Le Carte Parlanti

Le Carte Parlanti
Mundimago
Visualizzazione post con etichetta CALABRIA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CALABRIA. Mostra tutti i post

giovedì 11 gennaio 2018

RETATA IN CALABRIA : a rischio la libertà di voto



IL PROCURATORE NON HA DUBBI: «È L’OPERAZIONE DEL SECOLO»

«È la più grande operazione antimafia degli ultimi 20 anni». Parole e musica di Nicola Gratteri, il procuratore antimafia di Catanzaro che ieri ha chiuso l’ennessima retata in Calabria: 169 arresti, 50 milioni di beni confiscati e ferri ai polsi anche per il presidente della provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2% di voti. E sull’onda dell’entusiamo per l’operazione appena conclusa, il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ha avvertito: «Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Secondo gli inquirenti, infatti, il presidente Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui.

RETATA IN CALABRIA

Gratteri ne arresta 169 e giura:
 «È la più grande operazione del secolo»

Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Le parole del procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, suonano quasi come una sentenza. Sono quelle che commentano la maxi operazione di ieri a Crotone, che ha portato a 169 arresti tra Calabria e Germania, e che ha fatto finire in carcere anche dieci amministratori pubblici, tra i quali il presidente della provincia di Crotone, Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2 per cento di voti. Un’intera squadra politica che, secondo la Dda, si piegava ai voleri della cosca, in cambio di voti, mettendo l’attività istituzionale a disposizione del clan. Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui. Ma non si tratta del solo: il vicesindaco Giuseppe Berardi, in Consiglio da 10 anni, il presidente del Consiglio Giancarlo Fuscaldo, coinvolto nella vicenda della concessione della piscina comunale, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio, già assessore.

Coinvolto anche il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, non intraneo alla cosca, ma capace di fornire «un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione». Arrestati anche il vicesindaco di Casabona, Domenico Cerrelli, che avrebbe addirittura partecipato alla “bacinella” del clan, il sindaco di Mandatoriccio, Angelo Donnici, accusato per una gara sospetta, il suo vice Filippo Mazza e l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore, Giovanbattista Benincasa. Per il procuratore della Dda Nicola Gratteri, “Stinge” è «una delle più grandi operazioni degli ultimi 23 anni», un blitz che disarticolato la cosca di Cirò Marina Farao-Marincola, che aveva allungato i suoi tentacoli anche al centronord e fino in Germania, dove sono state arrestate 13 persone. L’indagine ha messo in evidenza il controllo da parte della cosca di praticamente tutta l’imprenditoria del crotonese, monopolizzando l’offerta di pescato dei porti di Cariati e Cirò e i rispettivi servizi portuali, i servizi di lavanderia industriale, la distribuzione di prodotti alimentari, carta e plastica per alimenti, la raccolta e rigenerazione della plastica e dei cartoni, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani - inclusi inquietanti viaggi per smaltire in Calabria i rifiuti tossici dell’Ilva di Taranto -, la gestione dei servizi per l’accoglienza migranti, la distribuzione di prodotti vinicoli anche all’estero, specie in Germania, i servizi di onoranze funebri, i prodotti da forno, la distribuzione di bevande, le slot machine, gli appalti di tagli boschivi e quelli per la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina. Un quadro pesante, ricavato anche dalle intercettazioni dei colloqui in carcere di Giuseppe Farao, ergastolano e capo indiscusso anche dietro le sbarre, da dove continuava a tirare le fila della cosca rivendicandone il comando. Un boss che vuole continuare a comandare, ma che soprattutto mira a preservare i familiari da possibili catture in modo da assicurare la continuità della leadership. La ‘ ndrangheta, dunque, ha realizzato che il clamore e i vecchi metodi non sono più utili, al punto che il capo suggerisce a figli e nipoti di limitarsi a lavorare per addentrarsi nel tessuto economico- produttivo, mettendo da parte violenza e minacce. «La seconda generazione doveva essere diversa dopo che “loro” avevano acquisito il potere con metodi “bellici”», scrive il giudice citando Farao. Una prospettiva strategica che Luberto definisce «mutazione genetica» . L’attenzione della Dda sui politici si concentra in particolare su Parrilla, eletto presidente della provincia il 12 gennaio dello scorso anno. Un’elezione per la quale Parrilla, sempre secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto l’aiuto della cosca, così come prima avrebbe fatto quando in ballo c’era la poltrona di sindaco. Un ruolo, quest’ultimo, che avrebbe garantito alla locale di Cirò diversi benefici, 
come l’assunzione di alcuni familiari negli enti comunali.

SECONDO LA PROCURA DI CATANZARO
 IL VECCHIO BOSS ERAGOSTOLANO 
GIUSEPPE FARAO DIRIGEVA 
GLI AFFARI DI FAMIGLIA DIRETTAMENTE DAL CARCERE


.
Previsioni per il 2018






.

mercoledì 4 ottobre 2017

Italia Evasione Fiscale



In Italia l?evasione fiscale vale 270 miliardi di euro, maglia nera in Europa
Calabria e Sicilia le regioni in cui il fenomeno è più diffuso

Una cifra compresa fra i 250 e i 270 miliardi di euro, un valore pari al 18% del PIL del nostro Paese. Sono i numeri dell’evasione fiscale in Italia, che si conferma uno dei cancri della nostra economia. Sulla base dell’ultimo rapporto 2016 dell’Eurispes, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi – a cui per dirla tutta ne andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale, per un totale di 740 miliardi – sui quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale vale 270 miliardi. Numeri che fanno il paio con l’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale, pubblicato dal ministero dell’Economia e basato su dati Istat, secondo cui il dato oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro.

Evasione a macchia di leopardo

Numeri impressionanti che tuttavia sono la somma delle diverse realtà locali del nostro Paese, più che mai caratterizzato da fenomeni a macchia di leopardo in tema di evasione fiscale. E allora ecco che le anomalie più evidenti emergono al Sud, con Calabria e Sicilia in primis, ma anche all’estremo Nord Italia, nella piccola Valle d’Aosta, dove i contribuenti spendono in media 130 euro per ogni 100 euro dichiarato al fisco. Un dato che non può che spiegarsi con quella zona grigia riconducibile a una sospetta evasione. Altri casi di studio sono quelli di Molise e Campania, dove il divario percentuale tra consumi e redditi dichiarati supera il 32%, contro il top raggiunto in Calabria con il 50%.

