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sabato 1 settembre 2018

La Regina Elisabetta Seleziona un Lavapiatti


La regina Elisabetta sta cercano un lavapiatti per Buckingham Palace   da inserire all’interno dello staff del suo chef.


AAA lavapiatti cercasi: è la regina Elisabetta in persona 
che sta cercando personale per la residenza di Buckingham Palace.

La regina Elisabetta sta cercano un lavapiatti per Buckingham Palace
 da inserire all’interno dello staff del suo chef. 

Per candidarsi non sono necessarie particolari conoscenze o un lungo curriculum, la Sovrana richiede semplicemente una “conoscenza generale della sicurezza alimentare e un atteggiamento positivo”. Il nuovo membro delle cucine reali infatti seguirà un corso a Palazzo,
 in cui verrà istruito riguardo le sue mansioni.

Insomma, se avete sempre sognato di lavorare all’estero, questa forse potrebbe essere l’occasione giusta anche perché non sono richieste particolari mansioni per potersi candidare per il posto.

Ti unirai a un team di cucina che lavora per preparare e servire il cibo secondo i più alti standard, mantenendo pulite le zone della cucina, i nostri chef e i loro assistenti avranno tutto ciò di cui hanno bisogno per preparare i pasti della giornata. 

Questo è quanto riporta l’annuncio pubblicato direttamente sul sito dei Windsor che propone per il posto uno stipendio di 19.935 sterline l’anno, circa 22 mila euro, cui si aggiungono vitto e alloggio all’interno di Buckingham Palace. 

Il lavapiatti poi dovrà essere itinerante nel senso che dovrà essere pronto a seguire la Royal Family per svolgere il suo lavoro anche in occasione del trasferimento in altre residenze. Più che un lavapiatti si tratta di un aiuto in cucina che verrà impiegato anche per la preparazione di piatti e che sarà regolarmente assunto con tanto di contributi e 33 giorni di ferie l’anno.

Entrato nella Residenza reale, infatti il lavapiatti potrà anche fare carriera migliorando la propria posizione e contribuendo alla preparazione dei piatti assicurandosi dell’alto standard che le cucine devono richiedere. Una volta selezionata, la figura dovrà svolgere anche un corso sulle diverse mansioni da seguire. 



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domenica 15 aprile 2018

Scontro all'Onu : la Russia per condanna Attacco Militare



Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha bocciato 
una risoluzione proposta dalla Russia per condannare 
l'attacco militare di Usa, Regno Unito e Francia contro la Siria. 
Il testo non ha raccolto i 9 voti necessari per la sua approvazione. 
A favore hanno votato solo Russia, Cina e Bolivia. Otto i contrari e 4 gli astenuti.

Il voto ha avuto luogo durante una riunione di emergenza del consiglio a New York, convocata dalla Russia per prendere in considerazione la bozza di risoluzione che esprimeva una "grande preoccupazione" per "l'aggressione" contro uno Stato sovrano che viola, secondo Mosca, "il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni unite".

L'attacco, compiuto prima dell'alba su tre obiettivi (un centro di ricerca a Damasco, un deposito di armi chimiche a ovest di Homs, un altro deposito e un centro di comando sempre nei pressi di Homs), è arrivato a una settimana dal sospetto raid con agenti chimici sulla città ribelle di Douma. "Missione compiuta!", ha scritto in un tweet Trump che, dopo le minacce, è passato ai fatti. "Un attacco perfettamente eseguito. Grazie alla Francia e alla Gran Bretagna per la loro saggezza e per la potenza delle loro efficienti forze armate. Non poteva esserci un risultato migliore", si legge ancora. Gli Stati Uniti "non tollereranno l'uso di armi chimiche contro uomini, donne e bambini", ha ribadito con forza il vicepresidente Mike Pence. "La notte scorsa, le forze statunitensi hanno compiuto uno straordinario sforzo militare contro gli impianti di armi chimiche e ridotto notevolmente la capacità della Siria di produrre armi chimiche", ha detto.

