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martedì 9 aprile 2019

Quante Associazioni della Lega per Distrarre Fondi e Finanza

La Lega restituirà i 49 milioni in ‘rate’ da 600mila euro l’anno


I rimborsi alla Lista Maroni: la strana doppia associazione
I soldi erano finiti alla “Maroni presidente”, sconosciuta agli eletti: 
ora emerge anche la gemella “Prima il Nord!”

di Davide Milosa 
il F.Q.

Una lista politica, due associazioni doppione e rimborsi elettorali per circa un milione di euro. La vicenda riguarda la lista civica “Maroni presidente” che nel 2013 partecipa alla tornata regionale in Lombardia, incassando oltre mezzo milione di voti, che portano rimborsi dallo Stato per circa 900mila euro. Buona parte di quei rimborsi finisce sui conti dell’associazione “Maroni presidente”, che se pur sconosciuta ai consiglieri eletti, ufficialmente è deputata a favorire lo sviluppo della lista civica. Peccato che ora compaia una seconda associazione con scopi simili ma mai censita prima. Si tratta di “Prima il nord!”. La vicenda riguarda la Lega nord. Attualmente la storia è un fascicolo giudiziario che vede indagato per appropriazione indebita l’assessore regionale Stefano Bruno Galli, con delega alla Cultura e all’Autonomia nella giunta di Attilio Fontana. Sul punto pende una richiesta di archiviazione della Procura di Milano. Tutto nasce da un esposto dell’ex capogruppo della lista Marco Tizzoni. A febbraio 2018 il documento finisce sul tavolo della Procura e della Corte dei Conti. Lo scorso 20 marzo davanti al gip Anna Magelli, la difesa di Galli ha contestato la posizione di “parte offesa” di Tizzoni puntando sull’archiviazione. Il giudice al contrario ha confermato la posizione dell’autore e ha aggiornato l’udienza al 21 maggio. 
Allo stato, dunque, l’assessore Galli resta indagato.

Nel frattempo succede qualcosa di inaspettato. La difesa di Galli, cinque giorni prima dell’udienza del 20 marzo, deposita una memoria allegando l’atto costitutivo di un’associazione. Che però non è l’associazione “Maroni presidente”, che ufficialmente ha accompagnato la vita politica della lista civica e ha incassato i rimborsi dello Stato essendo, si legge nel suo Statuto, proprietaria del simbolo. Si tratta, invece, dell’associazione “Prima il nord!”. Una novità assoluta. Anche perché non citata nell’esposto. Le due associazioni però sono quasi sovrapponibili. Entrambe sono costituite da persone legate alla Lega nord e molto vicine al vicepremier Matteo Salvini. In entrambe il presidente è Stefano Bruno Galli. “Prima il nord!” viene costituita il 14 dicembre 2012, mentre la “Maroni presidente” nasce il 4 gennaio 2013. Tutte e due sono di diritto privato. La “Maroni presidente” ha un sito internet con bilanci pubblicati fino al 2017, dato obbligatorio visto che ha partecipato alla vita politica della lista civica. Anche se, spiegherà Tizzoni nel suo esposto, “nello Statuto dell’associazione sono segnalati gli scopi e nessuno (…) risulta essere mai stato perseguito dai suoi membri e variato nel corso degli anni (…). Vi è il sospetto che tale associazione sia stata tenuta nascosta a noi consiglieri (…) dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi”. “Prima il nord!” invece risulta non tracciabile sul web. Oltre a ciò i suoi bilanci non sono pubblici.

Eppure anche nel suo Statuto c’è scritto che l’associazione, tra i vari scopi, ha quello di “promuovere il movimento civico Maroni presidente”. Non solo: anche “Prima il nord!” è proprietaria del simbolo. Sarà però solo la “Maroni presidente” a incassare i rimborsi dello Stato. Primo dubbio: di chi è il simbolo? E perché due associazioni sostanzialmente identiche? Di più: entrambe quando nascono hanno sede in via Boschetti 6 a Milano, indirizzo noto alla Lega perché qui ha sede la Fin Group, ovvero la finanziaria del Carroccio, amministrata da Andrea Manzoni, uno dei fondatori dell’associazione “Più voci” finita nell’inchiesta romana sull’imprenditore Luca Parnasi. Solo nel 2015 la “Maroni presidente” si sposterà in via Passerini a Monza. Tutte e due hanno nei loro consigli direttivi persone vicine a Salvini. A partire da Stefano Candiani, parlamentare e sottosegretario al Viminale, presente in entrambe le associazioni. Come anche Aurora Lussana, ex direttrice del quotidiano La Padania, nonché moglie di Nicola Molteni, altro sottosegretario al ministero dell’Interno. Nella “Maroni presidente” compare, ma poi uscirà, anche Roberto Calderoli. Presente invece Andrea Cassani, leghista e attuale sindaco di Gallarate, in provincia di Varese. L’associazione “Maroni presidente” pur pubblicando i bilanci mostra alcune opacità. A partire dal prestito di 450mila euro ricevuto dalla Lega nel 2013 per finanziare la campagna elettorale della lista civica. Prestito ripagato in buona parte già nel 2014 con 400mila euro.