Campania e Puglia le più virtuose

Il rovescio della medaglia di una situazione apparentemente grave – e che in ogni caso continua ad esserlo – è che negli ultimi anni la distanza tra spese e redditi si è ‘addolcita’ in quasi tutte le regioni italiane, con una media nazionale del 22% contro il quasi 25% di un decennio fa. In questo quadro, alcune regioni sono state più virtuose di altre, con Campania e Puglia in prima fila, a fronte di altre in cui il fenomeno è invece lievemente cresciuto, come in Lombardia e Piemonte.

Il quadro di riferimento europeo, Italia maglia nera

Dato per scontato, da quanto visto finora e anticipando le conclusioni, che l’Italia ha sul tema un non invidiabile primato, quanto vale l’evasione fiscale a livello europeo? Secondo le stime – d’obbligo quando si parla di evasione, per di più mettendo insieme realtà economicamente e geograficamente distanti – ogni anno in Europa si perdono complessivamente tra evasione ed elusione fiscale oltre 1.000 miliardi di euro, circa 860 di evasione e 150 di elusione. Di questi 1.000 miliardi di euro, secondo il Tax Research di Londra, 180 appartengono all’Italia, Paese in cui l’imponibile nascosto ammonta addirittura a 350 miliardi di euro e il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, la percentuale più alta di tutta l’Unione Europea.

Eppur qualcosa si muove…

Nonostante la maglia nera in termini di evasione, una flebile luce sembra essersi finalmente accesa in fondo al tunnel. Nel 2015 il contrasto all’evasione fiscale ha fruttato incassi record, con un recupero di 15 miliardi di euro, secondo quanto annunciato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. “E’ la somma più alta mai riportata nelle casse dello Stato”, ha sottolineato la Orlandi. Una goccia nel mare, verrebbe da dire. Gli ultimi dati pubblicati in materia appartengono a Confindustria, che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122 miliardi di euro nel solo 2015,
pari al 7,5% del PIL.

I numeri della Guardia di Finanza

Nella lotta all’evasione fiscale, un ruolo di primo piano spetta alle Fiamme Gialle. Nel 2015 la Guardia di Finanza ha sottratto agli evasori fiscali la cifra record di 61 miliardi di euro di imponibile: un risultato mai raggiunto in passato dagli uomini delle Fiamme gialle. E sempre l’anno scorso, tra evasori totali, paratotali, lavoratori in nero e irregolari sono state scoperte oltre 32.000 posizioni irregolari. “Sebbene il risultato ottenuto nel 2015 non abbia precedenti – si legge in una nota – e’ utile ricordare che negli ultimi 15 anni l’attivita’ della Guardia di Finanza contro gli evasori ha consentito di portate a “galla” oltre 506 miliardi di euro e di “scovare” oltre 509.000 evasori”.


.
COSA TI PORTA IL 2018 ?



lunedì 17 agosto 2015

Nubifragio in Calabria : Basta Lacrime di Coccodrillo



Legambiente: «Basta lacrime di coccodrillo» Nubifragio in Calabria.
«Rischi e danni continueranno grazie alla gestione irresponsabile del territorio»

Le immagini che giungono dalla Calabria, nuovamente colpita da un nubifragio e dove permane un’allerta meteo per altre 24 ore, sono terribili e il presidente di Legambiente Calabria Francesco Falcone ha detto: «Vogliamo esprimere solidarietà e vicinanza ai concittadini di Rossano e Corigliano, delle zone del catanzarese e del reggino, e alle istituzioni in questa fase delicata di emergenza e soccorso  La Regione dichiari lo stato di emergenza e metta mano al piano di difesa del suolo e allo stop al consumo di suolo. Solo fermando la cementificazione selvaggia, l’aggressione ai fiumi e ai boschi sarà possibile diminuire i rischi degli effetti climatici estremi, oggi sempre più frequenti».

Secondo gli ambientalisti, il disastroso nubifragio in Calabria, che ha colpito...

CONTINUA A 
LEGGERE  http://cipiri6.blogspot.it/2015/08/nubifragio-in-calabria-basta-lacrime-di.html





Abbiamo creato un SITO
per Leggere Le Imago
Poni una Domanda
e Premi il Bottone il
Sito Scegliera' una Risposta a Random
Tra le Carte che Compongono il Mazzo
BUON DIVERTIMENTO
gratis

 ANCHE

PER CELLULARE

DOMANDA
CLIK
E
RISPOSTA

FAI VOLARE LA FANTASIA 
NON FARTI RUBARE IL TEMPO
 I TUOI SOGNI DIVENTANO REALTA'
 OGNI DESIDERIO SARA' REALIZZATO 
IL TUO FUTURO E' ADESSO .
 MUNDIMAGO
.

.

martedì 3 novembre 2009

Navi dei veleni: il Wwf denuncia le incongruenze

Navi dei veleni: il Wwf denuncia le incongruenze

Enzo Mangini

L'associazione ambientalista rileva che le coordinate del relitto ispezionato dalle telecamere inviate dalla Regione Calabria sono diverse da quelle della motonave Catania, che secondo il ministro dell'ambiente e il procuratore nazionale antimafia avrebbe invece «chiuso» il caso.

