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venerdì 17 luglio 2015

LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO


"Grazie caro papà"

STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO.
Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta,,,


dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola...
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domenica 16 febbraio 2014

Togliete le Divise agli Assassini di Mio Figlio




Patrizia Moretti il suo compleanno, lo sta passando in piazza a Ferrara, attorniata e circondata dall’affetto, dalla solidarietà e dalla complicità di migliaia di persone.

Alcuni di coloro che oggi pomeriggio si sono stretti attorno alla mamma di Federico Aldrovandi sono anche loro vittime o parenti di vittime di ‘malapolizia’, arrivati da tutta Italia per testimoniare che Patrizia non è solo nella sua battaglia contro l’omertà all’interno degli apparati dello stato. Quell’omertà e quell’impunità che permettono che oggi, dopo aver scontato solo sei mesi di carcere, i quattro agenti condannati per la morte di suo figlio possano indossare di nuovo la loro divisa e tornare nelle strade a rappresentare lo stato.

Alla manifestazione, in prima fila dietro lo striscione di apertura, ci sono come sempre Lucia Uva e Ilaria Cucchi, ma anche Arnaldo Cestaro, vicentino che durante il G8 di Genova si trovava all’interno della scuola Diaz. La polizia, in quell’irruzione forsennata del luglio del 2001, gli ruppe un braccio e varie costole.

Quando hanno scoperto l’ennesimo colpo di spugna, l’ennesimo affronto nei confronti del loro dolore e del diritto dei cittadini alla verità e alla giustizia, Patrizia e Lino, assieme alla vasta rete di sostegno che si è creata da quando loro figlio morì per le percosse la notte del 25 settembre 2005, hanno deciso di tornare in piazza. Oggi alle 15 via Ippodromo, il luogo scelto per il concentramento perché lì Federico fu intercettato e ucciso mentre tornava a casa, era già strapiena di gente. Il corteo si è mosso poco dopo, diretto verso la Prefettura. Con un messaggio semplice per le istituzioni: “via la divisa”. No al reintegro di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri all’interno della Polizia di Stato, come se nulla fosse accaduto, come se lo Stato reputasse una marachella, un banale incidente di percorso da dimenticare, da accantonare la morte di un ragazzo diciottenne, ‘colpevole’ di essere incappato in un controllo di polizia nel posto sbagliato e nel momento sbagliato.

Nei giorni scorsi – lo ha detto il ministero degli Interni rispondendo a un’interrogazione dei deputati Vittorio Ferraresi e Paolo Bernini (5 Stelle) – Forlani, Segatto, Pontani e Pollastri sono rientrati in servizio nelle loro nuove sedi: alla dogana di Tarvisio, all’aeroporto di Venezia e alle questure di Venezia e Vicenza.

Poco importa se i quattro agenti saranno mandati in altre città a ‘garantire l’ordine pubblico’ e non a Ferrara, il segnale che lo Stato manda ai propri cittadini e alle proprie forze dell’ordine è comunque sbagliato, ha spiegato in queste ore Patrizia Moretti nelle interviste pubblicate o andate in onda in queste ore. Perché il ragazzo fu ucciso da chi dovrebbe avere il compito istituzionale di proteggere i cittadini, non di picchiarli e ucciderli. E anche perché – il che viene spesso dimenticato quando si parla di questa vicenda – i quattro responsabili dell’omicidio di Federico, potendo contare sulla complicità dei propri colleghi e addirittura dei propri superiori, hanno cercato in tutti i modi di sottrarsi alle proprie responsabilità, con veri e propri atti di depistaggio dell’inchiesta. E’ per questo che oggi a Ferrara a migliaia hanno manifestato, con determinazione, per chiedere la destituzione di Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri.

«Il reintegro nella Polizia dei quattro agenti che hanno ucciso mio figlio è molto triste e deludente. Non è in linea con la giustizia e nemmeno con la morale. Ma ancora una volta non siamo soli. Abbiamo avuto sollecitazioni da tanta gente, ci hanno spinti da tutta Italia a batterci perchè questa storia non finisca in una bolla di sapone, e tutto torni come prima» ha detto Patrizia. A nove anni di distanza dalla morte di suo figlio costretta ancora una volta a difendere con le unghie e con i denti verità e giustizia, nonostante due processi e varie condanne.

link articolo: http://www.contropiano.org/malapolizia/item/22196-ferrara-migliaia-con-patrizia-togliete-le-divise-agli-assassini-di-mio-figlio


Federico Aldrovandi Ucciso senza una ragione da quattro individui "poliziotti "
eccoli (NELLA FOTO ) con pugni, calci e manganellate, 
all’alba del 25 settembre 2005


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venerdì 26 luglio 2013

..AMORE..: Avere un figlio a 40 anni: in Italia


Avere un figlio a 40 anni: in Italia


Avere un figlio a 40 anni: in Italia si tratta di una realtà concreta e anche per certi versi eccezionale.

