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domenica 4 novembre 2018

Nicola Gratteri VS Matteo Salvini non parla mai di Mafie

Salvini è un Prepotente Fascista


Perchè Salvini non parla mai di mafie?
Non parla mai di mafie, ma solo di immigrazione. Ecco il disappunto del Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri nei confronti di Matteo Salvini.


Gratteri è stato ospite da Lilli Gruber a “Otto e Mezzo” su La7. Il vero problema è come viene affrontato l’argomento immigrazione: il solo parlarne come strumento politico e di serbatoio elettorale non aiuta di certo a proporre una soluzione. Il vero problema è capire chi organizza l’attraversamento nel deserto in Africa. Scoprire i percorsi economici, andare in Centro Africa e capire chi organizza tutto il percorso. Non basta creare un tappo sulle coste libiche. Il secondo passo è costruire infrastrutture ed attività in grado di rendere vivibile l’Africa. Passo successivo è occuparsi dei clandestini in Italia. Il nodo principale sono gli accordi bilaterali: senza questi non è possono mettere in piedi un piano di rimpatrio.

Ecco il sintesi il pensiero di Nicola Gratteri sul tema e sulla poca complessità con cui viene affrontato. In particolare dal ministro dell’Interno: poco occupato, invece, sul fronte mafia. Poche le parole dette ed ancora di meno i fatti concreti….
“Non ho sentito Salvini parlare di mafie, ma solo di immigrazione”. 

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giovedì 11 gennaio 2018

RETATA IN CALABRIA : a rischio la libertà di voto



IL PROCURATORE NON HA DUBBI: «È L’OPERAZIONE DEL SECOLO»

«È la più grande operazione antimafia degli ultimi 20 anni». Parole e musica di Nicola Gratteri, il procuratore antimafia di Catanzaro che ieri ha chiuso l’ennessima retata in Calabria: 169 arresti, 50 milioni di beni confiscati e ferri ai polsi anche per il presidente della provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2% di voti. E sull’onda dell’entusiamo per l’operazione appena conclusa, il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ha avvertito: «Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Secondo gli inquirenti, infatti, il presidente Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui.

RETATA IN CALABRIA

Gratteri ne arresta 169 e giura:
 «È la più grande operazione del secolo»

Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Le parole del procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, suonano quasi come una sentenza. Sono quelle che commentano la maxi operazione di ieri a Crotone, che ha portato a 169 arresti tra Calabria e Germania, e che ha fatto finire in carcere anche dieci amministratori pubblici, tra i quali il presidente della provincia di Crotone, Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2 per cento di voti. Un’intera squadra politica che, secondo la Dda, si piegava ai voleri della cosca, in cambio di voti, mettendo l’attività istituzionale a disposizione del clan. Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui. Ma non si tratta del solo: il vicesindaco Giuseppe Berardi, in Consiglio da 10 anni, il presidente del Consiglio Giancarlo Fuscaldo, coinvolto nella vicenda della concessione della piscina comunale, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio, già assessore.

