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venerdì 3 gennaio 2020

Sicilia, il Buco nei Conti Supera i 7 Miliardi

Sicilia, il Buco nei Conti Supera i 7 Miliardi


 La Regione Aumenta gli Stipendi a più di 1300
 Dirigenti e Prepara Nuove Assunzioni


Il “ritocco” è stato quantificato mediamente in 209 euro lordi mensili a testa ed è legato a un rinnovo contrattuale a lungo attesi. Così, gli stipendi base oscilleranno tra i 45mila agli oltre 60mila euro lordi annui, a seconda della fascia dirigenziale. Intanto si prepara anche una bella infornata di nuovi assunti. Dove? Nei Centri per l’impiego, lo stesso settore che 
sull'isola impiega già il 20% degli addetti del Paese

di Accursio Sabella 

Venti giorni fa, la Corte dei conti ha puntato il dito contro l’enorme “buco” dei conti siciliani: oltre 7 miliardi da ripianare. E il governo nazionale sotto Natale ha lanciato un salvagente: la Sicilia potrà spalmare in dieci anni una bella fetta di quel disavanzo. Nel frattempo, però, la Regione ha deciso di riconoscere ai propri dirigenti un aumento di stipendio da 200 euro al mese, frutto di un rinnovo contrattuale a lungo atteso. E intanto prepara anche una bella infornata di nuove assunzioni. Dove? Nei Centri per l’impiego. Proprio in Sicilia, dove lavora oltre il venti
 percento degli addetti al reclutamento in Italia.

Il rinnovo e gli aumenti – In realtà, il rinnovo del contratto dei dirigenti regionali era stato atteso da molto tempo. È di oltre quattordici anni il periodo di “stop” agli scatti. E così, la stessa Corte dei conti aveva auspicato uno sblocco dei contratti. Allo stesso tempo, però, in occasione dell’ultimo giudizio di parifica del bilancio regionale, i magistrati contabili avevano messo in luce le “storture” del sistema siciliano. Dove si registrano primi segnali di miglioramento (il personale diminuisce, così come la spesa), ma dove alcuni dati sono ancora assai in contrasto con la media nazionale. Gli stessi magistrati hanno infatti ribadito “le osservazioni critiche reiteratamente mosse da questa Corte – si legge nella relazione – al numero considerevole di unità dirigenziali operanti in seno all’Ente regione, sia in termini assoluti, sia in relazione al rapporto tra numero dei dirigenti e quello degli altri dipendenti (che supera di poco il rapporto di uno a dieci)”. Insomma, sono ancora tanti i dirigenti in Sicilia. Uno su dieci dipendenti circa. Poco meno di 1.300 quelli di ruolo.

Quanto guadagneranno i dirigenti – Ma l’aumento arriverà a più di 1.300 dirigenti. Perché il rinnovo del contratto riguarderà anche i dirigenti che lavorano negli enti sottoposti al controllo della Regione. Enti che, per intenderci, tra società partecipate, istituti, aziende più o meno pubbliche, danno lavoro ancora a oltre diecimila persone. Un sistema fallimentare: “La Corte – si legge sempre nella relazione dei magistrati – ha in più occasioni evidenziato che le società partecipate dalla Regione si sono dimostrate geneticamente prive di sostenibilità economica”. E intanto, ecco aumenti per tutti. Il “ritocco” è stato quantificato mediamente in 209 euro lordi mensili per dirigente. Così, gli stipendi base oscilleranno tra i 45mila agli oltre 60mila euro lordi annui, a seconda della fascia dirigenziale. A queste somme andranno aggiunte le retribuzioni di posizione: dai 7mila a oltre 36mila euro annui. Infine vanno considerate anche le retribuzioni di risultato: somme che dovrebbero essere, appunto, calibrate sulla base delle performance, ma che sono state erogate finora, nella quasi totalità dei casi, nella quota massima per tutti.

Le nuove assunzioni – Insieme agli aumenti, nella Sicilia del “mega-disavanzo”, ecco fare capolino anche le nuove assunzioni. Nonostante gli oltre 14mila dipendenti di ruolo, i settemila sparsi nelle società partecipate e qualche altro migliaio disperso nella galassia para-regionale. Ma il paradosso vero è nella scelta degli uffici da potenziare. Nell’Isola senza lavoro, col Pil che cala e i giovani che fuggono, la Regione ha deciso di potenziare… i centri per l’impiego. Lo ha annunciato pochi giorni fa, con toni soddisfatti, lo stesso presidente della Regione Nello Musumeci. “Nei prossimi tre anni – ha detto – contiamo di poter bandire concorsi per circa 1.500 posti nell’amministrazione regionale, procedendo anche al superamento definitivo del precariato. La macchina Regione ha bisogno di forze nuove e fresche per affrontare la sfida del futuro. Questo è il primo passo”. Circa 1.200 persone sul numero totale sono destinati proprio ai Centri per l’impiego. E se appare condivisibile il richiamo all’esigenza di un “ricambio” in una amministrazione il cui personale è nella stragrande maggioranza dei casi compreso nella fascia d’età over 50, appare curiosa la scelta di puntare sui vecchi Collocamenti. “L’obiettivo –ha spiegato sempre Musumeci – è quello di dare vita a una rete di servizi per l’impiego che siano efficaci e in grado di integrare le funzioni tradizionali del collocamento”. La giunta ha già deliberato una proposta di spesa da 75 milioni di euro. Ma la mancata efficienza dei Centri per l’impiego siciliani è dovuta davvero all’insufficienza del personale? Sembrerebbe di no, stando alla fotografia scattata circa un anno fa dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e che da allora non sembra essere mutata di molto. In Sicilia lavorano 1.737 su un totale di 7.934 operatori dei 501 Centri per l’impiego esistenti in Italia. Un operatore su cinque, insomma, lavora già in Sicilia. Lì, il governo Musumeci vuole mandare altri 1.200 addetti in tre anni. Per una spesa milionaria. Nella Sicilia senza lavoro e dai conti in rosso.




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mercoledì 4 ottobre 2017

Italia Evasione Fiscale



In Italia l?evasione fiscale vale 270 miliardi di euro, maglia nera in Europa
Calabria e Sicilia le regioni in cui il fenomeno è più diffuso

Una cifra compresa fra i 250 e i 270 miliardi di euro, un valore pari al 18% del PIL del nostro Paese. Sono i numeri dell’evasione fiscale in Italia, che si conferma uno dei cancri della nostra economia. Sulla base dell’ultimo rapporto 2016 dell’Eurispes, l’Italia avrebbe un PIL sommerso pari a 540 miliardi – a cui per dirla tutta ne andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 che non sono stati inclusi in quanto derivanti dall’economia criminale, per un totale di 740 miliardi – sui quali, considerando un livello di tassazione del 50%, l’evasione fiscale vale 270 miliardi. Numeri che fanno il paio con l’ultimo Rapporto sull’evasione fiscale, pubblicato dal ministero dell’Economia e basato su dati Istat, secondo cui il dato oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro.