Il nostro paese detiene infatti il record europeo di mamme over 40. Un figlio su cinque è frutto cioè di una maternità tardiva, scelta che, per motivi economici e sociali ...
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..AMORE..: Avere un figlio a 40 anni: in Italia: Avere un figlio a 40 anni: in Italia si tratta di una realtà concreta e anche per certi versi eccezionale. Il nostro paese detiene infa...

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venerdì 19 luglio 2013

LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO


"Grazie caro papà".

STUPENDA LETTERA DEL FIGLIO DI PAOLO BORSELLINO.

DA FAR GIRARE E LEGGERE

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre. Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii. Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta. Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

Manfredi Borsellino

( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, 
curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).

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domenica 14 aprile 2013

Processo al figlio di Gheddafi

 

Processo al figlio di Gheddafi, in Libia o all'Aja

Si attende la decisione della CPI in merito all'ammissibilità del caso contro Saif Al-Islam Gheddafi. Scontro tra difensori dei diritti umani ed esperti di giustizia internazionale

  - Nelle prossime settimane è attesa la decisione della Corte penale internazionale (Cpi) in merito all'ammissibilità del caso contro Saif Al-Islam Gheddafi, figlio dell'ex-leader libico Muammar Gheddafi. Si dovrà decidere se il processo contro Saif Gheddafi dovrà tenersi all'Aia o a Tripoli. Il punto ha scatenato un dibattito molto acceso tra difensori dei diritti umani ed esperti di giustizia internazionale.

Decisione importante
La Cpi ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Saif Gheddafi nel giugno 2011. Gheddafi è stato arrestato da un gruppo di miliziani nel novembre dello stesso anno nella cittadina di Zintan e da allora vi è detenuto in attesa del processo. Il suo caso è estremamente importante poiché costituisce il primo vero test per stabilire come la Cpi interpreterà il principio di 'complementarietà' - secondo cui la Corte è chiamata a intervenire soltanto qualora gli Stati non vogliano o non siano in grado di investigare e di istituire azioni penali "genuine" in maniera autonoma.

Nel caso Gheddafi la Libia non si è resa disponibile a concedere la giurisdizione in prima istanza alla Cpi e rivendica il diritto di processare l'accusato a livello nazionale. Il primo maggio 2012 il governo libico ha presentato istanza di inammissibilità alla Corte, rivendicando la propria competenza facendo leva sull'Articolo 19(2)(b) dello Statuto di Roma. L'impasse legale che si è così determinato poggia su alcune delle questioni fondamentali - ma ad oggi ancora irrisolte - che definiscono la relazione tra giustizia nazionale e internazionale secondo la logica della complementarietà.

Ammissibilità

L'Articolo 17 dello Statuto di Roma prevede un test in due fasi per stabilire l'ammissibilità dei casi. In primo luogo, la Corte deve stabilire se siano in corso a livello nazionale indagini o provvedimenti penali sul caso e se essi riguardino la stessa condotta oggetto del mandato di arresto della Cpi. In secondo luogo, la Corte deve assicurare sia la volontà sia la capacità dello Stato di svolgere il procedimento instaurato.

Riguardo al primo punto, lo scorso ottobre la camera preliminare I ha invitato in un'audizione pubblica la Libia a esporre le proprie argomentazioni sulla natura e l'oggetto delle indagini in corso. La Libia ha affermato che le indagini sul caso sono in corso a livello nazionale, ma sia la neo procuratrice Bensouda sia la difesa si sono trovate d'accordo nel ritenere che le prove presentate in merito siano insufficienti per provarlo.