ONU - Per il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, "non esiste una soluzione militare alla crisi, la soluzione deve essere politica". "Dobbiamo accelerare il processo politico", ha affermato, sottolineando l'obbligo per gli Stati membri di "agire coerentemente con la Carta delle Nazioni Unite e con il diritto internazionale".

"Il Consiglio di sicurezza - ha precisato - ha la responsabilità primaria del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali". "Esorto gli Stati membri del Consiglio ad esercitare tale responsabilità e ad evitare azioni che potrebbero aggiungere sofferenza al popolo siriano. Per otto lunghi anni il popolo siriano ha vissuto una serie di orrori", ha scandito Guterres.

All'inizio della sessione, il segretario generale ha poi riconosciuto di essere deluso dal fatto che il Consiglio di sicurezza "non sia riuscito a concordare un meccanismo efficace contro l'uso di armi chimiche in Siria". La situazione in Siria richiede una "indagine approfondita" e il team dell'Opac, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche è già arrivato in Siria ed è "pronto a recarsi sul luogo" del presunto attacco con armi chimiche.

USA - "Locked and loaded". Pronti ad usare la forza. Così si definiscono gli Stati Uniti se la Siria userà ancora armi chimiche. Lo ha spiegato Nikky Haley, ambasciatore degli Usa all'Onu, riferendo il contenuto di una conversazione con il presidente Donald Trump dopo il raid compiuto in Siria con la collaborazione di Francia e Regno Unito. "Ho parlato stamane con il presidente. Ha detto che se il regime siriano usa questo gas velenoso ancora una volta, gli Stati Uniti sono pronti ad usare la forza", ha detto intervenendo al Consiglio di Sicurezza.

"Il tempo per le parole è finito. Abbiamo avuto 5 meeting del Consiglio sulla Siria in questa settimana". L'azione "non è una vendetta, né una punizione, né per una simbolica dimostrazione di forza. Abbiamo agito per scoraggiare il futuro uso di armi chimiche", ha aggiunto.

"Abbiamo dato alla diplomazia chance dopo chance. I nostri sforzi risalgono al 2013. La Siria si è impegnata a rispettare la convenzione sulle armi chimiche. Ma come abbiamo visto dallo scorso anno, questo non è successo", ha proseguito. "Il regime siriano, con il ripetuto ricorso alle armi chimiche, ci ha spinto ad agire. Il raid di ieri è un messaggio chiarissimo: gli Stati Uniti non consentiranno al regime di Assad di usare le armi chimiche".

Secondo il diplomatico russo, Trump e i suoi alleati ignorano la legge internazionale e questa azione "neocoloniale" richiama il comportamento degli "hooligans". "Questo è teppismo nelle relazioni internazionali, e non teppismo minore, dato che stiamo parlando di grandi potenze nucleari". "Il Consiglio di sicurezza è stato completamente ignorato e la sua autorità è stata minata", ha tuonato ancora Nebenzia.

GB - Il coinvolgimento del Regno Unito negli attacchi aerei contro la Siria è stato un "intervento umanitario" giusto e legale, ha detto l'ambasciatore del Regno Unito presso l'Onu, Karen Pierce. "Il regime siriano ha ucciso il suo stesso popolo per sette anni" e l'uso di armi chimiche "è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità", ha affermato Pierce.

L'ambasciatrice ha quindi elencato quattro condizioni per una risoluzione diplomatica alla crisi siriana. Per prima cosa Damasco deve terminare il suo programma di armi chimiche e distruggere le sue scorte, quindi deve esserci un'immediata cessazione delle ostilità, che comprenda l'accesso umanitario alla popolazione civile. Il regime siriano deve poi tornare ai colloqui di Ginevra, i negoziati di pace delle Nazioni Unite che si sono conclusi lo scorso anno, e infine "deve render conto per l'uso di armi chimiche e di altri crimini in Siria".

