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giovedì 11 gennaio 2018

RETATA IN CALABRIA : a rischio la libertà di voto



IL PROCURATORE NON HA DUBBI: «È L’OPERAZIONE DEL SECOLO»

«È la più grande operazione antimafia degli ultimi 20 anni». Parole e musica di Nicola Gratteri, il procuratore antimafia di Catanzaro che ieri ha chiuso l’ennessima retata in Calabria: 169 arresti, 50 milioni di beni confiscati e ferri ai polsi anche per il presidente della provincia di Crotone Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2% di voti. E sull’onda dell’entusiamo per l’operazione appena conclusa, il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ha avvertito: «Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Secondo gli inquirenti, infatti, il presidente Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui.

RETATA IN CALABRIA

Gratteri ne arresta 169 e giura:
 «È la più grande operazione del secolo»

Vista la situazione, siamo sull’orlo del baratro. Facciamo attenzione perché è a rischio la libertà di voto». Le parole del procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, suonano quasi come una sentenza. Sono quelle che commentano la maxi operazione di ieri a Crotone, che ha portato a 169 arresti tra Calabria e Germania, e che ha fatto finire in carcere anche dieci amministratori pubblici, tra i quali il presidente della provincia di Crotone, Nicodemo Parrilla, eletto lo scorso anno con il 62,2 per cento di voti. Un’intera squadra politica che, secondo la Dda, si piegava ai voleri della cosca, in cambio di voti, mettendo l’attività istituzionale a disposizione del clan. Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona ( Kr) a votare per lui. Ma non si tratta del solo: il vicesindaco Giuseppe Berardi, in Consiglio da 10 anni, il presidente del Consiglio Giancarlo Fuscaldo, coinvolto nella vicenda della concessione della piscina comunale, l’ex sindaco Roberto Siciliani e il fratello Nevio, già assessore.

Coinvolto anche il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, non intraneo alla cosca, ma capace di fornire «un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione». Arrestati anche il vicesindaco di Casabona, Domenico Cerrelli, che avrebbe addirittura partecipato alla “bacinella” del clan, il sindaco di Mandatoriccio, Angelo Donnici, accusato per una gara sospetta, il suo vice Filippo Mazza e l’ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore, Giovanbattista Benincasa. Per il procuratore della Dda Nicola Gratteri, “Stinge” è «una delle più grandi operazioni degli ultimi 23 anni», un blitz che disarticolato la cosca di Cirò Marina Farao-Marincola, che aveva allungato i suoi tentacoli anche al centronord e fino in Germania, dove sono state arrestate 13 persone. L’indagine ha messo in evidenza il controllo da parte della cosca di praticamente tutta l’imprenditoria del crotonese, monopolizzando l’offerta di pescato dei porti di Cariati e Cirò e i rispettivi servizi portuali, i servizi di lavanderia industriale, la distribuzione di prodotti alimentari, carta e plastica per alimenti, la raccolta e rigenerazione della plastica e dei cartoni, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani - inclusi inquietanti viaggi per smaltire in Calabria i rifiuti tossici dell’Ilva di Taranto -, la gestione dei servizi per l’accoglienza migranti, la distribuzione di prodotti vinicoli anche all’estero, specie in Germania, i servizi di onoranze funebri, i prodotti da forno, la distribuzione di bevande, le slot machine, gli appalti di tagli boschivi e quelli per la gestione di beni amministrati dal Comune di Cirò Marina. Un quadro pesante, ricavato anche dalle intercettazioni dei colloqui in carcere di Giuseppe Farao, ergastolano e capo indiscusso anche dietro le sbarre, da dove continuava a tirare le fila della cosca rivendicandone il comando. Un boss che vuole continuare a comandare, ma che soprattutto mira a preservare i familiari da possibili catture in modo da assicurare la continuità della leadership. La ‘ ndrangheta, dunque, ha realizzato che il clamore e i vecchi metodi non sono più utili, al punto che il capo suggerisce a figli e nipoti di limitarsi a lavorare per addentrarsi nel tessuto economico- produttivo, mettendo da parte violenza e minacce. «La seconda generazione doveva essere diversa dopo che “loro” avevano acquisito il potere con metodi “bellici”», scrive il giudice citando Farao. Una prospettiva strategica che Luberto definisce «mutazione genetica» . L’attenzione della Dda sui politici si concentra in particolare su Parrilla, eletto presidente della provincia il 12 gennaio dello scorso anno. Un’elezione per la quale Parrilla, sempre secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto l’aiuto della cosca, così come prima avrebbe fatto quando in ballo c’era la poltrona di sindaco. Un ruolo, quest’ultimo, che avrebbe garantito alla locale di Cirò diversi benefici, 
come l’assunzione di alcuni familiari negli enti comunali.