Per quanto concerne il secondo punto, invece, la Corte appare divisa. La Libia si è dichiarata pienamente intenzionata e capace di condurre il procedimento e di esercitare la propria giurisdizione penale. La procuratrice ammette che la Libia sia intenzionata e, viste le condizioni politiche della transizione democratica, anche capace di esercitare l'azione penale. La difesa, al contrario, sostiene che la Libia sia incapace di assicurare un corretto svolgimento dell'azione penale, data la mancanza delle garanzie fondamentali del giusto processo e visti i mancati progressi nell'assicurare assistenza legale all'accusato.

A Tripoli o all'Aia?
Il disaccordo interno alla Corte dipende, in larga misura, dal diverso peso attribuito alle garanzie processuali e si riflette all'esterno in un acceso dibattito che divide esperti e osservatori. In nome delle garanzie del giusto processo, si dichiarano a favore dell'intervento della Cpi numerosi accademici ed esperti di diritto internazionale, difensori dei diritti umani quali Amnesty International, Lawyers for Justice in Libya e Redress, ma anche gruppi politici che sostengono Saif Gheddafi e lo stesso Saif.

Sull'altro versante, troviamo chi vedrebbe con più favore una soluzione a livello nazionale. Questo schieramento comprende la Libia insieme ai membri del Consiglio di sicurezza Onu, i quali, pur avendo deferito il caso alla Cpi nel febbraio 2011, non hanno poi mostrato interesse alcuno a che questo fosse effettivamente trasferito al tribunale dell'Aia.

A questo gruppo va aggiunto chi ritiene che lo svolgimento del processo in Libia favorirebbe il consolidamento dell'entità statale libica. Tale approccio al problema pone l'accento sul principio di complementarietà e sull'obiettivo di lungo termine della Cpi di promuovere lo sviluppo dei sistemi giuridici nazionali.

Standard processuali
Il dibattito in questione è ricco e stimolante ma tralascia una questione importante legata al contesto in cui la giustizia internazionale si trova ad operare. La Cpi è stata istituita come una corte di ultima risorsa, destinata a intervenire per processare i responsabili dei crimini più gravi. Oltre al principio di complementarietà, il secondo aspetto che contraddistingue il sistema della Cpi è il principio di sufficiente gravità, che opera come una limitazione esplicita della competenza della Corte.

Ciò implica che gli imputati della Cpi siano generalmente figure di spicco, che ricoprono o ricoprirono posizioni di grande potere. Queste figure, per usare una metafora comune, sono la punta di un iceberg che comprende un numero molto più vasto di individui responsabili per i crimini commessi nei territori verso cui si rivolge l'attenzione della Corte.

In Libia, mentre la Cpi ha emanato soltanto tre ordini di cattura per crimini contro l'umanità (nei confronti dell'ex raìs, di suo figlio Saif e dell'ex capo dell'intelligence Abdullah Al-Senussi), a livello nazionale sono già in corso un numero di processi contro figure di primo piano del regime - compreso il primo ministro libico dal 2006 al 2011 - e innumerevoli sono i casi che riguardano personalità compromesse con Gheddafi. Gli stessi dubbi circa la capacità della Libia di garantire un giusto processo sollevati per Saif Gheddafi valgono anche per questi altri casi.

Concedere l'ammissibilità alla Cpi sulla base di un deficit negli standard nazionali di giustizia, dunque, si tradurrebbe nell'applicazione da parte della Corte di una politica discriminante. La Cpi si troverebbe, infatti, a operare un trattamento di favore nei confronti di una classe di pochi "criminali d'élite", i quali, in virtù del potere detenuto in precedenza, una volta destituiti godrebbero del lusso di avere diritto ad un processo più giusto presso il tribunale dell'Aia.

Nel caso di uno stato che, come la Libia, abbia mostrato di essere intenzionato a procedere, per cui l'impunità è fuori questione, si ritiene che gli standard del giusto processo non dovrebbero rappresentare un fattore determinante nella decisione di ammissibilità del caso.

In tale contesto, la linea politica nell'amministrazione della giustizia internazionale dovrebbe essere piuttosto quella di favorire le soluzioni per garantire la più ampia applicabilità e il rispetto duraturo della giustizia, attraverso l'approccio della "complementarietà positiva". Esso prevede un ruolo di capacity-building per la Corte, che si troverebbe a supervisionare, monitorare e coordinare un programma di assistenza giudiziaria offerto agli Stati volenterosi di procedere, ma incapaci di farlo secondo standard adeguati.