FRANCIA - "La Francia non ha assolutamente dubbi sulla responsabilità del regime di Assad nell'attacco chimico a Douma" ha evidenziato l'ambasciatore francese all'Onu, François Delattre, sottolineando che quanto successo richiedeva una "forte risposta". "Coloro che sfidano questo dovrebbero rivedere i fatti e le informazioni pubblicate in un rapporto reso disponibile in precedenza dalla Francia", ha aggiunto Delattre.

RUSSIA - Al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, ha lanciato un duro attacco agli Stati Uniti, definendo i raid contro obiettivi in ​​Siria un'azione aggressiva di Washington e dei suoi alleati (Regno Unito e Francia). "Gli Usa stanno ulteriormente aggravando una situazione umanitaria già catastrofica", ha detto Nebenzia, che ha accusato Washington di destabilizzare con la sua "escalation" tutto il Medio Oriente.


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SIRIA



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sabato 14 aprile 2018

Siria

Siria
1 - in Siria, non c' è nessuna banca centrale Rothschild.
2 - la Siria ha vietato gli alimenti geneticamente modificati e la coltivazione e l' importazione degli stessi.
3 - la Siria è l' unico paese arabo che non ha debiti con il fondo monetario internazionale, né con la Banca mondiale, né con chiunque altro.
4 - la famiglia Assad appartiene all' orientamento alauita di Islam tollerante.
5 - le donne siriane hanno gli stessi diritti degli uomini allo studio, sanità e istruzione.
6 - le donne siriane non sono obbligate a indossare il burka. La Sharia (legge islamica) è incostituzionale.
7 - la Siria è l' unico paese arabo con una Costituzione laica e non tollera movimenti estremisti islamici.
8 - circa il 10% della popolazione siriana appartiene a uno dei molti rami cristiani, sempre presenti nella vita politica e sociale.
9 - in altri paesi arabi la popolazione cristiana non raggiunge l' 1% a causa dei maltrattamenti subiti.
10- la Siria è l' unico paese del Mediterraneo interamente proprietario del suo petrolio (circa 500.000 barr/day) e che non ha privatizzato le sue aziende statali.
11- la Siria ha un' apertura verso la società e la cultura occidentale come nessun altro paese arabo.
12- la Siria era il solo Paese pacifico in zona, senza guerre o conflitti interni.
13- la Siria è l' unico paese al mondo che ha ammesso i rifugiati iracheni, senza alcuna discriminazione sociale, politica o religiosa.
14- Bashar Al-Assad ha un' elevatissima approvazione popolare.
15- la Siria ha discrete riserve di petrolio (circa 2,5 miliardi di barili), che è riservato alle imprese statali.
16- la Siria si oppone al sionismo e all' apartheid israeliano criminale.




Stati Uniti d’America, Regno Unito e Francia hanno attaccato la Siria. Un’operazione unica durata poco più di un’ora, partita intorno alle 3 della notte italiana. Gli obiettivi, ha spiegato il presidente americano Donald Trump in un discorso alla nazione, sono associati al potenziale di armi chimiche del dittatore siriano Bashar al Assad. Diversa la versione della Russia, secondo cui sono stati colpiti aeroporti milari. Una cosa invece è certa, sono state evitate le basi russe. Così come il Pentagono, dopo aver inizialmente smentito, ha confermato di essere stato in contatto con Mosca. 
Il Cremlino quindi era stato pre-avvertito dell’attacco.

Trump ha parlato di raid “eseguito perfettamente” e di “missione compiuta“. Gli ha fatto eco il Pentagono: “Tutti i target colpiti con successo” e “programma delle armi chimiche azzoppato“. L’attacco è stato infatti ordinato a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma. Un “atto spregevole” lo ha definito il presidente Usa, qualificabile come “crimine di un mostro“. Sulla stessa linea la premier britannica Theresa May e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron.