SECONDO LA PROCURA DI CATANZARO
 IL VECCHIO BOSS ERAGOSTOLANO 
GIUSEPPE FARAO DIRIGEVA 
GLI AFFARI DI FAMIGLIA DIRETTAMENTE DAL CARCERE


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Previsioni per il 2018






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venerdì 5 dicembre 2014

FAUSTO e IAIO : #‎MafiaCapitale di Massimo Carminati



COMUNICATO STAMPA ASSOCIAZIONE FAMILIARI E AMICI DI FAUSTO E IAIO


Gli ultimi sviluppi che riguardano l'inchiesta sulla nuova mafia di Roma e il ruolo di leadership di Massimo Carminati non colgono impreparata l 'associazione familiari e amici di Fausto e Iaio.
Il nome di Massimo Carminati è contenuto dai primi anni Novanta, nelle carte dell'inchiesta sul duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci detto Iaio, avvenuto a Milano, in via Mancinelli, la sera del 18 marzo 1978 e rivendicato dalla "Brigata Combattente Franco Anselmi".
Il 14 luglio 1997, il giudice Guido Salvini scrive infatti nell'ordinanza - sentenza N.271/80F:
«Le caratteristiche somatiche e d’abbigliamento quantomeno di uno degli assassini di Fausto e Iaio sono decisamente compatibili con la persona di Massimo Carminati. L’impermeabile chiaro, indossato probabilmente da due degli aggressori, era del resto quasi una "divisa" per gli esponenti della destra romana. I collaboratori di giustizia Walter Sordi e Cristiano Fioravanti, sulla base di voci e di valutazioni di ambiente, hanno quindi indicato nel gruppo di Carminati il possibile responsabile del duplice omicidio di Milano.» E Massimo Carminati compare il 6 dicembre 2000 nel decreto di archiviazione del giudice Clementina Forleo.
«(…) Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva e in particolare degli attuali indagati (Massimo Carminati, Mario Corsi e Claudio Bracci), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni.» Alla luce delle nuove inchieste che coinvolgono Massimo Carminati nella più ampia associazione di stampo mafioso, l'associazione familiari e amici di Fausto e Iaio chiede che la verità e la giustizia sull'omicidio di via Maninelli a Milano non venga archiviata.

LEGGI TUTTO  : http://cipiri.blogspot.it/2013/03/fausto-tinelli-e-lorenzo-iannucci.html

Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci


Carminati e il filo nero delle armi

Sono le armi il filo nero che lega il passato e il presente di Massimo Carminati.
Sul finire degli anni Settanta, il capo della nuova mafia romana era affiliato ad una batteria della Banda della Magliana, quella dell'Eur. Nel gruppo criminale il suo ruolo era duplice:
Carminati e il filo nero delle armi - Le inchieste di Daniele Biacchessi
da una parte garantiva il collegamento con l'area dell'eversione di destra, i Nar, dall'altra era l'uomo che conosceva meglio l'utilizzo di armi ed esplosivi.
Tra le molte vicende in cui Carminati viene coinvolto c'è l'omicidio del direttore dell'agenzia Mino Pecorelli, vicino agli ambienti del Sismi, i servizi segreti militari del tempo.
Nell'inchiesta, i giudici scrivono che le munizioni utilizzate per uccidere Pecorelli provengono da quel ristretto lotto di cartucce al quale appartengono anche i proiettili sequestrati presso il Ministero della Sanità a Roma e nella disponibilità, tra gli altri, proprio di Massimo Carminati.
Per quel delitto viene assolto insieme ad Andreotti, Vitalone, La Barbera, Calò.
Dallo stesso arsenale, secondo i magistrati, Carminati avrebbe prelevato mitra, valigetta e contenuto da utilizzare nel depistaggio sul treno Taranto-Milano per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna. Anche in questo processo Carminati viene assolto.
Il filo delle armi giunge ad oggi, alle ultime inchieste.
Nella lunghissima ordinanza cautelare del Giudice delle indagini preliminari Flavia Costantini, più volte Carminati e gli altri suoi sodali vengono citati.
Massimo Carminati e Riccardo Brugia detengono numerose armi acquisite illegalmente presso le rispettive abitazioni. Nelle intercettazioni parlano di almeno due Makarov calibro 9, 4 silenziatori, due Mp5, le micidiali pistole mitragliatrici prodotte dalla tedesca Heckler&Koch, numerosi giubbotti antiproiettile, mitragliatori Uzi.
Poi Carminati descrive a Brugia la metodologia con cui il suo abituale fornitore, certo Fabio, riesce a rendere legale il commercio delle armi attraverso un giro di false fatture prodotte nei dintorni di Cortina. Infine i due descrivono il sistema per nascondere nelle autovetture, pistole, mitragliatori e denaro per eludere possibili controlli da parte delle forze dell'ordine.
Le armi del gruppo non sono state mai trovate.
Avranno sparato? E contro chi?
di Daniele Biacchessi