Lo sa chiunque vada per mare: bastano pochi primi e pochi secondi, sulle coordinate di una carta nautica, per fare una grande differenza. In questo caso, la differenza tra la verità e la frettolosa dichiarazione di «caso chiuso».
In una lettera inviata questa mattina al ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, è il Wwf a contare primi e secondi. Il risultato è che le coordinate non coincidono. Secondo i rilevamenti dell’associazione ambientalista, infatti, il relitto ispezionato un mese fa dalle telecamere inviate dalla Regione Calabria su indicazione della Procura di Paola, in provincia di Cosenza, si sono immerse nel punto individuato dalle coordinate 39 gradi, 28.50 primi nord e 15 gradi, 41.57 primi est. La Mare Oceano, l’unità mandata dal ministero dell’ambiente, invece, ha immerso le sue sonde a 39 gradi, 32 primi nord e 15 gradi, 42 primi est. Lì sotto, appunto, c’è il relitto della motonave Catania, silurata da un sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. E si sapeva che il relitto era lì, tanto che – come riportato da molti media – il relitto era segnalato sulle carte nautiche della marina militare tedesca e dell’ufficio idrografico del Regno Unito, praticamente la massima autorità mondiale in materia di carte nautiche.
Tradotto in distanze lineari, la differenza di coordinate vuol dire che tra i due punti ci sono circa tre miglia marine e mezzo. Cioè 6 chilometri e mezzo. Un errore difficile da fare con gli strumenti di posizionamento satellitare esistenti oggi a bordo anche delle barche dei naviganti della domenica. In sostanza, le sonde della Regione Calabria hanno visto un relitto diverso da quello visto dalle sonde della Mare Oceano e i dubbi erano emersi già quando sono state diffuse le immagini della perlustrazione sottomarina ordinata da ministero dell’ambiente e procura nazionale antimafia. Per questo, la dichiarazione di «caso chiuso» a proposito della vicenda della nave dei veleni affondata davanti le coste di Cetraro è sembrata quantomeno frettolosa, in mancanza di verifiche più precise sui relitti e soprattutto sul contenuto delle loro stive.
«Siamo stati i primi a gioire delle risposte rassicuranti da voi venute in occasione della conferenza stampa del 29 ottobre scorso, ma siamo convinti che l’unico modo per superare ogni equivoco sia quello di approfondire nel modo più trasparente possibile le analisi dei relitti – dichiara il Wwf nella lettera inviata a Prestigiacomo e Grasso – Per questo il Wwf chiede una perizia pubblica comparata, a cui possano assistere esperti nominati dalle associazioni ambientaliste, tra i due video girati dal Rov della nave ‘Coopernaut Franca’ della società Nautilus cha ha agito su incarico della Regione Calabria e dell’Arpacal [Agenzia regionale protezione ambiente] e dal Rov della nave ‘Mare Oceano’ della società Geolab incaricata dal Ministero dell’ambiente nonché di tutte le informazioni riguardanti le zone di operazione [a partire dalle coordinate dei due punti nave ] e le caratteristiche tecniche del naviglio rilevato». Il Presidente del Wwf Italia, Stefano Leoni, ha ribadito l’urgenza di una perizia pubblica comparata che possa cancellare ogni dubbio e accertare appieno la verità sull’identità e il contenuto della nave affondata a Cetraro.
L’associazione ambientalista, che da anni lavora sui dossier delle cosiddette «navi a perdere» ha denunciato in passato molte volte la reticenza di alcuni apparati dello Stato rispetto all’evidenza del traffico internazionale di rifiuti pericolosi e radioattivi, connesso con il traffico di armi. Una reticenza che, dopo l’esplosione del caso Cunsky, rischia di diventare molto sospetta, specialmente quando i motivi per dubitare delle dichiarazioni ufficiali si possono misurare in gradi, primi e secondi.


.

venerdì 30 ottobre 2009

Il caso Cetraro: navi, veleni, calabria,

Il caso Cetraro è davvero chiuso?

Dopo la conferenza stampa della ministra Prestigiacomo e del procuratore nazionale antimafia Grasso, che ha dichiarato «chiuso» il caso della nave affondata davanti le cose calabresi, il Wwf torna a chiedere che su tutta la vicenda delle navi a perdere sia fatta chiarezza oltre ogni dubbio.

«L’esito delle indagini sul relitto di Cetraro annunciate oggi non può oscurare la ricerca della verità sulle navi dei veleni», dice il Presidente onorario del Wwf Italia Fulco Pratesi, che
sottolinea che «bisogna comunque dimenticare che la rilevanza e la gravità dei traffici internazionali illeciti di rifiuti pericolosi e radioattivi, connessi anche al traffico d’armi e alla nascita e al consolidamento di una rete criminale internazionale, hanno riscontri ufficiali dalla metà degli anni ’90. Inoltre dal 2004 è emerso chiaramente che queste attività criminali sono state tollerate se non favorite da apparati dello Stato, che hanno dato mano libera a industriali e armatori per trasformare ampie zone del nostro mare e delle nostre aree costiere, in discariche di veleni tossici e cancerogeni».
La dichiarazione di Pratesi arriva all’indomani della conferenza stampa in cui la ministra dell’ambiente Stefania Prestigiacomo, assieme al procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha dichiarato «chiuso» il «caso Cetraro». La ministra e il procuratore hanno detto che il relitto situato a 11 miglia dalla costa tirrenica calabrese, all’altezza di Cetraro, sarebbe quello del piroscafo passeggeri Catania, affondato da un sommergibile tedesco nel 1916. Tuttavia, il video mostrato in conferenza stampa non ha dissipato del tutto i dubbi: il nome della nave, infatti, non è apparso chiaramente visibile e nello squarcio di prua dove nelle riprese effettuate dalla Regione Calabria su indicazione della Procura di Paola apparivano i famigerati fusti, si vede solo un pezzo di macchinario.
Il Wwf Italia, che da tempo lavora sul tema delle navi a perdere, richiama a conferma della sue affermazioni alcuni passi contenuti in documenti ufficiali. Per esempio, nella Relazione conclusiva della Commissione bicamerale sui rifiuti dell’11 marzo 1996, soffermandosi sul «progetto Odm» [Ocean Disposal Management del faccendiere Giorgio Comero] la Commissione segnalava «l’esistenza, documentalmente provata di intense attività di intermediazione poste in essere tra i titolari di queste presunte attività di smaltimento in mare di rifiuti radioattivi e la Somalia […]» sottolineando le coincidenze con il caso Alpi/Hrovatin.
Nella Relazione conclusiva del 25 ottobre 2000, sempre della stessa Commissione bicamerale sui
rifiuti, si sofferma sul fenomeno delle «navi a perdere» rilevando che il preoccupante fenomeno
dei traffici e degli smaltimenti illegali di scorie e rifiuti radioattivi in mare era emerso nell’ambito di alcune inchieste delle procure di Matera, Reggio Calabria e riportando il dato numerico relativo ad affondamenti sospetti di navi verificatisi nei mari italiani: ben 39 risultano i casi per il solo periodo tra il 1979 e il 1995 […] 26 di questi vengono indicati dal Comando generale delle Capitanerie di porto.
Il Wwf ricorda ancora che il Ministro per i rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi il 27 luglio 2004, in risposta a un’interrogazione parlamentare ha dichiarato che «Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali ed il traffico d’armi. […] Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia ed alla illecita gestione degli aiuti della Direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo».
Ce n’è abbastanza, per il Wwf così come per altre associazioni ambientaliste nazionali, nonché per i comitati locali che sabato scorso hanno portato decine di migliaia di persone ad Amantea, in provincia di Cosenza, per chiedere che l’eventuale «chiusura» del caso Cetraro non sia l’alibi per il silenzio.

