Le Carte Parlanti

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lunedì 26 marzo 2018

Un patto con la Mafia durato venti anni

E' una storia di mafia, soldi in nero, ricatti, bombe e bugie   raccontata nel processo che è costato una   condanna definitiva a Marcello Dell’Utri.

 E' una storia di mafia, soldi in nero, ricatti, bombe e bugie 
raccontata nel processo che è costato una 
condanna definitiva a Marcello Dell’Utri. 
Dichiarato colpevole di aver fatto da mediatore, tesoriere e 
garante di un patto inconfessabile
 tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra. 
Un patto con la mafia durato quasi vent’anni.

Il caso Dell'Utri è una vicenda cruciale nella biografia del miliardario imprenditore milanese. Dell’Utri è amico da una vita di Berlusconi ed è stato il suo braccio destro negli affari fin dagli anni Settanta, prima nell’edilizia, poi nella pubblicità televisiva. Tra il 1993 e il 1994 è lui che ha creato e organizzato in pochi mesi Forza Italia, il partito-azienda con cui Berlusconi ha conquistato anche il potere politico. Qui pubblichiamo un'ampia sintesi del caso Dell'Utri, estratta dalla nuova edizione del libro “Il Cavaliere Nero, la  vera storia di Silvio Berlusconi”, scritto da un giornalista de L'Espresso, Paolo Biondani, con il collega Carlo Porcedda, per l'editore Chiarelettere. Un libro che si caratterizza, tra i tanti saggi sul leader di Forza Italia, perché racconta solo i fatti che risultano verificati, comprovati e accertati in tutti i gradi di giudizio, nei processi che hanno portato alle condanne definitive di Dell'Utri per mafia, a Palermo, e di Berlusconi per frode fiscale, a Milano, con la sentenza del primo agosto 2013 che lo ha reso incandidabile.

IL PROCESSO E LA CONDANNA DEFINITIVA DI DELL'UTRI
Marcello Dell’Utri è stato condannato per «concorso esterno» in associazione mafiosa. Non gli si imputa di essere entrato in Cosa nostra con il rituale giuramento di affiliazione, né di essere diventato un «uomo d’onore» di una specifica «famiglia» mafiosa. L’accusa è di aver fornito dall’esterno un sostegno consapevole, determinato, stabile, rilevante, ma nel suo caso strettamente economico, in grado di favorire quell’organizzazione criminale che per decenni ha dominato con il sangue la Sicilia e condizionato l’Italia. È una forma di complicità indiretta, teorizzata per la prima volta dai giudici dello storico pool antimafia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (…).
Dell’Utri viene rinviato a giudizio a Palermo il 19 maggio 1997, quando è parlamentare di Forza Italia già da tre anni. Con lui finisce a processo un presunto complice, Gaetano Cinà, morto prima del verdetto definitivo della Cassazione. Il processo, lentissimo, è segnato da udienze rinviate per scioperi degli avvocati, assenze o malattie di testimoni o per non interferire con gli impegni politici di Dell’Utri. La sentenza di primo grado viene emessa l’11 dicembre 2004, dopo circa 300 udienze: il Tribunale di Palermo condanna Dell’Utri a nove anni di reclusione, giudicandolo complice esterno di Cosa nostra «da epoca imprecisata, e sicuramente dai primi anni Settanta, fino al 1998».
Nel primo processo d’appello la condanna per mafia viene confermata, ma solo per il periodo 1974-
1992. Per gli anni successivi i giudici di secondo grado decretano un’assoluzione per insufficienza di 
prove: i rapporti tra Dell’Utri, Berlusconi e Cosa nostra si possono considerare certi, «al di là di ogni 
ragionevole dubbio», solo fino all’anno delle stragi di Capaci e via d’Amelio. 
La pena è ridotta a sette anni di reclusione.
La successiva Cassazione riconferma la piena colpevolezza di Dell’Utri per il periodo 1974-1978, 
considera provati i suoi rapporti con gli esattori della mafia anche nel successivo decennio 1982-1992, ma impone di riesaminare e approfondire, in un nuovo giudizio d’appello, cosa era successo tra il 1978 e il 1982, quando il manager aveva lasciato le aziende di Berlusconi per andare a lavorare con l’immobiliarista siciliano Filippo Alberto Rapisarda. Nell’appello-bis la nuova corte riapre la questione Rapisarda e rivaluta tutti gli altri dubbi sollevati dalla difesa. Anche questo terzo verdetto di merito ribadisce la colpevolezza di Dell’Utri, che risulta pienamente provata per l’intero periodo 1974-1992, e lo ricondanna a sette anni di reclusione.
La Cassazione approva e rende definitiva la condanna il 9 maggio 2014, ma intanto Dell’Utri è scappato all’estero. La Procura di Palermo accerta che nel frattempo ha venduto una villa a Berlusconi incassando 21 milioni di euro, per metà trasferiti a Santo Domingo. Dell’Utri, dopo una breve latitanza, viene arrestato in Libano ed estradato in Italia, dove il 13 giugno 2014 entra in carcere per scontare la sua seconda condanna definitiva. La prima gli era stata inflitta negli anni di Tangentopoli come tesoriere dei fondi neri di Publitalia, la cassaforte pubblicitaria dell’impero Fininvest, da lui utilizzati anche per 
pagare consulenti politici (nome in codice: «operazione Botticelli») e fondare Forza Italia.

VITTORIO MANGANO, UN MAFIOSO AD ARCORE
Il primo pilastro della condanna di Dell’Utri è l’assunzione ad Arcore di Vittorio Mangano: un mafioso di Palermo che nel 1974 va a vivere a casa di Berlusconi. Il suo vero ruolo nella villa di Arcore viene svelato proprio da questo processo.??Vittorio Mangano al processo Andreotti
Mangano è legato a Cosa nostra già dall’inizio degli anni Settanta. (…) Arrestato per la prima volta a 
Milano il 15 febbraio 1972, per una serie continuata di tentate estorsioni, il 27 dicembre 1974 Mangano torna in carcere per scontare una precedente condanna per truffa, e questa volta viene riammanettato proprio ad Arcore. Il 22 gennaio 1975 viene scarcerato per un cavillo legale e torna a vivere nella villa di Berlusconi, ma non è chiaro per quanto tempo. Di certo il primo dicembre 1975 viene riarrestato nelle strade dello stesso comune brianzolo per possesso di un coltello di genere proibito. Tornato in libertà il 6 dicembre 1975, sceglie ancora una volta la villa di Berlusconi come domicilio legale: è qui che le forze 
di polizia lo vanno a cercare per le notifiche, almeno fino all’autunno 1976.
Nella seconda metà degli anni Settanta Mangano viene bersagliato da numerosi altri provvedimenti 
giudiziari. Il più grave è l’arresto, eseguito sempre nel territorio di Arcore, nel maggio 1980: Vittorio 
Mangano viene incriminato nella prima maxi-inchiesta del giudice Giovanni Falcone contro il clan 
Spatola-Inzerillo. Un’istruttoria fondamentale che, come evidenziano i giudici del caso Dell’Utri, per la prima volta ha svelato «un vastissimo traffico internazionale di eroina e morfina base, trasformata nei laboratori clandestini che il gruppo mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo controllava nel 
Palermitano. Droga che veniva poi smerciata grazie a una fitta rete di trafficanti anche all’estero», in 
particolare dal clan Gambino negli Stati Uniti.
Le sentenze definitive di quel processo, acquisite nel giudizio contro Dell’Utri, documentano «il ruolo di primo piano rivestito da Mangano quale insostituibile tramite di collegamento nel traffico di partite di droga tra Palermo e Milano». (…)
In questo inquietante spaccato di vita criminale, per i giudici di Palermo «costituisce un dato di fatto 
inconfutabile» che proprio a metà degli anni Settanta, cioè nel periodo in cui si rafforza il suo legame 
con Cosa nostra, «Vittorio Mangano è stato assunto da Silvio Berlusconi e si è insediato nella villa di 
Arcore con tutta la sua famiglia anagrafica» – la moglie, la suocera e le tre figlie – e che questo è 
successo «poco dopo l’arrivo di Dell’Utri a Milano e per effetto della sua mediazione».
Berlusconi e le bombe 'affettuose' della mafia
Ecco la ricostruzione degli attentati di Cosa Nostra, tenuti segreti, di cui parla lo stesso Berlusconi in 
una telefonata intercettata dai magistrati che indagano su Dell'Utri

