Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta popoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta popoli. Mostra tutti i post

giovedì 16 agosto 2012

I figli del giaguaro contro compagnia petrolifera


La Giornata internazionale dei popoli nativi

In occasione della Giornata internazionale dei popoli nativi, che si celebra oggi in tutto il mondo, Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui accusa i governi del continente americano di dare priorità ai profitti anziché alla sopravvivenza fisica e culturale di migliaia di persone.
Autostrade, oleodotti, miniere, dighe e centrali idroelettriche… Da nord a sud, le Americhe sono attraversate da progetti di sviluppo: espressione suadente che finisce per etichettare coloro che si oppongono a questi progetti come meri avversari del progresso.
La realtà è che 300 milioni di persone, nelle Americhe come in ogni altra parte del mondo, chiedono di essere consultati preventivamente sui progetti riguardanti i loro territori. Non supplicano un favore, ma pretendono un diritto, riconosciuto a livello internazionale in dichiarazioni, accordi e sentenze.
Tenere all’oscuro i popoli nativi su ciò che riguarda la loro vita, la loro cultura e la loro stessa sopravvivenza, è per i governi la regola e non l’eccezione. Pronti a stare dalla parte delle aziende, dove girano i soldi, vengono meno al dovere di coinvolgere le comunità interessate per ottenere il loro consenso, libero, preventivo e informato.

Il 9 agosto si è celebrata la Giornata Internazionale dei popoli nativi. E mentre, purtroppo, le gravi violazioni dei diritti umani delle comunità indigene in tutto il mondo continuano, è accaduto un evento positivo: una vittoria recentemente ottenuta da una popolazione meravigliosa e coraggiosa, in Ecuador, i Sarayaku, o meglio “I figli del giaguaro”.
L’America Latina conta una presenza significativa di popolazioni indigene, la cui sopravvivenza viene quotidianamente messa a rischio da violazioni dei diritti umani, perpetrate da compagnie multinazionali molto spesso in accordo con i governi locali.
Il primo diritto, sancito dalla Convenzione 169 della International Labour Organization (ILO) e dalla Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni del 2007, è il diritto alla “consultazione” preventiva dei rappresentanti e delle autorità delle comunità indigene che risiedono nel loro territorio ancestrale, ricco di risorse naturali e che viene sfruttato per qualunque tipo di attività, sia essa mirata a scopi economici, militari o quant’altro.

Amnesty International ha adottato la causa dei Sarayaku
: è di recente pubblicazione il video realizzato in collaborazione con la comunità stessa.
Un’emozionante testimonianza di lotta coraggiosa e tenace che ha coinvolto donne, bambini, uomini, vecchi e giovani, appartenenti a questa piccola comunità di poco più di un migliaio di persone e che è riuscita a portare il proprio caso davanti alla Corte Interamericana, uscendone il 25 luglio scorso, con una vittoria impareggiabile.
Il leader della Comunità Gualinga afferma che questa vittoria è di buon auspicio e che sarà stimolo per tutti i nativi dell’America Latina la cui vita viene messa a rischio, in nome del progresso.



I Sarayaku sono indigeni Kichwa che vivono in una zona remota di un lembo dell’Amazzonia in Ecuador, nella provincia di Mostaza, lungo il rio Bobonaza.
Dal 2002 la vita di questo gruppo indigeno, impostata totalmente in armonia con la natura, è stata bruscamente disturbata dall’arrivo di compagnie petrolifere multinazionali che, senza aver pre-consultato i leader della comunità indigena, hanno dato il via ad attività di ricerca di petrolio, mettendo a repentaglio la vita stessa degli indigeni.
In realtà la lotta dei Sarayaku era iniziata già nel 1996 contro l’azienda argentina Compania General de Combustibles (CGC) che aveva collocato nella foresta una quantità enorme di materiale esplosivo (1.400 kg). Esplosivo fortunatamente mai attivato, ma che ha causato danni ad alberi, siti sacri e sorgenti d’acqua.
I Sarayaku, con l’appoggio del loro legale Mario Melo e di associazioni umanitarie, come Amnesty International, hanno portato il loro caso davanti alla corte Interamericana, affrontando umiliazioni, violazioni, minacce di morte e pressioni psicologiche.
Il loro coraggio e la loro perseveranza sono state premiate: la sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) si è conclusa a favore dei nativi.
I Sarayaku riceveranno un’indennità pari a 1 milione e quattrocento dollari e il riconoscimento che nessuna attività di esplorazione del territorio potrà essere portata avanti senza che la comunità sia prima consultata e abbia fatto parte del comitato decisionale.
I Sarayaku appartengono ad una comunità esemplare, continueremo a seguirli e sostenerli nella loro lotta per la salvaguardia dei loro diritti e della loro Madre Terra.
di Rosi Penna 
Casa originale di questo articolo

-


.
 .
 .