Disuguaglianze
L'ammissibilità alla Cpi, pertanto, non dovrebbe esistere in risposta ad un problema strutturale, ma piuttosto come conseguenza di un problema individuale: è questo il caso per un imputato che vada incontro a un procedimento fazioso a livello nazionale in virtù di un aspetto specifico della sua condizione o storia personale, per esempio perché ancora in una posizione di influenza o, al contrario, perché a rischio di rappresaglia in uno stato che non sia più in grado di garantirne l'incolumità.

Nel caso in esame, ad esempio, la presunta incapacità del governo libico di ottenere la custodia dell'imputato Saif Gheddafi, tuttora detenuto a Zintan, potrebbe essere una ragione sufficiente per giustificare l'ammissibilità del caso alla Corte.

Al contrario, concedere al figlio del Colonnello Gheddafi il diritto a un (più) giusto processo, rispetto a tutte le altre personalità del precedente regime, sulla base della preoccupazione per gli standard processuali libici potrebbe sollevare seri problemi di ineguaglianza di fronte alla legge tra imputati d'élite e figure di rango più basso.

È difficile immaginare per la Cpi, nei limiti definiti dallo Statuto di Roma, il ruolo di istituzione votata al salvataggio di personalità d'élite - accusate di crimini internazionali - da sistemi di giudizio locali che non soddisfano gli standard internazionali, a discapito di individui di rango più basso. Per ora, resta oggetto di dibattito se tale pratica possa (e debba) trovare spazio tra le disposizioni dello Statuto di Roma.

di Manuela Melandri

http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2277

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martedì 17 luglio 2012

Borsellino: un concerto per coniugare verita' e giustizia


Borsellino:  un concerto per coniugare verita' e giustizia

- ''Questo concerto non vuole essere, e non e', la mera commemorazione formale di Paolo Borsellino, il consueto appuntamento legato al ricordo di un evento tragico, lontano nel tempo, quanto piuttosto un invito alla riflessione sulla sua testimonianza di uomo, di cittadino, di magistrato, martire ed eroe civile assieme ai ragazzi della sua scorta''. Lo ha detto l'assessore Daniele Tranchida, commentando l'iniziativa organizzata dall'assessorato regionale siciliano del Turismo, Sport e Spettacolo in occasione del ventennale della strage di via D'Amelio in cui persero la vita, oltre al giudice palermitano, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.


Il concerto di musica classica, che si svolgera' giovedi' 19 luglio alle 21.30, al Castello a Mare a Palermo, con l'adesione del presidente della Repubblica, sotto il patrocinio del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, vede coinvolti 270 elementi provenienti dalle piu' importanti orchestre siciliane.

Partecipano, infatti, l'Orchestra sinfonica di Palermo, l'Orchestra e il coro del teatro Massimo di Palermo, il coro del teatro Bellini Catania, l'Orchestra del teatro Vittorio Emanuele di Messina. Dirige il maestro Martin Sieghart, le voci sono del soprano Daria Masiero, e del mezzosoprano Katja Lytting. Musiche di W.A.Mozart, 'Marcia funebre', e G.Mahler, Sinfonia n.2 'Resurrezione'. Il coordinamento artistico e' affidato al sovrintendente dell'Orchestra sinfonica siciliana, Ester Bonafede.

''Questa manifestazione in onore di Paolo Borsellino e dei suoi uomini - ha detto Tranchida - deve avere il senso di un richiamo al raccoglimento, come solo l'ascolto della musica puo' fare, per recuperare e rivendicare il ruolo effettivo di cittadini, non di meri consumatori o utenti come molti vorrebbero, affinche', finalmente, la giustizia cammini al fianco della verita'''.

L'ingresso al concerto e' gratuito con inviti che possono essere ritirati nelle sedi dei teatri Massimo e Politeama, al cinema Golden, nelle librerie Modusvivendi e Feltrinelli, nei punti del circuito di Addiopizzo.