PATTO SEGRETO TRA BERLUSCONI E COSA NOSTRA


IL PATTO SEGRETO TRA BERLUSCONI E COSA NOSTRA
Nel 1974, quando sposta ufficialmente il proprio domicilio ad Arcore, Mangano è già schedato dalle 
forze di polizia come un criminale legato alla mafia. Perché affidare proprio a lui, senza nemmeno 
informarsi sui precedenti penali, il ruolo di garante della sicurezza e gestore della proprietà di 
Berlusconi? La domanda resta senza risposte credibili fino al giugno 1996, quando viene estradato in 
Italia e inizia a collaborare con la giustizia un boss mafioso di altissimo livello, Francesco Di Carlo. (…) 

Di Carlo occupa una posizione unica all’interno di Cosa nostra, negli anni che vedono l’organizzazione criminale accumulare fortune immense con il traffico di eroina, gli stessi in cui inizia a essere attraversata da divisioni destinate a esplodere nella guerra di mafia che, tra il 1979 e il 1982, decreterà il trionfo dei corleonesi con lo sterminio dei vecchi padrini palermitani.
Di Carlo infatti è tra i pochissimi a godere della fiducia, e a conoscere i segreti, di entrambi gli 
schieramenti mafiosi. Amico fin dall’infanzia di Stefano Bontate (chiamato talvolta, per errore, Bontade), per anni il boss più ricco e potente di Palermo, ha anche un fortissimo legame con i corleonesi, alleati del suo capomandamento Bernardo Brusca. Tanto che nel 1976 viene promosso al rango di capofamiglia per diretta volontà di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Intelligente, accattivante, rispettato da tutti, Di Carlo è in grande confidenza con Bontate, che lo chiama «il barone» per la sua eleganza e lo porta spesso con sé agli incontri eccellenti. Ma è anche nel cuore di Riina, che si fa accompagnare da lui in varie trasferte di mafia. (…). Per la sua posizione unica, Di Carlo ha potuto fornire rivelazioni decisive su molti delitti eccellenti, come gli omicidi dei carabinieri Emanuele Basile e Giuseppe Russo, dei giudici Cesare Terranova, Gaetano Costa e Pietro Scaglione, dei giornalisti Mario Francese e Peppino Impastato, nonché del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica.
Di Carlo parla di Dell’Utri fin dal suo primo interrogatorio come collaboratore di giustizia (…): «Ero a Milano con Bontate, Teresi e Cinà. Siamo andati nell’ufficio di Martello in via Larga, vicino al Duomo, che era una specie di ufficio di Cosa nostra. Guidava Nino Grado perché conosceva Milano bene. Dopo la riunione con Martello, Stefano Bontate mi disse che dovevano incontrare un industriale, un certo Berlusconi: a quel tempo il nome non mi diceva niente…» E qui precisa: «Bontate ha sempre trattato con politici, Teresi era un grosso costruttore, per cui non mi impressionavo che andassero a trattare con vari industriali. (…) A quei tempi era una cosa normale: ognuno, industriale o qualcuno, si rivolgeva a 
Cosa nostra o per mettere a posto un’azienda o per garantirsi».
Prosegue Di Carlo: «Era il 1974, poteva essere primavera o autunno, ricordo che non avevamo 
cappotti: io avevo giacca e cravatta... Siamo andati in un palazzo di inizio Novecento, non una villa. (…) 

Qui ci viene incontro Dell’Utri, che io avevo già visto con Tanino Cinà. Con gli altri, compreso Bontate, Dell’Utri si è salutato con il bacio, a me con una stretta di mano. Con Grado già si conoscevano, perché avevano battute di scherzo e si davano del tu. Quindi siamo entrati in una grande stanza, con scrivania, sedie e mi sembra qualche divano, e dopo mezz’ora è spuntato questo signore sui trenta e rotti anni, che ci è stato presentato come il dottore Berlusconi. (…) Dell’Utri era in giacca e cravatta, Berlusconi con un maglioncino a girocollo e la camicia sotto. Dopo il caffè cominciarono i discorsi seri».
«Teresi disse che stava facendo due palazzi a Palermo, Berlusconi rispose che lui stava costruendo 
una città intera e che amministrativamente non c’è molta differenza: ci ha fatto una specie di lezione 
economica. Poi sono andati nel discorso di garanzia, che “Milano oggi è preoccupante perché 
succedono un sacco di rapimenti”... Io sapevo che Luciano Leggio, quando era ancora libero, diceva 
che voleva portarsi tutti i soldi del Nord a Corleone... Stefano Bontate aveva la parola, perché era il 
capomandamento, io c’ero solo per l’intimità con lui. Berlusconi ha spiegato che aveva dei bambini e non stava tranquillo, per cui avrebbe voluto una garanzia, e qua gli dice: “Marcello mi ha detto che lei è una persona che mi può garantire questo e altro”. Allora Stefano Bontate fa il modesto, ma poi lo rassicura: “Può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, perché lei avrà vicino delle persone che 
qualsiasi cosa chiede avrà fatto. Poi lei ha Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a 
Marcello...”. E poi aggiunge: “Le mando qualcuno”.»
Di Carlo chiarisce la frase del boss spiegando che per garantire una piena protezione mafiosa a 
Berlusconi «ci voleva qualcuno di Cosa nostra», perché Dell’Utri non era affiliato come uomo d’onore. E aggiunge che, appena Bontate ha pronunciato quelle parole, «Cinà e Dell’Utri si sono guardati». Una volta usciti dagli uffici di Berlusconi, prosegue il pentito, «Cinà ha detto a Bontate e Teresi: “Ma qui c’è già Vittorio Mangano, che è amico anche di Dell’Utri”». Di Carlo ricorda che «Stefano non ci teneva particolarmente, però Mangano era della famiglia di Porta nuova con a capo Pippo Calò, quindi era nel mandamento di Bontate. Per cui Bontate ha detto: “Ah, lasciateci Vittorio”». Di Carlo è un testimone oculare di quell’incontro ed è l’unico sopravvissuto tra i boss che nel 1974 siglarono quel patto tra Berlusconi e il vertice mafioso dell’epoca: Cosa nostra proteggerà l’imprenditore milanese, come previsto, affiancandogli l’uomo d’onore indicato da Cinà, d’accordo con Dell’Utri. «Ci hanno messo vicino Vittorio Mangano certamente non come stalliere, perché, non offendiamo il signor Mangano, Cosa nostra non pulisce stalle a nessuno» rimarca Di Carlo, sottolineando l’utilità della protezione mafiosa: «Ci hanno messo uno ad abitare là, a Milano: Mangano trafficava e nello stesso tempo Berlusconi faceva la figura che aveva vicino qualcuno di Cosa nostra... Basta questo in Cosa nostra, perché qualunque delinquente voglia fare qualche azione, si prendono subito provvedimenti».
Cosa nostra non è un ente di assistenza. La sua protezione si paga. E il ricatto comincia subito, tanto 
da imbarazzare lo stesso incaricato della prima estorsione mafiosa. È sempre Di Carlo a descrivere 
questo passaggio, di poco successivo all’incontro con Berlusconi: «Tanino Cinà mi dice: “Sono 
imbarazzato, perché subito mi hanno detto di chiedergli 100 milioni di lire... Mi pare malo”. (…) E io gli dissi: “Ma tu chi ti ’na fari? Tanto sono ricchi... E poi ci hanno voluto”».
L’incontro del 1974 tra l’allora trentottenne Silvio Berlusconi e il superboss Stefano Bontate, così come il contenuto del contratto mafioso mediato da Dell’Utri, è considerato una certezza da tutti i giudici che si sono occupati di questo caso, in tutti i gradi di giudizio. Le sentenze di merito elencano migliaia di pagine di riscontri oggettivi e testimoniali (…).