Coinvolto anche il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, non intraneo alla cosca, ma capace di fornire «un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione». Arrestati anche il vicesindaco di Casabona, Domenico Cerrelli, che avrebbe addirittura partecipato alla “bacinella” del clan, il sindaco di Mandatoriccio, Angelo Donnici, accusato per una gara sospetta, il suo vice Filippo Mazza e l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore, Giovanbattista Benincasa. Per il procuratore della Dda Nicola Gratteri, “Stinge” è «una delle più grandi operazioni degli ultimi 23 anni», un blitz che disarticolato la cosca di Cirò Marina Farao-Marincola, che aveva allungato i suoi tentacoli anche al centronord e fino in Germania, dove sono state arrestate 13 persone. L’indagine ha messo in evidenza il controllo da parte della cosca di praticamente tutta l’imprenditoria del crotonese, monopolizzando l’offerta di pescato dei porti di Cariati e Cirò e i rispettivi servizi portuali, i servizi di lavanderia industriale, la distribuzione di prodotti alimentari, carta e plastica per alimenti, la raccolta e rigenerazione della plastica e dei cartoni, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani - inclusi inquietanti viaggi per smaltire in Calabria i rifiuti tossici dell’Ilva di Taranto -, la gestione dei servizi per l’accoglienza migranti, la distribuzione di prodotti vinicoli anche all’estero, specie in Germania, i servizi di onoranze funebri, i prodotti da forno, la distribuzione di bevande, le slot machine, gli appalti di tagli boschivi e quelli per la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina. Un quadro pesante, ricavato anche dalle intercettazioni dei colloqui in carcere di Giuseppe Farao, ergastolano e capo indiscusso anche dietro le sbarre, da dove continuava a tirare le fila della cosca rivendicandone il comando. Un boss che vuole continuare a comandare, ma che soprattutto mira a preservare i familiari da possibili catture in modo da assicurare la continuità della leadership. La ‘ ndrangheta, dunque, ha realizzato che il clamore e i vecchi metodi non sono più utili, al punto che il capo suggerisce a figli e nipoti di limitarsi a lavorare per addentrarsi nel tessuto economico- produttivo, mettendo da parte violenza e minacce. «La seconda generazione doveva essere diversa dopo che “loro” avevano acquisito il potere con metodi “bellici”», scrive il giudice citando Farao. Una prospettiva strategica che Luberto definisce «mutazione genetica» . L’attenzione della Dda sui politici si concentra in particolare su Parrilla, eletto presidente della provincia il 12 gennaio dello scorso anno. Un’elezione per la quale Parrilla, sempre secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto l’aiuto della cosca, così come prima avrebbe fatto quando in ballo c’era la poltrona di sindaco. Un ruolo, quest’ultimo, che avrebbe garantito alla locale di Cirò diversi benefici, 
come l’assunzione di alcuni familiari negli enti comunali.

SECONDO LA PROCURA DI CATANZARO
 IL VECCHIO BOSS ERAGOSTOLANO 
GIUSEPPE FARAO DIRIGEVA 
GLI AFFARI DI FAMIGLIA DIRETTAMENTE DAL CARCERE


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Previsioni per il 2018






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martedì 10 maggio 2016

Cocaina da Roba per Ricchi a Sballo di Massa


La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa

Il fiume di cocaina che segna il perimetro dell’omicidio di Luca Varani, della violenza fredda e paranoide di Marco Prato e Manuel Foffo costituendone il presupposto, alimenta le voglie e le ossessioni quotidiane di tre milioni di italiani e ne scatena l’aggressività nelle strade e nelle case, esondando dai suoi argini da Milano a Roma, da Bologna a Siena, da Napoli a Palermo, per ritrovare la sua fonte rigeneratrice nella Locride e consegnare alle cosche calabresi un tesoro da trenta miliardi l’anno. È quello che il magistrato Nicola Gratteri definisce 
«il più grande affare nella storia della ‘ndrangheta».  

Tutto comincia e finisce in questa striscia di terra incantata tra lo Ionio e il Tirreno, dove la natura vince, l’uomo perde, lo Stato è ridotto a comparsa e le regole non valgono. A meno che non siano quelle delle famiglie mafiose, confuse da tempo con la buona borghesia cittadina e ormai composte da avvocati, notai, imprenditori e commercialisti. È la ‘ndrangheta con le scarpe lucide, quella che, per chiudere il cerchio, si è alleata anche con la massoneria. «Migliaia di uomini e donne che mangiano negli stessi ristoranti, dividono gli stessi affari e gli stessi discorsi, gli stessi teatri e le stesse parrocchie delle famiglie perbene, rendendo sempre più difficile la possibilità di distinguere il bene dal male. Solo una cosa è certa nel reggino: nulla è possibile senza che la ‘ndrangheta abbia dato il suo benestare», dice il procuratore capo della Repubblica Federico Cafiero de Raho.
 E mentre parla sembra appesantito. 

