

Turchia : Uomo in piedi




Turchia
 Scatta nuova forma di protesta: 
Uomo in piedi

E' stata lanciata a Taksim dal coreografo Erdem Gunduz, rimasto immobile per cinque ore in mezzo alla piazza simbolo della rivolta. Invito a "fermarsi" alle 8 ogni sera
- E' scattata in Turchia una nuova forma di resistenza civile, quella dell'"Uomo in piedi" (#duranadam). A lanciarla è stato la notte scorsa il coreografo Erdem Gunduz, che è rimasto immobile per cinque ore in mezzo a Taksim, la piazza simbolo della rivolta contro Erdogan, davanti al ritratto del fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal "Ataturk". Poco alla volta l'uomo è stato raggiunto da altri manifestanti, che si sono immobilizzati accanto a lui.
La notizia della nuova protesta è stata subito rilanciata dai social netwrk. In vari quartieri di Istanbul e in altre cittè del paese altre persone si sono fermate in strada, nelle piazze, in luoghi simbolo. Ad Ankara una donna è rimasta ferma per ore sul posto in cui e' stato ucciso dalla polizia il manifestante Ethem Sarisuluk. Su twitter l'hashtag #duranadam è diventato in poco tempo una tendenza mondiale.
Non è tardato però l'intervento delle forze di repressione. Nel cuore della notte la polizia ha arrestato Gunduz e le persone che protestavano con lui in mezzo a Taksim. Dopo qualche ora di fermo il coreografo è stato rilasciato e ha annunciato che continuerà a protestare per liberta' e contro la repressione in Turchia. Un appello e' stato lanciato affinche' la protesta diventi nazionale. Chi vuole aderire, dice l'appello, si fermi alle 8 ogni sera e diventi un "Uomo in piedi".
Intanto stamani c'è stata una nuova ondata di arresti e di perquisizioni a Istanbul e Ankara. Perquisite le sedi del quotidiano Atilim e dell'agenzia di stampa Etkin, riferisce il sito del giornale Hurriyet. Il deputato dei partito filocurdo Bdp Sirri Süreyya Önder ha annunciato su Twitter 70 arresti stamani di membri del Partito socialista degli oppressi (ESP). Altre 193 persone sono state fermate a Istanbul di cui 22 accusate di "organizzare proteste violente e lanciare appelli a partecipare a manifestazioni illegali". I 22 saranno interrogati per quattro giorni. La poliazia ha anche perquisito 26 indirizzi nella capitale Ankara e vengono eseguiti mandati di arresto per 30 persone, altre 13 sono state arrestate a Eskisehir. Quasi 600 persone sono già state arrestate domenica a Istanbul e Ankara.
Resta in terapia intensiva e in gravi condizioni in ospedale l'attivista dei collettivi studenteschi di Ankara Dilan Dursun, ferita gravemente due giorni fa alla testa da un lacrimogeno sparato dalla polizia.
E' stato rilasciato Daniele Stefanini, il fotoreporter italiano ferito e arrestato nei giorni scorsi durante cariche della polizia contro i manifestanti. Stefanini partirà oggi per l'Italia, le sue condizioni di salute sono state definite "ottime" da lui stesso.

da http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=78465
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lunedì 17 giugno 2013

Turchia: un Poliziotto spara in testa a un manifestante



Video shock Turchia: un Poliziotto spara in testa a un manifestante e fugge

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 Un video uscito soltanto poche ore fa, inerente al primo giorno della protesta scoppiata ad Ankara -
- più specificamente nel quartiere commerciale di Kızılay -
- che prosegue da oltre 10 giorni. Proprio qui, un poliziotto in tenuta antisommossa, dopo essersi scagliato su un gruppo di circa 20 manifestanti con bandiere e striscioni, si è sentito messo alle strette. Così, ha estratto la pistola d'ordinanza e ha iniziato a sparare, a mo' di avvertimento, verso l'alto.

Nel frattempo però, veniva colpito un manifestante. A giudicare dalle immagini, non dallo stesso poliziotto che era lì, invischiato nella ressa, ma probabilmente da un agente lontano. Che, visto il collega in difficoltà, ha pensato bene di sparare a caso nella folla ad altezza d'uomo. Il poliziotto al centro della bagarre, subito dopo gli spari, è fuggito. La vittima si chiama Ethem Sarısülük, un lavoratore di 27 anni. E' stato colpito alla testa e si è accasciato a terra. I suoi compagni hanno sventolato bandiere bianche perché fosse soccorso nell'immediato.
Fonti turche parlano di morte cerebrale, ma il suo legale ha fin ora smentito. Sarebbe la quinta vittima della repressione -- telecomandate dal Primo Ministro Erdogan -- che stanno letteralmente insanguinando la protesta in Turchia. Un pubblico ministero si è già rivolto alle forze di polizia perché fosse fatto il nome dell'uomo che ha aperto il fuoco. Al momento, secondo il Partito Comunista Turco, non è ancora arrivata una risposta. Rimaniamo in attesa di nuovi aggiornamenti, di cui vi informeremo ora per ora.