Berlusconi e la mafia: la vera storia della villa in Sardegna
Nel processo che si è chiuso con la condanna definitiva di Marcello Dell’Utri viene ricostruita anche la storia di un maxi-investimento mafioso in Sardegna, che nasconde un impressionante incrocio di storie criminali. Ne parlano decine di pentiti di comprovata attendibilità, 
a cominciare da Tommaso Buscetta

SOLDI IN NERO DA MILANO A PALERMO
Da allora, dal 1974, Berlusconi comincia a pagare Cosa nostra. Le banconote passano dalle mani di 
Dell’Utri e Cinà, nella più assoluta segretezza, e arrivano a Palermo per quasi vent’anni, almeno fino al 1992, spiegano le sentenze definitive.
Con le guerre e gli omicidi di mafia cambiano i capi delle famiglie criminali che si dividono il tesoretto di Arcore. Ma gli effetti del patto restano quelli consacrati nel 1974: soldi in nero in cambio di protezione mafiosa per i famigliari e per le attività economiche di Berlusconi. Sono versamenti periodici, sempre in contanti, che vanno tenuti nascosti. A Milano l’unico depositario del segreto è Dell’Utri, che gestisce un apposito tesoretto: impacchetta le banconote e le consegna nel proprio ufficio al tesoriere mafioso che viene a ritirarle, in genere ogni sei mesi, per portarle a Palermo. Qui i soldi di Berlusconi vengono spartiti tra i clan secondo rigide logiche mafiose.
Il primo a riceverli, in ordine di tempo, è ovviamente Vittorio Mangano, uomo d’onore della famiglia di Porta nuova, che negli anni Settanta rientrava nel mandamento di Santa Maria di Gesù comandato da Bontate. Mangano può incassare i soldi di Berlusconi proprio perché è un mafioso del clan di Bontate, l’artefice del patto. Ma deve darne una parte al padrino a cui deve rispondere al Nord: Nicola Milano, che è affiliato alla famiglia di Porta Nuova.
Tra il 1979 e il 1980 i corleonesi fanno esplodere la seconda guerra di mafia. Stefano Bontate viene 
assassinato il 23 aprile 1981. Negli stessi mesi i killer corleonesi uccidono il suo vice, Mimmo Teresi, fatto sparire con il metodo della «lupara bianca». Terminata la «mattanza», il mandamento di Bontate viene smembrato. E la famiglia di Porta nuova guidata da Pippo Calò, che ha tradito i boss «perdenti» passando con i corleonesi, viene elevata a mandamento. Negli anni successivi i soldi versati da 
Berlusconi attraverso Dell’Utri passano da diverse mani mafiose, ma seguono sempre il tracciato 
originario: finiscono ancora agli stessi clan, anche se, dopo la guerra corleonese, hanno cambiato capi Antonino Galliano, affiliato alla Noce dal 1986, è nipote del capomandamento Raffaele Ganci e amico fidato di suo figlio Domenico detto Mimmo. È sicuramente in ottimi rapporti con Cinà, con cui è stato intercettato. Quando decide di collaborare con la giustizia, Galliano rivela che lo stesso Cinà gli ha descritto l’incontro tra Bontate e Berlusconi, dopo il quale il boss «ci manda Mangano» come «garanzia contro i sequestri». «Cinà mi disse che Berlusconi rimase affascinato dalla figura di Bontate: non immaginava di avere a che fare con una persona così intelligente» ricorda Galliano, che grazie alle confidenze di Cinà può rivelare anche come è stato spartito il denaro di Berlusconi prima e dopo la morte di Bontate. «Cinà si recava due volte all’anno per ritirare i soldi nello studio di Dell’Utri... Questi soldi, Cinà li consegnava prima a Bontate e poi, dopo la guerra di mafia, a Pippo Di Napoli, che a sua 
volta li faceva avere a Pippo Contorno, uomo d’onore di Santa Maria di Gesù, il quale li portava al suo capofamiglia Pullarà» Pullarà è un altro boss palermitano passato con i corleonesi e per questo 
premiato con la promozione a capofamiglia. Così, con il trono di Bontate, Pullarà eredita anche i soldi di Berlusconi.


IL TESORO DI SILVIO FINISCE A RIINA
Conclusa la guerra di mafia, dal 1983 la cosiddetta «dittatura» dei corleonesi, come spiegano i giudici, «ha avuto effetti rilevanti anche nei rapporti con soggetti esterni a Cosa nostra», ben visibili anche nel processo a Dell’Utri. Numerosi pentiti parlano del «pizzo sulle antenne televisive» imposto alle emittenti siciliane del circuito Fininvest negli anni Ottanta. Ma dopo una lunga istruttoria, i giudici si convincono che si tratta di livelli diversi. Il pizzo sui ripetitori viene effettivamente pagato alla singola famiglia mafiosa che controlla il loro territorio da alcuni proprietari delle tv locali consorziate e spesso riacquistate dalla Fininvest. Mentre i soldi di Berlusconi, quelli che continuano a passare attraverso Dell’Utri e Cinà, viaggiano su un piano più alto, quello dei boss, e servono ancora allo scopo originario: garantire una protezione generale a Berlusconi e alle sue aziende. A rivelare come vengano spartiti i soldi di Arcore nell’era dei corleonesi sono soprattutto tre pentiti, molto attendibili, della famiglia mafiosa 
della Noce, che è «nel cuore» di Riina e dal 1983 viene promossa a mandamento.
(…) In quel periodo Dell’Utri si lamenta di essere «tartassato dai fratelli Pullarà»: Ignazio, arrestato il 2 ottobre 1984, e Giovanbattista, latitante e «reggente». Il problema è semplice: gli eredi di Bontate 
chiedono troppi soldi a Berlusconi. All’epoca, probabilmente, la tariffa è già raddoppiata: da 25 a 50 
milioni di lire ogni sei mesi. Cinà, rispettando le gerarchie mafiose, informa il proprio capofamiglia, Pippo Di Napoli, che avvisa il suo capomandamento, Raffaele Ganci, che a quel punto riferisce a Riina. Il capo dei capi scopre solo allora che i Pullarà avevano tenuto «riservato» il loro rapporto con i signori della Fininvest, senza dirlo né a lui, né al loro capomandamento Bernardo Brusca. Riina si infuria. E decide di impadronirsi di quel rapporto economico, ma con un movente politico: progetta di «avvicinare Bettino Craxi attraverso Dell’Utri e Berlusconi» (…).
Quanto ai soldi del Cavaliere, «Riina ordina che il rapporto deve continuare a gestirlo Cinà, ma nessuno deve intromettersi». E così «da quel momento Cinà va a Milano un paio di volte all’anno a ritirare il denaro da Dell’Utri, lo consegna al suo capofamiglia Di Napoli, che lo gira al boss Ganci, che lo porta a Riina». Sempre seguendo la rigida gerarchia mafiosa. (…) Un’ulteriore conferma che Riina, nell’impadronirsi del rapporto con Dell’Utri e Berlusconi, non persegue solo interessi economici è il suo diktat sulla spartizione finale del denaro in Sicilia. Riina tiene per sé pochi milioni di lire, probabilmente solo cinque. Il resto viene redistribuito dal boss della Noce, Raffaele Ganci (scarcerato nel 1988), secondo la volontà di Riina, che premia ancora una volta i nuovi capi delle famiglie mafiose di sempre: metà spetta a Santa Maria di Gesù (quindi prima ai Pullarà e poi a Pietro Aglieri), un quarto a San Lorenzo (cioè a Salvatore Biondino, l’autista di Riina) e l’ultima parte alla Noce, ossia a Ganci. I pentiti precisano che Riina ordina di lasciare la loro quota ai Pullarà, dopo averli estromessi dal rapporto con Dell’Utri, per far capire che «non è una questione di soldi». (…)
Tra i riscontri oggettivi c'è anche un documento: in un libro mastro della cosca, che è alla base di una 
raffica di condanne per estorsioni mafiose, sono annotati – in due rubriche distinte, ma collegate con 
numeri in codice – la sigla dell’azienda, la cifra pagata e l’anno del versamento. Alla sigla «Can 5» 
corrisponde questa scritta: «regalo 990, 5000». I pentiti di quella specifica famiglia mafiosa spiegano 
che si tratta di «cinque milioni versati da Canale 5 nel 1990 a titolo di regalo, cioè senza estorsione». 