.

mercoledì 28 ottobre 2009

Ci diranno che non è la Cunsky


Volete scommettere che ci diranno che non è la Cunsky?

Francesco Cirillo

I misteri delle navi affondate nel mar Mediterraneo e la frettolosa replica del ministro dell'ambiente ricordano un film già visto in occasione del ritrovamento della Jolly Rosso. Ecco perché non ci possiamo fidare delle rivelazioni del governo circa il nome della nave che sta a largo di Cetraro, sulla costa Tirrenica.

Ho l’impressione che gli unici bidoni li avremo noi. Ma bidoni pieni di bugie, depistaggi, nuove archiviazioni,falsità. Girano voci strane nel porto di Cetraro. Voci che diventano boatos veri e propri. Voci che, sembra, provengano dalla nave Mare Oceano che da stamane interrompe il suo lavoro. Per una settimana di foto ha preso la bellezza di 350mila euro. Voci che anticipano cose secretate e che andranno direttamente dalla nave posta ad 11 miglia sopra la nave Cunsky fin sulla scrivania del procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Lombardo titolare dell’inchiesta.
Sarà il Procuratore che poi deciderà come interpretare quelle analisi che gli giungeranno sul tavolo e soprattutto se vale la pena di diffonderle stante il clima che esiste in Calabria specie in materia del pescato. Le voci dicono che quella nave non è la Cunsky.
Le misure in possesso della mare oceano non corrispondono a quelle della nave nei fondali di Cetraro. Di conseguenza non è una nave dei veleni e quindi non sarà necessaria più alcun altra operazione , né di recupero dei fusti , né della stessa nave. Arrivederci e grazie, è stato un vero piacere. Questa tesi peraltro era stata suffragata sin dall’inizio della vicenda dallo stesso sottosegretario all’ambiente Roberto Menia in arrivo a Cetraro il 22 ottobre scorso. In un intervista concessa all’agenzia AdnKronos, il sottosegretario ebbe a dichiarare: «Potremmo avere la sorpresa che non sia la ‘Cunsky’ come afferma il pentito, ma qualcos’altro, per esempio una nave in cui non vi è assolutamente presenza di materiale nocivo. Potremmo invece scoprire cose diverse e allora come è giusto e doveroso si agisce in conseguenze e con le dovute cautele del caso».
Il sottosegretario inviato qui dal ministro Stefania Prestigiacomo, che nemmeno si è degnata di fare un viaggio di persona sui luoghi, già sapeva tutto, già sapeva che quella non era la Cunsky . Più che un sottosegretario sembra un mago che conosce il futuro. Ma non è solo il sottosegretario su questa tesi. Anche la Gazzetta del Sud, giornale notoriamente filo governativo vi ha ampiamente scritto. Il giornale calabrese, scrisse che la nave Cunsky venne costruita nel 1956 ad Hartlepool [in Gran Bretagna] con il nome originario di «Lottinge». Ha sempre battuto bandiera inglese e cambiato nome in tre distinte occasioni: nel 1974, quando venne chiamata «Samantha M»; nel 1975, quando venne battezzata «Cunsky» e nel 1991 quando fu rinominata «Shahinaz». Al momento dell’inabissamento – per il pentito avvenuto nell’ottobre del ‘92 – si chiamava dunque «Shahinaz».
Ma questa rielezione non è stata verificata né dalla Procura di Catanzaro nè da nessun altro quotidiano ed è rimasta fine a se stessa. Evidentemente già ci si lavorava sopra, se il sottosegretario l’anticipò prima ancora di salire sulla nave-sonda Mare Oceano insieme ai giornalisti calabresi.
Dire che quella nave non è la Cunsky per il governo e per tanti depistatori e sabotatori della nostra Calabria vorrebbe dire uscirsene da questa storia senza grossi danni. E’ stato un abbaglio, della Procura di Paola e del Procuratore Bruno Giordano per primo, poi della Regione Calabria e dell’assessore Silvio Greco, e poi di r tutte quelle associazioni ambientaliste che fin dall’inizio hanno sostenuto la tesi del traffico delle navi dei veleni. Questo vorrebbe dire che tutto potrebbe ritornare alla normalità, far riprendere la pesca, far riaprire le pescherie, rimettere in moto un immagine della Calabria persa in questi mesi, occultando la prova principale che era la nave.
La cosa mi ricorda l’articolo che uscì sempre sulla Gazzetta del sud il 20 giugno del 1991 dal titolo «Quasi completata l’operazione di demolizione della Rosso». Rileggiamolo: «Amantea: Nessun materiale nocivo all’interno dei container trasportati dalla nave arenata — Si sta quasi completando ad Amantea,l’operazione di demolizione della grossa nave da carico ‘Rosso’ della società Ignazio Messina Spa di Genova, che proveniente da Malta e diretta a La Spezia, si arenò sulla spiaggia in lócalità ‘Le Formiciche’ il 14 dicembre dello scorso anno per una violenta tempesta di mare. All’atto dell’insabbiamento del cargo nella zona si era creato un falso allarme facendo supporre che trasportasse container con materiale inquinante mentre gli stessi container da quanto è risultato dall’inchiesta giudiziaria contenevano vettovaglie varie tra cui sostanze alimentari e generi di consumo. L’inchiesta è stata diretta dal sostituto procuratore della Repubblica di Paola, dott. Fiordalisi e coordinata dal comandante in seconda della capitaneria di .porto di Vibo Valentia, capitano di fregata Giuseppe Bellantoni. Il fatto, però, che per oltre sei mesi il è relitto è rimasto arenato nella suggestiva spiaggia ha creato non pochi problemi sotto il profilo turistico-ambientalistico.L’assessore provinciale di Cosenza Salvatore Caruso, che è anche, capogruppo consiliare del Psi al Comune di .Amantea, per due volte si è rivolto al ministero della Marina Mercantile che è