La risposta di Mosca – Vladimir Putin ha parlato di “atto di aggressione” e ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocato alle ore 17 italiane. Anche Teheran, l’altro grande alleato di Assad, ha risposto duramente. Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha detto che “gli attacchi di Usa e alleati porteranno distruzione e devastazione in Medio Oriente”. E la guida suprema Khamenei ha definito Trump, Macron e May “criminali“. La prima reazione di Damasco è stata invece rivolta a sminuire i risultati dell’operazione: “I danni sono limitati”. Anche Mosca ha di fatto ridimensionato le conseguenze degli attacchi, sostenendo che i missili sono stati in gran parte intercettati e distrutti, e che non ci sono state vittime.




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lunedì 19 marzo 2018

Profili Facebook Rubati per fini Elettorali : referendum Brexit e Elezioni Usa 2016


 Tegola su Zuckerberg 
Lo scandalo si allarga. 
Stati Uniti e Regno Unito 
ora puntano il dito contro l'amministratore delegato Mark Zuckerberg. Elezioni Usa 2016, con la vittoria di Trump, e referendum Brexit sono stati "manipolati"? E chi lo avrebbe fatto ha utilizzato dati contenuti proprio su uno dei più famosi e frequentati social del web? 


Si ingrandisce lo scandalo Facebook, il giorno dopo l'inchiesta del New York Times e del Guardian, che ha dimostrato come i dati dei profili di 50 milioni di elettori americani siano stati illecitamente usati da Cambridge Analytica e da una società canadese per fini elettorali.                                          Nel mirino è finito il fondatore di Fb, Zuckerberg: gli Usa vogliono ascoltarlo davanti alla Commissione d'inchiesta per il voto alle presidenziali del 2016, in cui ha vinto Trump, e Londra per il referendum che ha portato poi alla Brexit. Facebook, intanto, ha già silurato Cambridge Analytica e i due scienziati responsabili della raccolta dati.  In una nota, Facebook fa sapere che sta conducendo un "controllo interno per accertare se i profili personali dei 50 milioni di utenti segnalati come dati utilizzati in modo improprio da un consulente politico esistano ancora". Facebook sta "cercando di stabilire l'accuratezza delle accuse", ovvero "che un ricercatore abbia fornito alla società Cambridge Analytica dati di user Facebook, a partire dal 2014, in modo inappropriato". Paul Grewal, vice presidente Facebook, ha affermato di essere impegnato ad "applicare con forza tutte le politiche aziendali per proteggere le informazioni degli utenti". 

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mercoledì 22 giugno 2016

La City e Wall Street Usate come Lavanderia del Narcotraffico


L'intervento di Roberto Saviano al Parlamento britannico. 

Se si chiede quale sia il Paese più corrotto al mondo, la risposta più immediata è dettata dal grado di 
corruzione percepita. Magari si penserà al Messico, ai Paesi latinoamericani, a quelli africani, al Medio Oriente, all'Italia. E invece il più corrotto è l'Inghilterra, ma non di una corruzione che riguarda gli amministratori pubblici, i poliziotti, i sindaci, ma di una corruzione che è consustanziale al sistema economico. Il sistema economico inglese si alimenta di corruzione. E in tutto questo il governo e i cittadini britannici non si sono davvero resi conto
 dell'emergenza che sta attraversando il Paese.


Nel 2015 la National Crime Agency pubblicò un report i cui dati sono estremamente importanti. Il report spiegava che "ogni anno centinaia di miliardi di dollari di provenienza criminale quasi sicuramente continuano ad essere riciclati attraverso le banche del Regno Unito e le loro filiali". E aggiungeva che "l'entità del riciclaggio dei proventi criminali è quindi una minaccia per l'economia e la reputazione del Regno Unito". Di lì a poco anche il primo ministro David Cameron avrebbe espresso il suo impegno dichiarando: "Il Regno Unito non deve assolutamente diventare un paradiso fiscale per soldi sporchi di tutto il mondo". Eppure non è andata così.