La conclusione dei giudici è lapidaria: «Deve ritenersi raggiunta la prova che, anche successivamente alla morte di Stefano Bontate, durante l’egemonia totalitaria di Salvatore Riina, sia Marcello Dell’Utri che Gaetano Cinà hanno continuato ad avere rapporti con Cosa nostra, almeno fino agli inizi degli anni Novanta, rapporti strutturati in maniera molto schematica: entrambi gli imputati, consapevolmente, hanno fatto sì che il gruppo imprenditoriale milanese facente capo a Silvio Berlusconi pagasse somme di denaro alla mafia».
Di fronte a queste deposizioni, rafforzate da molti altri riscontri e testimonianze, Dell’Utri decide di 
attaccare in blocco i pentiti, ipotizzando un complotto: tutti i collaboratori di giustizia, forse manovrati da qualcuno, si sarebbero messi d’accordo per calunniarlo e colpire politicamente Berlusconi. I giudici però ribattono che nessun pentito, quando ha cominciato a parlare, conosceva le versioni degli altri. E soprattutto che ogni collaboratore di giustizia sa e racconta solo un piccolo pezzo di verità, quello custodito dalla propria famiglia mafiosa.??
Soldi che cadono dal cielo: come è nata la Fininvest Neppure il processo a Dell’Utri ha chiarito i dubbi sull’origine delle fortune di Berlusconi
Ogni pentito parla di anni specifici, mentre ignora cosa succede prima o dopo, e quantifica solo la cifra incassata dal proprio clan, che varia nel corso del tempo. In particolare, Di Carlo rivela l’accordo del 1974 e il ruolo di Mangano; gli altri pentiti legati a Bontate confermano i pagamenti fino alla sua morte, nel 1981; Ganci, Anzelmo e Galliano descrivono i pagamenti degli anni Ottanta, nell’era dei corleonesi; Ferrante parla di un periodo ancora successivo, dal 1988 al 1992. Soltanto i giudici possono unire i singoli tasselli di verità e ricostruire un quadro d’insieme, che si rivela rigorosamente in linea con le regole e le logiche di Cosa nostra. Un mosaico completato da riscontri oggettivi, in alcuni casiletteralmente esplosivi. Come gli attentati mai denunciati da Berlusconi.


LE ULTIME PAROLE DI BORSELLINO
Vittorio Mangano viene riarrestato nell’aprile 1995. La Procura di Palermo ha infatti scoperto il suo ruolo di «co-reggente» del mandamento di Porta Nuova e lo accusa tra l’altro di essere il mandante di due omicidi. Durante la sua detenzione, Dell’Utri e altri parlamentari di Forza Italia si mobilitano chiedendo più volte che venga scarcerato per motivi di salute. Il 23 aprile 2000 la corte d’assise di Palermo chiude il primo grado di giudizio condannando Mangano all’ergastolo come boss di Porta Nuova e come mandante e organizzatore di un omicidio di mafia, commesso a Palermo il 25 ottobre 1994. Il boss muore nel luglio 2000, a casa sua, dopo aver ottenuto gli arresti domiciliari per malattia.
Dell’Utri, nei vari gradi del suo processo, non ha mai attaccato Mangano, anzi è arrivato a definirlo «un eroe», perché «è stato messo in galera e continuamente sollecitato a fare dichiarazioni contro me e Berlusconi. Se lo avesse fatto, lo avrebbero scarcerato con lauti premi. Ma lui ha sempre risposto che non aveva nulla da dire». Dell’Utri ripete più volte queste parole, che destano scandalo anche nel 
centrodestra. Nel novembre 2013, però, è Berlusconi in persona a dargli ragione: «Credo che Marcello abbia detto bene quando ha definito Mangano un eroe», perché «quando fu arrestato si rifiutò di testimoniare il falso sui rapporti tra Dell’Utri e la mafia, tra Berlusconi e la mafia». Nella polemica che ne segue, sono in molti a obiettare che per gli italiani onesti gli eroi non sono i mafiosi, ma le persone che hanno combattuto la mafia sacrificando la vita. E a ricordare il duro giudizio su Mangano espresso da Paolo Borsellino poco prima di morire.
Intervistato da due giornalisti francesi nel 1992, pochi giorni prima di essere ucciso con tutta la sua 
scorta da un’autobomba di Cosa nostra, Borsellino spiega che Mangano, quando fu assunto ad Arcore, era già «una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia». I giudici del processo Dell’Utri acquisiscono la videoregistrazione integrale dell’intervista, in cui il magistrato rivela di essere stato tra i primi a scoprire il ruolo di Mangano in Cosa nostra.
«L’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso – dichiara testualmente Paolo 
Borsellino – perché tra il 1974 e il 1975 restò coinvolto in un’altra indagine, che riguardava talune 
estorsioni fatte in danno di cliniche private palermitane, che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste cliniche venivano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata... Mangano restò coinvolto perché si accertò la sua presenza nella salumeria nel cui giardino erano sepolti i cani con la testa mozzata... Poi ho ritrovato Mangano al maxiprocesso, perché fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente alla famiglia di Porta nuova capeggiata da Pippo Calò, la stessa di Buscetta. E già dal precedente processo Spatola, istruito da Falcone, risultava che Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di droga delle famiglie palermitane. Arrestato nel 1980, fu condannato per questo traffico di droga a tredici anni e quattro mesi, pena poi ridotta in Appello.»
L’intervista, che i due giornalisti riescono a pubblicare solo alla vigilia delle elezioni del 1994, crea un putiferio soprattutto per una frase, che il magistrato lascia volutamente incompleta: Borsellino accenna a una nuova indagine sui rapporti tra Cosa nostra e le grandi imprese del Nord, citando espressamente Berlusconi. Il magistrato però precisa che non è lui a indagare e rifiuta di fornire particolari, spiegando che se ne potrà parlare solo quando l’inchiesta verrà chiusa, non prima dell’autunno 1992. La morte di Borsellino, con tutti i suoi misteri ancora irrisolti, a cominciare dal vergognoso depistaggio, con un falso pentito, dei primi tre processi sulla strage di via D’Amelio, ha impedito di chiarire, tra l’altro, anche a quale inchiesta si riferisse nella sua ultima intervista.

DA
http://espresso.repubblica.it/



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lunedì 17 febbraio 2014

Greenpeace : Amiamo la moda ma non le sue bugie


Made in Italy? 


Amiamo la moda ma non le sue bugie.

Abiti di lusso prodotti con sostanze chimiche pericolose... 

Questo é il segreto dell'Alta Moda! 

Greenpeace ha svelato la verità dietro la bellezza: 
non importa quanto tu li paghi,
 questi vestiti nascondono un incubo tossico.

I risultati dell'ultimo rapporto di Greenpeace International parlano chiaro: molti di questi prodotti non sono come ce li raccontano. I livelli di composti chimici riscontrati non sono diversi da quelli trovati in vestiti più economici e in quelli sportivi.

La concentrazione di alcune sostanze (nonilfenoli etossilati - NPEs) in alcuni capi etichettati come "Made in Italy" può farci dubitare che questi siano stati interamente prodotti in Europa (scopri di più).

Marchi come Versace, Louis Vuitton, Dior e Dolce & Gabbana vendono incubi travestiti da fiabe!
Piccola storia di una bugia fuori moda

Un nuovo studio di Greenpeace rivela una realtà per niente di moda: sostanze chimiche pericolose sono state trovate in vestiti e calzature per bambini di alcune tra le più famose aziende dell'Alta moda. Sedici dei 27 prodotti testati (59%) sono risultati positivi ad una o più di queste sostanze: nonilfenoli etossilati, ftalati, composti perflorurati e polifluorurati e antimonio.

Queste sostanze vengono rilasciate nei nostri fiumi, torrenti e laghi non solo dalle fabbriche nei siti di produzione come quelli cinesi, ma anche da ogni capo venduto nel mondo, tramite il lavaggio. Una volta entrate in circolo, si accumulano nell’ambiente e mettono a rischio la salute di tutti, adulti e bambini. Essendo parte di questo processo, i marchi della moda di lusso non solo deludono i loro clienti, ma giocano col nostro futuro inquinando il Pianeta.

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giovedì 2 dicembre 2010

Bossi, un mare di bugie




Bossi, un mare di bugie

Aveva negato di essere stato iscritto al Pci. Aveva escluso che il figlio prendesse soldi dalle Coop padane. Aveva smentito gli affari poco limpidi del partito. Un libro-inchiesta rivela: era tutto vero


Si intitola "Umberto Magno, l'imperatore della Padania" la biografia non autorizzata del leader della Lega Nord che uscirà in libreria il 3 dicembre per Aliberti (480 pagine). E' un'accurata inchiesta di Leonardo Facco, giornalista che ha conosciuto la Lega (e Bossi) da molto vicino, avendo tra l'altro lavorato per quattro anni al quotidiano "la Padania". L'autore parte dagli "albori della Lega", quando un giovanotto della provincia di Varese senza un lavoro riesce a coagulare attorno all'idea autonomista – non senza screzi e fatti poco chiari – prima alcune decine di amici, poi centinaia e infine migliaia di persone pronte a dare il loro consenso a un progetto politico sempre in bilico tra il federalismo e la secessione Bossi è la Lega e la Lega è Bossi, secondo Facco, anche oggi, nonostante la malattia abbia ridotto il senatùr all'ombra di quel personaggio movimentista del passato recente.