intervénuto opportunamente per sollecitare la rimozione del relitto che in ultima analisi è stato deciso di demolire. Il Consiglio Comunale di Amantea, su proposta dello stesso Caruso, si è costituito parte civile per gli eventuali danni che lo stesso relitto potrebbe causare. ‘0ra – ha ribadito l’assessore provinciale Caruso- vogliamo ché sia ridata alla spiaggia piena efficienza per essere utilizzata nell’imminenza della stagione balneare’. Dopo altre e considerazioni polemiche Caruso ha rilevato ‘come è difficile in Calabria affrontare problemi di ordinaria amministrazione che; mentre in Liguria o, nél Nord Italia vengono risolti al massimo in qualche mese, da noi ci vogliono almeno sei mesi. E se ora ci siamo finalmente riusciti – ha concluso – debbo pubblicamente ringraziare la Gazzetta del sud che su questo problema ha dimostrato grande sensibilità’.I lavori di demolizione del Cargo sono stati curati dalla società dell’armatore della stessa nave e dalla Mosmode Sas di Crotone. La capitaneria di porto di Vibo Valentia di cui è comandante il capitano di fregata Vincenzo Milo, ha fatto obbligo all’armatore della Rosso di depositare un miliardo con fideiussione bancaria o polizza assicurativa. E’ stata inoltre ordinata una recinzione con apposite segnalazioni nell’arco di mezzo chilometro con il divieto di navigazione, pesca e ancoraggio. Ultimati i lavori di demolizione si dovrebbe procedere alla pulizia della spiaggia e al suo livellamento per riportarla al suo stato originario. Se ciò non fosse possibile per il cattivo tempo, secondo quanto ci è stato confermato dall’autorità competente, si provvederà a chiudere il pezzo di spiaggia non recuperato».
Una storia di depistaggi come più volte abbiamo detto che per 19 anni ha tenuto tutto sotto silenzio assoluto. Ora tutto potrebbe ripetersi. Per gli ambientalisti questa tesi non regge. Cunsky o non Cunsky le ricerche devono continuare lo stesso. I fusti devono essere presi e controllati, e la nave deve essere rimossa. Così come devono essere cercate le altri navi delle quali parla il pentito Fonti e delle quali si sa bene la loro esistenza. Come la Yvonne davanti il mare di Maratea e la Sporadis davanti Melito Porto salvo. Ma al di la delle navi segnalate dal pentito esistono altre navi scomparse nei nostri mari. Come la motonave Nikos I, sparita nel 1985 durante un viaggio iniziato a La Spezia per giungere a Lomé [in Togo], probabilmente affondata a largo tra il Libano e Grecia; come la Mikigan, partita nel 1986 dal porto di Marina di Carrara e affondata nel Tirreno calabrese con tutto il suo carico sospetto.
E poi c’è la Rigel affondata il 21 settembre del 1987, a 20 miglia da Capo Spartivento in Calabria unico caso in cui – grazie alle denunce di Legambiente – è stata ricostruita almeno in parte la verità giudiziaria. E poi resta il mistero dei misteri. La motonave Rosso, ex Jolly Rosso. Si sta scavando per questa nave, nella valle del fiume Oliva. Ma l’elenco delle navi affondate non finisce qui. Nel 1989 sarà la motonave maltese Anni ad affondare a largo di Ravenna in acque internazionali mentre nel 1993 la Marco Polo sparisce nel Canale di Sicilia e ancora nel novembre del 1885 affonda a largo di Ustica la nave tedesca Koraline.
D’altra parte che la nave-radar Mare Oceano non fosse idonea a capire cosa contenesse quella nave lo avevamo già visto salendo sulla stessa nave. I tecnici di bordo ci spiegarono per bene cosa potevano fare e cosa no. Non potevano prendere i bidoni per esempio, né analizzarli. Non potevano stabilire la presenza di raggi gamma ma solo di quelli alfa, come spiegò meglio il giorno dopo l’assessore Greco. Non potevano spostare la nave tanto meno recuperarla riportandola in superficie con le dovute cautele. Insomma vedremo solo delle belle foto e delle belle immagini tridimensionali. Poi la marina militare dovrà stabilire attraverso l’archivio nautico di cosa si tratta. Ma anche se non fosse la Cunsky, di sicuro non sono le uniche navi affondate durante la seconda guerra mondiale ben conosciute dalla Marina Militare ed inserite nelle mappe che anche i pescatori conoscono. Quali la nave Cagliari che venne affondata il 6 maggio del 41, dal sommergibile Taku, ed ha una stazza di 2322 tonnellate. Questa nave si trova nei fondali fra Diamante e Cetraro; la nave Federico C. che venne affondata il 28 luglio del 41 dal sommergibile Utmost, è di 1467 tonnellate ed anche questa , come sanno bene i pescatori a strascico, si trova nella stessa zona . Altre tre navi sono lontane dalla zona di Cetraro, ma sono conosciute come le altre due. Insomma se non è la Cunsky è un’altra nave non militare ed affondata appositamente, in quanto in quell’area non ci sono segnalazioni di naufragi.
Ecco perché la ricerca deve continuare. Quei fusti che sono dentro la nave non possono che essere rifiuti tossici e il governo deve impegnarsi ancora di più per dire la verità. Una verità che sia possibile anche controllare dalla nave stessa mare Oceano dove non esistono a bordo persone terze, avvocati di parte, scienziati delle associazioni ambientaliste, tecnici della Regione Calabria. Ecco perché alla notizia che quella nave non possa essere la Cunsky , bisogna subito alzare un coro unanime, che sia quello , che si continuino le ricerche comunque , senza abbassare la guardia e senza buttare fumo negli occhi ad una popolazione , che nella manifestazione e partecipazione di massa ad Amantea ha dimostrato essere stufa di essere presa in giro.