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domenica 16 giugno 2013

Turchia : piazza Taksim , gezipark






Turchia, il pianista eroe della protesta.

http://occupygezipics.tumblr.com/

sgomberati #gezipark e piazza #taksim ieri sera!! 
L'assalto e la repressione di polizia, forze dell'ordine ed esercito, con centinaia di lacrimogeni e idranti, ieri sera ha sgomberato l'acampada di#geziparki!! il governo ha bloccato tutta la rete del trasporto pubblico della città. centinaia di autobus hanno accerchiato piazza taksim per trasportare oltre i mille fermati nella piazza. La polizia ha sgomberato con la violenza le decine di presidi medici autorganizzati nelle tende e negli hotel attorno alla piazza. Durante la notte centinaia di mobilitazioni in tutta la Turchia e una grande manifestazioni sul ponte sul bosforo. Stamattina ancora violenza e scontri a Istanbul, Ankara e in tutte le pricipali città della Turchia. Alle 16 è stata convocata dalla rete del movimento di piazza Taksim una grande mobilitazione generale. Con chi sta lottando e resiste ogni giorno e ogni ora a Istanbul e in tutta la turchia!! contro un regime che ogni giorno di più mostra il suo carattere fascista! #direngeziparkı #occupygezi #occupyturkey

RESOCONTO E CRONACA DI IERI SERA E STANOTTE
http://turchia.over-blog.com/
http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/15/news/turchia_i_manifestanti_restano_a_gezi_park_ad_ankara_barricate_vicino_al_parlamento-61130487/?ref=HRER3-1

AGGIORNAMENTI
http://gezipark.nadir.org/index_ita.html
Diren Gezi Parkı
http://roarmag.org/ Reflections on a Revolution
DIFFONDIAMO!



Dopo le prime note di Imagine, una bellissima studentessa appena laureata in Pedagogia all'Univesità di Istanbul, inizia a piangere in silenzio. Le lacrime bagnano la mascherina bianca ancora sulla bocca. Poi, quando Davide Martello suona l'ultima strofa della canzone pacifista più famosa del mondo, tre poliziotti rimasti incantati dall'apparizione del musicista italo-tedesco nel bel mezzo di piazza Taksim sotto assedio, mettono a terra i fucili caricati con pallottole di gomma. "Davide Martello rimarrà per sempre nei miei ricordi come il vero eroe della nostra protesta", dice con gli occhi lucidi Ayge, una trentacinquenne con un master in economia, mentre il marito Damon, un afroamericano che insegna inglese in un liceo privato, annuisce con un gran sorriso: "Quest'uomo, assieme alla mamma di mia moglie e a tutte le altre madri che sono venute a sostenere i loro figli invece di supplicarli di lasciare Gezi e tornare a casa, come aveva consigliato loro Erdogan, ci hanno salvati. Davide e queste signore sono i nostri eroi ma quel che ha fatto questo giovane uomo è incredibile sotto tutti gli aspetti". Quel che ha fatto il pianista italo-tedesco, un ragazzone nato a Costanza da genitori originari di Caltanissetta, è stato caricare il pesante pianoforte a coda sul suo furgone e guidare no stop dalla Germania alla Turchia per portare solidarietà con la sua musica ai manifestanti di Occupygezi. Sembra la trama di un film fantasy o una canzone ironica e malinconica di Paolo Conte. E infatti quando Davide era comparso con il suo pianoforte l'altra notte sembrava un miraggio. Qualcuno si domandava se oltre ai gas lacrimogeni e agli spray al peperoncino, la polizia non avesse usato anche qualche sostanza "stupefacente" o un gas sconosciuto in grado di scatenare un'allucinazione collettiva.

Altri invece si domandavano se quindici notti insonni passate in tenda e sotto la pioggia, sommate al terrore che la polizia ripetesse ciò che aveva fatto due sere prima nell'attigua piazza Taksim, non gli avessero dato al cervello. "Davide e il suo pianoforte sembravano irreali, era come se un alieno fosse sceso in mezzo a noi per portare un po' di pace in questo mondo ingiusto e ci è riuscito. Eravamo tutti terrorizzati, compresa mia mamma che era venuta con tante altre a sostenerci, ma quando ha iniziato a suonare ci ha calmati e dopo qualche minuto ci sentivamo sollevati", ricorda Bulent, uno studente del liceo linguistico che presta servizio volontario nella libreria allestita a Gezi dai manifestanti. Perché Davide Martello ha suonato tutta la notte, compresa una versione swingata di Bella Ciao, la colonna sonora di questi quindici giorni che hanno mostrato il lato oscuro della Turchia di Erdogan. "Dopo aver visto le immagini di queste persone pacifiche, di questi ragazzi che lottano per la libertà e per la natura, attaccate così brutalmente, 
ho sentito il bisogno distargli vicino come so fare. Con la musica".



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mercoledì 5 giugno 2013

..AMORE..: Turchia : le donne in prima fila

Turchia : le donne in prima fila


Turchia, la rivolta delle donne

Settimo giorno di proteste: continua lo sciopero dei lavoratori, mentre sale il numero di feriti. Le donne si conquistano un ruolo di prima fila. Istanbul - Settimo giorno di una rivoluzione iniziata a Istanbul e che progressivamente si sta espandendo in tutta la Turchia. Dalle ultime agenzie stampa Turche il numero di morti è stato accertato a tre: un ragazzo turco di 22 anni colpito alla testa ad Ankara, un altro di 20 anni nel Sud della Turchia colpito dal proiettile di plastica dalla polizia ed Abdullah investito da un taxi di fronte al Gezi Park di Istanbul. Tanti, troppi feriti (si parla di 1700) dopo gli ultimi scontri di lunedì sera che hanno visto in prima linea anche gli abitanti di uno dei quartieri più benestanti di Istanbul. Uno dei maggiori sindacati turchi, il Kesk con i suoi 240,000 iscritti ha indetto per ieri e oggi uno sciopero generale per contestare la violenza indiscriminata usata e promossa da governo in queste giornate di scontri. 
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lunedì 3 giugno 2013

Turchia : 600 alberi sono una minaccia per la democrazia


- Ad innescare l'ondata di proteste antigovernative in Turchia la scelta di abbattere 600 alberi del parco Gezi accanto a piazza Taksim, uno delle pochissime aree verdi nel cuore di Istanbul. Questo - formalmente - il nodo del contendere che ha portato a 48 ore di guerriglia nell'antica Costantinopoli, che poi si e' allargata anche ad Ankara, Smirne ed altre citta'. Il progetto, venato di nostalgia per la potente Turchia che fu, prevede di costruire un replica di una caserma risalente all'impero ottomano. Ufficialmente per ospitare un centro culturale ma che i residente temono si trasformi in un maxi centro commerciale. Il comune di Istanbul, controllato dal partito islamista Akp del premier Recep Tayyip Erdogan al governo del 2002, aveva avviato il progetto a novembre. Le violenze sono scoppiate ieri quando i manifestanti hanno impedito ai buldozer di abbattere gli alberi del Gezi Park, che sorge su una piazza sovrastata al centro da un'imponente statua del padre della Turchia laica e moderna, Mustafa Kemal Ataturk, non amato, se non detestato, da Erdogan. Premier che ora ha fatto della realizzazione del progetto una questione di principio, una sfida aperta al suo potere, da cui non intende recedere.

#DirenGeziParki #OccupyGezi oltre 100 manifestazioni spontanee, oltre 1000 feriti, 940 arresti, 4 persone hanno perso la vista, 2 morti secondo amnesty

La violenza con cui le persone accampatesi, alcune centinaia, sono state spazzate via dalle forze di polizia, a suon di idranti, lacrimogeni ad altezza d'uomo e gas urticanti, ha scatenato la protesta. Che è diventata generale e generalizzata e si è diffusa in svariati quartieri della città. Ovunque vi sono scenari di guerra, fumo dei lacrimogeni e incendi, si rincorrono le notizie di scontri, riecheggiano da parti diverse ed ad ogni ora del giorno e della notte i cori dei cortei spontanei che si formano nella città da tre giorni. Ieri 40 mila persone hanno attraversato a piedi il ponte che collega la parte europea di Istanbul a quella asiatica, oggi il colpo d'occhio sul parco, rioccupato, piazza Taxim, piena, Istiklal caddesi, piena, e le notizie provenienti dagli altri quartieri, fanno pensare ad almeno un milione di persone coinvolte, in una dinamica che ha tutte le caratteristiche del movimento spontaneo. Non c'è organizzazione dall'alto, non ci sono direttive, i protagonisti sono uomini e donne che da 600 alberi in pericolo hanno scavato una minaccia per la democrazia.