Come se avesse guardato una cosa nera e lontana e all’improvviso fosse stato costretto a ingoiarla.  
 «La scorsa settimana abbiamo arrestato i vertici del sistema Reggio a cominciare dall’avvocato Giorgio De Stefano, dimostrando una volta di più che in questa provincia la ‘ndrangheta non è presente solo nei grandi appalti, ma costringe le persone a piegarsi ai propri voleri anche per le singole ristrutturazioni casalinghe. Devi cambiare gli infissi? In quella via c’è la nostra azienda. Alberghi, ristoranti, negozi, nulla sfugge. E nessuno può crescere in un sistema in cui molti imprenditori vanno a cercare le famiglie prima che le famiglie cerchino loro. Chi può manda i figli a studiare altrove. Chi non può si adegua. La paura ha spinto tanti ad arrendersi. Eppure noi siamo qui. E qualcosa piano piano si muove». Ma come lo Stato si muove la ’ndrangheta reagisce. Come in questi giorni. Colpi d’arma da fuoco, minacce fisiche, auto in fiamme e biglietti intimidatori che contengono un ultimo avviso. «Viri chi porci campanu pocu». 
Vedi che i maiali hanno vita breve  
Per combattere le organizzazioni mafiose il governo investe due miliardi e mezzo l’anno. La sola 
‘ndrangheta ne fattura 44. La capacita economica delle famiglie è enorme. E il 66% di queste entrate è fatto di cocaina. Tre milioni di italiani comprano, le famiglie prosperano e un pezzo del paese va alla deriva, tanto che Anna Rita Leonardi, giovane dirigente del Pd, è costretta a dire nelle interviste: «Se resto viva una cosa è certa, sono candidata sindaco e porterò Platì alle elezioni». Se resto viva. Platì, come San Luca, dove sono i carabinieri, secondo la procura, «ad essere circondati dalla ‘ndrangheta e non loro a circondare i mafiosi».
 Quanto è alto il prezzo della coca? E chi lo paga veramente? 

Anche la camorra ci si è messa d’impegno, ma nessuno è bravo come i calabresi sul mercato 
internazionale della coca, nessuno conta quanto loro, capaci di stringere rapporti blindati con i 
colombiani, considerati duri quanto i messicani e però più affidabili. «Non amo fare l’elogio della 
criminalità, ma la considerazione internazionale della ‘ndrangheta è legata a due motivi: ha meno 
collaboratori di giustizia ed è solvibile. Paga fino all’ultimo centesimo», dice Gratteri. Così la cocaina, distribuita in ogni angolo d’Europa e del pianeta, arriva in Italia senza soluzione di continuità, passando dall’Africa, dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dal Belgio e dall’Olanda e inondando i nostri porti. «Nei primi due mesi del 2016 ne abbiamo sequestrati settecento chili solo a Gioia Tauro», dice Cafiero de Raho.  

Nel porto di Gioia Tauro, il più grande terminal per trasbordo del Mediterraneo, passano tre milioni di container ogni dodici mesi. Controllarli tutti è impossibile ma dentro quei giganteschi parallelepipedi di metallo, assieme alla merce che finisce nelle nostre case, si trovano armi, rifiuti radioattivi e tonnellate di cocaina, che in genere vengono caricate all’insaputa di chi compie il trasporto manomettendo i sigilli dei container. Le cooperative addette allo scarico sono spesso infiltrate dalla ‘ndrangheta, o addirittura sono state fondate dalle famiglie..  
Perché non sciogliete le cooperative e ripartite da zero? «Legalmente non si può. Perché ne prendi due o tre e magari ti dicono che tutti gli altri sono sani. Che fai mandi tutti a casa? Porti via lavoro?», 
risponde Cafiero de Raho. Così polizia, carabinieri e guardia di finanza combattono una guerra che non possono vincere e per ogni container che viene scoperto ce ne sono nove - secondo le dichiarazioni dei pochi collaboratori di giustizia - che passano indenni. «Non c’è nessuna merce al mondo con un rapporto così smisurato tra prezzo di acquisto e prezzo di vendita», ha spiegato il professor Isaia Sales, esperto di criminalità economica.  
Il business mondiale della droga supera i 500 miliardi di dollari e a favorire il giro dei narco-euro sono funzionari di banca, avvocati e broker, perciò, secondo Giuseppe Lombardo, magistrato a Reggio Calabria: «dobbiamo essere consapevoli che contrastare le mafie significa impedire, in un certo senso, che l’economia riparta». È il suo modo per segnalare quello che forse è il punto più controverso del problema: siamo sicuri che l’economia legale riesca a sopravvivere senza quella illegale? E chi si porta dentro questo dubbio ha voglia di mettere la criminalità organizzata con le spalle al muro? «La crescita della criminalità economica non è stata ostacolata dall’economia legale. I soldi della cocaina fanno gola a molti, non soltanto in Italia. Io e il professor Nicaso lo sosteniamo da tempo: è necessaria una azione di contrasto a livello internazionale», chiosa Gratteri. 