.

giovedì 22 ottobre 2009

Calabria, traffici di rifiuti tossici

In Calabria toccato il fondale

Misteri irrisolti, traffici di rifiuti tossici e di materiale nucleare arrivato fino a Saddam, 'ndrangheta: sono le tessere del puzzle delle «navi a perdere». Al centro, le comunità locali, che finalmente si ribellano e il 24 manifestano ad Amantea

Le «navi dei veleni» sono finite anche sulla prima pagina del Financial Times, che con un’ampia e un’articolata ricostruzione dei fatti arriva fino a Rotondella [Matera], costa ionica della Basilicata, dove negli anni ’60 è stato realizzato un altro pezzo della fallimentare epopea nucleare italiana. Qui c’è l’Impianto trattamento elementi combustibile, meglio noto come Itrec di Trisaia [località del comune di Rotondella], una sorta di impianto di riprocessamento del combustibile nucleare irraggiato, gestito prima dall’Enea e poi preso in carico dalla Sogin. Nel corso degli anni, l’Itrec è stato al centro di diverse indagini perché sospettato di produzione clandestina e traffico di plutonio e sostanze radioattive, oltre che di violazione dei regolamenti relativi alla custodia di materiale radioattivo. Tra i vari filoni delle inchieste, uno ha riguardato anche il plutonio manovrato dalla ‘ndrangheta e fatto arrivare all’Iraq di Saddam Hussein quando era ancora alleato dell’occidente. Storie e indagini che portano l’autorevole quotidiano economico britannico a parlare dei problemi che questa complicata questione starebbe provocando alla politica di rilancio dell’energia nucleare dell’attuale governo Berlusconi. Viene così offerta un’ulteriore chiave di lettura della vicenda delle «navi a perdere», ignorate per almeno una ventina di anni, nonostante le inchieste di magistrati e le denunce di associazioni ambientaliste e giornalisti.
Dei traffici nucleari che arrivano fino all’Iraq di Saddam, ma anche al Dc9 di Ustica, scrive Paride Leporace sul numero di Carta in edicola dopodomani, dedicato alla «Calabria a perdere». Uno speciale che raccontata, appunto, anni di inchieste indipendenti e di faldoni vaganti fra procure, riguardanti un territorio fuori dal controllo dello Stato [Francesco Cirillo], ma anche la rabbia dei calabresi di oggi, dopo la scoperta del relitto di una nave a largo di Cetraro, contenente con molta probabilità rifiuti tossici e forse anche nucleari. La manifestazione di sabato prossimo, il 24 ad Amantea, in provincia di Cosenza, vuole chiedere conto dei tanti misteri irrisolti e dell’avvelenamento delle coste e del mare calabrese [Claudio Dionesalvi]. Una protesta che coinvolge praticamente tutta la Calabria e anche molto sud, ma che tocca nel vivo soprattutto le comunità colpite dall’emergenza dei rifiuti tossici e delle scorie radioattive. Ieri una cinquantina di sindaci della costa e dell’entroterra cosentino hanno manifestato davanti a palazzo Chigi, a Roma, e poi hanno diffidato il governo affinché «intervenga urgentemente per risolvere la situazione di grave allarme creatasi nella zona del Tirreno cosentino e in tutta la Calabria. Si registra – hanno detto i sindaci – un clima emergenziale tale, in termini di tutela della salute collettiva, da mettere in serio pericolo l’ordine pubblico, già tradizionalmente a rischio per l’alta presenza mafiosa». La loro preoccupazione è tale da chiedere al governo «l’attivazione di tutte le procedure ordinarie e straordinarie, compresa la possibilità di ricorrere al commissariamento di protezione civile». Forse, non è proprio l’idea vincente, ma la tensione è alta. Questa mattina, i pescatori di Cetraro hanno manifestato all’arrivo del sottosegretario all’ambiente, Roberto Menia, in Calabria per un sopralluogo e per incontrare i magistrati della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e gli enti locali coinvolti. I pescatori hanno rappresentato le loro difficoltà, dovute innanzitutto al netto calo delle vendite del pesce pescato in quella zona, «segnato» ormai dall’allarme suscitato dalla presenza della «nave dei veleni». Un «marchio» che sta mettendo in ginocchio le economie locali, aggravando ulteriormente il disagio di popolazioni già provate dalla preoccupazione per la propria salute e per la gravissima compromissione di tutto l’ambiente costiero e marino.

.

giovedì 15 ottobre 2009

Cunsky, Un'altra nave a Vibo?

Il muro di gomma in Calabria. Un'altra nave a Vibo?

Giuliano Santoro

Nonostante le grandi testate nazionali abbiano smesso di occuparsene, il mistero delle scorie affondate nei mari calabresi si intensifica giorno dopo giorno. Così, insieme alle strane manovre di insabbiamento di alcune procure e alla strategia del silenzio del governo nazionale, spuntano altri relitti...