ECCO UNA FOTO DI QUEL BRUTTO GIORNO
CHI E' IL TIPO CON LA BORSA IN MANO ?
.http://cipiri19.blogspot.it/2012/07/lultimo-giorno-di-borsellino.html
 la verita' è sparita con questa agenda


Borsellino, Berlusconi e la mafia 

(Borsellino parla di Berlusconi e mafia)

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Una sintesi di immagini, interviste, informazioni e collegamenti per capire cosa unisce  Silvio Berlusconi e il giudice Paolo Borsellino ucciso dalla "mafia" il 19-07-92. L'ultima intervista a Paolo Borsellino, realizzata dalla francese Canal + , è materiale d'indagine per il processo de " I mandanti a volto coperto delle stragi", tornato alla ribalta con le ultime dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza. Scioccanti le dichiarazioni di Paolo Borsellino, il quale racconta chi era Vittorio Mangano, un mafioso e uomo d'onore di cosa nostra, ponte tra la mafia e il nord italia; questa dichiarazione contrasta con quella di Berlusconi, il quale lo definisce solo un semplice stalliere ospitato nella sua villa di Arcore. Le immagini di Salvatore Borsellino, sono state realizzate durante la manifestazione "No Berlusconi day" e mai andate in onda nei principali canali televisivi italiani. Fatevi un'idea e commentate! Viva Borsellino, Viva Falcone, Viva la legalità.


leggi anche :

http://cipiri.blogspot.it/2011/07/quelli-che-avranno-voluto-la-mia-morte.html

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martedì 3 aprile 2012

IL TROTA : Cocaina, escort e festini


 IL TROTA : Cocaina, escort e festini


Cocaina, escort e festini: le amicizie pericolose di Bossi jr "il trota"


Un'amicizia "spericolata" rischia di portare nei guai giudiziari Renzo Bossi, figlio del leader della Lega. Il legame è quello con Alessandro Uggeri, fidanzato dell'assessore regionale Monica Rizzi, la cosiddetta "badante del Trota", una politicante leghista in carriera che ha "accudito" Bossi jr nella campagna elettorale delle regionali 2010. Un'amicizia stretta al punto che il "Trota" trovò ospitalità nella villa di Uggeri nelle settimane in cui combatteva per raccogliere preferenze. In quella villa erano però state segnalati festini con escort e cocaina. Le verifiche investigative hanno trovato conferma ai sospetti. E a quelle serate sexy risultava presente anche Bossi jr. Il consigliere regionale leghista non è formalmente indagato, ma l'inchiesta comunque lo riguarda.
È un altro "scivolone" in un curriculum movimentato. in origine furono dei falsi (non suoi) e una gita spericolata con una moto a quattro ruote nei boschi di Ponte di Legno. I fatti si svolgono a Brescia, la circoscrizione nella quale Bossi jr è stato eletto con 13mila preferenze, e qualche polemica. Secondo i magistrati ad agevolarlo nella corsa al Pirellone sarebbero stati dei dossier fabbricati per eliminare dalle liste del Carroccio due avversari scomodi: un "aiuto" confezionato da un maresciallo delle Fiamme Gialle su mandato della Rizzi, bresciana, assessore regionale allo Sport e amica del Trota. Per questa vicenda la Rizzi è indagata con l'accusa di trattamento illecito di dati protetti (il fascicolo è
in mano al pm Fabio Salamone). Una nuova grana che si aggiunge a quella relativa alla finta laurea in psicologia e alla presunta qualifica di psicoterapeuta infantile (l'assessore ha ammesso di avere millantato).
Ma torniamo a Bossi e alla campagna elettorale del 2010. La Rizzi viene incaricata dal Senatur in persona di  spianare la strada al figlio. Lei, che conosce Renzo da quando è piccolo, affronta l'impegno come una missione. Il candidato Bossi jr viene alloggiato in un villone di Roè Volciano, sulle colline vicine a Salò. Il proprietario di casa è appunto Uggeri: è con lui che a Ponte di Legno scorrazzano in quad in una riserva naturale distruggendo il campo di un contadino e imbattendosi in una guardia forestale (parte un colpo di pistola, dinamica ancora da accertare, indagano i carabinieri di Breno).

Uggeri è un tipo brillante. La sua villa, già teatro di feste in stile Billionaire con fuochi d'artificio e elicotteri in giardino, diventa il quartier generale di Bossi jr. Uggeri gli fa da bodyguard, autista, confidente. Assieme a Valerio Merola, in arte Merolone  -  ràs dei locali nella zona del Garda  -  diventa il suo compagno di scorribande notturne. Ma i carabinieri di Brescia e la Guardia di Finanza stanno tenendo d'occhio Uggeri per una presunta frode fiscale: l'uomo  -  secondo gli investigatori  -  apre e chiude società a un ritmo vorticoso. Un sistema che gli consente di evadere il fisco e realizzare profitti. Ed è nel corso di queste indagini che alcuni testimoni mettono i militari sulla pista dei festini con cocaina e prostitute.