Per dimostrarlo, l'autore racconta fatti, episodi, ricordi personali, con tanto di documentazione (sono quasi 400 le note bibliografiche). «Bossi», sostiene l'autore, «è il responsabile principale della trasformazione della Lega in un soggetto politico partitocratico, dove agli scandali si uniscono le truffe perpetrate ai danni, in primis, dei militanti e simpatizzanti.

I crac delle Cooperative Padane, del Villaggio in Croazia e della banca padana rappresentano l'epitome del modo di fare politica del "lumbard", circondato da sempre di yes-men (and women) in carriera». Nel libro ci sono diversi fatti inediti, mai conosciuti e-o raccontati: dalla strana busta paga del figlio primogenito a spese dei militanti ignari, fino alla famosa questione della militanza comunista del giovane Umberto: da lui sempre negata, ma ora provata da un documento scoperto in una vecchia sezione del Pci. E poi si va dai tempi in cui elogiava "Mani pulite" alla sequela di condanne penali incassate dai leghisti odierni.

Un capitolo, infine, è dedicato alla vita privata di Bossi che «ama la famiglia tradizionale» ma, secondo l'inchiesta di Facco, non sembra negarsi svaghi al di fuori di essa.

«E' un'inchiesta che dovevo a me stesso perché ho un passato da leghista, ho creduto in questo movimento e sono stato anche sul Po, alla metà degli anni '90», dice l'autore. «Era giusto scrivere questo libro adesso, in cui la Lega si sente particolarmente forte e pensa di fare il pieno di voti. Bisogna che tutti gli elettori sappiano chi è il padrone del partito che pensano di votare: un cialtrone, né più né meno».


http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bossi-un-mare-di-bugie/2139584

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giovedì 9 settembre 2010

Le bugie del ponte hanno le campate troppo corte




Le bugie del ponte hanno le campate troppo corte


DI - Osvaldo Pieroni :: Alberto Ziparo


Un'analisi e lo stato dell'arte sulla «grande operetta» dello Stretto alla vigilia del corteo No Ponte di Torre Faro, sulla sponda siciliana. Tratto dall'Almanacco estivo di Carta «Lonely Europe».

Il ministro Tremonti nella sua manovra «lacrime e sangue» taglia tutto: sanità, giustizia, scuole welfare, università e ricerca, fondi di regioni ed enti locali, difesa del suolo, paesaggio e beni culturali, attrezzature di tutela del territorio e collegamenti per la Sicilia e la Calabria. Non è riuscito invece a congelare –come pure annunciato alla vigilia- «il Ponte sullo Stretto ed altre Grandi Opere tra le più discusse», ottenendo però la dilazione al 2013. «I flussi economico-finanziari per la costruzione del ponte potranno avviarsi a partire dal 2013, viste le compatibilità di bilancio». Non è solo per questo, certo, che si sono interrotti i lavori-bluff del binario di Cannitello-opera collegata [che costerebbe la «modica» cifra di 30 milioni di Euro, che invece potrebbero servire a risarcire e ricostruire le aree alluvionate di Scaletta messinese], che in realtà non erano mai partiti. A parte alcuni giorni di pseudopulitura su terreni presi in affitto, a beneficio soprattutto di telecamere e fotografi, dei lavori non c’è più traccia e sul suolo spianato torna a crescere l’erba.
Quello che invece non si ferma è il «progettificio». Anzi si annuncia il progetto «davvero definitivo», dopo una serie innumerevole di pseudo-elaborati, già costati alla collettività nazionale alcune centinaia di milioni di euro, destinati ad aumentare enormemente «fino alle progettazioni esecutive» [se mai ci si arriverà]. Per rendere «più evidenti» la visibilità e le spese di progettazione si inviano alcune trivelle [chi paga?] «per i rilievi geognostici preliminari». E le si piazzano, data la imminente stagione turistica, sui lungomare di Cannitello-Villa San Giovanni e di Ganzirri-Messina, rendendo sostanzialmente impraticabili le aree occupate. Meno male che negli ultimi anni, oltre alla progettazione eterna, si sono prodotti numerosi studi critici, ormai consolidati nella quasi totalità del mondo scientifico.

Nelle prossime righe riportiamo una summa degli esiti di tali elaborazioni, per sottolineare ulteriormente come le posizioni pro ponte oggi costituiscano, tra l’altro, un rovesciamento dei reali contenuti della questione e quindi un gravissimo inganno per i cittadini della Sicilia e della Calabria.
Un’infrastruttura inutile, anzi critica per il sistema dei trasporti: il ponte era stato concepito per servire il traffico di lunga distanza da e per la Sicilia; invece nello Stretto resterà in futuro sempre più una mobilità locale. Infatti il trasporto di lunga distanza ha subito nelle ultime fasi fortissime trasformazioni: gli spostamenti hanno abbandonato gomma e ferrovia, per aerei [i passeggeri] e navi [le merci]. Gli attraversamenti di lunga distanza tra Messina e Villa e viceversa erano computabili in oltre undici milioni di unità nel 1985, sono calati a poco più di sei milioni e mezzo nel 2002 ed il trend in discesa prosegue. Intanto la Sicilia è passata da due aeroporti e tre piste a sei aeroporti e una dozzina di piste [il traffico aereo è aumentato del 3200 per cento circa!] e ha scoperto di avere una decina di porti industriali, utilizzati poco o nulla, che stanno assumendo sempre più la configurazione di terminal commerciali. «Credevamo di studiare un’infrastruttura, invece studiavamo un monumento» hanno commentato i migliori studiosi di economia dei trasporti.
Dal punto di vista economico è fallita e tramontata la politica dei grandi poli industriali ed infrastrutturali, di cui il ponte sarebbe l’ultimo enorme colpo di coda: basta osservarne le macerie, da Priolo e Gela, da Milazzo a Termini Imerese. Oggi lo sviluppo della Calabria e della Sicilia può venire solo dalla valorizzazione sostenibile delle loro risorse territoriali e paesaggistiche, se fruite in maniera equilibrata e intelligente, piuttosto che essere degradate e distrutte da consumo intensivo e sfrenato.
Dal punto di vista occupazionale, basta leggere bene lo stesso progetto [che, al di là dei quasi quattrocento milioni di euro fin qui spesi, mantiene sostanzialmente sempre lo stesso schema di massima]: lì si ammette che, con il ponte, almeno metà degli addetti ai traghettamenti pubblici e privati diverrebbero esuberi [saldo negativo di circa milleduecento unità]. Ed anche durante i cantieri – che in ogni caso significano mano d’opera temporanea che poi torna disoccupata – le cifre sono assai più ridotte, molto meno di un decimo di quelle agitate dalla propaganda, se lette bene.
Dal punto di vista urbanistico, ambientale e paesaggistico l’operazione sarebbe un disastro: basta confrontare il progetto con le Linee Guida del Piano Territoriale Paesaggistico siciliano e del QTR Paesaggistico della Calabria con gli strumenti urbanistici dei Comuni interessati [ si veda il rapporto dell’Ufficio tecnico del comune di Messina, preoccupatissimo per gli impedimenti che le attrezzature del Ponte avrebbero comportato rispetto a funzioni essenziali per la città]. Laddove le città dello Stretto hanno bisogno di bloccare e riqualificare l’insediamento con operazioni «a grana fine» di ristrutturazione, ecofunzionale e tipomorfologica, si propone una megastruttura concepita per un’idea obsoleta di area dello Stretto.
I gravissimi problemi ambientali che la struttura comporterebbe, soprattutto su Ganzirri e sulla Costa Viola, in un’area quasi totalmente tutelata, non sono neppure affrontati nel progetto: la commissione VIA del Ministero dell’Ambiente del precedente governo Berlusconi è stata messa sotto inchiesta dalla procura di Roma per «falso ideologico», per avere –sotto le pressioni dell’allora ministro delle infrastrutture e dei vertici dell’esecutivo– emesso parere positivo, pure con moltissime prescrizioni, stralciando dai documenti ufficiali le osservazioni relative agli impatti più critici e irreversibili del progetto. In pratica, ministeri e CIPE hanno cancellato gli aspetti che erano di difficile e impossibile risoluzione, nonostante si trovassero di fronte a documenti ufficialmente e formalmente allegati alla procedura. L’inchiesta era stata chiusa per l’accantonamento del ponte da parte del governo Prodi.
Per quanto riguarda il paesaggio c’è ormai una letteratura di insigni paesaggisti preoccupati della sfigurazione di una delle più grandi opere d’arte naturali della Terra: lo Stretto. Con la paratia trasversale di oltre 1200 metri quadri [costituita dal sistema pilastri-reticolare] lo Stretto perderebbe la propria secolare unità scenografica, trasformandosi in una baia, gravata da coppie di «Torri Gemelle», molto più alte delle massime alture esistenti in zona e da coacervi di svincoli e rampe.
Anche come simbolo, il progetto è vecchio: non a caso viene paragonato alla torre Eiffel [fine diciannovesimo secolo], al Golden Gate [inaugurato nel 1938 agli albori della civiltà dell’auto, mezzo da cui, quasi un secolo dopo, dobbiamo tendere a liberarci]. Sono icone di una modernità passata. Oggi sviluppo sostenibile significa high tech a basso impatto energetico e ambientale e valorizzazione delle risorse ecologiche, proprio quelle che il Ponte negherebbe nello Stretto.
Negli studi da cui sono tratte le sintetiche considerazioni precedenti, si sono analizzati gli aspetti riguardanti impatti e pianificazione, economica, trasportistica, territoriale, ambientale, paesaggistica. Di recente un gruppo di tecnici, accademici – di cui diversi, già componenti del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici – si sono soffermati sugli aspetti della costruibilità. Questo riguardava anche gli enormi problemi sismologici, che sembrano accentuarsi con l’avanzare di ricerche ed esperienze. In particolare gli stessi progettisti del preliminare hanno ammesso che, nel chiudere quell’elaborato, avevano dovuto totalmente trascurare «il segmento più attivo della faglia sismica più dinamica», specie dal lato calabro. Per cui hanno proposto una soluzione traslata di cinquecento metri , con campata più ridotta e con pilastri nello Stretto.
Gli elaborati di tali tecnici delle costruzioni hanno infatti rappresentato l’ ennesima bocciatura del progetto. «Esistono nel progetto di massima una trentina di parametri scoperti [compresi quelli sismologici], di cui almeno la metà insormontabili. Tra l’altro gli studiosi di evoluzione delle tecnologie dei materiali impiegabili stimano in centoventicinque anni, ad essere ottimisti, l’orizzonte temporale per cui tutte le strutture finora previste possano essere effettivamente pronte per l’utilizzo. Ricordando che, ad oggi, la più lunga campata bifunzionale [gomma e ferrovia] esistente è di 550 metri e che anche l’Akashi in Giappone, nonostante l’enorme impegno tecnico, finanziario ed economico, alla fine è stato costruito come ponte monofunzionale viario.» Nel caso dello Stretto, peraltro, si tratterebbe di «assicurare una campata quasi doppia e bifunzionale».
Questi sono i veri termini della questione: ignorarli significa agire per motivi estranei ad una corretta programmazione politica.
Si può essere di destra o di sinistra, pontisti o non pontisti, ma si ha il diritto – e forse anche il dovere come calabresi e siciliani – di non essere presi in giro.