Si infittisce il mistero attorno alle navi dei veleni affondate nei mari di Calabria, mentre le mobilitazioni e la rabbia montano di giorno in giorno. Ieri per la prima volta i pescatori di Cetraro, il comune di fronte al quale giace il relitto trovato grazie alle rivelazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti. I sindaci del Tirreno cosentino hanno costituito un «comitato permanente» che ha convocato i deputati e senatori eletti nella regione per martedì 20 ottobre a Roma «al fine di adempiere alla diffida con la quale i sindaci intimano al governo nazionale a rimuovere il relitto ritrovato a largo di Cetraro e coordinare azioni comuni che incalzino il Governo».
La notizia di oggi, però, arriva dal Quotidiano della Calabria, che la pubblica in esclusiva: è stato scoperto un altro relitto nel Vibonese. In seguito alle molte segnalazioni, scrive il giornale, «tra le tante verifiche compiute avrebbe dato esito positivo quella compiuta al largo della costa vibonese dove, con l’ausilio di un sonar, sarebbe stato individuato un altro relitto. Sugli esiti degli accertamenti viene mantenuto il massimo riservo e sono stati informati la magistratura e l’assessorato regionale all’ambiente».
«Il relitto potrebbe essere quello della Mikigan» afferma Legambiente sulla base della cartina della Oceanic Disposal Management Inc., «società creata dall’imprenditore Giorgio Comerio, per l’affondamento programmato di scorie radioattive nei fondali marini», agli atti della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. La nave era stata affondata il 31 ottobre 1986 dopo essere partita dal porto di Massa Carrara con un suo carico protetto da granulato di marmo. Sempre dal porto toscano era partita la Rigel, poi affondata con analoghe caratteristiche nel 1987 a largo di Capo Spartivento.
Un altro giornale locale, «il Quotidiano della Basilicata», avrebbe offerto numerose rivelazioni sconcertanti, questa volta sull’aspetto giudiziario. Secondo il direttore Paride Leporace, il pentito Fonti vuole deporre ancora ma si starebbe verificando di nuovo uno scontro tra procure, come era avvenuto tempo fa a proposito delle indagini Luigi De Magistris. Il procuratore di Catanzaro, Vincenzo Lombardo ha affermato ad un’agenzia di stampa: «Non abbiamo certezza sul fatto che quella scoperta a Cetraro sia davvero la nave Cunsky, come riferito dal pentito Francesco Fonti». Ha replicato l’assessore all’ambiente calabrese, Silvio Greco: «Non c’interessa il nome ma il contenuto di quella nave, ci interessa la bonifica». Oggi Greco ja cercato di placare gli allarmismi ma ha tenuto la barra dritta sulla richiesta di bonifica: «Al largo della costa calabrese ci sono almeno 150 relitti risalenti all’ultimo conflitto mondiale – ha affermato l’assessore da Bruxelles – Non si può parlare di rifiuti tossici se non si hanno prima i riscontri scientifici. Non mi risulta che siano a disposizione sonar in grado di rilevare la presenza di navi affondate in quella zona. Fino a quando non avremo riscontri scientifici, rischiamo solo di fare allarmismo». Diverso, aggiunge Greco, è il caso della nave localizzata al largo di Cetraro. «Quella è una situazione realmente preoccupante, perché abbiamo i filmati del relitto – prosegue l’assessore – Occorre che la nave, che si chiami Cunsky come dice il pentito o in un altro modo, sia rimossa e la zona bonificata. Per il resto bisogna stare calmi, perché in Calabria ormai c’è la psicosi. Ieri mi hanno allertato perché qualcuno aveva segnalato la presenza di un bidone al largo di Diamante, poi si è verificato che si trattava di una boa». «Pochi mettono in evidenza che Francesco Fonti è gravemente ammalato – scrive Leporace – Chi ha avuto la possibilità di parlare con lui ci riferisce di un uomo deluso che è solito ripetere ‘non vogliono usare la logica. Vadano in fondo a quel mare. Basta recuperare un solo bidone per accertare la verità’».
Leporace racconta del muro di gomma delle istituzioni, che sarebbe stato bucato dal procuratore di Paola Bruno Giordano e dalla «variabile impazzita» di un assessore regionale all’ambiente esperto di mare e una società privata che con fondi pubblici ha trovato il relitto al largo di Cetraro. «Quel giorno carabinieri e guardia costiera erano in grande tensione per quelle ricerche. Uno stato di allerta generale senza muovere un dito per partecipare allo scandaglio delle acque», afferma ancora Leporace nella sua inchiesta.



.

venerdì 21 agosto 2009

Un ponte tra due mafie

Un ponte tra due mafie


L'intreccio di interessi pubblici e privati, la longa manus delle mafie locali, la devastazione del paesaggio: a migliaia in piazza per dire no a un mostro che fagociterà miliardi della comunità

Scritto da
Gianluca Ursini


Messina, 8 agosto 2009. Il popolo del ‘No al Ponte' sullo Stretto si ritrova dopo i due anni di tregua concessi dal refrain di R. Prodi: ‘'Bamboli non c'è una lira!" Una italia più tristana rispetto a quella burlesque di Papi Silvio, ma con i piedi per terra.

Ottomila persone (per gli organizzatori) tra siciliani, calabresi e altre realtà solidali alla lotta, come le comunità del No Tav o Wwf Legambiente e altre associazioni ecologiste, hanno invaso i viali dell'Araba fenice rinata dopo lo tsunami del 1908; immancabilmente, per la Questura hanno sfilato in tremila. Quel che conta è che sia ripartita, oltre alle minacce berlusconiane ("useremo l'esercito" ha promesso cupo il ministro Claudio Scajola,) la rete di chi non chiede più investimenti pubblici-monstre ma "investimenti locali di prossimità: compatibili e immediati, come la metropolitana del mare qui sullo Stretto e la messa in sicurezza delle due sponde dal rischio antisismico; costerebbero più del ponte", spiega Antonello Mangano, autore con Gigi Sturniolo e Peppe Marra del libro ‘'Ponte sullo Stretto e mucche da mungere".

Per voi tre autori ci sono sette buoni motivi per essere ‘contro' e uno interessa da vicino PeaceReporter
"Fino a pochi mesi fa si diceva che l'investimento pubblico rappresentava il peggiore dei mali, ora è essenziale per socializzare le perdite - la crisi la paghiamo noi - mentre le mega opere basate sulla partnership pubblico-privato diventano delle vacche da mungere che portano ai privati denaro pubblico. La tesi del nostro libro è che tra una diga in Lesotho, il Ponte, la privatizzazione dell'acqua in Calabria, le razioni di pollo per i soldati in Afghanistan, i rifiuti accumulati a Napoli e un hotel extralusso a Khartum con vista sulle baracche in latta, non esiste nessuna differenza".

Mangano è un blogger con venature da sociologo, Marra un attivista ecologista al quale potreste chiedere ogni particolare su come la multinazionale francese ‘Veolia' abbia trovato l'America in Calabria, gestendo i tesori locali: acqua e rifiuti; Sturniolo ha formazione economica e la ‘fissa' marxista di trovare a tutto motivazioni economiche; nel libro si propone un'analisi, economica e politica, che parte dal presupposto degli ‘interessi discordanti' e del loro riequilibrio. Dietro la artificialmente indotta esigenza del Ponte, ci sono interessi molto forti: movimento terra, betoniere delle ‘ndrine che impastano calcestruzzo a buon mercato come quello sbriciolatosi per la scossa dell'Aquila, e movimento inerti. Le cosche della Piana di Gioja e i picciotti catanesi ci hanno prosperato per anni, costruendo autostrade e seconde ‘town' ai presidenti del Consiglio: dietro le reali esigenze del ‘No Ponte', non si riescono ad aggregare movimenti di opinione. Non si riesce ad impedire che si diano poteri generali al commissario straordinario Piero Ciucci per ‘'accelerare i lavori'' e traformare lo Stretto nei prossimi sette anni (ammesso che ce la facciano...) in una miriade di svincoli, curve e sopraelevate. Piccola nota: Ciucci il commissario straordinario, è anche a capo dell'Anas, che detiene la quota dell'82 percento della società ‘Stretto di Messina' incaricata di delineare i termini tecnici dell'opera. A metterlo in atto sarà Impregilo, (gruppo Romiti) che si è aggiudicata i lavori. Gli stessi che si erano aggiudicati nel '90 l'ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio. Era ancora premier Bettino Craxi e ministro ai Lavori pubblici un democristiano calabrese, Riccardo Misasi.
Anas e Impregilo in 17 anni non hanno completato quello che avevano promesso di chiudere in cinque (anche il ministro berlusconiano Piero Lunardi nel 2001 aveva indidcato come fine lavori per la Sa-Rc il 2005), e i costi sono lievitati di 17 volte. C'è da scommetterci che riusciranno a ultimare una opera-monstre in 7 anni...