In un documento molto interessante pubblicato da Transparency Uk a marzo del 2015 sul mercato 
immobiliare londinese come rifugio di capitali segreti e soldi sporchi, si parlava di soldi provenienti dalla corruzione, ma non veniva mai citata la parola mafia, né mai si è parlato di organizzazioni criminali. Il motivo è semplice: tranne che per rarissimi casi, in Inghilterra la mafia non si vede e non si sente. Non ci sono cadaveri sulle strade né sparatorie. In Messico o in Italia tra cadaveri, sangue e sequestri di droga non è possibile pensare che la mafia non esista. A Londra esiste ma è silenziosa, agisce nell'ombra. E soprattutto non ha l'odore acre del sangue, ma quello rassicurante dei soldi.

Senza il riciclaggio, il denaro delle mafie sarebbe un ricavato inerte. È necessario, invece, che rientri in circolo: il problema delle organizzazioni criminali non è fare soldi, ma riciclarli. E nel Regno Unito, secondo le stime di associazioni non-governative, vengono riciclati 57 miliardi di sterline (ovvero 74 miliardi di euro). Proventi illeciti che, dopo essere stati opportunamente ripuliti, vengono rimessi in circolo. In silenzio, i capitali criminali si muovono e minano la nostra economia 
e le nostre democrazie. In silenzio.

La City di Londra, insieme a Wall Street, è la più grande lavanderia al mondo di denaro sporco del 
narcotraffico. Londra è un sistema finanziario internazionale da cui passano transazioni da tutto il 
mondo per il valore di bilioni di sterline ogni anno e offre i servizi finanziari più ricercati. Ma non è tutto, perché oltre a questo, la capitale inglese si trova al centro
 del più importante sistema offshore del mondo.

Molti capitali internazionali che passano attraverso le dipendenze della Corona Britannica (come 
Jersey) e i territori d'Oltremare (come le Isole Cayman) - paradisi fiscali per eccellenza - vengono poi incanalate verso le banche della City e quando arrivano a Londra sono già stati ripuliti anche se 
originariamente erano sporchi. Come rivelò nel 2013 uno studio basato su inchieste di Transcrime (il 
Centro di ricerca sulla criminalità transnazionale dell'Università Cattolica di Milano) tutte le principali mafie italiane sono presenti nel Regno Unito con i loro affari. 
Uno studio di Transparency International 
del 2015 ha contato 36.342 immobili in un'area di 6 km quadrati a Londra di proprietà di società di 
copertura. Mentre il 75% degli immobili attualmente sotto indagine nel Regno Unito per reati legati alla corruzione sono registrati in paradisi fiscali. A Londra il 90% degli immobili di proprietà di società straniere sono di società registrate in paradisi fiscali.


È così che interi quartieri di Londra si stanno svuotando,
 diventando luoghi di investimento. 
Entrano i soldi, escono le persone.


Finalmente la stampa inglese si è accorta di questa vera e propria occupazione finanziaria della propria città: qualche giorno fa ha fatto rumore l'inchiesta del Guardian sul grattacielo residenziale più alto di Londra: St George Wharf Tower, un grissino di cemento di 50 piani dove i 214 appartamenti di lusso sono perlopiù intestati a magnati stranieri quando non posseduti da società offshore. Una torre con tutti gli optional che rimane vuota per la gran parte dell'anno, mentre la maggior parte dei londinesi non riesce nemmeno più a trovare un affitto accettabile: le case non servono per essere abitate, ma per fungere da casseforti di cemento,
 che custodiscono denaro, spesso riciclato.

Tra un mese la Gran Bretagna sarà chiamata a votare al referendum sulla cosiddetta Brexit, per 
esprimere la propria opinione sull'uscita o meno dall'Europa.