Esiste lo spaventoso giro d’affari con le conseguenze fuori controllo sull’organizzazione di regioni come la Calabria e la Campania ed esistono gli effetti che la cocaina, considerata una droga socialmente accettabile, produce sui consumatori. «Io temo che i consumatori di cocaina nel nostro paese superino abbondantemente i tre milioni», dice il colonnello Paolo Iannucci, della direzione centrale dei servizi antidroga. Solo a Roma, nel corso del 2015, sono stati sequestrati 310 chili di polvere bianca e secondo Michele Andreano, legale di Manuel Foffo, il suo cliente «non avrebbe ucciso se non fosse stato un cocainomane». Difficile stabilire se abbia ragione, più facile notare la distanza che corre tra la straordinarietà dell’omicidio Varani e la diffusione «epidemica» - secondo Federico Tonioni, responsabile dell’area dipendenze del policlinico Gemelli - della cocaina. «Una sostanza che in fase acuta produce una sospensione della capacità di fare esami di realtà». Il collega Luigi Janiri, direttore dell’unità di psichiatria del policlinico, racconta che la cocaina «è il più potente antidepressivo che ci sia, ma ha un effetto così forte che non può essere usato come farmaco». La cocaina non solo non cura la depressione ma produce dipendenza, può causare ictus, infarti, crisi epilettiche e certamente moltiplica esponenzialmente l’aggressività. «I cocainomani sviluppano idee paranoidi, diffidenza, ostilità. Immaginano di essere seguiti dalla polizia. O magari spiati dai genitori. Noi li trattiamo come se fossero pazienti psicotici, per esempio bipolari o schizofrenici. E sappiamo bene che una bella responsabilità sui comportamenti antisociali che registriamo per strada sono addebitabili alla cocaina», dice Janiri.  
Mattia F. ha 49 anni ed è cresciuto alla Magliana. Era bambino quando la banda prendeva il controllo 
della Capitale, ma è con loro che è cresciuto e a sedici anni ha cominciato a tirare. Ha continuato fino al 2011 e solo adesso sta finendo il suo ciclo di disintossicazione. «Per la prima volta in vita mia riesco a fare i conti con me stesso. Sto imparando a capire chi sono, che cosa voglio, che cosa è importante per me». Come se avesse sempre vissuto in una dimensione parallela.  

Elegante, i capelli chiari, una faccia da duro buono, 
Nicola ripercorre le curve della sua vita complicata. 


Dà l’impressione di essersi tolto la cravatta un minuto prima, anche se forse non l’ha mai portata e di 
venire da un ambiente più elevato. Un paradosso ambulante. Un padre violento, i primi reati, i lavori per il cinema. «Guadagnavo bene. Anche perché poi integravo andando a lavorare nei locali. Mi alzavo e il mio primo pensiero era la cocaina. Lo stesso che avevo prima di andare a letto. Quando ci andavo. In una sera ero in grado di prenderne anche 25 grammi». I rapporti personali che vanno a pezzi, il bisogno di denaro costante, il consumo che si aggiunge allo spaccio. «Ne avevo quanta ne volevo e la prendevo nei posti giusti. Pura all’83%. Un giorno mi hanno arrestato con sette grammi in tasca. Il giudice mi ha chiesto: dove l’hai presa? A Termini. Quello ha riso: vai in galera, va». Cocaina così pura può arrivare solo dal grossista, ‘ndrangheta o camorra. Nelle dosi standard il grado di purezza può toccare il 15% se sono per le periferie, il 45% se sono per i quartieri bene. E i prezzi possono ballare tra i 15 e i 200 euro. 

«La ‘ndrangheta ha trasformato la cocaina da droga per ricchi a sballo di massa», dice Gratteri. Uno 
sballo perfetto per la modernità. Mattia, che oggi fa l’artigiano, in galera ci è rimasto due anni. E’ uscito e ha ricominciato. «Mi sono rovinato fisicamente. Scatenavo risse con chiunque, ogni motivo era buono per fare a pugni, in strada, nelle discoteche, nei bar». Una donna l’ha spinto a cambiare vita. A scoprire finalmente la sua. «Con lei è finita. Ma oggi so chi sono. E mi piace».

LEGGI TUTTO SUI DANNI PROVOCATI DALLA COCAINA

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