Gli accertamenti sono alle battute finali. E confermerebbero che nella sua avventura bresciana il "Trota" si è affidato alle persone sbagliate. Incaricati di aiutarlo a fare incetta di voti, Uggeri & Co avrebbero utilizzato il giovane Bossi come cartina di tornasole. Forse anche come biglietto da visita per i loro affari. In ambienti investigativi si racconta che in almeno una delle sue società Uggeri avrebbe coinvolto il figlio del leader della Lega. Altre indiscrezioni riguardano alcuni episodi imbarazzanti che sarebbero accaduti nei mesi scorsi: episodi "pubblici" con protagonisti Uggeri e lo stesso Bossi, nelle loro serate tra feste e locali. Su questo punto, però, non ci sono conferme. L'indagine è ancora coperta da uno stretto riserbo: ma il deposito degli atti è imminente. Le ipotesi di reato più pesanti (droga, prostituzione), riguarderebbero Uggeri e un suo socio.

Paolo Berizzi
http://infoaltra.blogspot.it/2011/12/cocaina-escort-e-festini-le-amicizie.html

. CikCiak .
Renzo Bossi, per lui indennità di 40mila euro dopo dimissioni

Non sarà di certo un'uscita "a calci nel sedere" per Renzo Bossi, figlio di Umberto e consigliere regionale uscente. Il Trota, infatti, immischiato nella storia dei rimborsi elettorali gonfiati del Carroccio, percepirà un'indennità di circa 40mila euro.
E' una legge. I soldi, spiega a Il Fatto Alessandro Alfieri, vicesegretario lombardo del Pd, "sono già stati accantonati, non si può fare nulla". Per la precisione, lo indica l'articolo 3 della legge regionale 12 del 1995: "Ai consiglieri cessati in corso di legislatura, a quelli non rieletti, o che non si ripresentino candidati, nonché ai loro aventi causa in caso di decesso, spetta una indennità di fine mandato nella misura dell'ultima indennità annuale di funzione lorda percepita per ogni legislatura; nel caso di frazione della medesima il conteggio è determinato proporzionalmente".



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LEGALADRONA : muro di Pontida


LEGGI ANKE
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lunedì 18 luglio 2011

spero troverete 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino



 spero troverete 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino


 spero troverete 5 minuti del vostro prezioso tempo per leggere questa lettera scritta dal figlio di Paolo Borsellino..

Manfredi Borsellino - "Grazie caro papà"


Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

( La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).


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mercoledì 1 settembre 2010

Quanto costa un figlio all'università




I costi per poter studiare e prendere una laurea sono sempre più alti.


Secondo i dati del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, le iscrizioni ai corsi di laurea nell’anno accademico 2009-2010 sono diminuite del 2,39% rispetto all’anno precedente. Si è ipotizzato che la scelta dei ragazzi di interrompere gli studi sia causata dalla crisi economica e dalla difficoltà delle famiglie di far fronte alle spese che l’università comporta. Ma quanto costa mantenere un figlio all’università?
Le rate in base al reddito
Il costo delle tasse universitarie e le scadenze dei versamenti variano da ateneo ad ateneo. La media annua è di 1000 € per le facoltà umanistiche e di 2000 € per quelle scientifiche. Ma l’importo varia a seconda del reddito famigliare, che va dichiarato nel modulo di autocertificazione allegato all’iscrizione. Solitamente il pagamento è in due rate  (all’iscrizione e in primavera).
I portatori di handicap con invalidità pari o superiore al 60%, gli studenti vincitori di borse di studio e le donne che interrompono gli studi per la maternità, sono le categorie esonerate dal pagamento delle rate.
Il prezzo alto dei libri
Un’altra voce di spesa importante per chi studia all’Università è il costo dei libri, che varia a seconda della facoltà. Una matricola può arrivare a spendere dai 300 € fino a 500 €. L’idea della compravendita dei libri usati e dello scambio sono prassi abbastanza consolidate, anche se i professori consigliano l’acquisto delle ultime edizioni perché più aggiornate.
Un’alternativa è quella di procurarsi i libri in biblioteca, oppure molti ragazzi ricorrono alla pratica di fotocopiare i testi. La legge però permetterebbe di riprodurre solo una parte del libro e non l’opera intera.
Il problema alloggio
I costi aumentano notevolmente quando un ragazzo si iscrive in una facoltà lontana da casa. Ciò significa dover affittare una stanza, mangiare sempre fuori e avere una serie di spese extra. Per trovare un alloggio si possono visionare gli avvisi in bacheca dell’ateneo, ma è fondamentale richiedere un regolare contratto. I costi variano da città a città e dal fatto se la stanza che si affitta viene condivisa o è personale; si va da un minimo di 300 € a circa 600 € per una stanza singola in appartamento comodo ai mezzi e alla facoltà.
Un’alternativa è l’alloggio in affitto alla casa dello studente: strutture messe a disposizione dagli enti per il diritto allo studio che hanno costi abbastanza ridotti. Tuttavia i posti letto sono ridotti e bisogna “correre” appena esce il bando.
I pasti e i trasporti
Un buon compromesso per chi vive fuori casa e deve mangiare sono le mense universitarie; i prezzi sono legati alla fascia di reddito e in linea di massima si spendono circa 200 € al mese. Oppure esistono strutture di ristoro convenzionate con l’ateneo.
Anche i trasporti, sia per chi vive in trasferta, sia per gli studenti pendolari, incide sulla spesa mensile: dai 50 ai 70 €, facendo abbonamenti e tessere sconto.