Serena Tarabini è un'attivista romana e una redattrice di DinamoPress. Da diversi mesi si trova a Istanbul e in questi giorni sta vivendo in prima persona la rivolta turca. Questo è il reportage che ci ha inviato nella notte tra il 1 e il 2 giugno.

La prima cosa che ho pensato assistendo a quello che sta avvenendo a Istanbul da tre giorni è stato " è arrivata la primavera araba". Un pensiero frutto più dell'emozione che di un'analisi, perchè è ovviamente difficile fare una valutazione del genere, e lo è ancora di più per un paese socialmente e politicamente sui generis come la Turchia. Una paese a metà strada tra l'Europa e il Medioriente, che porta i segni di entrambi senza essere completamente parte di nessuno, e che in termini di movimento fin'ora non si è connesso ne' con la primavera araba ne' con il movimento degli indignados. Quello che è sicuro è che una mobilitazione di questa entità non si verificava da decine di anni, e che dentro questa protesta si sfoga la frustrazione e cresce la speranza delle persone che in questi ultimi anni hanno assistito a un progressivo restringimento degli spazi di democrazia ed ad un subdolo cambiamento della società, in termini di rislamizzazione dei costumi, portata avanti dal Premier Erdogan.

DA ; http://www.dinamopress.it/news/occupygezi-dinamopress-da-istanbul

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domenica 8 maggio 2011

TURCHIA Istanbul sede del V forum mondiale acqua



TURCHIA

Istanbul non è stata sede casuale del V forum mondiale dell'acqua


TURCHIA

Istanbul non è stata sede casuale del V forum mondiale dell'acqua. La Turchia è impegnata in uno stravolgimento idrologico: la costruzione già di 11 dighe nel Kurdistan con l’evacuazione di 350mila persone.

DI LORENZO GIROFFI

Roma, 07 maggio 2011, Nena News – Ci sono colori visibili solo per trasfusione empirica. Quella donata da Jaroslava Colajacomo, impegnata in questi giorni nell’anteprima del suo documentario “H2O Turkish Connection”, ha permesso di osservare un ponte lungo che collega l’illusione di un forum mondiale dell’acqua alla prossima concreta attuazione del referendum in Italia. L’ultimo forum, il quinto (la data si ripropone ogni tre anni, il prossimo si terrà a Marsiglia nel 2012), ci fu nel 2009 ad Istanbul. Un’organizzazione autoproclamatasi da grosse holding, meglio conosciute come multinazionali di acqua in bottiglia. Il documentario parte proprio con le immagini dei giorni del forum del 2009, con attivisti e liberi individui pronti a marciare fino al prossimo fantomatico forum.
L’acqua come libero respiro è privata, nelle disquisizioni della sua gestione, di una pubblica partecipazione. Ad Istanbul il V forum s’è svolto all’interno di salde strutture imbellettate, il popolo, le persone preoccupate per il destino di un bene imprescindibile sono state confinate all’esterno, in strada, soli o in compagnia dei propri manifesti. Istanbul non è stata sede casuale del V forum mondiale dell’acqua. La Turchia è impegnata in un vero e proprio stravolgimento idrologico: costruzione di dighe. Quest’intenzionalità è già stata perpetuata, distruggendo la storia, la quotidianità ed il futuro di villaggi del Kurdistan turco, con l’edificazione di già undici dighe e la conseguente evacuazione di trecentocinquantamila persone. H2O Turkish Connection fa sgusciare la telecamera dalle discussioni private del forum, ai danni pubblici. Dal quartiere di Maden District, sobborgo d’Istanbul, nel quale l’acqua pubblica è solo quella che impuramente sgorga limitatamente dai monti, i tagli cinematografici passano fino ai posti nei quali il progetto GAP ha già impiantato il proprio volere (GAP Southeastern Anatolia Project, che per l’appunto è il progetto di costruzione delle dighe nel Kurdistan turco; 11 fin’ora realizzate, 22 secondo il piano; istallazioni di 19 centrali idroelettriche di cui 9 già costruite; 25 i miliardi stanziati, 20 già spesi; oltre i finanziamenti governativi della Turchia, dovevano esserci anche partenariati europei, su tutti Germania, Austria e Svizzera, poi tiratesi dietro per l’inadempienza a parametri sociali, culturali ed ambientali. Anche l’Italia con il gruppo bancario UNICREDIT doveva finanziare il progetto, poi s’è tirato fuori anch’esso. I prestiti al governo turco, che ha accusato i Paesi Europei di esser usciti dal finanziamento per ragioni politiche, sono stati erogati da due grosse banche: l’AKBANK e la GARANTI BANK). In Turchia il progetto è promosso in pompa magna, con scintillii di evoluzione, promesse di progresso energetico ed agrario.