Evasione a macchia di leopardo

Numeri impressionanti che tuttavia sono la somma delle diverse realtà locali del nostro Paese, più che mai caratterizzato da fenomeni a macchia di leopardo in tema di evasione fiscale. E allora ecco che le anomalie più evidenti emergono al Sud, con Calabria e Sicilia in primis, ma anche all’estremo Nord Italia, nella piccola Valle d’Aosta, dove i contribuenti spendono in media 130 euro per ogni 100 euro dichiarato al fisco. Un dato che non può che spiegarsi con quella zona grigia riconducibile a una sospetta evasione. Altri casi di studio sono quelli di Molise e Campania, dove il divario percentuale tra consumi e redditi dichiarati supera il 32%, contro il top raggiunto in Calabria con il 50%.

Campania e Puglia le più virtuose

Il rovescio della medaglia di una situazione apparentemente grave – e che in ogni caso continua ad esserlo – è che negli ultimi anni la distanza tra spese e redditi si è ‘addolcita’ in quasi tutte le regioni italiane, con una media nazionale del 22% contro il quasi 25% di un decennio fa. In questo quadro, alcune regioni sono state più virtuose di altre, con Campania e Puglia in prima fila, a fronte di altre in cui il fenomeno è invece lievemente cresciuto, come in Lombardia e Piemonte.

Il quadro di riferimento europeo, Italia maglia nera

Dato per scontato, da quanto visto finora e anticipando le conclusioni, che l’Italia ha sul tema un non invidiabile primato, quanto vale l’evasione fiscale a livello europeo? Secondo le stime – d’obbligo quando si parla di evasione, per di più mettendo insieme realtà economicamente e geograficamente distanti – ogni anno in Europa si perdono complessivamente tra evasione ed elusione fiscale oltre 1.000 miliardi di euro, circa 860 di evasione e 150 di elusione. Di questi 1.000 miliardi di euro, secondo il Tax Research di Londra, 180 appartengono all’Italia, Paese in cui l’imponibile nascosto ammonta addirittura a 350 miliardi di euro e il rapporto tra il nero e il PIL è pari a circa il 27%, la percentuale più alta di tutta l’Unione Europea.

Eppur qualcosa si muove…

Nonostante la maglia nera in termini di evasione, una flebile luce sembra essersi finalmente accesa in fondo al tunnel. Nel 2015 il contrasto all’evasione fiscale ha fruttato incassi record, con un recupero di 15 miliardi di euro, secondo quanto annunciato dal Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi. “E’ la somma più alta mai riportata nelle casse dello Stato”, ha sottolineato la Orlandi. Una goccia nel mare, verrebbe da dire. Gli ultimi dati pubblicati in materia appartengono a Confindustria, che stima un’evasione fiscale e contributiva a 122 miliardi di euro nel solo 2015,
pari al 7,5% del PIL.

I numeri della Guardia di Finanza

Nella lotta all’evasione fiscale, un ruolo di primo piano spetta alle Fiamme Gialle. Nel 2015 la Guardia di Finanza ha sottratto agli evasori fiscali la cifra record di 61 miliardi di euro di imponibile: un risultato mai raggiunto in passato dagli uomini delle Fiamme gialle. E sempre l’anno scorso, tra evasori totali, paratotali, lavoratori in nero e irregolari sono state scoperte oltre 32.000 posizioni irregolari. “Sebbene il risultato ottenuto nel 2015 non abbia precedenti – si legge in una nota – e’ utile ricordare che negli ultimi 15 anni l’attivita’ della Guardia di Finanza contro gli evasori ha consentito di portate a “galla” oltre 506 miliardi di euro e di “scovare” oltre 509.000 evasori”.


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giovedì 25 febbraio 2016

Vitalizi Infiniti: da 40 anni agli Eredi

         
             

Sono 117 gli assegni di reversibilità che pesano per 6 milioni all'anno 
sulle casse dell'Assemblea siciliana

Natale Cacciola nacque in provincia di Messina prima ancora del terremoto. Si candidò per il partito monarchico alle elezioni regionali del 1947. E, in virtù dei soli tre anni trascorsi a Sala d'Ercole nella prima legislatura, c'è ancora un erede che - da 40 anni - percepisce dall'Ars un vitalizio: è la figlia Anna Maria, cui vanno puntualmente oltre duemila euro al mese. Anche il marsalese Ignazio Adamo fu uno dei pionieri dell'Assemblea: eletto per il Blocco del popolo, fu deputato sino al 1955. Quando lasciò Palazzo dei Normanni aveva già 58 anni, quando morì (nel 1973) gli anni erano settantasei. Da allora, ovvero da 42 anni, l'amministrazione versa un contributo alla famiglia: 3.900 euro al mese sono andati sono al 2004 alla moglie Irene Marino, oggi - dopo la scomparsa della signora - la stessa cifra è corrisposta alla figlia Anna Rosa.

La storia passa il testimone alla cronaca, nell'Ars dei privilegi, nell'amministrazione dei vitalizi infiniti: sono 117 gli assegni di reversibilità versati a congiunti di parlamentari scomparsi che già godevano di una "pensione". Per le sole reversibilità l'Assemblea spende mezzo milione di euro al mese, sei milioni l'anno. Sia chiaro: sono soldi che, in base al regolamento del parlamento regionale, spettano di diritto agli eredi dell'onorevole caro estinto. E, in qualche caso, forniscono un insufficiente ristoro a chi ha dovuto patire tragedie che hanno segnato la memoria collettiva, come nel caso del vitalizio per la signora Irma Chiazzese, moglie di Piersanti Mattarella.

Ma queste uscite, in un'Ars che insegue la spending review, non mancano di sollevare una questione di opportunità. Sia perché derivano da un sempre più labile allineamento al Senato, sia per la natura stessa del vitalizio, non assimilabile a una pensione del pubblico impiego che deriva da contributi trentennali. Riassumiamo le regole: il vitalizio spetta agli ex deputati che hanno fatto almeno una legislatura. Lo percepisce anche chi è stato deputato per appena sei mesi, attraverso il meccanismo del riscatto, se eletto prima del 2000. Alla morte dell'onorevole, il contributo passa al coniuge superstite e, in alternativa, al figlio inabile al lavoro o alla figlia nubile e "in stato di bisogno".
Queste norme finiscono per premiare, tutt'oggi, parenti di deputati che, anche per pochi anni, si sono affacciati a Sala d'Ercole nell'immediato Dopoguerra. Determinando contributi alla stessa famiglia che, tramandati dal deputato alla vedova e poi ai figli, si perpetuano per decenni.

