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martedì 26 febbraio 2019

Chi ha Guadagnato con l' Euro ?

Chi ha Guadagnato con l' Euro ?

Euro, studio tedesco: 
“La Germania ci ha guadagnato più di tutti. 
Per gli italiani perdita di 73mila euro pro capite”

Un rapporto del Centrum für europäische Politik stima in 23mila euro pro capite l'impatto positivo della moneta unica per i tedeschi tra 1999 e 2017. Seguono gli olandesi con 21mila euro di guadagni. Roma e Parigi guidano invece la classifica dei "perdenti". I numeri sono ricavanti confrontando l'andamento del pil con quello di altri Stati che non hanno adottato l'euro e che in precedenza avevano performance economiche simili.

La Germania e i Paesi Bassi hanno tratto enormi benefici dall’euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. E l’Italia è il Paese in cui la moneta unica ha avuto i maggiori effetti negativi: senza l’euro, tra 1999 e 2017 il pil del Paese sarebbe aumentato di 4.300 miliardi di euro in più, pari a 73.600 euro pro capite. Sono le conclusioni a cui arriva lo studio 20 years of the euro: winners and losers del think tank tedesco Centrum für europäische Politik (Cep), secondo cui i Paesi membri che hanno promosso l’ortodossia di bilancio e criticato il salvataggio dei Paesi più indebitati sono stati i maggiori beneficiari della valuta unica. Dietro l’Italia nella classifica dei più penalizzati c’è la Francia, con una perdita di 56mila euro pro capite. Al contrario, i tedeschi grazie all’ingresso nell’Eurozona si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite e gli olandesi di 21mila.

Vantaggi e perdite stimati con il metodo del “controllo sintetico” – Il report, firmato da Alessandro Gasparotti e Matthias Kulas, stima i guadagni e le perdite di pil determinati dall’ingresso nell’area euro con un metodo definito “controllo sintetico“. In pratica si tratta di confrontare le performance dei Paesi che sono entrati con quelle di diversi altri Stati (gruppo di controllo) che non hanno adottato l’euro e negli anni precedenti avevano registrato trend economici molto simili a quelli del Paese considerato. Lo studio si concentra otto paesi su 19 dell’area euro, quelli in cui c’è stato un lungo gap tra ingresso nella Ue e introduzione dell’euro, perché negli altri casi il risultato avrebbe potuto essere “distorto dall’ingresso nellUe e nel suo mercato unico”. I ricercatori specificano che il metodo non tiene conto di eventuali riforme messe in campo nei Paesi considerati. 

“L’Italia non ha capito come essere competitiva” – Per l’Italia il gruppo di controllo è costituito da Gran Bretagna (con un peso del 63,2%), Australia (31%), Israele (3,8%) e Giappone (2%), scelti perché nel periodo pre euro avevano pil pro capite non troppo diversi da quelli italiani. L’economia tedesca è stata invece messa a confronto con un paniere che comprendeva il Bahrain, il Giappone e la Gran Bretagna. “In nessun altro Paese tra quelli esaminati”, si legge nella scheda sulla Penisola, “l’euro ha causato simili perdite di prosperità. Questo è dovuto al fatto che il pil pro capite italiano ha ristagnato da quando è stato introdotto l’euro. L’Italia non ha ancora trovato un modo per essere competitiva all’interno dell’Eurozona. Nei decenni prima dell’euro il Paese a questo fine svalutava la sua moneta. Dopo l’introduzione dell’euro questo non è stato più possibile. Sarebbero state necessarie riforme strutturali. La Spagna mostra come queste riforme possano ribaltare il trend negativo”.

Nel 2017 impatto positivo di 280 miliardi per la Germania – Nel solo 2017, sostiene lo studio, il fatto di far parte dell’Eurozona ha avuto un impatto positivo di 280 miliardi per la Germania e un impatto negativo di 530 miliardi per l’Italia, pari a 8.700 euro pro capite. Gli effetti cumulati sulla prosperità nel periodo 1999-2017 – il 1999 è l’anno di debutto dell’euro sui mercati finanziari, anche se come moneta sarebbe entrato in circolazione solo nel 2002 – sono calcolati sommando i dati pro capite di ogni anno e “moltiplicando i risultati per il tasso di consumo medio nazionale del Paese” nel periodo prima dell’ingresso nell’euro.

La Grecia, si legge nel rapporto, “ha guadagnato molto nei primi anni dopo l’introduzione dell’euro, ma dal 2011 ha sofferto enormi perdite. Sull’intero periodo, il bilancio è lievemente positivo, per 2 miliardi o 190 euro per abitante”.



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giovedì 22 novembre 2018

Economista della Lega che ha fatto colare a picco l’euro

Economista della Lega che ha fatto colare a picco l’euro


Dietro la tempesta che si è scatenata sull’euro martedì 2 ottobre, con la valuta unica che in una manciata di pochi, drammatici minuti è scivolata in area 1,15 sul dollaro, ci sono le parole di Claudio Borghi Aquilini, che ha paventato l’uscita dell’Italia dall’euro.

Non è la prima volta che Borghi, teorico del ritorno alla sovranità monetaria, mette in evidenza l’opportunità di dire addio alla moneta unica. Per l’economista è un po’ un cavallo di battaglia, un biglietto da visita che lo contraddistingue da quando fa politica. Questa volta però le parole di Borghi hanno avuto il peso di un macigno. Un po’ perché sono piovute in una fase, quale quella attuale, in cui la volatilità e il nervosismo dei mercati dopo la manovra 2019 prospettata dal governo giallo verde sono particolarmente accentuati. E un po’ perché il Borghi che afferma in un’intervista a Radio Anch’Io che «l’Italia avrebbe risolto i suoi problemi se avesse avuto la propria valuta», e che «il fatto di avere il controllo sui propri mezzi di politica monetaria è condizione necessaria ma non sufficiente per realizzare l’ambizioso ed enorme programma di risanamento», è, alla fine, la stessa persona che presiede la Commissione Bilancio della Camera. La sua uscita ha avuto un impatto tale che il premier Giuseppe Conte è dovuto intervenire per riportare la calma. «L’euro è irrinunciabile», ha chiarito il capo del Governo. Seguito, a ruota, dallo stesso Borghi: il programma di governo, ha messo in evidenza in un’intervista a Reuters, non contempla che l’Italia abbandoni la moneta unica. Insomma, «la mia dichiarazione sull’euro - scrive sul suo profilo twitter - 
«è stata travisata, è lì da ascoltare, c’è la registrazione».

Ma chi è Claudio Borghi? E da dove nasce la sua proposta? Milanese ma residente a Como, 48 anni, è l’economista “no euro” della Lega, dal 2014 responsabile economico del Carroccio, ovvero una delle persone - l’altra è Alberto Bagnai, presidente della Commissione Finanze del Senato, anche lui euroscettico - che suggerisce al segretario federale Salvini, oggi vicepremier, le strategie di politica economica per rilanciare la crescita. A 19 anni lavora presso uno studio di agenti di cambio di Milano, quindi passa in Deutsche Bank, Merrill Lynch, torna in Deutsche Bank dove nel 2006 è Managing Director. «Sono stato vent’anni in borsa - racconta -, ho visto il 92, il 2000, l’11 settembre, il 2008... salite e discese che queste al confronto sono piatte come un tavolo di cristallo. Non ho mai visto un falò». Nel 2009 si dedica all’insegnamento, come docente a contratto della Cattolica.

Nel 2014, dopo un iniziale avvicinamento al Movimento 5 Stelle, scrive per conto della Lega Nord e Salvini il manuale “Basta Euro”. Il messaggio è chiaro: «L’euro, che doveva essere uno strumento per muoversi più facilmente all’interno dell’Europa senza dover cambiare moneta, è diventato uno strumento di dominio e sopraffazione sui cittadini. Pensare di cambiare rotta è doveroso».

Dalla stesura di quel testo è tutta politica. E la strada è tutta in discesa. A maggio 2014, alle elezioni europee, è candidato dalla Lega al Parlamento europeo, ma non passa. A ottobre diventa responsabile economico del Carroccio, abbandona l’insegnamento per dedicarsi del tutto alla politica. L’anno dopo è candidato come presidente della Regione Toscana, sostenuto dalla Lega e da Fratelli d’Italia: arriva secondo alle spalle di Enrico Rossi, oggi Mdp, ed è eletto consigliere regionale. Nel 2017 è Consigliere comunale a Como.

Alle elezioni politiche dello scorso marzo si candida alla Camera dei deputati, correndo come candidato del centrodestra nel collegio uninominale di Siena. Ha contro il candidato del centrosinistra, Piercarlo Padoan. Dopo un lungo testa a testa, il ministro dell’Economia uscente la spunta di misura, ma Borghi è “ripescato” nel listino proporzionale. Dopo le elezioni, è nel collegio degli esperti che si occupa di mettere già il contratto che fa nascere il “Governo del cambiamento” tra Cinque Stelle e Lega. A giugno la nomina alla presidenza della Commissione Bilancio di Montecitorio.

Tra le «semplici» regole che Borghi indica sul suo profilo twitter, la violazione delle quali fa scattare il blocco dell’account di chi legge, la sesta fa riferimento a un’osservazione “classica”, che gli viene fatta: «Eh, ma la Lega non è veramente contro l’Euro». Lui commenta: «È un’offesa al mio ruolo e alla mia intelligenza». Non ditelo ai mercati. Potrebbero non apprezzare.

Avete presente Claudio Borghi Aquilini, presidente della commissione bilancio della Camera, responsabile economia della Lega, autore dei libro Basta Euro, che si fa chiamare economista e professore senza essere nessuna delle due cose, che in foto di copertina sulla sua pagina fb ha una banconota da 10.000 lire con la sua faccia e la divisa di Napoleone, che da quando è assurto agli onori di Omnibus e degli altri talk di La7 non fa che dire che l'Italia deve uscire dall'euro, che esulta per lo spread perché così i bot pagano di più, che "il debito non è un problema in un paese che stampa moneta", che in un'intervista in video spiega "come vi porterò fuori dall'euro"?

Quello.

Oggi ha depositato in Consob un esposto contro Riccardo Puglisi, lui si professore ed economista, per turbativa di mercato a seguito di diffusione di notizie false. Riccardo avrebbe turbato il mercato chiedendogli se è vero che ha scritto che l'Italia abbandonerà l'euro quando la Lega avrà il 51%

Surreale vero?



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domenica 29 aprile 2018

Metà della Produzione di Armi Italiane va all'Islam



Affari per 16 miliardi di euro. 
Tra gli acquirenti Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

Vale 16 miliardi di euro il giro d’affari delle esportazioni italiane di armi nei Paesi islamici calcolato nell’ultimo triennio. Tra i materiali d’armamento anche oltre 200 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per un giro d’affari di 29 milioni di euro. E’ quanto emerge dal report “Italian Terrorism Infiltration Index 2018” dell’Istituto Demoskopika.

Un business pari alla metà dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in 32.034 milioni di euro. In altri termini, ogni 100 euro incassati dagli operatori del made in Italy, circa 50 euro provengono dal mondo islamico. Tra i clienti “più redditizi” figurano Qatar e Arabia Saudita, con una spesa di oltre 5,3 miliardi di euro, impegnati, il primo a guidare una coalizione militare nel conflitto in Yemen e il secondo, ritenuto, da alcune fonti internazionali, possibile finanziatore di gruppi jihadisti e terroristici.

Lombardia e Lazio, inoltre, si confermano, per il terzo anno consecutivo, le realtà territoriali più “esposte” al terrorismo, a cui si aggiunge il Piemonte, che si posiziona al terzo posto, secondo il rapporto Italian Terrorism Infiltration Index 2018  che, oltre ad analizzare i dati più recenti del mercato delle esportazioni dei materiali d’armamento, ha tracciato una mappa delle regioni più a rischio di potenziale infiltrazione terroristica sulla base di quattro indicatori ritenuti “sensibili”: le intercettazioni autorizzate, gli attentati avvenuti in territorio italiano, i visitatori nei musei italiani e gli stranieri residenti in Italia provenienti dai primi cinque paesi considerati la top five del terrore secondo il rapporto di Demoskopika.

Export armi: i paesi islamici valgono ben 16 miliardi di euro
Dal 2015 al 2017, le aziende del settore armamenti italiane hanno introitato dai Paesi islamici  15.905 milioni di euro passando dai 1.768 milioni di euro esportati nel 2015, agli 8.954 milioni del 2016 e ai 5.183 milioni di euro del 2017. Un volume d’affari pari al 49,6% dell’intero export italiano nel settore bellico quantificabile in circa 32.000 milioni di euro.

Il completamento della rilevazione dell’andamento dell’export made in Italy nel settore bellico evidenzia incassi per 877 milioni di euro nel 2013 e per 873 milioni di euro nel 2014. Tra le 28 aree individuate dallo studio in base alla percentuale dei musulmani in rapporto alla popolazione totale di ciascuna singola realtà e alla religione prevalente, ben 9 figurano tra i primi 26 Paesi in cui è più forte l’impatto del terrorismo, sempre secondo l’analisi del Global Terrorism Index 2017.

Occhio agli acquirenti: svettano Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Turchia
Ogni 100 euro incassati dalle imprese italiane per la vendita e la fornitura di armamenti, circa 50 provengono dai Paesi della mezzaluna. Tra i principali acquirenti ci sono Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Singapore che hanno acquistato aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, siluri, agenti tossici e tecnologie varie versando nelle casse italiane ben 13.988 milioni di euro nell’arco temporale osservato.

Nel dettaglio, riguardo, la fornitura di armi, la cifra corrisposta all’Italia per l’acquisto di aerei, elicotteri, carri armati, navi, missili, tecnologia e altri armamenti è stata di 7.711 milioni di euro da parte del Kuwait, di 4.597 milioni di euro dal Qatar, di 736 milioni di euro dall’Arabia Saudita, e di 528 milioni di euro dalla Turchia. E, ancora, in ordine decrescente, tra gli acquirenti islamici risultano Singapore (416 milioni di euro), Emirati Arabi Uniti (393 milioni di euro), Pakistan (391 milioni di euro), Oman (226 milioni di euro), Algeria (221 milioni di euro), Bangladesh (166 milioni di euro), Indonesia (113 milioni di euro), Iraq (74 milioni di euro), Malesia (70 milioni di euro), Bahrein (59 milioni di euro), Egitto (52 milioni di euro), Turkmenistan (47 milioni di euro), Giordania (31 milioni di euro), Marocco (30 milioni di euro), Ciad (13 milioni di euro), Albania (12 milioni di euro), Tunisia (10 milioni di euro), Nigeria (9 milioni di euro), Afghanistan (614 mila euro), Kazakistan (442 mila euro), Brunei (200 mila euro), Guinea (97 mila euro), Burkina Faso (84 mila euro) e, infine, la Mauritania (5 mila euro).

Il borsino degli armamenti: maggiori incassi da aerei, elicotteri e navi
Poco meno di 100 tra aerei ed elicotteri venduti, nell’ultimo triennio, all’intero mercato di esportazione mondiale di riferimento dell’Italia e non esclusivamente all’area islamica individuata, hanno generato introiti per 8.552 milioni di euro. A seguire, nello speciale borsino dei materiali d’armamento, compaiono le forniture di 16 navi da guerra con un giro d’affari pari a 4.178 milioni di euro oltre a 745 mila unità tra bombe, siluri, razzi, missili ed accessori per 2.054 milioni di euro. Segue la vendita di 418 mila armi automatiche e non, per 501 milioni di euro, poco meno di 3 mila veicoli terrestri per 431 milioni di euro, circa 207 mila agenti tossici, gas lacrimogeni e materiali radioattivi per 29 milioni di euro e 3,4 mila software per 54 milioni di euro.


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Previsioni per il 2018






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domenica 21 gennaio 2018

J.B. Taylor è Famoso per la sua Equazione ... EURO



TAYLOR E LA REGOLA INASCOLTATA 
CHE DOVREBBE GUIDARE LA POLITICA MONETARIA EUROPEA, 
SPIEGANO IL FALLIMENTO DELL’EURO.


Uno degli  economisti più influenti degli ultimi 40 anni è stato John Brian Taylor,
 membro della lista dei cinquanta più influenti economisti secondo Bloomberg, possibile prossimo vincitore del premio Nobel, collega di Fisher, professore a Stanford 
e candidato ad un posto nel consiglio direttivo dell FED.

J.B. Taylor è famoso per la sua equazione, che viene ad indicare il tasso di interesse a breve che dovrebbe essere imposto dalla Banca Centrale in funzione dell’obiettivo inflazionistico e del PIL di piena occupazione:



Secondo l’equazione di Taylor il tasso di interesse a breve deve essere tanto minore quanto più elevato è il target inflazionistico e tanto più elevata è la discrepanza fra il PIL attuale ed il PIL potenziale calcolato come NAIRU, cioè come livello del PIL con un’occupazione al livello strutturale cioè tale da non condurre ad un aumento dell’inflazione. Definita in questo modo l’equazione di Taylor  viene a fornire una regola piuttosto precise che collega tassi di interesse agli obiettivi inflazionistici ed all’occupazione.

Inizialmente Taylor ipotizzò dei valori delle costanti pari a 0,5, ma successivamente la costante legata all’obiettivo inflazionistico è stata duplicata rispetto a quella dell’obiettivo di PIL, rendendo questo leggermente meno rilevante.

L’equazione di Taylor non è uno strumento secondario per le banche centrali: Volcker e Greenspan l’hanno tenuta in considerazione nei loro mandati come Governatori della FED, ed è ufficialmente la guida delle politiche monetarie del Canada e della Nuova Zelanda.

Oggi il Sole , in un raro buon articolo, mette in luce un risultato importante derivante dal calcolo dell’interesse che dovrebbe esser imposto da parte delle banche centrali  per diversi paesi, applicando la Taylor rule :

USA 4%
ITALIA – 1,2%
GERMANIA 7%
Il problema salta agli occhi: vi è una differenza enorme fra i tassi che dovrebbero essere imposti dalla banca centrale italiana e da quella tedesca in caso di valute diverse che potessero permettere politiche monetarie diverse. Il problema è che mentre l’output gap tedesco non c’è, e praticamente siamo a piena occupazione con risvegli inflazionistici, questo non accade per l’Italia che, data la sua disoccupazione, ha un output gap enorme e risulta fredda dal punto di vista della dinamica dei prezzi.

L’equazione di Taylor ci indica anche la via semplice con cui la Banca Centrale italiana potrebbe guidare la svalutazione, cioè con tassi estremamente bassi se non negativi. SI tratterebbe di una soluzione che, tra l’altro , aiuterebbe il contenimento del peso del  debito pubblico, ma che , nella gabbia dell’euro , non può essere utilizzata.

Per finire non facciamoci illusioni se l’attuale politica monetaria della BCE sembra più vicina alle necessità italiane (e francesi) di quanto non lo sia a quelle tedesche: le cose cambiano, così come i governatori centrali. Si tratta di una fase transitoria che si esaurirà nel momento in cui la BCE e la Germania avranno compreso bene come incatenarci al loro carro, magari tramite i nuovi titoli che la mente  di Draghi ha partorito e di cui parleremo in seguito.





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Previsioni per il 2018






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sabato 1 aprile 2017

Perchè la Moneta si chiama EURO ?


Credo che proprio in pochi in Italia (ed anche in Europa) sappiano veramente il perché è stata chiamata Euro la moneta che da 14 anni abbiamo in tasca e che da 21 anni ne sentiamo parlare.

Ritorniamo indietro velocemente per capire la genesi di tale scelta. A Maastricht il 7 febbraio 1992 fu firmato il Trattato che modificò giuridicamente la vecchia CEE (Comunità Economica Europea) del 1957 in UE (Unione Europea) per poter creare il “mercato unico” necessario all’adozione di una moneta unica secondo l’idioma “one market, one money”. I vincoli e parametri macroeconomici a cui gli Stati firmatari si erano impegnati a rispettare, erano il presupposto per giungere alla convergenza che desse vita ad una moneta comune.


Il nome prescelto per la moneta da condividere era ECU (European Currency Unit, ovvero Unità di
Conto Europea) che si basava sin dal 1978 su un paniere ponderato delle valute nazionali europee
aderenti, il cui corso variava in funzione dei rapporti
di cambio delle valute stesse che vi partecipavano.

Credo che il nome ECU sia ancora scolpito in modo indelebile nelle menti di molti italiani che
contrassero mutui in tale valuta nei primi anni ’90 attratti da tassi inferiori rispetto a quelli in lire, indotti da banche (come al solito!) più inclini a fare i propri interessi che quelli della clientela tacendo sul ben più oneroso insito rischio di cambio. Sappiamo purtroppo come andò a finire, con il corso dell’ECU aumentato vertiginosamente rispetto alla lira e i conseguenti bagni di sangue a cui furono sottoposte decine e decine di migliaia di famiglie italiane nel pagarne il salato conto.

Ebbene in ogni caso la valuta che sarebbe scaturita da Maastricht si sarebbe dovuta chiamare ECU e
molti paesi membri, nonostante rimase di fatto sempre una divisa “virtuale”, si cimentarono già in
emissioni, riservate ai numismatici, coniando monete con tale valore.


Ma nel 1995 avvenne la “svolta”: nel Consiglio Europeo di Madrid avvenuto, il 15 e 16 dicembre 1995, fu deciso di cambiare il nome da ECU in EURO. Ma quale fu la vera motivazione di questo cambio di denominazione? Le note ufficiali si affrettarono nel dare delle spiegazioni “di comodo”, come ad esempio che la parola ECU si pronunciasse con troppo “francesismo” essendo il vecchio scudo francese. Altri dissero che essendo un acronimo inglese di European Currency Unit non sarebbe stato “gradito” a tutti e che il nome EURO fosse più direttamente riconducibile all’EUROPA.

Ma la vera realtà fu un’altra, imposta fortemente dalla delegazione tedesca capeggiata dal Cancelliere Helmut Kohl e dal suo potentissimo, inflessibile e “sopraccicliatissimo” Ministro delle Finanze Theo
Waigel (che d’allora verrà chiamato il “papà dell’euro”), che proposero ed ottennero immediatamente, il cambiamento del nome da ECU in EURO. Infatti nella lingua tedesca la pronuncia di “un ecu” si sarebbe detta “eine ecu” creando una imbarazzantissima assonanza con “eine kuh” cioè “una vacca” e che pertanto avrebbe creato ovviamente non pochi problemi ai tedeschi già fortemente “dispiaciuti” nell’abbandonare
il loro amatissimo marco simbolo del riscatto economico del paese.

Di fronte a tale evidenza, a cui non mancarono sorrisi e battutine nelle delegazioni, il Consiglio d’Europa di Madrid decretò all’unanimità di cambiare il nome in EURO, mandando definitivamente in pensione l’acronimo ECU, ma soprattutto ribadendo ancora per una volta (come se non ce ne fosse bisogno) che la Germania avesse il pieno potere di decisione su ogni cosa riguardo al nuovo ordine monetario che si stava instaurando in Europa e che avrebbe così fortemente condizionato il futuro dell’intero Vecchio Continente e con esso i destini dei paesi membri.

Viene spontaneo da chiedersi se lo stesso problema di assonanza non felice fosse stato avanzato da
altri paesi come ad esempio l’Italia, la Spagna o la Grecia, oggi la moneta che adottiamo si chiamerebbe ugualmente EURO o sarebbe rimasta con il vecchio nome di ECU?

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martedì 20 ottobre 2015

Ezio Greggio Patteggia per Evasione Fiscale 23 milioni di Euro



E così Ezio Greggio patteggia per evasione (23 milioni). 

Sì, proprio lui, il moralizzatore di Striscia, uno degli idoli della GGGENTE, 
quello che ci raccontava quanto fa schifo l'Italia. Già.

Se l'ipocrisia fosse un reato, avremmo milioni di carcerati. 

Eccoli  i moralisti di Mediaset. 
Pari pari come il loro padrone ... e c'è chi continua a guardare le manganellate delle jene 
e delle notizie strisciate, tra Gabibbi e tapiri

Non guardiamo più televisione spazzatura

Evasione fiscale per Ezio Greggio: 6 mesi di pena convertiti in 45mila euro di multa

Sei mesi di reclusione convertiti in 45mila euro di multa e la non menzione penale. È questa la pena per Ezio Greggio a seguito del patteggiamento per reati fiscali chiesto dallo storico conduttore di Striscia la notizia. A dare l'ok è stato oggi il tribunale di Monza, dove Greggio era a processo per le tasse evase sugli oltre 23 milioni di euro incassati da Mediaset dal 2009 al 2013.

Gli inquirenti contestavano al conduttore la cessione dei suoi diritti di immagine a una società con base irlandese e lo spostamento della residenza dichiarata a Monaco, nonostante lo showman vivesse praticamente in Italia.

A questo va aggiunto anche l’acquisto di un elicottero da 3,5 milioni di euro, nascosto al fisco attraverso diversi escamotage in modo da non versare l’Iva.

Dalla difesa di Greggio fanno sapere che è stata messa la parola fine ad un contenzioso già chiuso con il fisco italiano oltre un anno fa. Il patteggiamento - è il riconoscimento di colpa, fatto confermato da sentenze di Corte di Cassazione e vari Tar, che a più riprese hanno legato al patteggiamento valenza di sentenza di condanna, a maggior ragione nel suo caso che si è chiuso senza menzione penale, ma è solo una scelta di strategia processuale voluta dall’avvocato
Bongiorno al solo fine di evitare le lungaggini di un processo che avrebbe condotto, senza ombra di dubbio, alla quarta decisione favorevole.

Tre sentenze, infatti, aggiunge la difesa, sia in sede civile che penale hanno già confermato in questi anni che Greggio è regolarmente residente a Monte Carlo dal 1993, ove tra l’altro è stato eletto presidente del Comites (Comitato degli italiani all’Estero), organismo ufficiale riconosciuto dal Presidente della Repubblica e dal ministero degli Esteri italiani, nonché dal governo di Monaco.

ELETTO PRESIDENTE
COMITATO ITALIANI ALL'ESTERO
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VERGOGNATI E DIMETTITI SUBITO
DA QUELLA CARICA
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giovedì 28 maggio 2015

Lega Nord: Truffa allo Stato per 40 milioni di euro


Lega nord, verso il processo Bossi e figli. “Truffa allo Stato per 40 milioni di euro”

Chiuse le indagini sullo scandalo che ha travolto il Carroccio: in qualità di legale rappresentante al Senatur è contestato l'intero ammontare del finanziamento pubblico. Lui e i figli devono rispondere di appropriazione indebita per 500mila euro: 77mila per la laurea in Albania. 
Richiesta di archiviazione per Roberto Calderoli, Matteo Brigandì e Manuela Marrone

Quaranta milioni di finanziamento pubblico alla Lega. Cifra maggiore rispetto ai 18 milioni di euro venuti alla luce finora. La Procura di Milano contesta al fondatore della Lega Umberto Bossi – nuovamente in corsa per la segreteria del partito contro Matteo Salvini il prossimo 7 dicembre – la “truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche” ossia i rimborsi elettorali ricevuti dal Carroccio in base ai rendiconti al Parlamento del 2008 e 2009. Una truffa allo Stato commessa, secondo i pubblici ministeri, in concorso con Maurizio Balocchi, segretario amministrativo della Lega ormai deceduto, per quanto riguarda il rendiconto dell’esercizio 2008 e con Francesco Belsito, ex tesoriere leghista per il 2009 e 2010. Con tanto di inganno ai presidenti di Camera e Senato e ai revisori pubblici delle due assemblee che autorizzavano i rimborsi basandosi su rendiconti volontariamente falsati “in assenza di documenti giustificativi di spesa e in presenza di spese effettuate per finalità estranee agli interessi del partito politico”.

La Procura di Milano ha chiuso le indagini relative all’inchiesta “The family” in vista del prossimo passo: la richiesta di rinvio a giudizio per dieci persone, tra cui Umberto Bossi e i suoi due figli Riccardo e Renzo. Al centro, la gestione dei fondi della Lega, caso scoppiato nella primavera del 2012. Tra gli indagati, anche l’ex vicepresidente del Senato Rosi Mauro, l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito e l’imprenditore veneto Stefano Bonet, l’uomo degli investimenti in Tanzania con i soldi del partito.

Chiuse le indagini anche nei confronti di Rosi Mauro, l’ex senatrice del Carroccio, che ora è accusata di una appropriazione indebita di 99.731,50 euro, denaro proveniente dalle casse del partito. Tra i soldi di cui l’ex esponente lumbard si è appropriata, secondo l’accusa, ci sono anche 77.131,50 euro “per acquisto titolo di laurea albanese (in sociologia) – si legge nel capo di imputazione – presso l’Università Kristal di Tirana a favore di Pierangelo Moscagiuro”, ex guardia del corpo della Mauro. Laurea presa il 29 giugno 2011 nella stessa università scelta da Renzo Bossi, detto ‘il Trota’, che consegue il titolo (in Gestione aziendale) il 29 settembre 2010 con un “corso di studi” durato un solo anno, senza tuttavia mettere mai piede in Albania.

Per la laurea del Trota a Tirana 77mila euro – A Renzo e Riccardo Bossi, i due figli del ‘Senatur’ Umberto, viene contestato di aver usato a fini personali circa 303mila euro di soldi pubblici ottenuti dalla Lega come rimborsi elettorali. Renzo detto ‘il Trota’, accusato come Riccardo di appropriazione indebita, avrebbe speso tra le altre cose oltre 77mila euro per l’“acquisto” dell’ ormai famosa laurea albanese “presso l’Università Kristal di Tirana”. Ma non solo. Il secondo figlio di Bossi, che, nel 2010, a 21 anni diventa il più giovane consigliere regionale mai eletto in Lombardia, pare avere una passione per le auto e per la velocità. Con la sua Audi A5 scorrazza per la Lombardia accumulando oltre 7mila euro di multe. Contestazioni che vengono pagate con i soldi del partito. E nonostante la cattiva condotta automobilistica, il Trota passa a una macchina più potente, un’Audi A6 pagata 48mila euro più 3mila di assicurazione. Ovviamente a spese dei contribuenti. Il 10 aprile 2012 Renzo è costretto alle dimissioni dalla sua carica in Regione. Lo scandalo dei soldi pubblici girati dall’ex tesoriere Francesco Belsito agli esponenti del Carroccio fa terminare l’incarico tre anni prima del previsto. Tuttavia, i due anni trascorsi al Pirellone gli fruttano, secondo la legge, 40mila euro di indennità.

La passione per le auto di lusso di Riccardo Bossi - Il primo figlio del Senatur avuto nel 1979 dalla prima moglie Gigliola Guidali, i giudici contestano 52 pagamenti. Soprattutto multe – per oltre 2mila euro – ma non solo: con i soldi del partito Riccardo paga anche il mantenimento della moglie, l’affitto con tanto di bollette, il veterinario, l’abbonamento Sky, il garage e le spese di carrozzeria, nonché le rate per l’Università dell’Insubria. E poi debiti personali, bonifici, assegni circolari. Infine, le auto: 20mila euro per il riscatto del contratto di leasing per la Bmw X5 e oltre 21mila per una Mercedes.

Per Belsito, oltre due milioni di appropriazione indebita – E’ di diverse pagine il dettaglio delle spese contestate all’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito tra cui, oltre a multe varie, risultano spese per bar, ristoranti, rosticcerie ed enoteche, nonché composizioni floreali, abiti, hotel, scontrini di rivenditori di elettronica e serramenti, 1.500 euro per acquisto di armi e munizioni, ricariche telefoniche, pagamenti di parcheggi, cartelle esattoriali, diversi prelievi dalle casse del partito. E, per non farsi mancare nulla, anche un servizio di bonifica ambientale e telefonica per un valore di 8200 euro.

Richiesta di archiviazione per Calderoli e moglie di Bossi - Richiesta di archiviazione per Roberto Calderoli, Matteo Brigandì e Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi. Una archiviazione parziale, solo per alcuni episodi, è stata richiesta inoltre per Francesco Belsito, Umberto Bossi e Rosy Mauro. “Pagare le spese di un’abitazione a Roma, luogo dove principalmente si svolge l’attività politica e parlamentare, a un esponente di punta del partito, può in definitiva a nostro giudizio essere una scelta di impegno finanziario legittima (salvo il dovere di darne conto in contabilità, qui non rispettato, non decisivo ai fini del reato di appropriazione indebita)”, scrivono i magistrati in riferimento alla posizione di Calderoli. Per quanto riguarda, invece, la posizione della Marrone, si ricorda come fin dalla prima relazione del procuratore generale, la moglie di Bossi sia stata inserita, insieme alla Mauro e ad altri famigliari del leader del Carroccio, all’interno del “cosiddetto ‘cerchio magico’ che sarebbe stato alimentato con favoritismi ed elargizioni a danno del patrimonio della Lega”. “Certo – scrivono i pm di Milano – non si può escludere che delle somme corrisposte per la scuola Bosina in denaro contante la Marrone possa aver profittato a titolo personale. Ma per tutti gli indagati, come in questo caso per la Marrone, è stata applicata una rigorosa regola probatoria”.

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Quanti esodati si potrebbero aiutare con 180 milioni di euro? Quanti pensionati minimi? Quante imprese strozzate ? Quante borse di studio potremmo dare a quei giovani che non possono permettersi l'università...
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domenica 5 aprile 2015

Lista FALCIANI: Centomila Conti SVIZZERI Svelati



LISTA FALCIANI, CENTOMILA CONTI SVIZZERI SVELATI

Politici, imprenditori, evasori, vip e star di Hollywood, modelli e campioni dello sport, ma anche faccendieri, mediatori di tangenti, trafficanti di armi e di diamanti. La pubblicazione della lista Falciani, l’archivio trafugato dall’ex funzionario della banca Hsbc e svelato dopo anni di indiscrezioni, ha fatto emergere un lungo elenco di circa centomila clienti che hanno deposito tra il novembre 2006 e marzo 2007 180 miliardi di euro nei forzieri della filiale svizzera Hsbc Private Bank. Fondi sui quali c’è l’ombra pesante dell’evasione fiscale. Un tesoro nascosto al Fisco. Come ha spiegato l’Espresso (che fa parte del consorzio di giornalismo investigativo “Icij”, con sede a Washington, che ha lavorato all’inchiesta, ndr) nella lista Falciani ci sono anche 7mila clienti italiani. Nel 2007 custodivano circa sei miliardi e mezzo di euro nei forzieri della banca, in parte leciti e in parte illegali. E nella lista compaiono per il nostro Paese anche i nomi dello stilista Valentino Garavani, di Flavio Briatore e di Valentino Rossi. I quali hanno però replicato all’Epresso di non avere più conti in sospeso col Fisco italiano.

LISTA FALCIANI, TUTTI I NOMI
L’ex funzionario di Hsbc Hervé Falciani era stato accusato dalla banca svizzera di avere sottratto informazioni, ma quando era stato arrestato in Costa Azzurra su richiesta delle autorità svizzere l’uomo aveva collaborato con i magistrati francesi e consegnato una lista di 3mila nomi di evasori fiscali transalpini, come riporta anche il Corriere della Sera. Ora, con le nuove rivelazioni, emerge un lungo elenco di persone in tutto il mondo, in un’inchiesta ribattezzata “Swissleaks“:
«Tra le quali gli attori John Malkovich e Gad Elmaleh, il re del Marocco Mohammed VI oggi in visita a Parigi e quello giordano Abdullah II, i cantanti Phil Collins e Tina Turner, gli sportivi Fernando Alonso e Valentino Rossi, Flavio Briatore e lo stilista Valentino, l’attrice Joan Collins e la modella Elle McPherson, il banchiere spagnolo Emilio Botín (morto nel settembre 2014) del Banco Santander. Il consorzio «Icij» precisa peraltro che la presenza di alcuni nomi nell’inchiesta non significa automaticamente che abbiano commesso reati, o che non abbiano regolarizzato la loro posizione con i rispettivi governi», si legge sul Corriere della Sera.
In particolare, Valentino aveva negli anni ’06-’07 oltre 100 milioni di euro sui conti della Hsbc, mentre l’ex patron del Billionaire aveva depositato 73 milioni in diversi conti. Il campione di motociclismo Valentino Rossi aveva invece 23 milioni.

ITALIA QUINTA PER NUMERO DI CLIENTI
Come emerge dall’inchiesta, per numero di clienti il nostro paese si piazza al quinto posto in classifica per numero di clienti (7499 per la precisione) che hanno fatto uso dei servizi di uno dei più grandi gruppi bancari mondiali. Al vertice c’è la Svizzera (11.235 clienti), poi Francia (9.187), Regno Unito (8.848) e Brasile (8.667). In merito alle somme depositate nei conti svizzeri, invece, l’Italia è al settimo posto, con 7,4 miliardi di dollari. E, si precisa, il cliente italiano che aveva affidato alla filiale svizzera la quantità di denaro maggiore aveva depositato un miliardo e 200 milioni di dollari.
Già nel 2010 il governo francese aveva distribuito la lista Falciani ad altri Paesi, in modo tale che potessero sondare e verificare le posizioni dei loro cittadini. Alcuni Stati, come la Gran Bretagna, la Spagna e la Francia, sono riusciti a recuperare centinaia di milioni di imposte arretrate (220 milioni nel Paese iberico, 188 Parigi). Anche nel nostro Paese diverse sono state le indagini per frode fiscale, ma c’è stata una disputa sulla possibilità di usare i dati e diversi sono stati i ricorsi aperti.
Come riporta l’Espresso nell’articolo a firma di Gianluca Di Feo e Leo Sisti, si spiega come, coperti dall’anonimato garantito dalla filiale svizzera, politici e uomini d’affari di tutto il mondo avessero depositato ingenti somme di denaro:
«Ci sono numerosi conti di Rami Makhlouf, cugino del presidente siriano Bashar al Assad considerato la mente finanziaria del regime di Damasco. [...] Rachid Mohamed Rachid, ministro egiziano del Commercio con l’estero, scappato dal Cairo durante la rivolta contro Mubarak, aveva una procura su un conto del valore 31 milioni di dollari: non a caso è stato condannato in contumacia per aver dilapidato fondi pubblici. Ad Haiti operava Frantz Merceron, ora deceduto, ritenuto l’uomo delle tangenti per conto dell’ex presidente Jean Claude “Baby Doc” Duvalier. [..] Personaggi colpiti dalle sanzioni americane per i rapporti con le dittature. Come ad esempio, Selim Alguadis, uomo d’affari turco, sospettato di aver fornito alla Libia di Gheddafi componenti dual use suscettibili di essere impiegate per un progetto di armi nucleari. O come Gennady Timchenko, miliardario e amico intimo dal presidente russo Vladimir Putin, finito nel mirino degli Stati Uniti dopo la crisi ucraina. E c’è un deposito perfino riconducibile a Li Xiaolin, figlia dell’ex primo ministro cinese Li Peng, protagonista della repressione di piazza Tienammen. Ma ci sono anche i conti di numerosi imprenditori che hanno finanziato la fondazione di Bill Clinton, l’ex candidato repubblicano alla presidenza statunitense Mitt Romney e le conferenze dell’ex sindaco di New York Rudolf Giuliani»

LA POSIZIONE DI HSBC
Di fronte alle domande del Guardian , la banca Hsbc ha ammesso i comportamenti irregolari della filiale svizzera, precisando però come per diversi anni dopo l’acquisto nel 1999 la stessa Hsbc Private Bank a Ginevra fosse rimasta sostanzialmente indipendente all’interno del gruppo. Di conseguenza, si è difesa Hsbc, questo avrebbe comportato «standard molto più bassi in termine di controllo».

In sé non è un crimine detenere denaro o holding in Svizzera: bisogna però rendere tutto noto alle autorità fiscali nazionali. Molti dei vip inclusi negli elenchi sostengono di essere a posto con i regolamenti. Come la rockstar Tina Turner, l'attore John Malkovich o il campione di Formula Uno Michael Schumacher. Lo stilista e imprenditore Valentino Garavani nel 2000 diventa cliente della HSBC Private Bank.

Stando ai dati messi insieme dai reporter di Icij nel 2006/2007 dispone di ben 108,3 milioni di dollari, nascosti nel conto numerato “3326 CR”. Ma chi ne è il proprietario? Ufficialmente Valentino risulterebbe solo “attorney A”, cioè procuratore, insieme a un altro “attorney B”, Marc Bonnant, di Ginevra, famoso legale, tra i tanti, di Licio Gelli e del finanziere Florio Fiorini. Invece, come emerge da un'altra scheda, è proprio il fashion designer il “beneficial owner” di quel “3326 CR”, intestatario di nove conti IBAN. Il deposito, collegato alla “Piles Finance Ltd”, con sede a Tortola nelle British Virgin Islands, ha un “supervisore”, Ronald Feijen, avvocato olandese conosciuto da Valentino durante il negoziato con la Hdp, e da allora diventato suo professionista di fiducia a Londra. Sempre dai file della HSBC si apprende che esistono altre due società, sorte nel 2001 e chiuse nel 2004: Dibag Fashion Development NV-Rub GG e Dibag Fashion Development NV-Rub VG. Di tutte due sono titolari sia Valentino sia Giancarlo Giammetti, amico e socio di una vita. Ma nel 2006/2007 tutto quello che c'è dentro è stato distribuito a loro due.

Proprio nello stesso periodo, la posizione fiscale dello stilista è stata al centro di una disputa con l'Agenzia delle Entrate. Oggetto della contesa la residenza e quindi il regime di tassazione. Valentino ha sostenuto di essere residente a Londra dal 1998 anno in cui vende le sue società alla Hdp di Maurizio Romiti (che nel 2002 cederà tutto alla Marzotto). Gli ispettori fiscali invece sulla base delle indagini ribattono che si trovava a Roma. Infatti, in Gran Bretagna il grande sarto avrebbe solo lo status di “resident not domiciled”, la formula di chi, pur avendo acquisito la residenza sul Tamigi, non manifesta la volontà di restare lì per sempre. Conseguenza: gli sono state contestate, ai fini dell’imposizione fiscale, le annualità dal 2000 al 2006. Ne è nata una trattativa, poi risolta con un atto di pacificazione. Valentino ha versato una somma, mai dichiarata ufficialmente ma nell'ordine di qualche milione di euro, per il periodo 2000-2004. E così ha chiuso ogni pendenza con le nostre autorità tributarie.

FUGA IN MOTO

Anche Valentino Rossi ha avuto i suoi guai con l'erario, che si intrecciano con le vicende della banca elvetica. I sospetti sulla sua residenza londinese hanno provocato un procedimento per evasione, aperto nel 2008 e concluso con un accordo. Alla Hsbc il “Dottore” ha accantonato le sue risorse nel 2003 dietro il conto numerato “Kikiki 62”: 23,9 milioni di dollari. Intervistato da ICIJ, l'avvocato Claudio Sanchioni ha precisato che, sborsando 30 milioni di euro il suo assistito ha definito ogni controversia su conti esteri. Nelle note compilate dai funzionari di Ginevra su Valentino si viene a conoscenza delle sue tendenze finanziarie. Graziano Rossi, il padre, che è anche procuratore di “Kikiki 62”, attesta che il figlio ha una “preferenza per investimenti conservativi”. Tanto spericolato in pista, quanto prudente sulla gestione dei propri soldi.

L'ELVETICO FLAVIO
Per la Hsbc Flavio Briatore, da anni residente all'estero, è un cliente dominato da un grande attivismo. A lui fanno capo nove conti ed è “beneficial owner” di sei di questi, dove nel 2006/2007 "alloggiano" 73 milioni di dollari: Benton Investments Inc., Pinehurst Properties, “27361” (liquidato nel 2005), Adderley Trading Ltd (chiuso nel 2004), Formula FB Business Ltd e GP2 Ltd. Anche l'avvocato di Briatore, Pilippe Ouakra, è stato sentito da ICIJ e commenta: «Il signor Briatore è in grado di confermare che lui e alcune compagnie del suo gruppo - alcune di queste erano operative dalla Svizzera - hanno avuto conti bancari in Svizzera, in un modo perfettamente legale, in conformità con qualunque legge fiscale applicabile».

Lista Falciani, Briatore compra pubblicità contro l'Espresso. Ma è solo un autogol
Mister Billionaire attacca la nostra inchiesta sui conti svizzeri con un'inserzione a pagamento. Ma può solo confermare la notizia del conto da 39 milioni di dollari registrato a nome di un'ignara cuoca bresciana  Barbara F.. Soldi che erano di una società offshore di Flavio. E la Guardia di Finanza conferma: usati «fraudolentemente» i dati della dipendente.
A quel punto l'indagine fiscale della Guardia di Finanza si è chiusa con queste parole
: «Per ragioni non note a questo reparto, al profilo cliente di Barbara F. sono stati associati rapporti finanziari non riconducibili a lei, ma alla “Formula FB Business Limited”». Il vero titolare del conto da 39 milioni di dollari, insomma, era la suddetta società offshore, che ha sede a Tortola, nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche. La stessa Guardia di Finanza,  precisa che la “Formula FB Business Limited” è controllata all'80 per cento dal signor Flavio Briatore.

CAPITALI INSANGUINATI
I documenti della HSBC raccontano anche altre vicende. Tra i clienti dell'istituto di Ginevra ci sono almeno duemila commercianti di diamanti. A volte li chiamano diamanti insanguinati perché vengono usati per finanziare delle guerre, come è accaduto in Angola, Costa d'Avorio, Sierra Leone. Michael Gibb, che si occupa di diritti internazionali dell'uomo per Global Witness, ne è certo: «I diamanti sono legati a conflitti e violenze. La facilità con cui possono essere convertiti in strumenti di guerra è sorprendente».