Nella sostanza le dighe aumentano di chilometri il livello d’acqua, sommergendo interi terreni ed abitazioni. Dunque stabilizza la dinamicità del fiume, rendendolo un immobile lago. Trattandosi d’acqua, quindi d’essenza vitale, s’annienta un intero sistema, che oltre a perdere zolle terriere, lascia estinguere anche animali non in grado di sopravvivere a quest’involuzione ciclica. Le immagini più forti di Jaroslava Colajacomo sono sicuramente riguardanti i villaggi del Kurdistan turco, i volti preoccupati di contadini che perdono la propria terra, ovvero le proprie ali vitali, la propria intera esistenza. La soluzione della diga volta ad incentivare la crescita agricola delle zone è fasulla, perché la chiusura del ciclo d’acqua aumenta la salinità del corso, il che è un problema per l’irrigazione dei campi. Andrebbe approfondita la guerra trentennale che coinvolge i curdi presenti in Turchia, con delegittimazioni di quest’etnia. La costruzione di queste dighe procura lo sgombero di territori occupati per la maggioranza da popolazione curda, creando una sorta di controllo su zone organizzate e sviluppate da curdi. Gestire correnti provenienti dal Tigre e dall’Eufrate, nati nel Kurdistan e non destinati alle popolazioni curde è paradosso ancor più bieco.
Questa piaga però il documentario può solo sfiorarla, per concentrarsi sulla cruenta realtà di villaggi sommersi e zone prossime all’invasione d’acqua. La scelta registica è sublime quando si concentra sulle smorfie umane, che, oltre ogni logica ambientalista ed economista, palesano un disagio perenne: privazione del proprio territorio. Yukurai Loklu, zona schiava della diga Birecik, ha le proprie case sommerse o crollate, con contadini, nelle migliori delle situazioni, risarciti con somme simboliche, che non permettono la sopravvivenza ad intere famiglie e l’acquisto di nuove case. Molti si son dovuti trasferire in posti degradati, come ad esempio ex discariche, privi del loro più alto sapere: il lavoro della terra. Altro inquietante scenario è nelle conche di Hasankeyf, sempre nel Kurdistan turco, nella provincia di Batman. Qui dove c’è il luogo della nascita dell’uomo, con reperti archeologici di dodicimila anni ed il doppio delle più famose grotte della Kappadocia, si pensa d’innalzare  la diga di Ilisu, che alzerà il livello del mare  di 63 km, spazzando via l’83% della città. L’intuizione di H2O Turkish Connection è di focalizzarsi prima sull’assurdo presupposto del dominio delle multinazionali, che lasciano sorgenti prive di depurazioni, costringendo ad acquistare acqua in bottiglia e privando le amministrazioni locali del potere gestionale di un bene primario, poi di dimostrare le nefandezze di progetti intenzionati a gestire l’acqua, che, intaccandola, scuote un intero ecosistema.

Così il documentario giunge sino alla più stretta contemporaneità, che in Italia si srotola nel prossimo referendum teso ad abrogare il decreto Ronchi (meglio denotato come provvedimento che privatizza la gestione dell’acqua in Italia). Insomma Jaroslava Colajacomo arriva a concepire la difesa genealogica dell’acqua come fondamentale, fissa il punto di partenza proprio dal referendum che si terrà in Italia. Si percepisce come la parte finale sia stata tagliata per l’enorme materiale ancora da elaborare e come i punti di una prima privatizzazione in Italia, avvenuta in Toscana, abbia portato disservizi, aumenti di costi e incomunicabilità con sedi di multinazionali troppo lontane dai singoli paesini assillati da problemi alla rete idrica. I passaggi musicali pregevoli del lavoro cinematografico (si passa da Nick Drake a Damien Rice, dai Massive Attack fino ai più popolari strumenti turchi) imprimono ancor di più l’ovvia emotività da rendere ad infiniti spunti di riflessioni, che debellano ogni tentativo di stretta affaristica su di un bene che non può sottostarsi a gestioni lontane dalla fondamentale conoscenza e cura territoriale. Nena News


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