Qualche altro esempio: Giuseppa Antoci, sorella del deputato ragusano Carmelo Antoci che rimase all'Ars sino al '55, riceve un vitalizio dal '78. Un beneficio che dal 1980 viene percepito pure dalla moglie e dai figli dell'onorevole dc Luigi Carollo, in carica sino al 1959. Da 37 anni Irene Recupero, moglie del comunista Pietro Di Cara (all'Ars dal '47 al '55), percepisce un vitalizio da 3.900 euro mensili. Circa 2.400 euro mensili vanno invece ad altri beneficiari. Un bonifico con questa somma lo riceve dal 1983 Giovanna Aloisio, consorte del missino Orazio Santagata, che militò in parlamento dal '51 al '55. Olga Leto, invece, è la vedova di Giovanni Cinà, democristiano che frequentò l'Ars per quattro anni, fino al 1959: da 25 anni la signora prende la "pensione" di reversibilità. Gioia Eschi è la moglie del defunto deputato socialista Calogero Russo, all'Ars per una legislatura fra il '51 e il '55: il vitalizio le tocca da 22 anni.

Non mancano cognomi più celebri, quelli di famiglie che rappresentano un pezzo di storia della Sicilia, nell'elenco dei beneficiari. Il vitalizio da 5.900 euro (lordi) al mese spetta pure a Sergio Alessi, figlio del primo presiedente della Regione morto nel 2008. Nel decreto che concede il vitalizio si precisa che ha più di 60 anni, senza reddito e viveva a carico del padre. Un altro congiunto di un presidente della Regione, la signora Maddalena Nicolosi (vedova di Rino Nicolosi), dal '98 percepisce un contributo da 2.400 euro mensili.





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martedì 11 agosto 2015

L’Autonomia Siciliana Va Abolita


«L’autonomia siciliana va abolita»
Parla il vicepresidente di Confindustria: «Al Sud i sussidi fanno male. Puntiamo su istruzione e banda larga. E piantiamola di essere parassiti»


«Il sud non ha bisogno di sussidi e trasferimenti, ma di normalità». Ne è convinto, Ivan Lo Bello, imprenditore, presidente di Unioncamere, vicepresidente di Confindustria, balzato alle cronache qualche anno fa, quando alla guida di Confindustria Sicilia lanciò una sfida molto provocatoria ai suoi colleghi, invitando a lasciare l'associazione chiunque pagasse il pizzo. Uno, insomma, che certo non è abituato a quei piagnistei che secondo il premier Matteo Renzi sono uno dei mali del mezzogiorno. Lo Bello non si sente minimamente offeso dalle parole del presidente del Consiglio: «Al sud si è creato un blocco sociale parassitario molto forte e solo il mercato, le regole, la concorrenza, l’efficienza della burocrazia, la qualità del ceto politico, la capacità degli imprenditori possono scardinarlo». Niente scuse, insomma. Anzi, Lo Bello si spinge oltre, parlando della sua Sicilia: «Lo statuto speciale andrebbe abolito. Non ha senso, è ciò che ci ha reso parassiti».
Lo Bello, lo Svimez dice che il mezzogiorno è in crisi, Renzi dice che deve smettere di piangersi addosso, Saviano si addolora. Chi ha ragione, secondo lei?
Secondo me tutto questo dibattito non riesce a cogliere fino in fondo la questione vera del mezzogiorno.
Quale?
Che il sud non ha bisogno di chissà quali politiche, di sussidi, di trasferimenti. Il sud ha bisogno di una sana normalità rispetto al resto del paese. Direi che possiamo rottamare un bel pezzo di analisi sul mezzogiorno, soprattutto quelle che guardano con nostalgia a modelli che ricordano la cassa del mezzogiorno e che hanno fatto molto male al sud. Anche perché questi modelli non hanno fatto che acuire la crisi e la distanza dal centro e dal nord del paese.
Lei parla di normalità, ma come la traduce all'atto pratico?
In sei parole: serve una sana cultura di mercato
«Ciò che impedisce al sud di essere normale è la somma di tante distorsioni, ma alla base di tutte c'è l'idea malsana che per sopravvivere basti mettere in campo una spesa pubblica generale senza idee e progetti»
E come si crea una sana cultura di mercato, al sud?
Negli ultimi decenni, nel mezzogiorno, si è creato un blocco sociale molto forte, fatto di politica clientelare, di imprese che non vogliono competere, più in generale di tutti quelli che hanno paura dell'innovazione e della voglia di cambiare. Per creare una sana cultura di mercato dobbiamo far saltare questo blocco sociale. Ciò che impedisce al sud di essere normale è la somma di tante distorsioni, ma alla base di tutte c'è l'idea malsana che per sopravvivere basti mettere in campo una spesa pubblica generale senza idee e progetti.
Mi sa che non è semplice far saltare questo blocco sociale…
Oggi, in teoria è il momento giusto.
Come mai?
Perché abbiamo toccato il fondo. E questo blocco sociale continua a ballare sul Titanic senza capire che la mancanza di risorse e il degrado civile e sociale ci porteranno rapidamente al naufragio. Tuttavia, proprio per questo è ancora più forte la sua resistenza. Sono asserragliati nel bunker. Per questo serve l'impegno, il coraggio e la radicalità di chi al sud fa innovazione politica, sociale, culturale, imprenditoriale. E soprattutto di tutte quelle persone che stanno nel mezzo e che magari, pur non facendo parte di un blocco clientelare, hanno paura di contrastarlo. È a loro che dico di non aver né paura, né nostalgia dell'assistenzialismo, perché ci ha fatto solo male.
«Io sono molto rispettoso nei confronti del sindacato, ma quel che è successo a Pompei è al di là di ogni immaginazione. Mi sarei aspettato prese di posizioni molto più dure dai vertici sindacali. Se diamo fiato agli stereotipi sulla nostra inaffidabilità siamo finiti»
Di quel che è successo a Pompei, invece, che ne pensa?
È una vergogna. Tutto quello che è successo negli ultimi giorni, con l'assemblea sindacale e i turisti ad aspettare fuori, è lo specchio alla nostra inattitudine al mercato. Dà il segno di una totale irresponsabilità e incomprensione del momento storico che stiamo vivendo. Io sono molto rispettoso nei confronti del sindacato, ma quel che è successo a Pompei è al di là di ogni immaginazione. Mi sarei aspettato prese di posizioni molto più dure dai vertici sindacali. Se diamo fiato agli stereotipi sulla nostra inaffidabilità siamo finiti.
Anche perché dall'altra parte dell'Adriatico, nei balcani, ci sono concorrenti in ascesa come l'Albania...
Stanno crescendo molto perché hanno meno vincoli e guardano al futuro, emntre noi continuiamo ad andare avanti con lo sguardo rivolto al passato. Il nostro grande problema è il modello parassitario e clientelare, non i concorrenti. Siamo impiombati perché le clientele hanno assorbito tutte le risorse. Se tu spendi risorse che non hai creato, sei alla frutta.
C'è un convitato di pietra, in questo ragionamento. E immagino che sappia, lei che si è scagliato contro il pizzo, di chi sto parlando...
In fondo è come se ne avessimo già parlato. Quel blocco sociale parassitario di cui dicevo prima, in stragrande maggioranza non è mafioso, ma  - spiace dirlo - con la mafia condivide parecchi valori. Anche la presenza mafiosa è parassitaria e anche alla mafia piacciono le clientele, l'idiosincrasia alle regole, la spesa pubblica. Anche la mafia, in altre parole, è ostile a quel sistema di mercato che ne cancellerebbe buona parte dei vantaggi e delle rendite di posizione. Pur con tutte le differenze del caso, sono due mondi che vanno a braccetto.


«Il sud non ha bisogno di sussidi e trasferimenti, ma di normalità». Ne è convinto, Ivan Lo Bello, imprenditore, presidente di Unioncamere, vicepresidente di Confindustria, balzato alle cronache qualche anno fa, quando alla guida di Confindustria Sicilia lanciò una sfida molto provocatoria ai suoi colleghi, invitando a lasciare l'associazione chiunque pagasse il pizzo. Uno, insomma, che certo non è abituato a quei piagnistei che secondo il premier Matteo Renzi sono uno dei mali del mezzogiorno. Lo Bello non si sente minimamente offeso dalle parole del presidente del Consiglio: «Al sud si è creato un blocco sociale parassitario molto forte e solo il mercato, le regole, la concorrenza, l’efficienza della burocrazia, la qualità del ceto politico, la capacità degli imprenditori possono scardinarlo». Niente scuse, insomma. Anzi, Lo Bello si spinge oltre, parlando della sua Sicilia: «Lo statuto speciale andrebbe abolito. Non ha senso, è ciò che ci ha reso parassiti».
Lo Bello, lo Svimez dice che il mezzogiorno è in crisi, Renzi dice che deve smettere di piangersi addosso, Saviano si addolora. Chi ha ragione, secondo lei?
Secondo me tutto questo dibattito non riesce a cogliere fino in fondo la questione vera del mezzogiorno.
Quale?
Che il sud non ha bisogno di chissà quali politiche, di sussidi, di trasferimenti. Il sud ha bisogno di una sana normalità rispetto al resto del paese. Direi che possiamo rottamare un bel pezzo di analisi sul mezzogiorno, soprattutto quelle che guardano con nostalgia a modelli che ricordano la cassa del mezzogiorno e che hanno fatto molto male al sud. Anche perché questi modelli non hanno fatto che acuire la crisi e la distanza dal centro e dal nord del paese.
Lei parla di normalità, ma come la traduce all'atto pratico?
In sei parole: serve una sana cultura di mercato
«Ciò che impedisce al sud di essere normale è la somma di tante distorsioni, ma alla base di tutte c'è l'idea malsana che per sopravvivere basti mettere in campo una spesa pubblica generale senza idee e progetti»
E come si crea una sana cultura di mercato, al sud?
Negli ultimi decenni, nel mezzogiorno, si è creato un blocco sociale molto forte, fatto di politica clientelare, di imprese che non vogliono competere, più in generale di tutti quelli che hanno paura dell'innovazione e della voglia di cambiare. Per creare una sana cultura di mercato dobbiamo far saltare questo blocco sociale. Ciò che impedisce al sud di essere normale è la somma di tante distorsioni, ma alla base di tutte c'è l'idea malsana che per sopravvivere basti mettere in campo una spesa pubblica generale senza idee e progetti.
Mi sa che non è semplice far saltare questo blocco sociale…
Oggi, in teoria è il momento giusto.
Come mai?
Perché abbiamo toccato il fondo. E questo blocco sociale continua a ballare sul Titanic senza capire che la mancanza di risorse e il degrado civile e sociale ci porteranno rapidamente al naufragio. Tuttavia, proprio per questo è ancora più forte la sua resistenza. Sono asserragliati nel bunker. Per questo serve l'impegno, il coraggio e la radicalità di chi al sud fa innovazione politica, sociale, culturale, imprenditoriale. E soprattutto di tutte quelle persone che stanno nel mezzo e che magari, pur non facendo parte di un blocco clientelare, hanno paura di contrastarlo. È a loro che dico di non aver né paura, né nostalgia dell'assistenzialismo, perché ci ha fatto solo male.
«Io sono molto rispettoso nei confronti del sindacato, ma quel che è successo a Pompei è al di là di ogni immaginazione. Mi sarei aspettato prese di posizioni molto più dure dai vertici sindacali. Se diamo fiato agli stereotipi sulla nostra inaffidabilità siamo finiti»
Di quel che è successo a Pompei, invece, che ne pensa?
È una vergogna. Tutto quello che è successo negli ultimi giorni, con l'assemblea sindacale e i turisti ad aspettare fuori, è lo specchio alla nostra inattitudine al mercato. Dà il segno di una totale irresponsabilità e incomprensione del momento storico che stiamo vivendo. Io sono molto rispettoso nei confronti del sindacato, ma quel che è successo a Pompei è al di là di ogni immaginazione. Mi sarei aspettato prese di posizioni molto più dure dai vertici sindacali. Se diamo fiato agli stereotipi sulla nostra inaffidabilità siamo finiti.
Anche perché dall'altra parte dell'Adriatico, nei balcani, ci sono concorrenti in ascesa come l'Albania...
Stanno crescendo molto perché hanno meno vincoli e guardano al futuro, emntre noi continuiamo ad andare avanti con lo sguardo rivolto al passato. Il nostro grande problema è il modello parassitario e clientelare, non i concorrenti. Siamo impiombati perché le clientele hanno assorbito tutte le risorse. Se tu spendi risorse che non hai creato, sei alla frutta.
C'è un convitato di pietra, in questo ragionamento. E immagino che sappia, lei che si è scagliato contro il pizzo, di chi sto parlando...
In fondo è come se ne avessimo già parlato. Quel blocco sociale parassitario di cui dicevo prima, in stragrande maggioranza non è mafioso, ma  - spiace dirlo - con la mafia condivide parecchi valori. Anche la presenza mafiosa è parassitaria e anche alla mafia piacciono le clientele, l'idiosincrasia alle regole, la spesa pubblica. Anche la mafia, in altre parole, è ostile a quel sistema di mercato che ne cancellerebbe buona parte dei vantaggi e delle rendite di posizione. Pur con tutte le differenze del caso, sono due mondi che vanno a braccetto.


Se lei fosse il consigliere di Renzi per il sud quali sarebbero le prime tre cose che gli consiglierebbe di fare?
Io non credo alla defiscalizzazione o agli incentivi. Possono essere utile nel breve termine, non certo nel medio-lungo periodo. Per prima cosa abbiamo bisogno di buone infrastrutture.
Strade, quindi?
No, la prima vera e più urgente infrastruttura è la banda larga. Molto più delle strade, che comunque sono da terzo mondo, così come la mobilità ferroviaria. Pensi alla Sicilia, che è enorme e ha una rete ferroviaria da terzo mondo.
«Ormai i ragazzi, già da studenti. scappano al centro o al nord. Una migrazione che sta depopolando il sud della sua vera forza, le persone. Possiamo fare tutte le infrastrutture che vogliamo, ma non serviranno a nulla se il sud rimane una terra di pensionati»
La seconda priorità?
Noi oggi abbiamo un enorme problema legato alla formazione. Negli ultimi anni c'è stata una fuga enorme di ragazzi dalle università del sud. Non do giudizi di merito: qui ci sono tante università di grande qualità. Eppure ormai i ragazzi, già da studenti. scappano al centro o al nord.  Una migrazione, questa, che sta depopolando il sud della sua vera forza, le persone, i cervelli. Possiamo fare tutte le infrastrutture che vogliamo, ma non serviranno a nulla se il sud rimane una terra di pensionati. Serve un grandissimo investimento sulla scuola, per bloccare questo flusso in fuga. Che è fondamentale per aiutare le imprese a svilupparsi. Pensi al distretto della meccatronica di Bari, che è un’eccellenza nazionale e che è nato grazie al Politecnico di Bari.
Veniamo alla terza e ultima priorità…
Dobbiamo asciugare tutto quel grumo di sussidi e clientele che è la pubblica amministrazione. Dobbiamo asciugare il governo territoriale.
«L’autonomia è stato lo strumento peggiore per costruire il disastro siciliano. Le parti più retrive del nostro sistema sono tutte dentro l'apparato regionale, un mostro clientelare con 120mila dipendenti pubblici»
Domanda cattiva: sta parlando anche dell'autonomia siciliana?
Soprattutto di quella. La retorica sull'autonomia è fastidiosissima. Io sono convinto che lo statuto speciale per la Sicilia avesse senso alla fine della Seconda guerra mondiale. Dagli anni '60 in poi è diventato lo strumento peggiore per costruire il disastro siciliano. Le parti più retrive del nostro sistema sono tutte dentro l'apparato regionale, un mostro clientelare con 120mila dipendenti pubblici. La Sicilia è molto meglio di quella cosa lì. Il sud, in generale, è meglio di quella cosa lì.




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domenica 2 agosto 2015

SALVATORE GIULIANO: EROE O BANDITO?



SALVATORE GIULIANO, EROE O BANDITO? 

ECCO TUTTA LA VERITA’...

E’ trascorso oltre mezzo secolo dalla sua morte, ma ancora oggi restano avvolte nel mistero le vicende che videro coinvolto Salvatore Giuliano, e la sua eroica lotta per l’indipendenza della Sicilia.
Già avemmo modo di occuparcene oltre 10 anni fa, quando uscì nelle sale cinematografiche – naturalmente nella più totale ed ovvia indifferenza, per ragioni di Stato – il film “Segreti di Stato” che aveva provato a ricostruire la vicenda, imperniandosi sulla figura assai ambigua e controversa, come vedremo più avanti, di Gaspare Pisciotta.
Una pagina di storia su cui non è mai stata fatta vera chiarezza, perché assai scomoda per il regime di Roma ladrona che non ha esitato a scendere a patti con la mafia. Confermando, ancora una volta, la propria natura criminale e liberticida.
Quello che da sempre è stato ignobilmente etichettato quale “bandito”, in realtà era un vero e proprio PATRIOTA. Nel senso più pieno e più nobile di questo termine, considerando che Giuliano non avrebbe MAI agito contro la sua gente. E men che meno sparato, considerando ciò che avvenne a Portella della Ginestra l’1 maggio 1947.
Ma com’è nata la leggenda di quello che fu a giusta ragione definito il “Robin Hood” della Sicilia? Tutto inizia nel lontano 1943, quando gli americani si stavano apprestando a liberare un’isola martoriata dalla guerra, dalla fame e dalla povertà dall’oppressione nazifascista. All’epoca era vietato il contrabbando, ed in un contesto in cui i generi di prima necessità scarseggiavano, le autorità dell’epoca per fronteggiare la crisi avevano disposto l’ammasso del grano. Questo costrinse i contadini a privarsi del raccolto ed a sopravvivere con le tessere. Anche perché le vessazioni del regime, impedivano alla maggioranza della popolazione di potersi sfamare in quanto il grano non poteva né essere nascosto, né tantomeno essere macinato con la stretta sorveglianza dei mulini in atto.

Ma nonostante gli assurdi divieti, Giuliano era riuscito a fabbricare un piccolo mulino attraverso cui produceva farina che regalava alla propria gente. Un aspetto, quello del legame fra questo patriota e la terra natale, che non si è mai interrotto a dispetto di quello che questo stato ladro ed accattone ha sempre voluto – come vedremo più avanti – farci credere. Quando il fratello maggiore venne richiamato in guerra, Salvatore poco più che ventenne dovette farsi carico della propria famiglia.
Ed il 2 settembre di quello stesso anno, incappò nel controllo di una pattuglia composta da due guardie campestri e due carabinieri. Inutilmente, il giovane Salvatore provò a spiegare e ad implorare gli uomini di legge che gli confiscarono 2 sacche di 40 kg. di grano ciascuna, insieme al mulo con cui le stava trasportando. Le guardie volevano portarlo al presidio militare americano, dove esibì i propri documenti. Ma nemmeno questo riuscì a convincere i militari che lo persero per un attimo di vista, quando videro passare dei veri contrabbandieri. Giuliano provò a quel punto a scappare, ma le guardie se ne accorsero e spararono dei colpi che lo ferirono al fianco. L’ordine impartito al carabiniere Giuseppe Mancino fu quello di finirlo, nel caso fosse ancora ferito. Ma Giuliano, sentendo ciò, fu più veloce di lui e lo ferì gravemente con la pistola che teneva nascosta nello stivale.

Il militare dell’Arma morì il giorno dopo a Palermo, mentre Salvatore Giuliano dopo un mese trascorso fra la vita e la morte, guarì e si rifugiò sulle colline intorno a Montelepre. Alla vigilia di Natale del 1943, allo scopo di catturarlo, le autorità – pensate un po’ – disposero lo spiegamento nel paese di addirittura 800 carabinieri! Non riuscendovi, per rappresaglia arrestarono 125 persone fra cui il padre di Giuliano, che fu picchiato a sangue da un graduato.
L’episodio scatenò l’ira del patriota che, per tutta risposta, attaccò i convogli che attendevano in piazza provocando la morte di un carabiniere ed il ferimento di un altro militare dell’Arma.
Iniziò, come si avrete potuto capire, una vera e propria caccia all’uomo, senza sosta. Giuliano riuscì sempre a scappare ed anzi nel febbraio 1944 addirittura riuscì a liberare 8 monteleprini ed a costituire il primo nucleo di guerriglieri. Il 15 maggio 1945 ottenne i gradi di colonnello ed il comando per la Sicilia Occidentale dell’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, nda) e le Brigate Partigiane Siciliane.
Alla fine del 1945, iniziò la vera guerra contro "l’Itaglia", con una serie di attacchi contro le caserme e diverse battaglie combattute e vinte fra cui spiccano quelle di Monte d’Oro, Calcerame e Monte Cuccio. Le azioni a tenaglia, portate avanti per la parte militare, dall’EVIS, e per quella politica del MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, nda) trovarono il gradimento di ampi strati della popolazione. Ed in forza di ciò, il Governo invasore itagliano ed il Re d’itaglia Umberto II, approvarono lo “Statuto Siciliano” che di fatto rendevano l’antica Trinacria una nazione confederata. La popolarità di Salvatore Giuliano, grazie a questa straordinaria vittoria, intanto era salita alle stelle tanto che fu considerato come il simbolo della ribellione del Sud ed il “Robin Hood della Sicilia”, per la propria generosità.

La storia poi continua, con il referendum che vide la nascita della Repubblica e la fine della monarchia, l’Assemblea Costituente e le prime elezioni dopo il crollo del regime fascista. L’allora Ministro di Grazia e Giustizia, Palmiro Togliatti, fece approvare un decreto di amnistia con cui furono cancellati i reati comuni, politici e militari.
Nonostante questa legge che permise a tutti quelli che avevano combattuto per l’EVIS di tornare nelle proprie case, il maresciallo dei Carabinieri Calandra aveva denunciati per reati comuni tutti coloro che per lui appartenevano a Giuliano. Senza però riuscirvi, perché intanto erano tornati nelle montagne.
Ma il tradimento stava per consumarsi. Al regime partitocratico che nel frattempo si era insediato, non andava per nulla bene una Sicilia libera ed indipendente dal giogo centralista. Ed ecco che la trattativa con la mafia, era l’unico mezzo con cui potersi sbarazzare di un personaggio così scomodo come Salvatore Giuliano. Il 20 aprile 1947 bisognava tornare alle urne, e Giuliano che sosteneva l’esponente del MIS repubblicano e democratico, Antonino Varvaro, aveva preso accordi con l’esponente del PCI, Giuseppe Li Causi. Il patto prevedeva che quest’ultimo avrebbe fatto confluire i voti dei comunisti indipendentisti dell’isola sulla figura di Varvaro, con Giuliano che avrebbe finanziato la campagna elettorale. Nonostante l’impegno economico che fu poi effettivamente mantenuto da Giuliano, Li Causi venne meno ed il candidato Varvaro non fu eletto.



L’episodio suscitò la profonda indignazione di Giuliano che a quel punto intendeva denunciare il comportamento scorretto di Li Causi alla festa dell’1 maggio che si sarebbe svolta a Portella della Ginestra.
L’intenzione era quella di esplodere alcuni colpi in aria per catturare il traditore e farlo poi giudicare dai convenuti. Ma le cose andarono purtroppo ben diversamente, perché fra i propri uomini c’erano anche degli infiltrati della polizia e della mafia che avevano ordito un vero e proprio complotto. L’ispettore Messana, da un lato, avvertì Li Causi di non andare a Portella della Ginestra. Dall’altro, alcuni esponenti mafiosi della zona invece di sparare in aria non esitarono a sparare agli inermi cittadini. Fu una vera e propria strage, con 11 morti e 27 feriti, la cui responsabilità è stata sempre addebitata da libri di scuola ipocriti e bugiardi allo stesso Giuliano che mai avrebbe sparato alla propria gente.
Furono inutili le sue tantissime giustificazioni, perché per oltre mezzo secolo lo hanno fatto passare come un bandito. Quando in realtà non poteva assolutamente essere, come testimoniano le recenti analisi delle perizie balistiche, i verbali di sopralluogo e soprattutto il ritrovamento di schegge di granate nei corpi che né Giuliano, né tantomeno i propri uomini
 NON AVREBBERO MAI POTUTO AVERE!



Un complotto vigliacco, ordito secondo quelli che sono sempre stati i dettami di un regime vigliacco ed arrogante come quello itagliano che non ha mai esitato a giocare sporco, quando le circostanze glielo hanno permesso. La trattativa stato – mafia affonda le proprie radici, probabilmente, proprio in questa vicenda dove intanto la credibilità dello stesso Giuliano aveva subito un durissimo colpo. I partiti di quella sinistra, cui si è sempre ispirato, lo ritenevano colpevole dell’eccidio di Portella della Ginestra e lo abbandonarono. Decise a quel punto di appoggiare gli esponenti della DC, nelle elezioni del 1948, chiedendo in cambio di avere l’amnistia. Ma anche stavolta, una volta ottenute le poltrone (la loro vera ragione di vita!), i democristiani pensarono bene di tradire l’accordo, proponendogli di arrendersi o di espatriare. E questo nonostante l’impegno che Giuliano, anche stavolta, aveva profuso.
Era ormai chiaro a tutti che la strategia intrapresa dalla canaglia itagliana era quella di isolarlo: nella seconda metà di quello stesso anno, i nuovi governanti inviarono i carri armati con lo scopo di rastrellare e deportare tutte le persone dai 15 anni in su. Ben 3.000 persone, fra cui tutti i parenti dello stesso Giuliano che denunciò a giornali, magistrati e politici i maltrattamenti e le vessazioni che stavano subendo. Non servì a nulla, ed ecco che riprese le azioni di rappresaglia contro le caserme ed i militari, ingaggiando delle violentissime battaglie.

 Lo Stato "itagliano" capì che bisognava corrompere i suoi più stretti collaboratori, insieme alla mafia che vedeva in Giuliano un grosso ostacolo per poter svolgere liberamente per le proprie attività illegali. E fu così che, con la promessa dell’amnistia, Gaspare Pisciotta e Nunzio Badalamenti (che poi venne ufficialmente arrestato) lo uccisero nel sonno in una casa colonica chiamata “Villa Carolina”, a metà strada fra Pioppo e Monreale. Vittima dunque di un infame e vigliacco tradimento, a dispetto di quello che la storiografia ufficiale di questo regime centralista carogna ha sempre voluto farci credere dal momento che il 5 luglio 1950 il corpo di Giuliano fu trasportato a Castelvetrano dove venne simulato uno scontro a fuoco con i carabinieri, che si attribuirono il merito di averlo ucciso!
Lo stesso Pisciotta sarebbe stato poi avvelenato con la stricnina durante la sua detenzione al carcere dell’Ucciardone, a Palermo. Altro mistero che si aggiunge alle tante menzogne che sono state raccontate su Salvatore Giuliano, riguardano le inquietanti dichiarazioni rilasciate proprio da Pisciotta al momento della cattura, a proposito della strage di Portella della Ginestra, sulla quale non si è mai voluta fare piena chiarezza.


Il traditore Pisciotta aveva infatti tirato in ballo, fra gli altri, quali mandanti materiali dell’eccidio, l’allora Ministro degli Interni Mario Scelba ed il deputato DC Bernardo Mattarella, padre dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio, e di quel Piersanti che era stato anche lui ammazzato dalla mafia!
Uno dei tanti segreti di stato che vedono protagonista una Sicilia a cui basta solo mettere le persone giuste che vogliono solo il suo bene, per potersi affrancare dalla cappa centralista e mafiosa che da oltre 150 anni la sta costringendo a vivere molto al di sotto delle proprie immense possibilità! L’indipendenza – come avrete potuto capire - era ed è ancora oggi una brutta gatta da pelare tanto per lo Stato "itagliano", quanto per la mafia, che rischiano di vedersi sfuggire la Sicilia.

Francesco Montanino



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sabato 1 febbraio 2014

LINKS: Un futuro senza trivelle in Sicilia


Un futuro senza trivelle in Sicilia



Basta con le promesse non mantenute. 
Vogliamo un tavolo tecnico per un futuro 
senza trivelle in Sicilia.