Zingaretti, Baldi, Carminati e Marione: tutti i nodi vengono al pettine.
Ci auguriamo che, nell’indagine sulla Roma mafiosa, la Procura della Repubblica faccia piena luce sugli inquietanti e quotidiani rapporti che il capogruppo della lista civica di Zingaretti ha tenuto per anni con Mario Corsi, detto “Marione”, e legatissimo al Carminati con il quale ha condiviso in gioventù la comune matrice eversiva e la conseguente dura esperienza del carcere.
È grazie a Mario Corsi che il Baldi ha instaurato un intenso e saldo rapporto personale con il boss Carminati. Questa quotidiana frequentazione ha fruttato, ad un campione del trasformismo come Michele Baldi che è transitato da Alleanza Nazionale al P.D. di Zingaretti attraverso tutti i partiti possibili, ben 14.000 preferenze alle ultime Regionali.
È facile oggi comprendere a cosa erano finalizzati i continui, lunghi ed accalorati attacchi che il Baldi dalla radio di Marione, seguitissima nella Capitale, ed insieme allo stesso Marione, quotidianamente effettuava su alcuni dei settori più delicati della vita amministrativa ed in particolare sull’AMA e la gestione dei rifiuti.
Tali interventi seguivano le istruzioni ricevute indirettamente da Marione e direttamente nei suoi colloqui e contatti con il boss Carminati a favore del quale il Baldi metteva a disposizione finanche le proprie relazioni con giornalisti .
La riconoscenza di Zingaretti e Baldi ed il desiderio di consolidare i rapporti con Marione da parte dei due si sono spinti sino a far lavorare, a spese della Regione Lazio, la sorella di Mario Corsi nella segreteria dello stesso capogruppo Baldi.
Ci auguriamo che questo bieco trasformista, grazie ai propri rapporti trasversali, non riesca anche in questa circostanza a farla franca così come sembrerebbe sia riuscito a fare con la richiesta di rinvio a giudizio formulata dal G.I.P. di Perugia per le firme false in occasione delle Regionali del 2010 che sembrerebbe caduta nell’oblio.
Speriamo quindi che anche al più corrotto dei trasformismi ci sia un limite.
Associazione Giustizia e Libertà

http://contropiano.org/politica/item/27909-carminati-e-marione-corsi-e-poi-baldi-che-sta-con-zingaretti

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lunedì 29 novembre 2010

familiari Vittime di Via dei Georgofili


 http://www.strageviadeigeorgofili.org/immagini/foto_ff.php?ngall=agenderosse&gr=3&vc=0&sel=vari&m=and




« Si è svolta questa mattina a Firenze la manifestazione indetta dal movimento delle Agende Rosse, fondato da Salvatore Borsellino, per esprimere sostegno ai magistrati che indagano sulle stragi del '92-'93.
Circa un'ottantina i partecipanti, che si sono radunati di fronte al tribunale, in piazza San Firenze.
Tra i presenti anche la presidente dell'associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili Giovanna Maggiani Chelli e rappresentanti del Popolo Viola.
Nel corso della manifestazione, diffusa anche su internet, sono stati letti passi del testo 'Paolo Borsellino e l'agenda rossa'. »


.Piazza San Firenze

Siamo qui a sostegno della Magistratura che indaga sui mandanti esterni a cosa nostra per le stragi del 1993.
Siamo qui perché non possiamo più non esserci, e ringraziamo Salvatore Borsellino di aver avuto questa idea della "scorta ai magistrati".

Un periodo terrificante quello di questi ultimi due anni, non è passato quasi un giorno che non siano arrivate minacce ai Magistrati di ogni tipo, è sembrato che la magistratura avesse qualcosa da pagare rispetto ad altri .

Giorno dopo giorno, ci siamo convinti che il prezzo che in questo Paese si vuole far pagare alla Magistratura sono le indagini in corso rispetto alle stragi , noi parliamo di quelle del 1993, non perché non vogliamo parlare di quelle del 1992 , perché di quelle vi parlerà Salvatore Borsellino.

Le stragi del 1993, mai nominate nel modo giusto. sono passate per anni in sordina, il 12 novembre scorso siamo andati alla new york university con sede a Firenze. Ebbene, mentre gli studenti americani qualcosa sulle stragi del 1993 sapevano, i loro colleghi italiani invitati quel giorno non ne sapevano nulla. Forse sapevano qualcosa in più su quelle di Falcone e Borsellino, ma sulle stragi del 1993 il buio era pressoché totale.

Questo forse è un esempio banale, forse è un discorso ripetitivo da parte nostra , ma può realmente fornirci l'unità di misura dell'ignoranza da parte dei cittadini italiani sulle stragi del 1993. Se non sanno nulla i ragazzi di 20 anni di oggi è semplicemente perché non sanno nulla i padri e le madri che hanno 40 anni, quelli che al tempo delle stragi ne avevano 20, esattamente come alcune delle vittime di via dei Georgofili del 27 Maggio 1993.

Se la gente in questo Paese crede che le stragi del 1993 siano una specie di invenzione di pochi, e non sanno nulla o poco, è colpa (o merito, decidete voi) di chi le stragi insieme alla mafia le ha volute.

Ed è questa la ragione per qui noi, oggi, siamo qui.
Noi siamo qui per spingere a chiuderla, questa partita, portando in un'aula di giustizia la verità che deve emergere da un dibattimento attraverso un rinvio o più rinvii a giudizio.

Solo il processo penale può sistemare questa cosa incredibile che sono state le stragi del 1993.

Avrete sicuramente visto e sentito cosa esce dalla commissione antimafia in questi giorni. Ci sono alcuni cosiddetti uomini dello Sato che, all'improvviso, ricordano. Come se si svegliassero da un lungo sonno. Improvvisamente, ricordano. Almeno ricordassero bene, dopo tutti questi anni. Invece ricordano male, ricordano a pezzi, hanno ricordi quantomeno confusi, non completi.

Solo un passaggio di tutto ciò che si detto in questi giorni sul 41 bis, quella legge emergenziale per i mafiosi rei di strage che è in grado di fare cadere i governi si dice, e certo che lo è ,visto come la maneggiano .

Sanno solo difendersi , sia chi il 41 bis lo ha inasprito sia chi il 41 bis lo ha ammorbidito: tutti vogliono ragione sui nostri morti e sui nostri invalidi, Dio solo sa se abbiamo sempre avuto grande rispetto delle istituzioni,e sempre ne avremmo , ma quando non se ne può più non se ne può più e basta, la misura è colma.

Ora serve solo la verità.

Noi rivolgiamo una sola domanda da giorni. E continuiamo a porgerla, anche se nessuno ci risponde.
Infatti, fra conferme e smentite sul "41 bis" circa l'inasprimento o l'ammorbidimento ai tempi delle stragi, una cosa si evita sempre e comunque di affrontarla in modo diretto: le stragi del 1993.

Quei massacri ci sono stati, noi ne siamo l'emblema vivente.

Noi rivolgiamo da giorni una sola domanda, sempre la solita: come sono potute avvenire le stragi del 1993 dopo quelle del 1992, se il lavoro delle istituzioni era così fattivo e mirato per evitare altri morti, come gli attori istituzionali di allora pretendono di affermare oggi?

Da sempre sappiamo bene che quelle stragi vennero fatte per spingere lo Stato ad abolire il 41 bis. Alla luce di ciò che si sta scoprendo in questi giorni, la nostra domanda è sempre più pressante. Se il 15 maggio 1993 a ben centoquaranta mafiosi fu tolto il regime di 41 bis, perché la strage di via dei Georgofili fu fatta lo stesso? Questo implica che sul piatto della bilancia non c'era solo il papello di Riina con il 41 bis e gli altri 11 punti, ma forse altro? E cosa?

Con parole più dirette: perché le stragi del maggio e luglio 1993 sono avvenute mentre quella di ottobre 1993 o gennaio del 1994 no? Come del resto non è avvenuta quella del 14 Aprile del 1994, la strage del fallito attentato a Contorno, il collaboratore di giustizia per eccellenza.

E' inutile girare in tondo.
I morti di via dei Georgofili, piaccia o no, ci sono stati.
Qualcuno, oltre alla mafia, ne dovrà rispondere.
Per quello che ci riguarda, continueremo a fare la stessa domanda, non ci stancheremo mai di farla, oggi, qui, in questa piazza, domani in un'altra piazza, strada, via, o scuola. Perché quello che stiamo cercando non sono ricordi parziali, smentite, ricostruzioni: quello che chiediamo, che chiedono i nostri morti, che chiediamo noi tutti, è solo una cosa: la verità.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili   .

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