-

martedì 5 giugno 2012

Dai monti del Kurdistan



Chiacchierata a più voci in un villaggio in montagna del Kurdistan Turco, realizzata a fine Marzo 2012.
Scarica il file
L’opuscolo con l’intervista – edizione Alpi libere – è disponibile, a Torino, presso la distribuzione di Radio Black out, del centro di documentazione Porfido e del centro di documentazione Senza pazienza (al prezzo di 2 euro). Qui di seguito l’introduzione che la precede:
Il testo che segue è la trascrizione di una chiacchierata fatta con un gruppo di ragazzi di una borgata in montagna, nella regione del Kurdistan che si trova nei confini dello Stato turco. È il frutto di un incontro avvenuto durante il viaggio di alcuni compagni nel periodo del Newroz, l’antica festa di origine zoroastriana che ogni 21 marzo celebra, con l’inizio della primavera, una sorta di capodanno, di risveglio, occasione per la rivendicazione dell’identità del popolo curdo e della sua vitalità e resistenza.
Come sottolineano loro stessi alla fine del discorso, gli amici intervistati non sono dei militanti politici, né dei teorici e nemmeno dei guerriglieri. Ma il fatto di essere dei semplici montanari non esclude che essi siano o possano essere, in un certo senso,  un po’ tutte e tre le cose. Ragazzi qualsiasi, infatti, ma dalle cui parole emerge chiaramente l’alto livello di partecipazione alla lotta, di consapevolezza del dibattito politico, così come della vicinanza e internità al mondo della resistenza armata.
Il solo fatto che il PKK rappresenti, in questa fase storica e in un’area del pianeta a noi tutto sommato vicina, l’ultimo movimento di guerriglia popolare, esteso, vitale e radicato, dovrebbe rendere evidenti le ragioni per cui riteniamo di grande interesse confrontarcisi e saperne di più. Questo dovrebbe risultare ovvio per chiunque si ponga, di fronte all’incedere dei disastri e delle ingiustizie della civiltà capitalista, nell’ottica di un suo superamento radicale e rivoluzionario.
Dalle parole di questi amici incontrati sul nostro cammino – oltre che dai loro sguardi e dalle loro vite, difficilmente trascrivibili – emergono problemi e prospettive profondamente in sintonia con i nostri. Nonostante le ovvie distanze, derivanti dai diversi contesti storici e geopolitici, non ci accomunano soltanto la coscienza di aver gli stessi nemici (gli Stati nazione e lo sfruttamento capitalista, innanzitutto), ma anche le comuni tensioni che stanno alla base delle possibilità individuate per il loro abbattimento.
Il rifiuto della rivendicazione di un nuovo Stato nazione e di nuove frontiere; la proposta di una federazione di comunità di villaggi che travalichi i confini nazionali; la centralità data alla “partecipazione popolare” come riduzione all’indispensabile dei meccanismi della delega; l’orizzontalità nei processi decisionali… L’egualitarismo e la lotta contro i residui di tradizioni oppressive e patriarcali; la strenua difesa del proprio patrimonio linguistico, storico e culturale, ma nel rifiuto di ogni identitarismo escludente…
Cosa ancor più significativa, tutte queste istanze non sono un discorso politico astratto, ma il campo di battaglia quotidiano, il tentativo di organizzare, qui e ora, una struttura confederale, un coordinamento reale tra paesi, quartieri, collettivi, alternativo a quello dello Stato centrale e volto a delegittimarne e scalzarne la presenza. E così è anche sul piano del conflitto “in montagna”, dove il PKK sta tentando di coniugare la resistenza armata con la pratica al proprio interno di un modello di vita e di organizzazione alternativo a quello capitalista. La guerriglia, cioè, non è vissuta soltanto come uno strumento militare, di attacco o di difesa, ma anche come un’opportunità per sperimentare in territori parzialmente liberati rapporti sociali diversi da quelli dominanti.
Queste sono le tensioni, profonde e viscerali, che abbiamo sentito prevalere negli uomini e nelle donne del popolo curdo che combatte. E ciò al di là dei termini con cui queste tensioni vengono espresse, che spesso possono stridere nel linguaggio politico cui siamo abituati (come il termine «democrazia»). Ciò non può giustificare il disinteresse o addirittura la diffidenza che troppo spesso i movimenti rivoluzionari in Occidente riservano alla lotta del popolo curdo e non solo. Una diffidenza che a nostro avviso deriva più che altro da un cronico eurocentrismo e senso di superiorità che, in particolare in ambito radicale e libertario, segnano l’approccio alle lotte per l’autodeterminazione dei cosiddetti «popoli senza Stato». Ma crediamo che anche chi non avesse interesse alcuno ad allargare il proprio sguardo oltre i conflitti che lacerano le metropoli occidentali, avrebbe tutti i motivi per confrontarsi con quelle esperienze e quelle lotte da cui gran parte dei “nuovi proletari” d’Occidente provengono.
Chiaramente, poi, quello che i curdi riusciranno effettivamente a realizzare è un’altra storia, che non dipende solo da loro. Dipende anche, e forse soprattutto, da quanto lo Stato turco continuerà a ricevere il sostegno dei governi occidentali grazie all’indifferenza dei loro “cittadini”. I curdi ce la stanno mettendo tutta per conquistare sul campo una vita diversa, su questo non ci piove. E su quel campo non crediamo proprio di aver le carte in regola per poter andare in giro a dar lezioni. Anzi. In particolare per noi – che come «Alpi libere» abbiamo individuato nel territorio che abitiamo, la montagna, l’ambito di intervento privilegiato per sperimentare percorsi di resistenza e liberazione – il confronto con simili esperienze costituisce un bagaglio di stimoli e conoscenze più che mai utile e prezioso.
Alpi libere  -  fine aprile 2012