Trivellazioni petrolifere nel Canale di Sicilia: dopo le proteste dei cittadini e le iniziative di Greenpeace e WWF, i vertici della Regione Siciliana avevano promesso,,,leggi tutto e firma


LINKS: Un futuro senza trivelle in Sicilia: Basta con le promesse non mantenute.  Vogliamo un tavolo tecnico per un futuro  senza trivelle in Sicilia. Trivellazioni petroli...



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domenica 20 ottobre 2013

LINKS: FIRMIAMO contro le trivelle nel canale di Sicilia ...

FIRMIAMO contro le trivelle nel canale di Sicilia !!!!!



Dove tutte le navi passano, dove tutti i pescatori pescano, 
lo Stato Italiano vorrebbe trasformare il tragitto,
 da libero qual è, ad una corsa ad ostacoli.

L’Italia è il paese di navigatori, poeti e santi. Riguardo ai navigatori, le pagine di cronaca dei nostri quotidiani ci confermano che il settore della navigazione non sforna più illustri nocchieri. Come poeti siamo insuperabili, basti pensare che il petrolio si “coltiva” e gli impianti si dicono di “coltivazione”. Riguardo ai santi … non ci rimane che affidarci a loro in caso le coltivazioni vadano male.

Segui e diffondi la nostra campagna e aiutaci a dire no alle trivellazioni nel Canale di Sicilia.
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giovedì 25 luglio 2013

FREE - WEB: Sicilia apre le porte alla coltivazione della Cana...

Sicilia apre le porte alla coltivazione della Canapa



La Sicilia apre le porte alla coltivazione della Canapa -

L’Assessorato alle politiche agricole della Regione Siciliana appoggia l’iniziativa di tre giovani siciliani, che, con la loro azienda “Sicilcanapa”, portano avanti un importante progetto finalizzato al reinserimento della coltivazione della canapa e della lavorazione dei derivati...

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giovedì 11 luglio 2013

I NO MOUS bloccano la rievocazione ...


I NO MOUS bloccano la rievocazione della occupazione americana della Sicilia...

Gli attivisti NO-MUOS bloccano la parata che era stata organizzata per il 70° anniversario dello sbarco di Lucky Luciano in Sicilia! Il Governatore Crocetta stigmatizza i manifestanti "antiamericani"... perchè ...« Oggi gli Usa hanno un ruolo centrale nella nostra sicurezza internazionale»
( ma voleva di certo dire ...nel terrorismo internazionale e nella carriera politica dei palloni gonfiati !!).

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A partire dal gennaio del 1943 arrivarono gli americani che adottarono la strategia dei bombardamenti indiscriminati: rasero al suolo interi quartieri, chiese, monasteri e non risparmiarono neanche i ricoveri, alcuni dei quali dovettero essere murati con la calce per l’impossibilità di estrarre i cadaveri da sotto le macerie. Particolarmente crudeli furono i bombardamenti del rifugio di piazza Settangeli e di via Lincoln, dove rimasero intrappolati 300 bambini che usciti da una scuola vi si erano rifugiati con i loro insegnanti (ma nessun Film, racconto o canzoncina ha parlato di questo, ndr) .

Il massimo si raggiunse il 9 maggio.

Il bombardamento fu talmente violento che rase al suolo intere zone di civile abitazione e di alto valore artistico e costrinse alla fuga i cittadini che abbandonarono in massa la città. Tutte le città siciliane furono colpite, riportando danni materiali, morti, feriti e dispersi. Oltre Palermo ricordiamo in particolare Messina che, non ancora completamente ricostruita dopo il catastrofico terremoto del 1908, che la rase al suolo in 38 secondi, fu distrutta nuovamente da 8 mesi di bombardamenti anglo-americani. Da gennaio ad agosto del 1943, migliaia di bombe caddero sulla città. Nel caso di Messina furono usate per la prima volta bombe incendiarie come quelle poi usate a Dresda (200.000 morti). La vita quotidiana era accompagnata dalle sirene di allarme per 8 mesi di inferno di fuoco e di macerie.

Sulle città siciliane, fu inaugurata e messa a punto dall’esercito statunitense la successione di bombardamenti (per creare terrore, ndr) dimostrativa ed esemplare per piegare la resistenza della popolazione, poi diventata di uso normalene gli anni a venire.

In quel luglio del 1943, contemporaneamente alle colonne della VII armata americana arrivò infatti a Palermo un gruppo di studiosi guidato dal professore Solly Zuckerman, docente di anatomia ed endocrinologia. Il professor Zuckerman e i suoi collaboratori erano stati chiamati dalla protezione civile britannica a collaborare alle ricerche sugli effetti delle incursioni aeree sull’organismo umano ma ben presto il lavoro degli scienziati si indirizzò diversamente: non più studiare il modo per limitare i danni ma piuttosto per massimizzare l’efficacia dell’offensiva aerea contro i nemici.

Zuckerman per condurre i suoi studi si era trasferito in Sicilia con la sua squadra e nella sua relazione scrive “La cattura della Sicilia rappresenta la prima opportunità che ci sia stata finora offerta per una stima dettagliata degli effetti di una offensiva estesa e prolungata delle forzea eree alleate”. Ecco a cosa servirono i tre anni dibombardamenti, oltre che a preparare il territorio e la popolazione per lo sbarco degli Alleati (cosa a cui si dedicò a pieno tempo anche la mafia americana, in cambio di un patto con lo Stato -stavolta USA- e della nomina di propri esponenti nelle carche pubbliche della "nuova Sicilia", ndr). Avevano bisogno di cavie
Di Santo Trovato

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mercoledì 7 novembre 2012

Rosario Crocetta: Vince in Sicila Battiato assessore


Rosario Crocetta: "In Sicilia stipendi dei politici dimezzati entro tre mesi o tutti a casa" Il neogovernatore della Sicilia, Rosario Crocetta, nelle sue prime interviste ha subito dichiarato che tra i primi obiettivi da portare a termine ci sarà il dimezzamento degli stipendi. Tempo utile: tre mesi. Il taglio delle indennità e dei benefit dei novanta deputati dell’Assemblea siciliana, cavallo di battaglia del manipolo di 15 “grillini” appena eletti, è uno dei primi impegni che prende il neogovernatore Crocetta: Dallo studio di Servizio Pubblico di Santoro, Crocetta fa capire di avere le idee chiare in proposito: “Voglio dimezzare gli stipendi dei parlamentari. Diranno no? Allora ce ne andiamo tutti a casa”. E ancora: “Mi dimetto se fra tre mesi si continuerà a parlare sempre degli stessi sprechi”.