È fondamentale tenere presente che ci sono ambiti - come la sicurezza e la giustizia - in cui non si può agire isolati. Quando si parla di criminalità organizzata, di terrorismo, di narcotraffico, non esistono confini. Saremmo degli illusi a pensarlo.

Come si può pensare di affrontare qualcosa che è per 
definizione internazionale con strumenti nazionali?

Il Regno Unito non può più fare finta di nulla. Ora ha i dati, i risultati delle inchieste, gli avvertimenti degli esperti e delle autorità. Ora è il momento di muoversi, di fare qualcosa contro il denaro criminale, prima che il denaro criminale si compri tutta la Gran Bretagna.

Il testo è l'intervento tenuto da Roberto Saviano al Parlamento britannico su invito del parlamentare 
laburista David Lammy, ex ministro dell'Università

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domenica 22 novembre 2015

Mussolini Protettore dell'Islam



Nel 1934, a seguito della nascita della Libia italiana, Mussolini avviò una politica favorevole agli arabi, li chiamò "musulmani italiani della quarta sponda d'Italia" e costruì per loro villaggi, moschee, scuole e ospedali. Dietro l'apparente intento umanitario, il fascismo e alcuni settori del mondo islamico riconoscevano Francia e Regno Unito come nemici comuni e il duce voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa comunanza di intenti era generata dall'avversione agli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato da Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito, i quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dall'Italia, 
né quelle del mondo islamico.

Al fine di guadagnarsi il favore degli arabi e di suggellarne l'alleanza, Mussolini, benché cattolico e firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di
  protettore dell'Islam.
 Secondo l'interpretazione del duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell'autorità del califfo. Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini ricevette da Iusuf Kerisc, un capo berbero sostenitore dell'occupazione italiana contro la resistenza libica, la spada dell'Islam durante una sontuosa cerimonia. Dopo essere entrato a Tripoli fra salve di cannone e alla testa di una schiera di 2.600 cavalieri, il duce ribadì la sua vicinanza alle popolazioni musulmane, garantendo loro 
«pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del Profeta».

Nonostante l'approvazione da parte dei media di regime, la cerimonia suscitò ilarità fra la popolazione italiana per via dei suoi connotati assurdi e paradossali. Una delle fotografie dell'evento, raffigurante Mussolini in sella a un cavallo tenuto per la cavezza da un palafreniere, nella sua versione ufficiale fu ritoccata e pubblicata cancellando il palafreniere. Il dettaglio è spesso citato come uno fra gli esempi più rappresentativi dell'arte della falsificazione invalsa nei regimi totalitari.

L'anno successivo venne inaugurato nella piazza principale della capitale libica un monumento equestre in onore di Mussolini, il cui basamento recitava: «A Benito Mussolini pacificatore delle genti, redentore della terra di Libia, le popolazioni memori e fiere dove fiammeggiò la Spada dell'Islam consacrano nel segno del Littorio una fedeltà che sfida il destino».

La spada, decorata con arabeschi, dotata di una lama dritta a doppio filo e con elsa e fregi in oro massiccio, era stata realizzata dalla ditta artigiana Picchiani e Barlacchi di Firenze su ordine dello stesso Mussolini. Dopo il 1937 non venne più utilizzata e fu custodita in una teca di vetro a Rocca delle Caminate, residenza estiva del duce. Del prezioso oggetto non si ebbero più tracce dopo il 25 luglio 1943, quando la Rocca venne liberata.

FONTE WIKIPEDIA

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domenica 13 settembre 2015

Sempre Più Armi Italiane Vendute ai Paesi in Guerra


Sempre più armi italiane vendute ai paesi in guerra

Sono passati 25 anni dall’approvazione della legge 185/90 sul controllo delle armi, che vieta l’esportazione di armi in paesi in cui è in corso un conflitto armato. Eppure ancora oggi l’Italia vende pistole e fucili in 123 paesi al mondo per 54 miliardi di euro di autorizzazioni e 36 miliardi di controvalore per effettive consegne di sistemi d’arma. Sono i dati presentati il 9 luglio dalla Rete italiana per il disarmo.