Radio Alpi Libere


-
.


.
-

domenica 1 maggio 2011

Primo Maggio di solidarietà



Primo Maggio di solidarietà



Una semplice ricorrenza da poter festeggiare ascoltando un bel concerto o giorno che riassume i veri valori e significati completamente smarriti da questa società?
Cgil Cisl e Uil, che negli anni hanno letteralmente frantumato i diritti sacrosanti di chi lavora acquisendone, in cambio,  potere economico e politico, da tempo hanno scelto la strada del “concertone”. Una sfilza di buona musica per coprire la loro assoluta mancanza di serietà e di proposta, per nascondere, dietro i paraventi dell’enorme palco di piazza San Giovanni, miriadi di accordi sindacali e non, che hanno portato il nostro paese ad avere il più alto tasso di disoccupazione giovanile, una precarietà che cancella il futuro, un numero impressionante di infortuni e morti sul lavoro.
Una politica sindacale così tanto scellerata da portare a mettere in dubbio la stessa valenza di questo importante giorno, dando voce ai “piripicchi” sinistri di turno (tra questi vedi il pessimo sindaco di Firenze Matteo Renzi), che per un po’ di pagine sui quotidiani si scagliano contro il “riposo” di chi lavora…visto che loro il lavoro non sanno proprio cosa sia !.
Di bisogni, solidarietà, rispetto della vita a Roma non c’è più traccia….
Se ne ritrova il filo a Milano, a Palermo, a Napoli dove una serie di associazioni antirazziste, sindacati di base, Libera, associazioni culturali, Socialismo Rivoluzionario, Federconsumatori, cooperative sociali  e artisti vari hanno deciso di ridare voce al vero senso di questa giornata, non per farne un semplice appuntamento di routine, ma per farne l’inizio di un percorso necessario per la riscoperta di quel pensiero umano che sembra “stordito”, annacquato, travolto dai mille spot, dai mille suoni, dalle mille grida di chi nega, nei fatti, l’umanità.
“La terra è di tutti e NESSUNO è straniero”, pratica e non filosofia dell’accoglienza, rifiuto della guerra, autodeterminazione dei popoli,tutela dei diritti di ciascuno, a cominciare da quello a vivere liberamente rispettando gli altri, contrasto alla discriminazione e al razzismo galoppante e ignorante, difesa della salute, tutela dell’ambiente…sono le basi per un mondo in cui non ci sia più spazio alla barbarie degli Stati e dei “padroni”.
Nessuna “giacchetta” politica, nessuno spot elettorale, solo una piazza della solidarietà e dell’accoglienza.
Una intera giornata dedicata a discutere, a pranzare assieme, alla lettura e alla musica, all’incontro con gli immigrati, in cui prevalgano i valori…e non l’ipocrisia.
Si comincia alle 11.00 a Napoli in piazza del Gesù e a Milano in piazza Leonardo da Vinci,  dalle ore 16.00 a Palermo in piazza Verdi.
La rivolta dei popoli nordafricani ed arabi per la libertà può essere l’inizio di una nuova coscienza e di un nuovo modo di vivere il mondo…sta a tutti noi crederci e partecipare.

 a cura di Stefano Federici


La rivolta dei popoli nordafricani ed arabi per la libertà può essere l’inizio di una nuova coscienza e di un nuovo modo di vivere il mondo

NON CI KREDERETE MA SARANNO LORO AD APRIRCI GLI OKKI

-


.

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru