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martedì 20 marzo 2018



Fermato Sarkozy per i finanziamenti libici nella campagna 2007
L’ex presidente francese sentito nell’ambito dell’inchiesta sui possibili finanziamenti in arrivo dalla Libia per la sua campagna elettorale nelle presidenziali del 2007


È la prima volta che Sarkozy viene interrogato su questo tema dall'apertura di un'indagine giudiziaria, nell'aprile 2013. Lo stato di fermo può durare fino a un massimo di 48 ore. Sarkozy potrebbe essere costretto a presentarsi davanti ai magistrati, al termine dei due giorni di custodia, 
per essere incriminato.


L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è in stato di fermo a Nanterre, nella periferia di Parigi, nell’ambito dell’inchiesta sui possibili finanziamenti in arrivo dalla Libia per la sua campagna elettorale nelle presidenziali del 2007.

Il fermo
Il quotidiano francese Le Monde, che anticipa la notizia, sottolinea che lo stato di fermo potrebbe durare 48 ore e che l’ex presidente potrebbe doversi presentare ai magistrati al termine dei due giorni di custodia, per essere incriminato. E’ la prima volta che Sarkozy viene sentito da quando sono cominciate le indagini sui finanziamenti, nel 2013.

Le indagini
Indagini partite nel 2012 da un’inchiesta del sito francese Mediapart, che aveva pubblicato un documento in arrivo dalla Libia su un finanziamento deciso dall’ex presidente Gheddafi per la campagna elettorale di Sarkozy.

La storia della guerra in Libia e il fantasma di Gheddafi continuano a perseguitare Nicolas Sarkozy. L'ex Presidente è da stamattina in stato di fermo dai magistrati anti-corruzione di Nanterre nell'ambito dell'inchiesta sul presunto finanziamento della sua campagna elettorale del 2007 - la prima in cui era candidato all’Eliseo - da parte dell’allora potentissimo raìs libico.

Le prime accuse erano state rivelate dal sito Mediapart sei anni fa e documentate in un libro uscito qualche mese fa dal titolo “Avec les compliments du Guide” firmato da due cronisti del sito Fabrice Arfi e Karl Laske. I giornalisti avevano raccontato di borse piene di banconote passate da Tripoli e Parigi, bonifici sospetti, lettere con promesse di milioni di euro per favorire l’elezione dell’allora leader della destra francese, fino ai ricatti, le minacce e la guerra scatenata da Sarkozy. Nelle varie ricostruzioni si parla di finanziamenti di quasi 50 milioni di euro in diversi pagamenti cash. 

L'ex capo di Stato ha sempre smentito le accuse. Dall'autunno 2016 si è ritirato dalla vita politica dopo la sconfitta alle primarie del centrodestra. Sarkozy è già stato rinviato a giudizio per non aver rispettato le regole sul finanziamento della sua campagna elettorale del 2012, avendo speso circa 20 milioni in più rispetto al tetto dei 22,5 milioni consentiti per legge.

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Previsioni per il 2018






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sabato 19 settembre 2015

Cara America, Smettila di Esportare Democrazia


Eastwood: 
“Cara America, smettila di esportare democrazia, 
era meglio tenersi Saddam e Gheddafi”

Clint Eastwood non cessa mai di sorprendere. Questo repubblicano sui generis, idolo dei conservatori americani ma spesso eterodosso su molti aspetti dell’ideologia della destra statunitense, ha
ultimamente espresso diverse critiche alla politica estera di Washington.



Parlando da Monaco, l’attore e regista americano ha dichiarato: “Noi vogliamo continuamente formare altre culture alla nostra democrazia nonostante il fatto che esse abbiano una mentalità del tutto differente dalla nostra. Forse certe culture hanno bisogno di un dittatore affinché il loro sistema
funzioni”.

Per Eastwood, “i problemi si presentano quando a un certo punto i dittatori non pensano ad altro che ai loro interessi a detrimento di quelli del popolo. Gli Usa hanno deposto Saddam Hussein, ma in fin dei conti ne è arrivato un altro al potere, ugualmente terribile se non peggio”.

Secondo il regista di American Sniper, “la stessa cosa è successa in Libia. Noi pensavamo di essere
 i salvatori, ma ora quel paese va davvero meglio? Alla fine vi regnano il caos e la guerra e le milizie
islamiste mantengono il terrore. Gheddafi era un tiranno, certamente. Ma almeno la gente viveva in
pace sotto il suo regime. Ora la regione è ancora più instabile”.



Libia, l’ultima intervista di Gheddafi: 
“senza di me i terroristi invaderanno il Mediterraneo”

Mu’ammar Gheddafi è stato per 42 anni il leader della Libia, dopo aver guidato il colpo di stato militare che nel 1969 destituì la monarchia (accusata di essere corrotta ed eccessivamente filo-occidentale) del re Idris I e del suo successore Hasan. Durante i 42 anni di Gheddafi la Libia ha conosciuto il suo periodo politico ed economico più stabile e fiorente, con indici di crescita e sviluppo poi crollati dopo la sua barbara uccisione a Sirte nell’ottobre 2011.

 Da ormai tre anni e mezzo il Paese più importante dell’Africa settentrionale alle porte del Mediterraneo è diventato una polveriera in balia del terrorismo islamico. Eppure pochi mesi prima della sua morte, a marzo 2014, lo stesso Gheddafi in un’intervista concessa a Laurent Valdiguié e pubblicata sul Journal du Dimanche spiegava chiaramente: “la scelta è tra me o Al Qaeda L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Il regime qui in Libia va bene.

E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente“.

LEGGI ANCHE

http://cipiri.blogspot.it/2015/09/lamerica-e-la-vera-minaccia-per-il-mondo.html




Oliver Stone: dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo

Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. 
E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”...


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Hanno dato Ad Obama Dati Falsi sull'Isis, intelligence Usa nei guai
Il Pentagono indaga su possibili distorsioni delle informazioni




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lunedì 30 marzo 2015

Se l’ISIS ESISTE è Colpa Nostra




Quello che si sa sulla presenza dell’ISIS in Medio Oriente è ben comunicato dalla mappa seguente

Se l’ISIS ESISTE è Colpa Nostra

La cellula terroristica ISIS ha il suo centro strategico in Iraq, ma anche la Siria sembrerebbe essere coinvolta; vediamo una mappa aggiornata a poche settimane fa sull’effettiva presenza dell’ISIS in Medio Oriente

E a Prodi”scappa”la verità!”,non si doveva uccidere Gheddafi”

L’ISIS avanza in Libia,in un paese indebolito dopo la morte di Gheddafi e ora minaccia l’Italia.
Prodi:”E’ colpa nostra”. Ma perchè lo uccisero? Ecco la verità

L’Isis avanza, si sta prendendo la Libia. L’Italia ora è a portata di missile ed è entrata ufficialmente nella lista di Paesi nemici dello Stato islamico, tanto che Paolo Gentiloni è stato definito ministro “dell’Italia crociata”. L’allarme è rosso, dunque. Ci si trova davanti a una catastrofe.

L’ISIS oggi avanza liberamente in Libia sfruttando la situazione di caos totale che vige nel paese da quando l’Occidente ha ammazzato Gheddafi.

La Crociata anti-Gheddafi fu iniziata dalla Francia e appoggiata attivamente da Gran Bretagna, Italia (per mano dell’allora Premier Silvio Berlusconi), Canada e altri paesi. Ufficialmente, e solo ufficialmente, l’intervento militare aveva lo scopo di tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli.

In realtà invece dietro alla guerra-lampo promossa dall’Occidente c’erano ben altri motivi. Ovviamente economici.

Ma di quali interessi economici stiamo parlando? Per saperlo, basta guardare questo video:

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Le verità taciute su Gheddafi e la Libia - L'Imperialismo Occidentale senza freni

E oggi a Prodi,intervistato da Il Fatto Quotidiano, è scappata la verità: ”Si tratta di un errore nostro. Delle potenze occidentali. La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così,e l’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi.“.

Prosegue poi:”La Libia è dietro l’angolo. È un Paese ridotto a essere senza alcuna disciplina, senza controllo, senza alcuna forma di statualità, dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa”
Parole pesantissime,che scaricano la colpa sul suo acerrimo nemico,Silvio Berlusconi,accusato di aver partecipato ad una guerra che ha spianato la strada all’ISIS verso i suoi obiettivi più importanti:conquistare Roma,eliminare i cristiani che si oppongono e mettere l’Italia sotto il califfato islamico.

L'ex premier torna sul conflitto del 2011: "Dopo Gheddafi bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo. C'erano interessi economici. Ora occorre far sì che tutti gli interlocutori si confrontino e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale"

L’Italia?
L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi.

Credo che , Silvio Berlusconi, sia d’accordo con lei su questo punto.
Ma sta scherzando? Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra.

Eppure Berlusconi si professava grande amico del leader libico…
Il presidente del Consiglio in carica era Silvio Berlusconi. Adesso la Libia è caduta nell’anarchia e nel caos più assoluti. La situazione è davvero di una gravità eccezionale, non possiamo fare finta che le nostre azioni non abbiano inciso nel produrre tutto questo.

Ravvisa un pericolo di sicurezza per l’Italia?
La Libia è dietro l’angolo. È un Paese ridotto a essere senza alcuna disciplina, senza controllo, senza alcuna forma di statualità, dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa.

Teme che i terroristi possano arrivare anche sui barconi, come ha detto qualcuno?
I terroristi sono organizzati, altro che barconi.

Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.

Pensa che anche gli uomini incappucciati dell’Isis debbano essere fatti sedere al tavolo dei negoziati?
A questa domanda non posso dare una risposta perché è relativa a un presente di cui non voglio parlare.

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domenica 14 aprile 2013

Processo al figlio di Gheddafi

 

Processo al figlio di Gheddafi, in Libia o all'Aja

Si attende la decisione della CPI in merito all'ammissibilità del caso contro Saif Al-Islam Gheddafi. Scontro tra difensori dei diritti umani ed esperti di giustizia internazionale

  - Nelle prossime settimane è attesa la decisione della Corte penale internazionale (Cpi) in merito all'ammissibilità del caso contro Saif Al-Islam Gheddafi, figlio dell'ex-leader libico Muammar Gheddafi. Si dovrà decidere se il processo contro Saif Gheddafi dovrà tenersi all'Aia o a Tripoli. Il punto ha scatenato un dibattito molto acceso tra difensori dei diritti umani ed esperti di giustizia internazionale.

Decisione importante
La Cpi ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Saif Gheddafi nel giugno 2011. Gheddafi è stato arrestato da un gruppo di miliziani nel novembre dello stesso anno nella cittadina di Zintan e da allora vi è detenuto in attesa del processo. Il suo caso è estremamente importante poiché costituisce il primo vero test per stabilire come la Cpi interpreterà il principio di 'complementarietà' - secondo cui la Corte è chiamata a intervenire soltanto qualora gli Stati non vogliano o non siano in grado di investigare e di istituire azioni penali "genuine" in maniera autonoma.

Nel caso Gheddafi la Libia non si è resa disponibile a concedere la giurisdizione in prima istanza alla Cpi e rivendica il diritto di processare l'accusato a livello nazionale. Il primo maggio 2012 il governo libico ha presentato istanza di inammissibilità alla Corte, rivendicando la propria competenza facendo leva sull'Articolo 19(2)(b) dello Statuto di Roma. L'impasse legale che si è così determinato poggia su alcune delle questioni fondamentali - ma ad oggi ancora irrisolte - che definiscono la relazione tra giustizia nazionale e internazionale secondo la logica della complementarietà.

Ammissibilità

L'Articolo 17 dello Statuto di Roma prevede un test in due fasi per stabilire l'ammissibilità dei casi. In primo luogo, la Corte deve stabilire se siano in corso a livello nazionale indagini o provvedimenti penali sul caso e se essi riguardino la stessa condotta oggetto del mandato di arresto della Cpi. In secondo luogo, la Corte deve assicurare sia la volontà sia la capacità dello Stato di svolgere il procedimento instaurato.

Riguardo al primo punto, lo scorso ottobre la camera preliminare I ha invitato in un'audizione pubblica la Libia a esporre le proprie argomentazioni sulla natura e l'oggetto delle indagini in corso. La Libia ha affermato che le indagini sul caso sono in corso a livello nazionale, ma sia la neo procuratrice Bensouda sia la difesa si sono trovate d'accordo nel ritenere che le prove presentate in merito siano insufficienti per provarlo.

Per quanto concerne il secondo punto, invece, la Corte appare divisa. La Libia si è dichiarata pienamente intenzionata e capace di condurre il procedimento e di esercitare la propria giurisdizione penale. La procuratrice ammette che la Libia sia intenzionata e, viste le condizioni politiche della transizione democratica, anche capace di esercitare l'azione penale. La difesa, al contrario, sostiene che la Libia sia incapace di assicurare un corretto svolgimento dell'azione penale, data la mancanza delle garanzie fondamentali del giusto processo e visti i mancati progressi nell'assicurare assistenza legale all'accusato.

A Tripoli o all'Aia?
Il disaccordo interno alla Corte dipende, in larga misura, dal diverso peso attribuito alle garanzie processuali e si riflette all'esterno in un acceso dibattito che divide esperti e osservatori. In nome delle garanzie del giusto processo, si dichiarano a favore dell'intervento della Cpi numerosi accademici ed esperti di diritto internazionale, difensori dei diritti umani quali Amnesty International, Lawyers for Justice in Libya e Redress, ma anche gruppi politici che sostengono Saif Gheddafi e lo stesso Saif.

Sull'altro versante, troviamo chi vedrebbe con più favore una soluzione a livello nazionale. Questo schieramento comprende la Libia insieme ai membri del Consiglio di sicurezza Onu, i quali, pur avendo deferito il caso alla Cpi nel febbraio 2011, non hanno poi mostrato interesse alcuno a che questo fosse effettivamente trasferito al tribunale dell'Aia.

A questo gruppo va aggiunto chi ritiene che lo svolgimento del processo in Libia favorirebbe il consolidamento dell'entità statale libica. Tale approccio al problema pone l'accento sul principio di complementarietà e sull'obiettivo di lungo termine della Cpi di promuovere lo sviluppo dei sistemi giuridici nazionali.

Standard processuali
Il dibattito in questione è ricco e stimolante ma tralascia una questione importante legata al contesto in cui la giustizia internazionale si trova ad operare. La Cpi è stata istituita come una corte di ultima risorsa, destinata a intervenire per processare i responsabili dei crimini più gravi. Oltre al principio di complementarietà, il secondo aspetto che contraddistingue il sistema della Cpi è il principio di sufficiente gravità, che opera come una limitazione esplicita della competenza della Corte.

Ciò implica che gli imputati della Cpi siano generalmente figure di spicco, che ricoprono o ricoprirono posizioni di grande potere. Queste figure, per usare una metafora comune, sono la punta di un iceberg che comprende un numero molto più vasto di individui responsabili per i crimini commessi nei territori verso cui si rivolge l'attenzione della Corte.

In Libia, mentre la Cpi ha emanato soltanto tre ordini di cattura per crimini contro l'umanità (nei confronti dell'ex raìs, di suo figlio Saif e dell'ex capo dell'intelligence Abdullah Al-Senussi), a livello nazionale sono già in corso un numero di processi contro figure di primo piano del regime - compreso il primo ministro libico dal 2006 al 2011 - e innumerevoli sono i casi che riguardano personalità compromesse con Gheddafi. Gli stessi dubbi circa la capacità della Libia di garantire un giusto processo sollevati per Saif Gheddafi valgono anche per questi altri casi.

Concedere l'ammissibilità alla Cpi sulla base di un deficit negli standard nazionali di giustizia, dunque, si tradurrebbe nell'applicazione da parte della Corte di una politica discriminante. La Cpi si troverebbe, infatti, a operare un trattamento di favore nei confronti di una classe di pochi "criminali d'élite", i quali, in virtù del potere detenuto in precedenza, una volta destituiti godrebbero del lusso di avere diritto ad un processo più giusto presso il tribunale dell'Aia.

Nel caso di uno stato che, come la Libia, abbia mostrato di essere intenzionato a procedere, per cui l'impunità è fuori questione, si ritiene che gli standard del giusto processo non dovrebbero rappresentare un fattore determinante nella decisione di ammissibilità del caso.

In tale contesto, la linea politica nell'amministrazione della giustizia internazionale dovrebbe essere piuttosto quella di favorire le soluzioni per garantire la più ampia applicabilità e il rispetto duraturo della giustizia, attraverso l'approccio della "complementarietà positiva". Esso prevede un ruolo di capacity-building per la Corte, che si troverebbe a supervisionare, monitorare e coordinare un programma di assistenza giudiziaria offerto agli Stati volenterosi di procedere, ma incapaci di farlo secondo standard adeguati.

Disuguaglianze
L'ammissibilità alla Cpi, pertanto, non dovrebbe esistere in risposta ad un problema strutturale, ma piuttosto come conseguenza di un problema individuale: è questo il caso per un imputato che vada incontro a un procedimento fazioso a livello nazionale in virtù di un aspetto specifico della sua condizione o storia personale, per esempio perché ancora in una posizione di influenza o, al contrario, perché a rischio di rappresaglia in uno stato che non sia più in grado di garantirne l'incolumità.

Nel caso in esame, ad esempio, la presunta incapacità del governo libico di ottenere la custodia dell'imputato Saif Gheddafi, tuttora detenuto a Zintan, potrebbe essere una ragione sufficiente per giustificare l'ammissibilità del caso alla Corte.

Al contrario, concedere al figlio del Colonnello Gheddafi il diritto a un (più) giusto processo, rispetto a tutte le altre personalità del precedente regime, sulla base della preoccupazione per gli standard processuali libici potrebbe sollevare seri problemi di ineguaglianza di fronte alla legge tra imputati d'élite e figure di rango più basso.

È difficile immaginare per la Cpi, nei limiti definiti dallo Statuto di Roma, il ruolo di istituzione votata al salvataggio di personalità d'élite - accusate di crimini internazionali - da sistemi di giudizio locali che non soddisfano gli standard internazionali, a discapito di individui di rango più basso. Per ora, resta oggetto di dibattito se tale pratica possa (e debba) trovare spazio tra le disposizioni dello Statuto di Roma.

di Manuela Melandri

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2277

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giovedì 20 ottobre 2011

Chi era Gheddafi


forse non tutti sanno che 25 anni fa, l' america decise di fare un blitz per uccidere Gheddafi..chiesero il permesso di sorvolo del territorio italiano che gli venne negato, ripiegando così sulla spagna..nel frattempo l' allora presidente del consiglio craxi e l' allora ministro degli esteri andreotti , avvisarono gheddafi che fece in tempo a salvarsi. poi pochi mesi fa, l' italia stinse un patto d' amicizia con la libia, nel quale, tra le altre cose, si impegnava a non attaccare per nessun motivo la libia..in quanto a coerenza siamo sempre stati i numeri uno!
iniziamo una guerra da una parte, per poi finirla dall' altra..perdendola in ogni caso..ad ogni modo, se non fosse stato per quei due "uomini", a quest' ora migliaia di vite sarebbero salve e non ci sarebbe stato il recente attacco alla libia e questa caccia all' uomo.
bisognerebbe condannare anche loro per reati contro l' umanità..invece uno è scappato e l' altro è senatore a vita...







Arriva la conferma del Cnt: "Gheddafi è morto", il video della cattura

Attenzione, immagini forti non adatte a persone impressionabili

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Chi era Gheddafi? La scheda



Sirte e Sebha: sono queste due località - la prima quasi al centro dei 1.800 chilometri della costa libica e la seconda in pieno deserto - che hanno segnato il destino di Muammar Gheddafi, il più longevo leader arabo-musulmano.

LA GIOVENTU' E IL NAZIONALISMO PANARABO - A Sirte Gheddafi è infatti nato in un giorno imprecisato del 1942 (forse tra giugno e settembre, ma non se ne conosce la data di nascita) da una famiglia di poveri beduini, mentre nella seconda - dove trasferì all'età di nove anni - è andato a scuola, ha forgiato il suo carattere ribelle ed ha assorbito le idee provenienti dal vicino Egitto, teatro della rivoluzione di Gamal Abdel Nasser, uno dei massimi esponenti del nazionalismo arabo.

Proprio a Sebha, l'adolescente Gheddafi comincia la sua marcia verso la rivoluzione, organizzando in gruppi di studio i suoi compagni di scuola - tutti insoddisfatti del ruolo di una Libia guidata da re Idris El-Senussi e allineata sulle posizioni degli alleati che l'avevano liberata dall'occupazione coloniale italiana. L'attività politica del giovanissimo Muammar continua nell'Università di Tripoli, dove ottiene un diploma in Storia, prima di essere ammesso all'Accademia militare di Bengasi, in cui non pochi cadetti si mostrano sensibili alle sue idee di nazionalismo panarabo ed anti-occidentale.

ALLA GUIDA DEL GOLPE NEL 1969 - Ammiratore del leader egiziano Gamal Abdel Nasser, Gheddafi prende l'iniziativa nel 1969. Il 1 settembre di quell'anno i libici apprendono dalla radio che re Idris - da alcuni giorni partito per l'estero - è stato estromesso e che il loro paese ha cessato di essere una monarchia. A guidare il colpo di stato contro il sovrano - nel ruolo di leader del Consiglio del Comando della rivoluzione - è stato il giovanissimo Muammar, un perfetto sconosciuto negli ambienti dell'elite politico-commerciale-affaristica di Tripoli e Bengasi.
NAZIONALIZZAZIONI ED ESPULSIONE ITALIANI - I primi atti di governo di Gheddafi sono in linea con i progetti coltivati in segreto negli anni precedenti: nazionalizzazione delle banche estere e delle compagnie petrolifere, nonchè la chiusura di tutte le basi militari occidentali. Panarabismo ed accentuazione dell'aderenza ai precetti islamici in tutti i settori - tra cui la proibizione della vendita e del consumo di alcolici - caratterizzano la Libia dei primi anni della rivoluzione gheddafiana.

Uno dei primi provvedimenti della Libia rivoluzionaria - ormai trasformata in uno stato di polizia - è, nel luglio 1970, l'espulsione e la confisca dei beni dei circa 20.000 italiani rimasti nell'ex "Quarta Sponda", nel periodo successivo alla fine dell'occupazione coloniale italiana, le cui tracce sono ancora presenti nell'architettura urbana e rurale di un paese che ospita anche importanti resti d'epoca classica greca e romana.

Sempre sulla scia delle sue idee coltivate prima di giungere al potere, il colonnello di Tripoli diventa paladino di numerosi movimenti di liberazione nazionale ma anche di gruppi terroristici di tutto il mondo, che nella capitale libica trovano sostegno morale e, soprattutto, finanziario. E, parallelamente al distacco dall'alleanza politico-militare con gli occidentali, si realizza l'avvicinamento all'Unione Sovietica ed ai paesi del blocco comunista.

INVESTIMENTI IN ITALIA DAGLI ANNI '70 - Sin dai primi anni di governo di Gheddafi, i rapporti con l'Italia sono tanto instabili politicamente quanto stabili - anche se a volte irti di problemi ed incomprensioni - dal punto di vista degli scambi. L'ex potenza coloniale mantiene infatti imperterrita il ruolo di primo partner commerciale di Tripoli, persino dopo l'impetuosa, irresistibile "discesa in campo" della Cina del boom economico.

L'annuncio, nel dicembre del 1976, che una Banca libica - la Libyan Arab Foreign Bank - ha acquisito circa il 13 per cento delle azioni Fiat pagandole il doppio della quotazione di mercato, che allora era di circa 3.000 lire, suscita profonda meraviglia nella penisola. Ma anche preoccupazioni - rivelatesi infondate - per eventuali colpi di testa di un imprevedibile dittatore arabo, ormai entrato a suon di petrodollari nel salotto buono della finanza italiana.

Nella primavera del 1977, Gheddafi decide che è arrivato il momento di dare una scossa all'impianto ideologico-statuale della sua rivoluzione varando due iniziative: 1) il cambiamento il nome ufficiale del paese da Libia in "Jamahiriyah" (letteralmente: "Stato delle Masse"); 2) l'esposizione di una sua originale teoria politica nel "Libro Verde", in base al quale il potere reale risiederebbe nei "Comitati popolari", mentre la sua permanenza alla testa del paese avrebbe solo lo scopo di eseguire la volontà delle masse.

Sin dalla morte di Nasser, Gheddafi inoltre si propone come il leader naturale mondo arabo, senza tuttavia - secondo lui - ricevere un'attenzione degna del suo spessore di statista di primo piano. Indispettito, non perde occasione per biasimare presidenti e regnanti arabi, evitando a volte di partecipare alle riunioni della Lega Araba. Le sue presenze a tali consessi si rivelano spesso un'occasione per accusare platealmente gli altri capi di stato arabi di servilismo verso gli occidentali.

IL TERRORISMO E L'EMARGINAZIONE INTERNAZIONALE - Presunti coinvolgimenti di Tripoli in attentati terroristici portano, nel 1986, al bombardamento aereo americano di Tripoli: alcune bombe cadono sulla stessa caserma che funge da abitazione di Gheddafi, causando la morte di una sua figlia adottiva.

L'attentato contro un aereo di linea americano Pan Am - precipitato sulla località scozzese di Lockerbie e la cui responsabilità è attribuita ai servizi segreti di Tripoli - ha come conseguenza l'imposizione di sanzioni economiche sulla Libia, il cui isolamento si riflette soprattutto sulle condizioni di vita della popolazione, non certamente degne di un paese grande esportatore di "oro nero". Un altro attentato aumenta l'isolamento internazionale della Libia: quello contro un aereo della compagnia francese UTA nel cielo del Sahara.

LA RINUNCIA AL PROGRAMMA NUCLEARE - L'ostracismo internazionale viene superato solo dopo che nel 2003, a sorpresa, il colonnello annuncia la decisione di abbandonare il programma di costruzione di armi di distruzione di massa. Risultato della mossa: riprendono le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, che non considerano più la Libia uno "stato canaglia", e le compagnie petrolifere Usa ritornano in massa nel paese nordafricano.

PARTNER CORTEGGIATO DALLE CANCELLERIE OCCIDENTALI - Anche le porte delle cancellerie occidentali, da Parigi, a Bruxelles, a Roma, si spalancano ora di fronte al rais di Tripoli, con il quale ora tutti i paesi desiderano fare affari d'oro. A conclusione di un lungo negoziato, Italia e Libia il 30 agosto sottoscrivono a Bengasi un Trattato di amicizia, alla presenza di Gheddafi e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che chiude definitivamente la dolorosa pagina del dominio coloniale italiano. Nel giugno 2009 e nell'agosto 2010 il leader libico è protagonista di due visite a Roma che suscitano non poche polemiche, per la plateale deferenza con cui viene ricevuto.
Anche con la Francia di Nicolas Sarkozy vengono conclusi numerosi accordi economici e commerciali.

LA 'RIVOLUZIONE DEL 17 FEBBRAIO' E LA CAMPAGNA NATO - Nonostante sia sdoganato a livello internazionale, il potere di Gheddafi inizia a vacillare lo scorso febbraio, quando, sull'onda della "primavera araba" che ha portato all'inizio dell'anno al rovesciamento dei regimi di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, gli oppositori del colonnello da Bengasi scatenano una rivolta, presto appoggiata dalla Nato (con Francia, Gran Bretagna e Italia in prima fila), che interviene con i suoi jet in difesa dei civili libici, colpiti dalle forze lealiste. L'ottimismo iniziale che faceva pensare a una rapida caduta del regime svanisce presto. Il rais resiste alla rivolta grazie anche all'impiego di mercenari assoldati da altri Paesi africani. Fino ad oggi, quando viene ferito gravemente e catturato nella sua Sirte.

 http://affaritaliani.libero.it/politica/chi-era-gheddafi-la-scheda201011.html


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Paolo Ferrero
In Libia la guerra "umanitaria" in Libia forse adesso finirà: l'obiettivo di uccidere Gheddafi e di impedirgli di dire quello che sa sui rapporti con i paesi occidentali è stato ottenuto. Mai come in questo caso le parole usate per giustificare la guerra non c'entrano nulla con i fini della guerra stessa. Adesso la Libia diventerà un protettorato di USA, Francia e Gran Bretagna: petrolio, gas e un piede in Africa per incidere sui destini del continente.

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lunedì 22 agosto 2011

Gheddafi alla fine ha ceduto




Gheddafi alla fine ha ceduto, il suo regime è crollato e gli americani hanno esportato la democrazia nella terra del gas e del petrolio aiutati da una Francia in piena crisi coloniale. In Italia nessuno ha detto niente, anzi, tutti hanno applaudito reagendo diversamente dalle stesse operazioni condotte in Iraq ed in Afghanistan sempre da mr Obama, il premio nobel per la pace più sanguinario della storia, e dai suoi predecessori: tutti amici e succubi della mafia cinese e, soprattutto, in odor di affari con la famiglia Bin Laden. Per l’opinione pubblica italiana questo è l’ennesima sconfitta della politica berlusconiana, ma possiamo ben dire che i nostri padri fondatori, la massoneria francese, ci hanno scippato miliardi di euro di affari e noi italiani siamo contenti. Loro sì che possono fare guerre e conquistare il mondo, noi invece dobbiamo venire meno a quelli che sono stati per anni accordi convenienti per il governo italiano. Petrolio, Gas e contratti di consulenza edile ed ingegneristica, infatti, verranno rivisti e penalizzeranno gli italiani, arricchendo le riserve di greggio e di gas francesi ed impreziosiranno le casse delle società francofone chiamate a ricostruire la Libia successivamente alla caduta del colonnello più longevo della storia. I nostri ambientalisti hanno detto no al nucleare rendendoci ancora di più schiavi del greggio e la sinistra italiana applaude la disfatta dell’accordo economico tra Tripoli e Roma che vedrà ridurre di molto la fornitura di oro nero per lo stivale italiano che nel frattempo sta provvedendo da solo nel ricevere ed assistere i profughi libici senza l’aiuto di chi li ha messi nella condizione di scappare: la Francia. Ed ecco quindi che in questa guerra civile, che di spunto dal basso ne ha avuto fin troppo poco, ci hanno guadagnato tutti: mercanti di morte, americani al collasso economico, l’unione Europea “francese” che ha come scopo quello di integrare in se anche i paesi dell’euromediterraneo con l’intento della solidarietà e della fratellanza nascondendo in verità i soliti interessi di sfruttamento del territorio africano così come la stessa Francia ha fatto negli anni precedenti nell’africa sub sahariana sia con le riserve di diamanti e pietre preziose che con la tratta di schiavi nascosta da organizzazioni mondiali come la FIFA (sì proprio quella che ogni settimana ci intrattiene con partite di calcio pilotate). Indovinate chi ci va a perdere in tutta questa operazione? L’Italia. E tutti ne sono contenti e sapete perché? Per una stretta di mano, con baciamano, tra Berlusconi e Gheddafi.

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venerdì 1 aprile 2011

I soldati di Gheddafi mi hanno stuprata

I soldati di Gheddafi

mi hanno stuprata


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Una donna libica che ha denunciato di essere stata arrestata per due giorni e violentata dalle milizie di Gheddafi ha scatenato una rissa nell'albergo dei giornalisti a Tripoli tra rappresentanti della stampa e agenti di sicurezza . La donna, entrata in lacrime nell'Hotel Rixos, ha raccontato l'accaduto ai giornalisti. Originaria di Bengasi, Eman Al Obeidi, cosi' ha detto di chiamarsi, sarebbe stata presa da soldati a un check point fuori dalla capitale, tenuta per due giorni in arresto, con mani e piedi legati, subendo abusi. "Sono stata legata e toccata in varie parti del corpo dai soldati" ha dichiarato la donna piangendo nei pochi istanti in cui ha potuto parlare con i giornalisti. Il racconto ha scatenato una rissa nell'albergo quando sono intervenuti i responsabili della sicurezza e il personale dell'albergo che hanno tentato di bloccare la donna e di allontanare la stampa. Un giornalista e' stato colpito al volto, mentre una cameriera ha brandito un coltello verso la donna urlandole "traditrice". La donna e' stata poi allontanata in giardino dagli uomini della sicurezza ed e' stata introdotta a forza in una berlina bianca. Un uomo ha riferito che la stavano portando in ospedale per le cure del caso, ma lei, prima che venisse chiusa la portiera della macchina ha urlato "mi portano in prigione"


amici,


Lo scorso sabato Iman al-Obeidi ha fatto irruzione in un hotel di Tripoli dicendo ai giornalisti stranieri che era stata stuprata da 15 uomini di Gheddafi. E' stata portata via dai teppisti del regime, e da allora nessuno l'ha più vista. Lanciamo un appello enorme rivolto alla Turchia, che ha aiutato a liberare altri ostaggi libici, per aiutare a salvare Iman. Firma ora e inoltra questa e-mail a tutti:

Lo scorso sabato una giovane donna avvocato di nome Iman al-Obeidi ha fatto irruzione in un hotel di Tripoli e ha pregato i giornalisti stranieri di aiutarla, mostrando le sue ferite e denunciando che era stata violentata da 15 uomini di Gheddafi. Ha continuato a urlare mentre alcuni agenti di Gheddafi la portavano via, e da allora nessuno l'ha più vista.

Le parole non possono rendere conto del coraggio che Iman ha dimostrato nel denunciare pubblicamente l'episodio, e possiamo solo immaginare il terrore che sta vivendo ora fra le mani degli infami teppisti di Gheddafi. La sua vita è in pericolo, ma noi possiamo aiutarla solo se ci mobilitiamo immediatamente.

Gheddafi è indifferente all'indignazione della maggior parte della comunità internazionale, ma ha ascoltato il governo turco che gli aveva chiesto di liberare i giornalisti stranieri. Lanciamo urgentemente un grido globale al Primo ministro Erdoğan per aiutare Iman: firma sotto e inoltra questa e-mail a tutti. La petizione sarà consegnata al consolato turco di Bengasi, e attraverso gli annunci sui giornali in Turchia, non appena raggiungeremo le 500.000 firme:

http://www.avaaz.org/it/free_iman_al_obeidi/?vl

Iman ha detto di essere stata fermata a un posto di blocco di Tripoli e tenuta in stato di fermo per due giorni, durante i quali ha subito ripetute violenze sessuali e percosse da 15 agenti della sicurezza prima di riuscire a scappare. Ha detto che altre donne sono ancora nelle mani di questi teppisti del regime.

Gli uomini che hanno rapito Iman probabilmente hanno pensato che lei non avrebbe mai avuto il coraggio di denunciare pubblicamente l'apparato del terrore di Gheddafi, e subire la vergogna di ammettere pubblicamente di essere stata stuprata in una società conservatrice dove troppo spesso sono le donne a essere incolpate per crimini del genere. Invece lei ha osato rompere il silenzio che circonda tante vittime della brutalità di Gheddafi e della violenza sessuale ovunque.

Il regime l'ha additata come prostituta e ha detto che la denuncerà per calunnia contro le forze governative. Ma i libici hanno manifestato in sostegno a Iman, e l'influenza turca su Gheddafi potrebbe essere sufficiente per liberarla. Mettiamoci dalla parte di Iman al-Obeidi, che ha osato opporsi contro i suoi persecutori nel chiedere a gran voce verità e giustizia. Firma sotto per chiedere al Primo ministro della Turchia di agire, e inoltra questa e-mail a tutti:

http://www.avaaz.org/it/free_iman_al_obeidi/?vl

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sabato 26 marzo 2011

Libia, Una rivoluzione telecomandata

Nouri Masmari (nella foto con Gheddafi)


Rivelazioni sul coinvolgimento dei servizi segreti francesi nella pianificazione delle rivolte anti-Gheddafi e sulla presenza in Cirenaica di forze speciali angloamericane fin dalle prime fasi della ribellione, se non da prima
Se non fosse per l'aspro scontro diplomatico in atto tra Italia e Francia sulla Libia, difficilmente saremmo venuti a conoscenza degli imbarazzanti retroscena della 'rivoluzione libica' pubblicati ieri dalla stampa berlusconiana, che dimostrano come la rivolta popolare contro Gheddafi sia stata orchestrata da Parigi fin dallo scorso ottobre.
Il quotidiano Libero, citando documenti riservati dell'intelligence francese (ottenuti dai servizi italiani) e basandosi su notizie pubblicate dalla newsletter diplomatica Maghreb Confidential, racconta come l'uomo più fidato del Colonnello, il suo responsabile del protocollo Nouri Masmari (nella foto con Gheddafi), lo abbia tradito rifugiandosi a Parigi lo scorso 21 ottobre.
Lì, nel lussuoso hotel Concorde Lafayette, questo inquietante personaggio ha ripetutamente incontrato i vertici dei servizi francesi, fornendo loro informazioni politiche e militari utili per rovesciare il regime libico e contatti libici fidati per organizzare una rivoluzione.
In base a queste indicazioni, il 18 novembre agenti francesi al seguito di una missione commerciale a Bengasi hanno incontrato il colonnello dell'aeronautica Abdallah Gehani, pronto a disertare. Gheddafi scopre qualcosa e dieci giorni dopo chiede alla Francia di arrestare Mesmari, ma lui chiede asilo politico e continua a tessere le sue trame.
Il 23 dicembre arrivano a Parigi altri tre libici: Faraj Charrant, Fathi Boukhris e Ali Ounes Mansouri, ovvero al futura leadership della rivoluzione libica. Mesmari, sempre sorvegliato/protetto dai servizi francesi, si incontra con loro in un lussuoso ristorante degli Champs Elysèe.
Subito dopo Natale arrivano a Bengasi i primi ''aiuti logisitici e militari'' francesi.
A gennaio Mesmari, soprannominato dagli 007 francesi 'Wikileak' per tutte le informazioni che rivela, aiuta Parigi a predisporre i piani della rivolta assieme al colonnello Gehani. Ma i servizi segreti libici scoprono le intenzioni di quest'ultimo e lo arrestano il 22 gennaio.
Qui finiscono le rivelazioni di Libero, ma cominciano quelle sull'arrivo di commando di forze speciali britanniche e statunitensi a Bengasi.
Tra il 2 e il 3 febbraio, secondo ''informazioni raccolte in ambienti ben informati'' dal blog Corriere della Collera (del massone Antonio De Martini, ex responsabile del movimento repubblicano di destra 'Nuova Repubblica'), uomini delle Sas e delle Delta Force sarebbero giunti in Cirenaica per inquadrare e addestrare i futuri ribelli.
Il 17 febbraio scoppia la rivolta in Cirenaica.
Secondo fonti di stampa vicine ai servizi segreti israeliani e pachistani, una settimana dopo, nelle notti del 23 e 24 febbraio, sbarcano a Bengasi e a Tobruk centinaia di soldati delle forze speciali britanniche, statunitensi e anche francesi per aiutare i rivoltosi a sostenere la dura reazione militare del regime di Gheddafi: i gruppi ribelli vengono organizzati in unità paramilitari e addestrati all'uso delle armi pesanti catturate dai depositi governativi.
La consistente presenza di forze militari inglesi in Cirenaica fin dalle prime fasi della rivolta anti-Gheddafi (almeno da fine febbraio) verrà successivamente confermata dal giornale britannico Sunday Mirror.

I primi di marzo, secondo il settimanale satirico francese Le Canard enchainé, i servizi segreti francesi della Dgse hanno fornito ai ribelli libici un carico di cannoni da 105 millimetri e batterie antiaeree camuffato come aiuto umanitario e accompagnato da addesratori militari.
I mesi di pianificazione portata avanti dall'intelligence francese e il tempestivo, se non preventivo, sostegno militare anglo-americano-francese sul terreno, gettano nuova luce sulla natura della 'rivoluzione libica'.

Enrico Piovesana

 http://it.peacereporter.net/articolo/27597/Libia,+rivoluzione+telecomandata


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mercoledì 2 marzo 2011

attenti a SMANTELLARE gheddafi



attenti a SMANTELLARE La rete globale del Colonnello, LA FINANZA DI MEZZO MONDO finirebbe a gambe all’aria - NON SOLO UNICREDIT, FINMECCANICA, JUVENTUS: Investimenti LIBICI per oltre 100 miliardi in più di 60 società estere, immobili e fondi - è LONDRA la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli - CONGELANDO LE partecipazioni libiche Le conseguenze economico-finanziarie potrebbero avere una portata molto più ampia del caro-greggio....


Da Sole 24 Ore

 

gheddafi Quando ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27% in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. L'istituto, joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55% da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è infatti presente come azionista in almeno 60 società internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni libiche, né degli interessi economici, né dei depositi all'estero.


 

Gheddafi in fiamme Ma «Il Sole 24 Ore», consultando molteplici fonti, ne ha costruita una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o rendere più difficile l'operatività di società in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio, ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero avere una portata molto più ampia.


 

gheddafi b df deddd a f ae dfd Il network
È incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli finanziari Lia, Lafico e Libyan African Investment Portfolio - Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società: dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi, africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni, ma - secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi di dollari di liquidità depositata (e ora congelata) nei conti delle banche Usa.

 

Unicredit piazza Cordusio Ci sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattutto a Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno di speculazione immobiliare, è però la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra si muovessero i sui investimenti. C'è poi l'Africa. Nel 2008 gli investimenti libici nel continente nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.
Non solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia: secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari. Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo di salire fino al 51%.


 

Juventus Insomma: la Libia è un paese piccolo (un Pil da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi anni post-sanzioni dal Colonnello.


 

finmeccanicaL'impatto potenziale
Quale effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma, come detto, le implicazioni internazionali potrebbero essere ben maggiori. Per le società con i libici tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti - osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace -. Nel breve questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può rallentare le decisioni».

 

libia Questo è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società internazionali dalla crisi.


 

Proteste in Libia Il fatto che l'Arabia Saudita abbia deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne, unito al fatto che Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del Pil, ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati internazionali potrebbero presto diminuire.

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lunedì 28 febbraio 2011

Venezuela, Chavez si schiera con Gheddafi


Venezuela, Chavez si schiera con Gheddafi

"Viva la Libia e la sua indipendenza! Gheddafi deve affrontare una guerra civile": il presidente venezuelano Hugo Chavez - principale alleato latinoamericano di Tripoli - rompe il silenzio per schierarsi a fianco del rais con un messaggio diffuso sul social network Twitter.

"Noi condanniamo la violenza, ma occorre analizzare il conflitto libico con obbiettività: si vogliono creare le condizioni per un’invasione della Libia il cui obbiettivo principale è impadronirsi del petrolio libico", ha commentato il ministro degli Esteri venezuelano, Carlos Maduro.
Oltre a Chavez anche il presidente nicaraguense Daniel Ortega e il leader cubano Fidel Castro hanno espresso la propria solidarietà a Gheddafi.

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lunedì 30 agosto 2010

I TOPI E IL COLONNELLO Gheddafi




Gheddafi ha vasti interessi in Europa, non solo in Italia, eppure il nostro Paese è l’unico che si presti anima e corpo alle sceneggiate del colonnello libico: per la seconda volta nel giro di un anno, Roma sarà praticamente bloccata  dal caravanserraglio del despota, dalle sue tende, dai suoi cavalli, dai suoi capricci. Il cavaliere, autocrate assoluto con i suoi servi, davanti alla chioma unta e nerastra di Gheddafi si fa ronzino e arriva persino al baciamano come abbiamo potuto vedere.
Tutto questo per mantenere quattro atroci campi di concentramento in Libia che fra l’ altro non servono assolutamente a niente, nemmeno a fermare gli sbarchi che comunque sono una quota marginale dell’immigrazione?
Certamente no, questo è solo un pretesto per i babbei a cui ormai si può far ingollare di tutto. In realtà si tratta di affari personali del premier che con il colonnello ha interessi una tv interaraba e di affari del suo entourage affaristico, Impregilo, Marcegaglia e via dicendo. Quindi se il colonnello viene a Roma come se fosse una sua colonia, niente da obiettare: il cliente ha sempre ragione.
Naturalmente parliamo degli interessi che conosciamo: il fatto stesso che essi vengano citati solo sommessamente dai media di regime, lascia spazio al cattivo pensiero che ne esistano altri i cui file sono nascosti. Tanto più che poi gli affari veramente grossi e strategici come quello dell’estrazione del petrolio nel golfo della Sirte, vengono affidati ad altri, agli inglesi della BP gli stessi del disastro al largo della Louisiana.
Tutto questo mondo verminoso e sotterraneo lo possiamo immaginare. Ma credo che ci sia anche un ‘altra ragione per questo servilismo senza vergogna che probabilmente  disgusta persino l’elettorato di Silvio. Il fatto che il nostro sistema produttivo, dopo un decennio di berlusconismo, è messo  così male da doversi attaccare agli spazi lasciati liberi da altri anche a costo di fare i buffoni. La nostra è ormai un’economia  che vive di interstizi tra i muri maestri di quelle più grandi. Un’economia da topi.
Fatto sta che mentre gli inglesi hanno conquistato il petrolio libico liberando Al Megrabi, l’organizzatore  della strage di Lockerbie, il nostro governo e l’apparato economico che lo sostiene, conquisteranno le nostre briciole facendo incarcerare, deportare e torturare migliaia di persone. I topi hanno un muso, non una faccia.

Fonte : Il Simplicissimus2


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