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domenica 4 febbraio 2018

Genocidio in Congo. 6 Milioni di Morti nel Silenzio Mediatico



Dal momento che la guerra sembra sull’interna Africa, nessuno può accusare gli Stati Uniti e altre 
potenze occidentali di sfruttare le risorse e le ricchezze del Congo.

Un genocidio è in corso, più di 6 milioni di persone (la metà sono bambini sotto i 5 anni!). Sono stati 
massacrati tra l’indifferenza generale e con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa! 

Centinaia di migliaia di donne e bambine sono state violentate e mutilate dagli eserciti occupanti. 

E tutto questo per un motivo principale: per cogliere la ricchezza eccezionale 
di minerali che detiene il sottosuolo del paese.

Conosciamo il metodo, si amplificano alcune notizie e se ne nascondono altre orribili. Si parla molto 
della crisi dei migranti e del Medio Oriente in questo momento, con la lotta al terrorismo (?), Una lotta piuttosto preoccupante con l’entrata della Russia, che ha detto ad Assad, che non sarà un pizzo, in vista (a tutti?) gli oppositori del presidente siriano. Nel frattempo nascondono deliberatamente ciò che sta accadendo in Congo, però, circolano immagini utili anche a spostare l’attenzione delle anime buone, piangere per la sorte dei migranti poveri rifugiati, dovrebbero tenere qualche lacrima per un genocidio in corso, di cui non parleranno nei vostri media preferiti, che così assumono lamenti selettivi.Genocidio di cui sono complici i nostri dirigenti e la comunità internazionale.
Nel cuore dell’Africa, il Congo è ricco, pieno di materie prime (diamanti, oro, stagno, gas, petrolio, 
uranio, coltan …), foreste, acqua, donne e uomini di molte tribù riunite sotto una nazione fumetto dei 
coloni, e che corrisponde storicamente molto poco. In seguito al genocidio in Ruanda, i paesi confinanti hanno beneficiato maggiormente della sfocatura politica e istituzionale del Congo (al confine con il Ruanda) per attaccare da tutte le parti questo enorme paese pieno di tesori.

E gli occidentali in tutto questo? La colpa dei dirigenti americani ed europei in merito al genocidio in 
Ruanda è stata quella di spingere a condurre una politica filo-Ruandese, lasciando sconfinare i ribelli 
ruandesi, lato congolese, liberi di fare quello che volevano, aiutati da alleati ugandesi e del Burundi.

Ancora più importante, le molte risorse naturali nella RDC sono di vitale importanza per le economie 
occidentali, in particolare nel settore automobilistico, aerospaziale, high-tech ed elettronico, gioielli … 

soprattutto il Coltan (il Congo detiene almeno il 60 % delle risorse mondiali) è essenziale nella 
fabbricazione di componenti elettronici che si trovano nei televisori, computer, smartphone, ma anche alcune armi come i missili! La RDC ha sofferto anche una massiccia deforestazione. I principali 
importatori? Stati Uniti d’America, Europa, Cina. Non c’è da meravigliarsi.

Ma dal momento che la guerra sembra sull’interna Africa, nessuno può accusare gli Stati Uniti e altre potenze occidentali di sfruttare le risorse e le ricchezze del Congo. No, è ancora più conveniente 
lasciare che i popoli se la sbroglino tra loro. Parallelamente, gli Stati Uniti appoggiano le dittature che crescono nel Congo e la milizia ruandese e ugandese. Allegria.

La povertà sostenuta e le condizioni di vita abiette, lo stupro incessante (e tasso di AIDS ha raggiunto il 20% della popolazione nelle province orientali), spostamenti di popolazione, insulti, epidemie …: sono la strategia della disumanizzazione posta per renderli vittime indifese, una situazione terribile e non ci sono parole abbastanza forti per descriverla.

I dirigenti occidentali hanno così sete di ricchezze da lasciare perpetrare un altro genocidio? Sì, il punto di partenza è perpetrare ed anche coprire un nuovo genocidio. Con le armi, con addestramenti militari svolti dai nostri corpi d’élite. Una cosa: ciò che sta accadendo in Congo, affari politici ed economici nel genocidio, non è determinata unicamente dai congolesi, ma anche da poteri carnivori, avidi di ricchezze e senza considerazione per la gente.

La situazione in Congo potrà essere risolta solo dai congolesi stessi. Ma la comunità internazionale 
deve urgentemente smettere di sostenere i ruandesi, gli ugandesi e tutte le milizie che perpetuano 
questo stato di guerra insopportabile, che gli permette loro di mettere le mani sulla ricchezza di un 
paese, senza dover rendere conto a nessuno.6 milioni di morti. La metà di loro bambini. Il mondo cosa dice? Libertà? – noi – è indispensabile per guardare in faccia questa vicenda? liberarli? Lasciarli fare. Perché tanta violenza e così poco rumore da parte dei media?

Non è interessante per gli europei? Non è abbastanza sensazionale, questo massacro di milioni di 
persone? E ‘troppo lontano? Da casa?, Si applica ancora questo atto odioso? Atto nelle vicinanze? 

Perché nessuna reazione, nessun impatto nell’immaginario collettivo, o di sdegno, rabbia o emozione?Il nostro dovere come cittadini del mondo è quello di ottenere il messaggio. Far conoscere al mondo. Prima che il mondo si muove. Ci sono colpevoli in Europa, come ci sono in Africa. Il silenzio uccide potente come il suono delle mitragliatrici. 
Mettiamo tutti gli assassini di fronte alle loro responsabilità.


Il conflitto in Congo: The Truth Unveiled
26 minuti riferiti sulla situazione in Congo. 
Attenzione questo documentario
 include immagini difficili da sopportare.


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Previsioni per il 2018






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domenica 3 gennaio 2016

La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna




La Prima Guerra Mondiale fu una Grande Menzogna

Sta per passare l'anno del centenario di una delle tante mistificazioni che tappezzano la nostra storia.

Cento anni fa l'Italia entrava in guerra al fianco dell’Intesa contro gli Imperi centrali. Una scelta che ha segnato per sempre i destini del nostro Paese. Tutti i protagonisti sono morti: vittime e carnefici. Ma non è morta la retorica “nazionalista” che altera, ancora oggi, la verità. 
La storia ci racconta che la “grande guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti gli italiani” (come dichiarò l’allora sottosegretario Paolo Peluffo)”. Una storia stantia, ammuffita, quella guerra ha drammaticamente segnato l’immaginario, la cultura, la politica e la storia del nostro Paese. Ha inciso la carne stessa delle centinaia di migliaia di vittime, mutilati, feriti, prigionieri (terribile fu la sorte dei prigionieri italiani, che non ebbero dal nostro governo alcun sostegno materiale, perché considerati vili o disertori). La guerra ha colpito chi l’ha combattuta allo stesso modo delle famiglie a cui queste persone sono state sottratte per essere restituite cadaveri, o non essere restituite affatto; o restituite a volte con devastazioni fisiche e psicologiche inimmaginabili. Perché nella I guerra mondiale tutti gli strumenti di distruzione disponibili
 (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) 
furono utilizzati su larga scala e senza limiti.

Ancora oggi non sappiamo, se non in modo approssimativo, i numeri dei morti, dei feriti, dei civili deceduti (direttamente e indirettamente a causa della guerra), dei prigionieri abbandonati dall’Italia, dei soldati impazziti al fronte, e già questo dà il segno della brutalità e della violenza della guerra. Secondo gli studi più attendibili, durante i 5 anni di guerra, su un totale di 74 milioni di soldati mobilitati dai Paesi belligeranti, vi furono complessivamente 10 milioni di morti (e dispersi), 21 milioni di feriti – fra cui 8 milioni di mutilati ed invalidi, quindi feriti permanenti – e 8 milioni di prigionieri su tutti i fronti. Per quanto riguarda l’Italia – e anche qui i numeri sono incerti, molto probabilmente sottostimati rispetto alla realtà – si contano oltre 650mila morti, di cui 400mila al fronte, 100mila in prigionia e i restanti a causa di malattie contratte durante la guerra. Inoltre in 500mila tornarono dal fronte mutilati, invalidi o gravemente feriti e oltre 40mila con gravissime patologie psichiche dopo anni di trincea. 
L’entrata in guerra fu un “grande affare” per i gruppi industriali italiani che ha alimentato la grande truffa delle spese di guerra. Episodio, questo, totalmente occultato. Un ignobile arricchimento fatto sulla pelle delle migliaia di italiani mandati a morire. Si trattò della prova generale della corruzione sistemica che avrebbe caratterizzato il nostro Stato. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spese di guerra fortemente voluta da Giolitti raccolse, seppure a fatica, una documentazione imponente. Non ci fu un settore delle commesse di guerra che non fosse stato coinvolto dalla corruzione. Fatture pagate per materiali mai consegnati o solo in parte consegnati, fatture pagate due volte, forniture di materiali di pessima qualità e, finita la guerra, riacquisto a bassissimo costo di quanto non era stato nemmeno consegnato. La guerra costò in alcuni settori anche il 400% in più del dovuto, si può ben comprendere con che danno irreparabile per la casse dello Stato. Un debito enorme che l’Italia si sarebbe trascinata per decenni fin dentro la vita repubblicana. La cattiva qualità delle forniture provocò disagi gravissimi dagli armamenti fino alle stoffe delle divise che avide d’acqua ghiacciarono negli inverni di trincea o alle scarpe che duravano in media da 4 giorni a 2 mesi. La guerra si trasformò in una colossale truffa per lo Stato. Anche l’acquisto di quadrupedi negli Stati Uniti divenne occasione di corruzione, gli ufficiali addetti comprarono a caro prezzo migliaia di cavalli e di muli d'età veneranda, pronti a morire ancora nel viaggio di consegna. La commissione fu di fatto neutralizzata da Mussolini, intanto arrivato al potere, e i risultati dei suoi lavori sconosciuti e inapplicati. L’industria italiana che tanto aveva sostenuto gli interventisti trasse profitti illeciti ed enormi. Fra le industrie più note l’Ansaldo che fatturò due volte e si fece pagare due volte una intera fornitura di cannoni o l’Ilva che aveva investito centinaia di milioni per finanziare la stampa nazionale e locale perché creasse nell’opinione pubblica un clima
 di complessivo consenso alla guerra.



La guerra è stata “preparata” anche dall’opinione pubblica di allora con una enorme macchina propagandistica al servizio della politica interventista. Poche sono state le voci critiche. Chi si è distinto in questo è stato è stato il Pontefice Benedetto XV. Tra la fine del 1914 e il maggio del 1915, in pochi mesi l’Italia passò dal più convinto neutralismo al più acceso nazionalismo. Trascinando gran parte dell’opinione pubblica su posizioni belligeranti. Un risultato del genere non può che essere attuato attraverso una capillare organizzazione del consenso, una delle prime attuate in maniera così sistematica e capillare in Italia, che coinvolgeva scrittori e testate giornalistiche, riviste letterarie e singoli intellettuali. Una circostanza che dovrebbe far riflettere sull’efficacia della propaganda nelle società di massa. All’interno di questo panorama culturale, intellettuale e anche religioso di sostanziale esaltazione, o almeno di acritica accettazione della guerra, emerge la figura di Benedetto XV il quale ebbe il coraggio di esprimere da subito una condanna totale e ferma nei confronti della guerra di cui intuì le straordinarie capacità mortifere. Le righe da lui dedicate alla guerra nella sua prima enciclica del 1° novembre 1915 "Ad beatissimi" sono di una chiarezza esemplare. Scontentò tutti con questa posizione e ancor più con le proposte di pace o almeno di armistizio che più volte concretamente avanzò. Nessuno le prese in considerazione e per questa sua posizione fu condannato alla cancellazione nella storia del ’900 tanto che possiamo definirlo il papa sconosciuto. Ma non si limitò soltanto alla condanna e alla possibilità di tregua, armistizio e pace, promosse forme di assistenza ai prigionieri di guerra e di collegamento e informazione tra prigionieri e famiglie. Un’opera silenziosa e preziosa soprattutto quando l’Italia decise di abbandonare i propri militari prigionieri considerandoli disertori. In compenso viene esaltata la figura molto controversa di Padre Agostino Gemelli. Un frate totalmente asservito alla propaganda guerrafondaia. Gemelli era capitano medico assegnato al Comando Supremo. In quel ruolo fu uno dei più ascoltati consulenti di Cadorna. Come psicologo si propose di trovare i modi per abbassare ogni forma di resistenza tra i soldati rispetto alla morte che li attendeva negli inutili assalti. Alla stessa morte Gemelli attribuiva una valenza religiosa in grado di convincere i fanti che si trattava della condivisione con la missione salvifica del Cristo. Gli articoli di Gemelli di quegli anni e il suo libro "Il nostro soldato" sono un’abominevole raccolta di pensieri raccapriccianti dove la fede viene posta a servizio di una causa di morte. Gemelli scriveva che la conversione del soldato si realizzava sul letto dell’ospedale prima di morire, ma era cominciata al fronte e ad essa aveva dato un contributo decisivo una singolare forza di catechesi, la catechesi del cannone. Pertanto la guerra era compresa come provvidenziale occasione di rinascita cristiana. Gemelli fu molto abile a preparare un intruglio di edificazione-rassegnazione di fronte alla catastrofe della guerra offrendo ad essa una mistica consolatrice come quando scrive: «Per noi che rimaniamo, per le spose, per le madri, per i figli, per le sorelle, per gli amici, per i compagni d’armi, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prova la morte dei nostri giovani è ragione di conforto. Essi hanno accettato di morire, perché hanno sentito la bellezza cristiana del sacrificio per la patria. Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forte, che sprona al sacrificio, che ci fa degni insomma dell’ora della prova che oggi viviamo»

Altra figura negativa è stata quella del generale Cadorna (insieme al Comando supremo). Dal punto di vista strategico per la totale incompetenza a comprendere le caratteristiche della nuova guerra dove gli assalti ripetuti alle trincee nemiche erano destinati al totale fallimento, le nuove armi permettevano di difendere le trincee dalle ondate di fanti che egli mandava incurante a morire. Una scelta folle che mostrò progressivamente il totale disprezzo che aveva per la vita umana. Ma l’incapacità strategica apparve sin da subito quando, dichiarata la guerra da parte italiana, Cadorna temporeggiò tanto da lasciare agli austriaci tutto il tempo di rinforzare le fortificazione fino a renderle inespugnabili. A questo si accompagnò il ben più grave sistema repressivo per costringere con ogni mezzo i soldati ad andare a morire. Qualsiasi dubbio sulla guerra e ogni forma di protesta fu repressa nel sangue con processi farsa, con sentenze che ebbero immediata applicazione, con tribunali speciali fino alle esecuzioni sul posto (lasciando ai comandanti totale arbitrio di vita e di morte nei confronti dei sottoposti). Altro sistema largamente diffuso furono le decimazioni tra i soldati fortemente volute da Cadorna per instaurare un regime di terrore nella truppa. Cadorna era un cattolico devoto e assunse questo ruolo di spietato carnefice come personale missione a servizio della guerra. L’obbedienza cieca divenne elemento della mistica di guerra nella quale il campo di battaglia e di morte divenne il luogo del pericolo e dell’onore.

Altro inganno fu la propaganda costruita sulla Vittoria. Appena conclusa la guerra, prese il via una sorta di “frenesia commemorativa” fatta di monumenti ai caduti, grandi sacrari militari, fino alla trasformazione del Vittoriano in monumento al Milite Ignoto. In un primo momento la necessità dell’elaborazione del lutto, anche collettiva, da parte dei famigliari e degli amici delle vittime ha avuto un ruolo importante, e lapidi e monumenti ai caduti hanno svolto anche questa funzione. Ma subito dopo, e in particolare dopo la presa del potere da parte del fascismo, è stata attuata una vera e propria “politica della memoria” per costruire una sorta di religione della patria fondata sul “sacrificio eroico” dei soldati. Infatti i nuovi monumenti ai caduti spesso abbandonano le connotazioni troppo veriste per assumere quelle dei guerrieri nudi della classicità, rafforzando così i tratti eroici e trasformando il soldato-contadino in fante-guerriero, attorniato da fasci littori, scudi e daghe. A partire dal 1928, poi, il regime vieta la costruzione di monumenti di iniziativa locale e attribuisce al governo centrale la progettazione e la costruzione di grandi monumenti e sacrari nazionali. Il nuovo sacrario militare di Redipuglia – che sostituisce il precedente Cimitero degli invitti che a Mussolini non piaceva proprio perché poco eroico – è l’emblema di questo uso politico della morte e della memoria: 22 giganteschi gradoni di marmo bianco, che contengono le spoglie di oltre 100mila soldati, su ciascuno dei quali è scolpita ossessivamente la parola «Presente», come nel rito dell’appello durante i funerali o le commemorazioni dei “martiri fascisti”, a cui quindi vengono equiparati i caduti della I guerra mondiale. 
Quel conflitto è stato un orrore, tutta la tecnologia di allora asservita alla macchina infernale della guerra, eppure viene “celebrato”. A cento anni di distanza lo spirito critico fatica ad emergere. Come costruire una nuova memoria storica? Demistificare la narrazione apologetica e celebrativa della I guerra mondiale significa porre le basi per creare una più solida coscienza critica non solo del perché fu orrore quella guerra, ma di come lo sono state anche altre guerre. È per questa ragione che oggi l’ideologia dominante celebra ancora il falso “mito” della I guerra mondiale. Per rendere le masse più disponibili ad accettare come l’orizzonte della guerra esista ancora. Che esso faccia in qualche modo parte del nostro Dna. Che non è bella, ma a volte è necessaria. Va invece suscitato un orrore lucido e razionale nei confronti di quella guerra come di tutte le altre, un orrore generatore di pensiero e non unicamente emotivo – nei confronti della “grande menzogna” che continua anche oggi. Certo, la memoria è corta. E la storia non ha quasi mai insegnato nulla a chi l’ha studiata distrattamente, accontentandosi di attingere al senso comune ed alle fonti di “sistema”. Ma l’esercizio critico è una delle (poche) armi che ancora abbiamo a disposizione se non per trasformare la realtà almeno per comprenderla, che è poi la pre-condizione per tentare di cambiarla.


Al precedente discorso su Cadorna e ai suoi metodi repressivi, si riallaccia anche la richiesta dell'Ordinario militare di "Riabilitare i disertori come Caduti". Chiede di rivedere il giudizio storico che da 100 anni relega nell'oblìo chi abbandonò la trincea. Un fenomeno che coinvolse tutte le forze in campo, alimentato non tanto dalla paura quanto dalla nostalgia per la famiglia e odio per l'ingiustizia delle autorità militari. Le condanne furono circa centomila. Impossibile sapere con esattezza i fucilati, almeno un migliaio (a Redipuglia, il 16 luglio 1917, un ammutinamento nella Brigata Catanzaro, si concluse il giorno successivo con la fucilazione di 28 soldati). Il numero esatto dei morti per diserzione nella Grande Guerra non è conosciuto. Sulla base della documentazione disponibile, l'Italia detiene il primo posto: su 4 milioni e 200 mila soldati al fronte, ne furono "giustiziati" circa 1000. Fra questi, anche i cosiddetti "decimati", soldati estratti a sorte da reparti ritenuti "vigliacchi" e passati per le armi "per dare l'esempio". L'esercito francese che iniziò la guerra un anno prima, nel 1914, ebbe al fronte 6 milioni di soldati, 700 i fucilati. Nell'esercito inglese furono 350, in quello tedesco una cinquantina. 
Un po' di chiarezza sulle dimensioni e le ragioni della diserzione viene dal saggio del 2001 "I disobbedienti nell'esercito italiano durante la Grande Guerra di Bruna Bianchi, docente all'Università Cà Foscari di Venezia e grande studiosa del primo conflitto mondiale (reperibile sul sito della Fondazione Basso, ndr). Il reato di diserzione, scrive Bianchi, "fu la forma di disobbedienza più diffusa durante il conflitto", con un "aumento progressivo del reato ben esemplificato dal numero delle condanne: da 10.272 nel primo anno di guerra si passò a 27.817 nel secondo e a 55.034 nel terzo". Per arginare il fenomeno, si estese progressivamente la possibilità di comminare la pena di morte, fino a prevedere anche "ritorsioni nei confronti dei famigliari, come la confisca dei beni e la privazione del sussidio per effetto della sola denuncia".
La sorpresa viene dalle ragioni che spinsero alla diserzione. E' sorprendente leggere di come la paura contasse ben poco nell'allontanare i giovani italiani dalle trincee. Altri due sentimenti incisero nel loro animo, con ben altra profondità. La nostalgia della famiglia, innanzitutto, accompagnata dal desiderio di aiutare i propri cari. E poi, l'odio per l'autoritarismo. 
Bianchi cita in particolare lo studio di un campione di 1300 soldati, giudicati da vari tribunali. In maggioranza i soldati si allontanarono per ragioni familiari (oltre il 64%)" con "assenze brevi (il 52% si allontanò per non oltre 10 giorni), seguite da spontaneo rientro (61%)". Un altro importante "gruppo di motivazioni (il 30%)" rimanda alla disciplina e alla vita di guerra. "L'autoritarismo brutale e la mancanza di regolarità delle licenze sono motivazioni che emergono con forza dagli interrogatori in istruttoria. Nell'animo dei soldati, cui fu negato di rivedere i parenti in punto di morte, risentimento e indignazione si mutarono in cupo rancore, in un sentimento di odio a stento trattenuto".
Recentissimo, pubblicato nel 2014 da Bfs, è invece il nuovo libro di Marco Rossi "Gli ammutinati delle trincee: dalla Guerra di Libia alla Prima guerra mondiale 1911-1918". Da tempo impegnato nella ricerca storica sulle vicende del movimento operaio dopo la Prima Guerra Mondiale, con particolare attenzione verso l'antifascismo anarchico, Rossi analizza la diserzione per dare voce, in questo caso, "al coraggio di restare umani, anche a rischio della fucilazione per disfattismo" di quei contadini e operai che "non accettarono passivamente di morire, da Tripoli a Caporetto, per interessi e logiche non loro". Rossi scrive di "prigionieri delle trincee" che "combatterono una loro guerra dentro la guerra, ammutinandosi agli ordini criminosi dei generali, disertando, dandosi alla macchia, animando rivolte per difendersi da una patria che li mandava al massacro 
e li voleva assassini di altri sfruttati".
Cit. da "La grande menzogna" e d'un art. di Paolo Gallori


LA GUERRA:
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venerdì 29 novembre 2013

ECOLOGIA: COME RISPARMIARE SUL RISCALDAMENTO IN 10 MOSSE

COME RISPARMIARE 

SUL RISCALDAMENTO 

IN 10 MOSSE



Una guida utile per tutti coloro che in condomino o in case indipendenti vogliono 
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Perché si può fare da subito e vedere immediatamente i risultati!

1. Risparmiare sul riscaldamento: spegni il riscaldamento mezz’ora prima di uscire. Se al mattino tutta la famiglia esce entro le 7.30, il riscaldamento si può spegnere dalle 7.00 e la casa rimarrà calda comunque, ci vogliono infatti almeno 30-40 minuti per una variazione importante di temperatura in una casa abitata...continua
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ECOLOGIA: COME RISPARMIARE SUL RISCALDAMENTO IN 10 MOSSE: Una guida utile per tutti coloro che in condomino o in case indipendenti vogliono  veder ridotta  la bolletta di gas, gasolio o gpl...

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giovedì 24 maggio 2012

TERREMOTO CAUSATO DALLO STOCCAGGIO DEL GAS

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ZONA TERREMOTO-ZONA STOCCAGGIO GAS




Il terremoto in Emilia Romagna che ha causato la morte di 7 persone e la distruzione di numerose abitazioni ed edifici pubblici e di culto, molti dei quali veri e propri gioielli del patrimonio artistico italiano, potrebbe avere qualche collegamento con le estrazioni di petrolio e gas naturale dai pozzi della zona.
Secondo questa ipotesi, che gira su diversi siti web da ieri, le numerose trivellazioni avvenute nel corso degli anni avrebbero modificato l’equilibrio geologico dell’area compresa tra le province di Modena e Ferrara. A conferma di questo collegamento ci sarebbe l’epicentro di quasi tutte le scosse, che sono già decine da ieri mattina: tra Finale dell’Emilia, Cento e San Felice sul Panaro.

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TUTTO COINCIDE I VERDI DENUNCIANO IL TERREMOTO CAUSATO DALLO STOCCAGGIO DEL GAS.

il terremoto secondo esperti ambientalisti sarebbe stato causato dallo stoccaggio del gas di RIVARA MODENA... un sito pericolosissimo nel quale il ministro dell'ambiente sta cercando di intervenire ma che fino ad oggi di fatto e' rimasto come era.
“Gli aspetti tecnici dello stoccaggio del gas e il suo impatto sul territorio. Due sono gli aspetti principali di uno stoccaggio del gas: tecnico e gestionale. Quello tecnico richiede una grande esperienza nella produzione del gas e va puntualizzata la grande differenza fra un pozzo di produzione e uno di stoccaggio. Un buon pozzo di produzione dà mediamente 200.000 metri cubi di gas al giorno e la sua attività va vista mediamente nell’arco di 10 anni (tempo legato alla deplition del giacimento). Quello di stoccaggio invece può arrivare a erogare 2 milioni di metri cubi di gas al giorno e va visto nell’arco di quattro mesi (svaso invernale), con un controllo continuo degli acquiferi. A cui segue la reiniezione di gas per la ricostituzione delle scorte,
con volumi iniettati al giorno paragonabili a quelli dello svaso. Queste caratteristiche danno un’ idea della diversa gestione di un giacimento in produzione e di uno di stoccaggio, che richiedono
modelli di ottimizzazione e di valutazione delle prestazioni diversi. L’altro aspetto è quello gestionale, con l’impatto sul territorio, che deve essere minimo, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e la percezione positiva dell’attività. La Stogit ha messo a punto una serie di interventi per garantire il raggiungimento di questi risultati, con una serie di attività di elevato contenuto tecnologico, tra le quali:
- sismica cross-well: da un pozzo si emettono segnali che sono registrati da un altro pozzo, permettendo la realizzazione di sezioni sismiche che danno un’idea di elevato dettaglio dell’ andamento delle formazioni geologiche nell’area del giacimento, a volte molto complesso;
- microsismica di superficie e di pozzo: utilizza geofoni ad alta definizione che servono ad acquisire segnali sismici dal sottosuolo innescati sia naturalmente (terremoti) che artificialmente (esercizio dello stoccaggio). Si tratta di un monitoraggio continuo;
- microgravimetria: misura il differenziale gravimetrico di fluidi di densità diversa. Anche qui si
tratta di un monitoraggio continuo che mette in luce ad esempio come il gas può spiazzare l’acqua e viceversa;
- misura dello stato tensionale a fondo pozzo: attività in corso di sviluppo per vedere se l’argilla
di copertura «tiene», segnalando eventuali anomalie. In questo modo si acquisiscono informazioni con le quali si può meglio contribuire alla sostenibilità ambientale dell’attività di stoccaggio nel territorio.”

ci aggiungiamo per essere correti anche CHIETI dove c'e' un'altro sito di STOCCAGGIO e CHIETI si trova in ABRUZZO.

RASSEGNA STAMPA REDAZIONE NAMIR
di b.katia


Un deposito di gas in una zona sismica



LEGGI TUTTO : http://cipiri6.blogspot.it/2012/05/un-deposito-di-gas-in-una-zona-sismica.html

 Un deposito colossale di gas in una zona sismica è un'idea assurda.
“CHE COSA SAREBBE POTUTO SUCCEDERE A RIVARA (dove si è verificato il terremoto) se il grosso deposito in cavità sotterrane di gas metano che vogliono realizzare, fosse stato già in funzione?
Comunicato Movimento 5 Stelle Emilia Romagna:

Una forte scossa di terremoto Come comportarsi


MILANO / Una forte scossa di terremoto è stata avvertita pochi minuti dopo le 4 della notte.
Testimonianze arrivano da tutto il Nord Italia. Il sisma è stato sentito distintamente a Milano, Firenze, Bologna, Verona.
Solo poche ore prima, si era registrata una scossa di magnitudo 4.1, con epicentro a 52 km a nord di Bologna, a 56 km da Verona, 73 km da Parma.

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