I funzionari della banca svizzera, ad esempio, sapevano che un certo Emmanuel Shallop, successivamente condannato per questi traffici, era sotto indagine in Belgio. Nel file del deposito infatti annotano: «Abbiamo aperto un conto per lui basato a Dubai… Il cliente è molto cauto attualmente perché sente la pressione delle autorità belghe, che lo tengono d'occhio per le sue attività nelle frodi fiscali sui diamanti». Contattato per chiarire l'avvocato di Shallop è stato tranchant: «Noi non intendiamo spiegare nulla. Il mio assistito non vuole vedere il suo nome citato in qualunque articolo per una ragione di privacy». Ma tra i clienti ci sono pure personaggi che hanno maneggiato tangenti per favorire vendite di armi in Africa, rifornendo gli arsenali dei massacri in Liberia, e altri che si sono prodigati per piazzare ordigni sofisticati in diverse nazioni, dalla Tanzania a Taiwan. Ci sono addirittura i nomi degli esponenti di una ong saudita che è stata accusata di finanziare Al Qaeda.

LA POSIZIONE DELLA BANCA
I vertici di Hsbc hanno inizialmente intimato al network giornalistico di distruggere tutti i dati. Poi, di fronte agli elementi scoperti dai cronisti, hanno assunto una posizione diversa. Con una dichiarazione scritta l'istituto ha riconosciuto che «la cultura e gli standard dei controlli erano molto più bassi di quanto avviene oggi. La banca ha intrapreso passi significativi per aumentare le verifiche e respingere i clienti che non rispettano i nuovi parametri, inclusi coloro che davano elementi di preoccupazione sul fronte fiscale. Come risultato di questa linea,
 la base dei clienti dal 2007 si è ridotta di quasi il 70 per cento».


Resta però il problema della finanza oscura. «L'industria offshore è la maggiore minaccia per le nostre istituzioni democratiche e per le basi del nostro contratto sociale», ha dichiarato a Icij l'ecomista Thomas Piketty: «L'opacità finanziaria è uno degli elementi chiave delle diseguaglianze. Permette a una larga parte di quelli che guadagnano di più di pagare tasse insignificanti, mentre il resto di noi deve versare tributi pesanti
 per sostenere i servizi pubblici indispensabili per lo sviluppo».



Il mistero della lista di conti in Svizzera scomparsa
C'era un elenco di evasori GRECI consegnato al governo che non esiste più

Come a Roma, anche ad Atene succede l’incredibile quando si arriva a toccare i potenti
UNA POCHADE - Non sarà come la storia della casa comprata a sua insaputa al ministro Scajola, ma anche la commedia che si è accesa attorno al destino di una lista di circa 2.000 greci titolari di conti in Svizzera presso la locale filiale della HSBC, parte della famosa “lista Falciani“, che le autorità francesi hanno trasmesso al governo greco.

L’ELENCO DEI CONTI - La lista stava originariamente su una normale chiavetta USB in possesso di George Papaconstantinou, che l’aveva ricevuta da Christine Lagarde quando entrambi erano ministro delle finanze nel 2010. Lui dice di di aver trasmesso un piccolo numero di nominativi all’ex capo dell’unità contro i crimini finanziari nel 2011  e l’intera lista a Ioannis Diotis, il suo successore a capo dell’unità nel luglio dello stesso a capo dell’unità anno. Diotidis ha testimoniato davanti al comitato etico del parlamento dicendo di averla passata al successivo ministro delle finanze, il leader socialista Evangelos Venizelos, che non gli avrebbe dato alcuna disposizione in merito. La settimana scorsa Venizelos, abbastanza arrabbiato, ha detto in televisione di aver consegnato la lista al premier Samaras quando ha realizzato che nessuna agenzia investigativa ne aveva una copia. Poi ieri ha affermato di non averla mai ricevuta da Papaconstantinou.

LA CACCIA AI CORROTTI - Il problema con quella lista è lo stesso che il governo ha con un’indagine che la settimana scorsa ha colpito 36 politici accusati di corruzione e altri reati, perché se è vero che fino a quando i due principali partiti si alternavano al potere le indagini facevano poca strada, oggi la frammentazione della politica greca potrebbe aprire la strada a pratiche come le denunce degli avversari politici, innescando una reazione a catena dagli esiti imprevedibili, quanto sicuramente negativi sulla fragile coalizione di governo.

FRATTURE NELLA MAGGIORANZA? - Alcuni degli imputati per il nuovo scandalo sono infatti colonne del governo Samaras, che gode della fiducia dell’Unione Europea, ma non quella dei greci. Un governo che difficilmente avrà la forza di compiere un’autocritica e i passi necessari a emarginare i presunti colpevoli recuperando credibilità, quanto mai necessaria dopo che sotto inchiesta sono finiti tra gli altri lo speaker del parlamento (che si è sospeso dalla carica il 24 scorso) e diversi ex ministri e sindaci, tra i quali probabilmente anche Leonidas Tzanis, 57 anni, un ex-ministro e politico socialista che si è (pare) impiccato insieme alla moglie nella cantina di casa, pochi giorni prima di essere chiamato a testimoniare. E i guai non finiscono qui, perché all’esame delle autorità c’è anche una lista di 54.000 persone che hanno trasferito 29 miliardi di euro all’estero dal 2009, almeno 15.000 dei quali maneggiando somme del tutto incompatibili con i loro redditi ufficiali. Sfide che per il governo greco sembrano più difficili della stessa battaglia per la permanenza della Grecia nell’euro.

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venerdì 29 novembre 2013

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leggi tutte le altre ...
ECOLOGIA: COME RISPARMIARE SUL RISCALDAMENTO IN 10 MOSSE: Una guida utile per tutti coloro che in condomino o in case indipendenti vogliono  veder ridotta  la bolletta di gas, gasolio o gpl...

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venerdì 5 luglio 2013

M5S restituisce un milione e mezzo di euro




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Dopo i 42 milioni di euro dei rimborsi elettorali, il M5S restituisce oltre un 

milione e mezzo di euro, versati nel fondo di ammortamento 

del debito pubblico, risparmiati in appena due mesi e mezzo di legislatura. 

Se i partiti facessero lo stesso si risparmierebbero 40 milioni l'anno.


Alla conferenza stampa del Restitution Day hanno partecipato i capigruppo 

M5S Riccardo Nuti (Camera) e Nicola Morra (Senato), Laura Bottici (questore 

del Senato, M5S) e Luigi Di Maio (vicepresidente della Camera, M5S).

I deputati hanno restituito 1.061.455 di euro, i senatori 508.495 di euro.

 In tutto i gruppi parlamentari del M5S hanno restituito allo Stato 

1.569.951,48 di euro.

I partiti a fine luglio prenderanno un'altra rata dei rimborsi elettorali 

di 90 milioni di euro.

Non annunci, non rinvii.

 Sono i fatti del MoVimento 5 Stelle.



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