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giovedì 30 luglio 2009

Clandestino o figlio di nessuno

Nato il 9 di agosto, clandestino o figlio di nessuno

Rossella Panuzzo Terre des hommes


Dall’8 agosto, giorno in cui entrerà in vigore il Pacchetto sicurezza, scatterà l’obbligo di mostrare il permesso di soggiorno per l’iscrizione all’anagrafe dei nuovi nati. Terre des Hommes condivide l’allarme lanciato oggi dalla Prefettura di Prato e chiede che sia subito rivisto il testo del DDL 773-B affinché tuteli il diritto alla registrazione alla nascita a tutti i bambini, compresi quelli nati da genitori migranti irregolari, contenuto nella nostra Costituzione e nella Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

«Questo allarme, che proviene da un rappresentante dello Stato Italiano, è la prova dei dubbi di incostituzionalità e palese violazione dei diritti umani fondamentali che già avevamo sollevato in sede di approvazione del Pacchetto Sicurezza», dichiara Raffaele K. Salinari, presidente di Terre des Hommes. «L’impossibilità di registrare all’anagrafe i figli degli immigranti irregolarmente presenti sul nostro territorio significa che questi bambini saranno condannati all’invisibilità, non potranno né andare a scuola né essere curati dalla sanità pubblica. L’alternativa per loro è essere dichiarati figli di nessuno e quindi adottabili, pur avendo dei genitori. Come diventa sempre più evidente, questa situazione deve essere corretta con una revisione attenta del testo ancora prima che la legge entri in vigore».

Nei mesi scorsi Terre des hommes aveva espresso la sua preoccupazione sulle difficoltà della registrazione all’anagrafe dei bambini nati da genitori migranti irregolari, introdotte dal DDL 773-B e aveva lanciato una petizione online che in pochi giorni ha raccolto oltre 8.000 firme. L’introduzione del reato di clandestinità sancisce per legge l’esclusione di questi bambini dai più elementari diritti – quali il diritto a un nome e a una identità. «Tutti questi minori finiranno per essere invisibili allo Stato italiano, con il concreto rischio di cadere nelle maglie della criminalità organizzata e diventare vittime di abusi, sfruttamento e tratta», conclude Salinari.

Terre des hommes Italia onlus è una organizzazione non governativa che si occupa di aiuto diretto all’infanzia in difficoltà nei paesi in via di sviluppo, senza discriminazioni di ordine politico, etnico o religioso. Nata nel 1989 e diventata fondazione nel 1994, TDH Italia oggi è presente in 23 paesi di tre continenti con oltre 90 progetti di aiuto umanitario d’emergenza e di cooperazione internazionale allo sviluppo, con programmi in settori quali salute di base e protezione materno-infantile, educazione di base, formazione professionale, protezione dei bambini di strada ed in conflitto con la legge, promozione dei diritti umani, attività generatrici di reddito e sviluppo delle risorse naturali.
TDH Italia fa parte della Terre des hommes International Federation, lavora in partnership con ECHO ed è accreditata presso l’Unione Europea e l’ONU.

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