La legge 185/90 prevede non solo il divieto di esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi in cui sono violati i diritti umani. Nei primi anni di applicazione i principi innovativi della legge e il controllo, esercitato anche tramite una relazione al parlamento da parte del governo, hanno permesso la diminuzione delle vendite verso i paesi in conflitto.

Ma dal 2009 questa tendenza virtuosa si è invertita. Giorgio Beretta, analista di Opal Brescia, ha spiegato: “I numeri non mentono: l’Italia ha venduto armi soprattutto in Medio Oriente e nel Nordafrica, regioni tra le più turbolente e le autorizzazioni del parlamento sono aumentate. Sapere con precisione a quale paese vendiamo riguarda in primo luogo la nostra stessa sicurezza”. Nel complesso esportiamo pistole, fucili, carabine italiane negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti, ma anche Germania, Turchia, Francia e Spagna. Le nostre armi finiscono anche in Malesia, Algeria, India, Pakistan.

Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, ha detto: “La nostra legge nata in modo egregio e che ha ispirato la legislazione internazionale è stata applicata nel modo peggiore”. Con le modifiche più recenti alla legge, sarà più difficile capire dove finiscono le nostre armi.

“Chiediamo la trasparenza dei documenti. L’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese, ma negli ultimi anni la direzione è stata principalmente quella degli affari”, afferma Vignarca, presidente di Rete disarmo.

“La perdita di trasparenza avvenuta soprattutto negli ultimi anni mina alla base un controllo che invece, su un tema delicato come quello dell’export militare, è fondamentale per la nostra politica estera e per la responsabilità dell’Italia nei confitti”.

Secondo i dati dell’Istat, nel 2014 le esportazioni italiane di questi micidiali strumenti sono state pari a 453 milioni, leggermente inferiori a quelle dell’anno precedente, ma superiori alla media delle esportazioni del decennio.

L’industria italiana delle armi sembra non soffrire i colpi della crisi. La produzione di armi dà lavoro a migliaia di operai nella zona della Val Trompia (provincia di Brescia). Purtroppo però, nonostante, le leggi italiane e internazionali, pistole e fucili finiscono in paesi dove infuria la guerra o dove i diritti umani non sono garantiti come in Ucraina, Russia, Colombia e Messico. Al primo posto tra i paesi importatori di armi leggere italiane ci sono gli Stati Uniti con il 42 per cento del totale. Fino all’anno scorso i soldati statunitensi avevano in dotazione una pistola Beretta, la famosa M9. Negli Stati Uniti il possesso di armi per uso di difesa personale è un diritto garantito dalla costituzione.

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martedì 19 novembre 2013

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti

Droga e Afghanistan soldati-trafficanti


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La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli

Secondo l'Onu per l'oppio è stato un anno di produzione record, anche nella zona di Kabul, sotto il controllo delle truppe Nato. In Italia è finita in nulla l'inchiesta militare partita dal caso di Alessandra Gabrieli, militare della Folgore diventata tossicodipendente e spacciatrice dopo la missione. Indagini simili sono state insabbiate in Canada e Regno Unito...
continua a leggere ...
salutepiu: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti: Droga e Afghanistan soldati-trafficanti.  La storia dimenticata della paracadutista italiana Alessandra Gabrieli Secondo l'...

leggi anche : http://cipiri.blogspot.it/2013/11/afghanistan-oppio-vince-10-anni-di.html

Afghanistan : Oppio Vince 10 anni di Guerra


Secondo un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (Unodc) dal titolo "Afghanistan Opium Risk Assessment 2013", pubblicato una settimana fa, la produzione di oppio in Afghanistan è destinata a crescere per il terzo anno di fila, superando i numeri record di quando il Paese era dominato dai talebani...

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