Rosario Crocetta, classe 1951, è nato e cresciuto a Gela, la 5 città della Sicilia. Dopo aver conseguito il diploma ha lavorato per l’ENI in diversi paesi del mondo.
Ha collaborato con l’Unità, con Il Manifesto e con Liberazione; nel 1987, ha pubblicato la raccolta di poesie Diario di una giostra. Suo è anche il testo “Io ci credo – Gela, città della legalità” pubblicato nel 2006, che racconta la sua esperienza amministrativa come sindaco.
Parla 4 lingue: italiano, arabo, inglese e francese.
Collocazione politica all’interno della Sinistra italiana:
ha aderito prima al Partito Comunista Italiano e poi a Rifondazione Comunista, con cui fu assessore alla cultura del comune di Gela dal 1996 al 1998. In quell’anno fu eletto consigliere comunale con la Federazione dei Verdi, impegnandosi nell’elaborazione di progetti culturali condivisi tra i Paesi del Mediterraneo; nel 2000, terminato tale incarico, si è iscritto al Partito dei Comunisti Italiani.
Assessore alla Pubblica Istruzione dal 2000 al 2001, nel maggio del 2002 si candida a sindaco della sua città per l’alleanza di centrosinistra. In un primo momento risulta eletto il candidato del centrodestra Giovanni Scaglione, con un margine esiguo, 197 voti in più rispetto al candidato dell’Ulivo. In seguito Crocetta farà ricorso e nel 2003 il giudice del Tribunale Amministrativo Regionale della Sicilia farà effettuare un nuovo spoglio nel quale risulteranno 307 voti di vantaggio a favore di Crocetta che verrà così proclamato primo cittadino, accertando la presenza di irregolarità e illeciti nella tornata elettorale.
In campagna elettorale e durante l’intero mandato si è fatto portavoce della necessità di combattere Cosa Nostra, autodefinendosi “sindaco antimafia”. Tra le sue iniziative antimafia lo svolgimento delle gare per l’appalto delle opere pubbliche alla presenza dei Carabinieri ed il licenziamento di impiegati comunali vicini alla mafia nonché parenti di boss mafiosi.
Al termine dei cinque anni di mandato, si ricandida nella carica di primo cittadino e viene riconfermato dal voto popolare al termine delle consultazioni amministrative del 2007, in cui stravince al primo turno con il 64,8% dei consensi, un vero e proprio plebiscito.
Alle elezioni regionali in Sicilia del 2008 è designato Assessore ai lavori pubblici dalla candidata Presidente del centrosinistra Anna Finocchiaro, che tuttavia non risulta eletta.
Il 1º ottobre 2008 aderisce al Partito Democratico.
Alle elezioni europee del 2009 è candidato nella circoscrizione Italia insulare nella lista del Partito Democratico e con 150.091 preferenze risulta eletto al Parlamento Europeo.
Gli attentati sventati
Nel 2003 fu sventato un agguato della Stidda che aveva assoldato un killer venuto dalla Lituania, Minius Marius Denisenko, per uccidere il primo cittadino gelese durante la processione dell’Immacolata dell’8 dicembre. Da quel momento gli viene assegnata la scorta.
L’8 febbraio 2008 viene reso pubblico l’esito di una indagine dei magistrati di Caltanissetta e si scopre che Rosario Crocetta è il bersaglio di un progetto di attentato da parte della mafia. Da questo momento, Crocetta avrà raddoppiata la propria scorta (gli agenti che lo proteggono passano da tre a sei, lo stesso numero di coloro che difendono le più alte cariche dello Stato).
Nel gennaio del 2010 la Direzione Distrettuale Antimafia sventa un piano di Cosa Nostra per uccidere Rosario Crocetta ed arresta 5 affiliati al clan mafioso Emmanuello di Gela.


Battiato assessore in Sicilia

 In Giunta entra, ma non vuole essere chiamato assessore, preferisce il solo nome, perche' altrimenti si offende, anche perche', sostiene, non fa politica, anzi, fa volentieri a meno di politici, e per sentirsi libero lavorera' gratis. Scende in campo alla sua maniera, senza infingimenti, Franco Battiato che scioglie la riserva e accetta l'incarico di

assessore alla Cultura

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 L’artista: “Rinuncio al compenso Cercherò di organizzare eventi che mettano in contatto l’isola Siciliana
con il resto del mondo”.

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venerdì 26 ottobre 2012

LA SICILIA PUÒ CAMBIARE

giulietto-sicilia

 

 

 

 

LA SICILIA RIBOLLE - Giulietto Chiesa -

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L'Alternativa c'è

Domenica in Sicilia si vota.
È un voto cruciale che può dare un segnale a tutto il Paese. Non sarebbe la prima volta che la Sicilia indica una svolta per tutta l’Italia.  E c’è un fatto nuovo, la possibilità di infliggere un colpo duro alla casta: a quella siciliana e a quella nazionale. Questo fatto nuovo si chiama MoVimento 5 Stelle.  Che ha svegliato l’Isola e si propone come una svolta chiara e inequivocabile. Ho letto la lettera aperta del MoVimento 5 Stelle siciliano al Governo Monti. Una lettera che mi sento di condividere in gran parte.   Non contiene tutto quello che ci avrei messo, ma contiene molto di quello che ci avrei messo anch’io. Io avrei aggiunto per esempio la richiesta al governo Monti di cancellare ogni autorizzazione al MUOS, o meglio al mostro di Niscemi. E di cancellare le troppe servitù militari che soffocano l’isola. Ma c’è tempo anche per questa discussione. L’essenziale è capire che noi abbiamo bisogno di pace, e non di guerra.  Soprattutto in questa lettera non c’è niente che io respingerei.
E questo è quanto basta.
Dunque io vorrei dire, a tutti i siciliani che mi conoscono e che mi hanno seguito in questi anni che, se fossi in Sicilia, voterei per il MoVimento 5 Stelle.
E aggiungo: che farei il possibile perché questo movimento si rafforzi, possa vincere e andare oltre le sue possibilità attuali, possa diventare una grande forza di rinnovamento, consapevole come sono che di fronte a questo movimento, ma anche a tutti noi, sta il compito di dare prova di fedeltà ai propri ideali e di distacco netto dalla “casta” e dai poteri forti.

Abbiamo tutti bisogno di una boccata di aria pulita.
C’è bisogno di gente nuova e pulita, che interpreti il potere che acquisirà come un servizio per i cittadini e come una difesa del Bene Comune.

Soprattutto c’è bisogno di gente non ricattabile, che possa sottrarsi ai veti incrociati della casta e al voto di scambio: sia quello mafioso sia quello clientelare.
La Sicilia giustamente ribolle di rabbia contro coloro che, con il loro malgoverno, sono di fatto diventati degli istigatori a delinquere, in Sicilia come in tutta l’Italia il governo Monti.
Penso che dobbiamo essere grati a Beppe Grillo se questa protesta - che ha portato e porta nelle piazze decine di migliaia di siciliane e di siciliani di ogni età – sia stata così misurata e così composta, direi saggia.
Altro che "antipolitica"! E’ questa l’unica politica che io riconosco. Quello che abbiamo visto è una grande prova di democrazia, di partecipazione e di protesta: proprio quello che ci vuole.
Per questo auguro successo a questa politica. Io sono con voi.

Giulietto Chiesa - Alternativa

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