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sabato 17 luglio 2010

le bugie del leghismo funzionali al super sfruttamento del proletariato immigrato

I pregiudizi e i luoghi comuni hanno la pelle coriacea, perché, in genere, sono l’espressione irrazionale di stati d’animo forti, quali l’inquietudine di fronte al nuovo o, adesso, la paura originata da una crisi economica tra le più gravi della storia del capitalismo. Se poi il pregiudizio è sapientemente alimentato dagli invasivi mezzi di comunicazione di cui dispone la borghesia per stordire le coscienze e deviare su falsi bersagli il malessere sociale, allora si può star sicuri che le bugie più strampalate avranno una forza di gran lunga superiore alle verità più evidenti.
È il caso della propaganda sugli e contro gli immigrati, che fa da tempo la fortuna di gente che, in altro contesto storico, avrebbe ben poca considerazione. Si parla della Lega Nord, naturalmente, sempre prontissima a difendere i poveri padani (?) dalle orde di immigrati, particolarmente famelici e diabolicamente astuti nel rubare posti di lavoro ai padani (?) suddetti, in primis, e poi, a scalare, al resto degli italiani. Lo ha ribadito non tanto tempo fa in una delle buffonate di massa simil-celtiche (poveri celti!) l’ex ministro Zaia, che coi suoi capelli impomatati ricorda più i bellimbusti da balera di gucciniana memoria che un quadro dirigente della quinta o settima borghesia mondiale. Ma tant’è, ogni borghesia esprime il personale politico che si merita. Insomma, il nuovo “governatore” del Veneto ha ribadito ancora una volta che, di fronte alla disoccupazione crescente, occorre pensare prima di tutto ai lavoratori italiani (avrebbe voluto dire “padani”, ma il politically correct…) e, dunque, di fatto, bisogna rimandare a casa loro i vari “negher” (non di rado, biondissimi) insinuatisi nelle aziende del patrio suolo.
La forza dello schiocchezzaio lagaiolo sta anche e non da ultimo nello spararle grosse, anzi, più sono grosse (le balle) e più facilmente vengono credute, proprio perché l’elettore medio della Lega “ragiona” secondo pregiudizi — originati in continuazione dalla struttura classista della società — secondo le pulsioni irrazionali che gli si agitano negli strati profondi della (in)coscienza. Oggi, infatti, rimandare ai loro paesi d’origine i lavoratori immigrati vorrebbe dire creare enormi problemi all’economia italiana, persino la paralisi, com’è ben documentato nel libro, molto interessante, di Riccardo Staglianò “Grazie” (1). Il testo è diviso in ventiquattro capitoli, tanti quante le ore del giorno, e a ogni ora/capitolo corrisponde un determinato settore dell’economia , sia produttiva che dei servizi. Una volta di più vengono sbugiardati i luoghi comuni imperanti sui TG e nei bar, riguardanti gli immigrati e i presunti privilegi di cui godrebbero grazie a impropri favori elargiti loro da stato ed enti locali compiacenti. Parlare di privilegi per i migranti ha dell’assurdo, ma se consideriamo che un presidente del consiglio pluriindagato (e prescritto o condonato) per corruzione e misfatti vari si erge a paladino della rettitudine pubblica, allora l’assurdità ci fa meno effetto, per così dire.
Ma andiamo al dunque. Il libro, dalle prime pagine, mette in rilievo il fatto che, mediamente, un lavoratore dipendente immigrato guadagna il trenta per cento in meno di un italiano; ma i vantaggi, per i padroni, offerti da questo settore della forza lavoro, non si fermano alla busta paga, sono infatti molteplici, com’è noto. Si va dalla disponibilità a coprire quelle mansioni tendenzialmente disertate dagli italiani, alla forte flessibilità nei tempi e nei modi di lavoro, il che, tradotto, significa ricattabilità e accettazione forzata delle peggiori forme di lavoro nero (ammesso che ce ne siano di migliori). Come attestano gli studi di organismi notoriamente bolscevichi, quali la Banca d’Italia e la Caritas, l’immigrato, in genere, non “ruba” nessun posto ai proletari/e italiani, anzi, fa sì che molte donne possano lavorare fuori dalle mura domestiche. È il caso, per esempio, delle badanti — oltre il 70% straniere — che per due euro all’ora sostituiscono uno stato sociale ampiamente picconato da governi di qualunque colore. Come osserva Staglianò,

Ma in tutto il settore dei “servizi alla persona” la forza lavoro immigrata è in espansione, indispensabile e spesso gestita da banditesche cooperative in cui regnano le più brutali forme di sfruttamento e persino la violenza aperta. Lo stesso vale per le altrettanto sedicenti cooperative della logistica (facchinaggio) e delle pulizie, che vincono gli appalti con gli enti pubblici grazie al ribasso dei salari, al taglio dei tempi e, dunque, del personale. Tagli e ribassi imposti, se così si può dire, dalle accettate ai finanziamenti spettanti agli enti locali fatte dai governi: chissà se qualche giovane amico o parente di Zaia sarebbe disposto a pulire bagni o a tirare pavimenti per poche centinaia di euro, a velocità supersonica, dal tramonto all’alba. Se è così, un posto lo trova senz’altro.