Torniamo a noi. Se hanno fallito, soprattuto nel vigilare sulle infiltrazioni mafiose sulla Salerno- Reggio, figurarsi per il ponte...
... che unirà due cosche, non due coste..."

Come si attua la fregatura?
Negli anni ‘70 sembrava si fosse assistito ad un ritorno del pubblico: shock petrolifero, economie assistite, misure keynesiane; poi gli anni '80 reaganiani dell'iperliberismo. Ora dopo lo shock 11 settembre ma soprattutto dopo la caduta del "Muro di Wall Street" è arrivato il momento della PPP (Partnership pubblico - privato). Cosi le perdite saranno collettivizzate e i guadagni privatizzati; è lo stesso discorso per il quale chi fornisce (vedi Halliburton) le razioni ai soldati in Iraq ha da guadagnare tanto quanto coloro che vincono la commessa per la diga in Lesotho che i lesothiani non hanno chiesto e che non finanzieranno, ma che si ritroverranno grazie a fondi Onu. O per il Ponte o per lo sfruttamento delle risorse, come potrebbe essere il caso dei rifiuti, mentre il loro sfruttamento viene lasciato (Impregilo, sempre lei, ha rinunciato a costruire i termovalorizzatori) in mano alle ecomafie o tout court ai casalesi.

Mi ripete il settimo comandamento del ‘No al Ponte'?
Le opere PPP sono utili ai generali e ai loro eserciti, all'industria della guerra, altro ottimo investimento richiesto dal pubblico e attuato dai privati. Per questo Matteoli (Lavori pubblici) e Scajola hanno promesso di usare l'esercito contro le ‘'sparute minoranze che si opporranno al Ponte''...

Quali sono gli altri punti fermi del vostro comitato?
No al partito del cemento. No allo strapotere economico delle mafie. No alla finta promessa di occupazione (40mila posti di lavoro per il governo; ma quando i cantieri saranno finiti?). No alle finte promesse di sviluppo..

Cosa comporta la commistione pubblico-privato?
Lo Stato è rimasto stazione appaltante ed assicura alle imprese private profitti al riparo dalla concorrenza, rischi di mercato, verifiche di efficienza. L'arretramento dello Stato ha significato riduzione di regole e controlli, discrezionalità dei "General Contractor" nell'assegnazione di subappalti o nella gestione privatistica di voci di bilancio, con perdita di rilevanza penale di comportamenti dannosi per la società. Ha significato nei fatti maggiore spazio per la criminalità, l'annullamento dei diritti dei lavoratori, l'allontanamento di imprese che non accettano tavolini di spartizione.

Il titolo sarebbe ‘'Attenti a quei due!"
Sappiamo cos'è la Salerno- Reggio; non tutti sanno che i responsabili sono gli stessi che devono fare il Ponte: Anas e Impregilo. Quanto hanno vigilato sulle infiltrazioni mafiose?

Per Piero Ciucci, nel 2007, la Salerno-Reggio era una ‘'autostrada pienamente sotto controllo''. Per questa strada "pienamente sotto controllo" l'intervento della polizia è stato richiesto in diverse occasioni, con mandati di catttura dei giudici: si inizia con l'operazione Tamburo (2002), che riguarda il tratto da Castrovillari a Rogliano; si prosegue con l'operazione della Dia contro la camorra (aprile 2005) per la realizzazione degli svincoli di Castellammare di Stabia e Scafati e dei caselli di Nocera Inferiore e Cava dei Tirreni; ancora l'operazione Arca (luglio 2007), chiusa esattamente due anni dopo con otto condanne e 44 assoluzioni per una forma di pizzo che prevedeva manodopera e calcestruzzo a prezzi gonfiati tra gli svincoli di Mileto e Rosarno-Gioia Tauro. Nel febbraio 2009, l'operazione "Autostrada" riguardava ancora il tratto sotto l'egemonia del clan Mancuso (svincolo di Mileto): pizzo pari all'1 per cento degli importo e materiali scadenti, giudicati però adeguati dai controlli eseguiti dall`Anas

Le mafie sempre più ricche; il territorio devastato; i costi in capo alla comunità e profitti astronomici per Impregilo e per chi gestirà il pedaggio dell'opera finita; una colata di cemento seppellirà le due città dello Stretto per le opere di adeguamento ad una tensostruttura mostruosa sospesa a un centinaio di metri d'altezza; la curva per portare ad altezza Ponte treni e auto comincerà a un chilometro del mare e descriverà quasi una inversione a U: la madre di tutte le sopraelevate che hanno deturpato le nostre città.
Ma c'è un motivo che sta sopra a tutti, il più evidente e il più logico. Lo forniscono gli ingegneri, come è loro prassi, molto razionalmente: con il progetto attuale se i venti sorpassano i 10 nodi, la struttura andrebbe chiusa. Si tornerebbe a traversare in barca. Nella regione dello Stretto, una delle più ventose d'Italia (chiedere ai wind e kite surfer che arrivano fin dal Friuli o dalla Slovenia per volare su quelle acque) almeno per un centinaio di giorni l'anno si supera questa velocità. La Grande opera del Governo Berlusconi sarebbe inservibile per un terzo dell'anno.

.

LEGGI TUTTO SULLE STAGIONI
METEOROLOGICHE
ED 
ASTRONOMICHE

.

SITO INTERNET
CHE SI PROPONE DI 
ESPANDERE
IL 
LAVORO CREATIVO


.





LE
IMAGO
DICONO
LA 
VERITA'







.
GUARDALE QUI SOTTO CLICCA
LA FOTO




. Bookmark and Share .

CONDIVIDI

Share

FEED

Subscribe

MI PIACE

Share

popolarita del tuo sito

widgets

members.internetdefenseleague

Member of The Internet Defense League

Add

disattiva AD BLOCK

Questo blog è autogestito Sostienici

Visualizzazioni totali

seoguru