Come si diceva, non c’è categoria che non veda la presenza degli immigrati. In molti reparti di tante fabbriche sono la maggioranza, a volte la totalità o quasi, come nelle concerie o nelle fonderie, dove, compreso, l’indotto, la forza lavoro immigrata raggiunge globalmente il 40-50%. Che dire, poi, del parmigiano-reggiano, della mozzarella di bufala o delle grigliate di pesce tanto di moda? Che senza gli immigrati dovremmo, se non scordarcele, quasi, visto che costituiscono la colonna portante dell’occupazione in quelli e in altri settori dell’agro-alimentare, come la drammatica vicenda di Rosarno ha mostrato.

Stesso discorso vale per i trasporti, dove le liberalizzazioni — figlie della più generale caduta del saggio del profitto — hanno, ovviamente, favorito le grandi imprese, stretto un cappio la collo dei padroncini e aperto la strada del più selvaggio Far West per le condizioni di lavoro degli autisti. Non a caso, Roman Baran, l’autista polacco il cui camion, sbandando per la rottura di un pezzo meccanico, provocò la sua morte e quella di altre persone, l’8 agosto 2008 sull’autostrada A4, stava lavorando ininterrottamente da quarantaquattro giorni, con un automezzo dalle gomme “bollite”. Anche quella strage è una gloria del just in time, cioè del deciso ridimensionamento del magazzino, a vantaggio, si fa per dire, del traffico stradale e della spietata concorrenza tra autotrasportatori, che trovano negli immigrati la manodopera “disposta” a orari di lavoro pazzeschi.

Non si può tacere dell’edilizia, dove il lavoro nero furoreggia sulla pelle di una forza lavoro per la metà, almeno, immigrata: il settore immobiliare, che ha avuto un ruolo non secondario nel gonfiare le illusioni sepolte in seguito sotto le macerie dei crolli avviati dai titoli subprime, si è fondato (e continua fondarsi) sull’ipersfruttamento dei muratori in gran parte immigrati.

Insomma, per l’ennesima volta, dalle fabbriche metalmeccaniche alle panetterie, la componente immigrata è ormai indispensabile, anche là dove è minoranza. Con essa, l’estorsione del plusvalore assoluto e la svalorizzazione della forza lavoro evidenziano il ruolo tuttora non marginale che ricoprono nel processo di accumulazione del capitale.

In chiusura di questa nota, è doveroso accennare a uno o due dati che dimostrano scientificamente l’inconsistenza di quello che, forse, è il principale cavallo di battaglia del leghismo-berlusconismo (e, sempre meno raramente, del centro-sinistrismo), tenace luogo comune nelle conversazioni da bar e da sala d’aspetto. Benché due tra le menti più rappresentative del centro-destra, quali Borghezio e Gasparri, ne mettano in dubbio la veridicità, secondo stime della Banca d’Italia e della Caritas, quando gli immigrati erano quattro milioni (quattro-cinque anni fa)

A questo bisogna aggiungere che molti immigrati, quando e se torneranno nei loro paesi d’origine, perderanno i contributi versati, che contribuiranno a pagare la pensione anche ai pensionati leghisti.

La crisi ha complicato sotto ogni aspetto la vita degli immigrati, sia perché, assieme ai giovani, sono stati i primi a essere licenziati, sia perché, se hanno conservato il posto, hanno dovuto ingoiare peggioramenti che la forza lavoro italiana accetta con più fatica e per tale motivo, a volte, le sono stati preferiti. È su quest’ultimo aspetto che la propaganda nazistoide del leghismo fa leva, nonostante si tratti, finora, di episodi poco numerosi e tali sono forse destinati a restare, nonostante un possibile incremento. Mai come in questi casi sarebbe, anzi, è necessaria la presenza nella classe di un’organizzazione coerentemente comunista per disinnescare potenziali e catastrofici conflitti fratricidi.

DAL LIBRO DI :
Riccardo Staglianò, Grazie.
Ecco perché senza gli immigrati saremmo perduti, Chiarelettere, marzo 2010,

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lunedì 5 ottobre 2009

Messina, le bugie sul Ponte e sul territorio

Messina, le bugie sul Ponte e sul territorio

Carta

Se si fossero avviate le opere collaterali al Ponte, forse il disastro sarebbe stato inferiore, dice il ministro delle infrastrutture. Il Ponte sarà realizzato dai privati, fa eco il presidente della Regione Siciliana. Dunque il Ponte si fa e i soldi per la messa in sicurezza del territorio vanno cercati altrove.

In pochi mesi saranno pronte le case per tutti gli sfollati di Messina, con la celerità e la meticolosità riservate a L’Aquila. Case pronte per essere abitate, dotate di tutto, dai mobili alle pentole alle lenzuola. Ma addirittura più semplici da realizzare, visto che non sono richiesti i costosi e complessi criteri anti sismici necessari in Abruzzo. Tutto questo lo ha detto e promesso il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, come al solito incontinente in annunci, numeri e cifre. «Sono 520 le persone che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni e per loro prevediamo che, con l’intervento della Regione e del governo, si possa avviare un’attività di costruzione di quartieri in cui queste comunità possano riformarsi. L’esperienza dell’Aquila, unica al mondo, ci offre la possibilità di prevedere che questi quartieri potranno essere realizzati in quattro o cinque mesi – ha detto il premier, che ha promesso anche – uno stop al pagamento di imposte e tasse e dei mutui: nessun cittadino colpito da queste tragedie naturali può dire di essere stato abbandonato». E’ l’aggettivo «naturale», aggiunto per qualificare la tragedia, che dà il segno della colpevole irresponsabilità di Berlusconi e del suo governo, insieme alle amministrazioni regionali e locali.
«Un disastro», ha detto il ministro delle infrastrutture, Altero Matteoli, che ha raccontato di aver fatto il punto della situazione con il sottosegretario Bertolaso, il sindaco di Messina Buzzanca e il presidente della Regione Siciliana, Lombardo. «Ma poteva andare molto, molto peggio, come ha detto il presidente del consiglio, perché la montagna poteva smottare ancora di più di quello che è accaduto, travolgendo centinaia e centinaia di persone», ha aggiunto Matteoli. Al di là della leggerezza di una tale affermazione, il ministro ha subito rilanciato il Ponte sullo stretto di Messina, sostenendo l’insostenibile: cioè che, se si fossero avviate le opere collaterali al Ponte, forse il disastro sarebbe stato inferiore. «Migliorie al territorio» che quindi, sostiene il ministro, non mettono assolutamente in discussione il Ponte. E riguardo all’affermazione del presidente della repubblica, che ha invocato maggiore sicurezza per il paese e meno opere faraoniche, Matteoli dice di non essere sicuro che Napolitano si riferisse esattamente al Ponte, e che comunque il Ponte non c’entra con quello che è accaduto a Messina: non è stato ancora costruito, non si è posata nemmeno la prima pietra, come si può mettere sotto accusa quest’opera? In merito poi alle risorse, Matteoli, così come il presidente della Regione Lombardo, sostiene che non potrebbero essere dirottate per mettere in sicurezza il territorio, perché il Ponte lo costruiscono i privati. «Tanto per essere chiari, i soldi del Ponte di Messina non potranno essere spesi né su Scaletta Zanclea né su Giampilieri, perché si tratta in gran parte di progetto di finanza, quindi chi parla d’altro dice sciocchezze senza sapere di dirle – bacchetta Lombardo – Il motivo per cui si fa il Ponte è proprio quello che ci sono altre infrastrutture da realizzare. Non è una cattedrale nel deserto perché ci auguriamo di percorrerlo e di inaugurarlo».
Quindi, ci dicono che il Ponte verrà costruito con soldi privati: questa è un’ottima notizia, perché vuol dire che non si farà mai. Insieme all’arroganza delle affermazioni, dovrebbero infatti spiegare quali sarebbero i privati disposti a investire i 4,4 miliardi di euro che mancano per coprire il costo previsto dell’opera, valutabile in oltre 6 miliardi di euro ma certamente suscettibile di aumenti. Per ora, gli unici fondi di cui si ha notizia sono quelli pubblici: si tratta di 1,3 miliardi di euro, resi teoricamente disponibili dal Cipe per la società Stretto di Messina. Siamo sicuri che neppure questi potrebbero essere dirottati alla messa in sicurezza del territorio?

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venerdì 6 febbraio 2009

LE BUGIE SUL CASO ENGLARO

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LE BUGIE DEL CASO ENGLARO
da l'Unità (di Luca Landò)

1. «Eluana soffrirà» ---> NO
Il cervello di Eluana è stato irrimediabilmente compromesso la notte del 18 gennaio 1992 quando la sua auto slittò sul terreno ghiacciato e andò a sbattere contro un muro. L’incidente lasciò intatte le parti del cervello che controllano le funzioni fisiologiche primarie, come la respirazione e il battito cardiaco, che si trovano nel cosiddetto tronco encefalico. I danni più gravi riguardarono invece la corteccia cerebrale, una sorta di “cuffia” che avvolge il cervello e nella quale vengono elaborate funzioni più complesse come la parola, la visione, la percezione del dolore ma anche la fame e la sete. Quando i medici della clinica di Udine inizieranno a ridurre progressivamente l’idratazione e l’alimentazione artificiale, Eluana non si accorgerà di nulla, così come è da 17 anni che non avverte né fame, né sete, né dolore.

2. «Potrebbe risvegliarsi» ---> NO
Dire che Eluana si possa riprendere dalla situazione in cui si trova (stato vegetativo permanente) è come dire che il treno su cui viaggiamo deraglierà sicuramente o che la casa in cui ci troviamo crollerà tra cinque minuti: tutto è possibile, ma le probabilità che simili eventi accadano sono talmente basse da non poter essere prese in considerazione ai fini delle nostre decisioni (altrimenti non viaggeremmo sui treni o non abiteremmo dentro case).

3. «È come Terry Schiavo» --> NO
Eluana è stata definita la Terry Schiavo italiana, con riferimento alla giovane americana su cui si è accesa una violenta battaglia giuridica. Come scrive Maurizio Mori nel suo libro («Il caso Eluana Englaro», Pendragon Editore), «l’analogia è corretta per quanto riguarda l’aspetto clinico (in entrambi i casi si parla di stato vegetativo permanente), è invece sbagliata per quanto riguarda i risvolti giuridici». La vicenda di Terri Schiavo divenne una “caso” per via della fortissima divergenza tra i famigliari. Il marito asseriva che lei non avrebbe mai voluto restare in stato vegetativo e chiedeva la sospensione dell’alimentazione e idratazione artificiali; al contrario, il padre, la madre e il fratello della donna sostenevano che quella non era la volontà di Terri.
«Il caso Eluana - ricorda Mori, che ben conosce la famiglia - non ha mai presentato alcun contrasto tra i famigliari. Anzi, la situazione è diametralmente opposta: i genitori Englaro sono perfettamente concordi circa la sospensione dei trattamenti».
Il caso Terri Schiavo, semmai, insegna un’altra cosa: l’autopsia eseguita subito dopo la morte della donna rivelò che il cervello si era irrimediabilmente atrofizzato al punto da pesare soltanto 615 grammi (circa la metà del normale). Quell’esame stabilì senza ombra di dubbio che le sue condizioni erano «irreversibili e che nessun tipo di terapia o cura riabilitativa avrebbero potuto cambiare le cose», come disse il dottor John R. Thogmartin, patologo del sesto distretto giudiziario della Florida che condusse l’autopsia.

4. «Morirà di sete» --> NO
Dicono: interrompere l’idratazione e l’alimentazione artificiale ad Eluana è come togliere il pane e l’acqua a una persona. L’analogia fa effetto ma è sbagliata: si tratta infatti di trattamenti sanitari che richiedono un intervento del medico sia per quanto la modalità di somministrazione (nel caso di Eluana un sondino nasogastrico) sia per il tipo sostanze inserite (non un frullato di frutta preparato in cucina ma una miscela di proteine, vitamine e quant’altro indicate dietro rigorosa prescrizione medica). Se si decide di interrompere ogni forma di accanimento terapeutico, come in questo caso, è giusto sospendere anche questi trattamenti artificiali.

5. «È un omicidio» --> NO
Maurizio Gasparri, presidente dei Senatori PdL, ha detto ieri che «è iniziato l’omicidio di Eluana», frase che si accompagna a quella di Enrico La Loggia, vicepresidente del Gruppo PdL alla Camera («A Udine si sta per compiere un vero e proprio omicidio») e a quella del cardinale Barragan («Fermate quella mano assassina»). Infine l’associazione cattolica «Scienza & Vita», lo scorso anno, ha lanciato un appello che iniziava con queste parole: No alla prima esecuzione capitale della storia repubblicana».
Prima di usare simili espressioni, pronunciate al solo scopo di stimolare emozioni e attirare attenzione, sarebbe bene riflettere su alcuni punti:
1) l’articolo 32 della Costituzione dice che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario» e che «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana». Proprio di recente, una donna a cui si è prospettata la necessità di amputare un arto, ha deciso di rifiutare l’intervento anche se questa scelta le è costata la vita;
2) il padre di Eluana ha percorso tutto l’iter del nostro sistema giudiziario prima di ottenere l’autorizzazione a interrompere i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione che da 17 anni tengono in vita il corpo di Eluana. I giudici hanno riconosciuto: a) che il padre ha svolto il ruolo di tutore delle volontà della figlia (che non avrebbe voluto vivere in condizioni di stato vegetativo); b ) che i trattamenti artificiali di alimentazione e idratazione sono trattamenti medici e, come tali, rientrano in questo caso nella fattispecie di accanimento terapeutico
3) l’omicidio, il più grave dei reati, è punito con le pene più alte: il medico che interrompe, dietro volontà del paziente o del suo tutore, una situazione di accanimento terapeutico non è punito dalla legge; al contrario, lo sarebbe se si ostinasse a curare il paziente contro la sua volontà (abuso di ufficio).
4) a parte la scelta di ignorare il dramma di una famiglia (ma anche quello di altre 2500 nella stessa condizione) gli esponenti di Scienza & Vita hanno deciso di non riconoscere la figura dei giudici della Corte di Appello e della Corte di Cassazione che hanno sentenziato sul caso Englaro. La condanna capitale in Italia è infatti vietata dalla Costituzione (art. 27): cosa intendevano sostenere gli autori dell’appello, che in Italia i giudici non rispettano la Costituzione?

6. «Si tratta di eutanasia» --> NO
La Cei ha detto ieri che «togliere idratazione e alimentazione ad Eluana è eutanasia».
Va notato come nella frase, ripresa dalle agenzie, manchi l’aggettivo “artificiale”: come spiegato sopra, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sono, in questo caso, trattamenti sanitari e, dunque, da interrompere per volontà del padre che, come riconosciuto dalla legge, rappresenta quella della figlia. L’eutanasia viene praticata in alcuni Paesi, l’Olanda ad esempio, per alleviare le sofferenze di pazienti terminali. La morte viene indotta con la somministrazione, prima di un sedativo, poi di una sostanza che blocca il battito cardiaco o interrompe la respirazione: è dunque un intervento attivo che viene effettuato dietro volontà del paziente e dopo la decisione di un giudice. Eluana non è una paziente terminale: non ha un male che la consuma giorno dopo giorno. Nessuno, inoltre, ha mai parlato di interrompere il suo battito cardiaco ricorrendo a farmaci. Eluana si trova invece in una situazione vegetativa permanente che si protrae nel tempo solo per i trattamenti di idratazione e alimentazione artificiali. Secondo quanto detto dal padre e dai giudici dopo 12 anni di valutazione del caso, questi trattamenti sono stati sempre effettuati contro la sua volontà.

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LASCIATELA VOLARE VIA

.Eluana Englaro è morta
dopo 17 anni di coma
dal nostro inviato PIERO COLAPRICO

UDINE - Eluana Englaro è morta questa sera intorno alle 20.10, in quella stanza della clinica la Quiete che sembrava diventata il crocevia di mille perizie. Sono sopraggiunte complicazioni e problemi nel pomeriggio. Da quattro giorni era stata sospesa l'alimentazione.

I genitori non erano presenti. Il padre è stato avvisato dal medico, il dottor Amato De Monte. Beppino Englaro si trovava a Lecco, dove domani doveva partecipare a un processo. Gli volevano togliere la patria potestà.

La conferma della morte di Eluana Englaro è arrivata anche dalla presidente della Quiete, Ines Domenicali. "E' morta, non so dire l'ora. Non chiedetemi altro".

(9 febbraio 2009)
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