Un dare e avere annotato nei bilanci dell’associazione e reputato regolare dalla Procura, dove però non viene ricostruito il tragitto del denaro: da quale conto corrente della Lega, ad esempio, sono usciti i soldi del prestito e poi su quale sono tornati? Dubbi, ma allo stato non reati. Come alcune fatture denunciate come “irregolari” da Marco Tizzoni, e non ritenute tali dai pm. Fatture riferibili alla Boniardi grafiche, storica stamperia della Lega, gestita da Fabio Boniardi, ex assessore nel comune di Bollate e oggi volato a Roma in Parlamento.

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venerdì 4 gennaio 2013

le mele marce della finanza


Risparmiatori: 52 miliardi andati in fumo per salvare le mele marce della finanza

Costanza Iotti - Oltre alle tasse che vessano gli italiani, l'altra beffa: perdite immense a causa di crack finanziari e salvataggi vari. I casi si sprecano: da Deiulmar, a Banca Network (ricordate i conti congelati? fino a MPS. Domanda: gli arbitri del mercato, Consob, Isvap e Bankitalia, cosa stanno facendo?

Oltre un miliardo di euro. E’ il totale dei risparmi degli italiani andati in fumo soltanto nei primi sei mesi del 2012. E non per tasse, rincari o riduzione della busta paga causa cassa integrazione, ma per la malafinanza.

Del resto la cosiddetta socializzazione delle perdite, contraltare della privatizzazione degli utili ora di gran moda nell’Europa della crisi che taglia il welfare a piene mani per tappare i buchi, è sempre stata di casa dove scorrono i soldi dei risparmiatori.

Per dare un’idea delle cifre in gioco, secondo le stime dell’Adusbef i crac finanziari dal 2001 ai giorni nostri sono costati complessivamente 52 miliardi di euro che sono stati scuciti dalle tasche di 1,121 milioni di comuni cittadini, per una spesa media unitaria di 46.387 euro.

E il calcolo è parziale, perché tiene conto solo dei casi finiti in Tribunale, ma infinite sono le vie, anche quelle legali, per privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Tanto più in Borsa, dove i risparmiatori meno avvezzi ai giochi di prestigio sono soprannominati il parco buoi, ma dove chi decide di giocare si assume il rischio d’impresa. Senza contare i costi dell’intervento pubblico, delle perdite di posti di lavoro e delle conseguenza per il territorio. Anche per l’anno che ci buttiamo alle spalle, quindi, ce n’è per tutti i generi e tipi.

I GRANDI CLASSICI DEL CRAC. Con un costo stimato, sempre dall’Adusbef, in 860 milioni di euro il primo e 160 milioni il secondo, sono stati i casi Deiulemar e Banca Network a fare la parte del leone nella prima metà dell’anno coinvolgendo oltre 42mila risparmiatori.

Per il crac della compagnia di navigazione di Torre del Greco delle famiglie Della Gatta, Iuliano e Lembo è stato disposto il giudizio immediato con la prima udienza in calendario per il prossimo 11 marzo. Ma sarà lunga sdipanare la matassa di una vicenda che ha dell’incredibile, dove i milioni raccolti presso i risparmiatori, ma anche vip locali e capiclan, non venivano messi a bilancio e depositati direttamente sui conti correnti personali del capostipite degli armatori, senza alcun controllo alla faccia delle normative sull’antiriciclaggio.

"Chi è causa del suo mal pianga se stesso", ha commentato qualcuno. Che dire invece della vicenda di Banca Network Investimenti, Bni, il cui slogan era "Una banca efficiente. Sempre al tuo fianco", salvo poi lasciare a piedi 69 dipendenti e 28mila correntisti che quest’estate si sono visti congelare i conti da un giorno con l’altro in attesa dell’intervento del Fondo di tutela dei depositi?

Per non parlare della sorte degli obbligazionisti che avevano finanziato con oltre 32 milioni di euro la Sopaf dei fratelli Magnoni che aveva in mano la maggioranza della banca e che a sua volta è crollata in autunno sotto il peso di oltre 100 milioni di debiti. Ma che grazie alla riforma del diritto fallimentare, in tema di concordati preventivi introdotta dal governo Monti con il decreto Sviluppo, viaggia ancora tra le tutele del concordato e il fallimento.

A secco, quindi, creditori e, ancor di più, i piccoli azionisti che soltanto nell’ultimo anno di scambi, in Borsa hanno assistito al tracollo del titolo che ha bruciato l’84% del suo valore. Proprio mentre il socio di maggioranza, Giorgio Magnoni fratello del più noto Ruggero, ex presidente di Lehman Brothers per l’Italia, "faceva affari d’oro nell’immobiliare sull’asse tra il Lussemburgo e la Germania", come riportato dal quotidiano Mf lo scorso 12 dicembre.

Immancabili, quindi, gli accertamenti in corso da parte della magistratura sulla vicenda Sopaf, come su quella di Banca Network che include gli investimenti in titoli rischiosi da parte dell’istituto A partire da quelli targati Lehman Brothers.

PRODOTTI BANCARI FINITI IN CLASS ACTION. Ma i soldi dei risparmiatori non finiscono solo nelle azioni delle società quotate in Borsa. Ci sono sia i prodotti finanziari più o meno strutturati, sia i banali conti correnti. Un’area piuttosto vasta e delicata, quindi, che quest’anno ha registrato il via della prima class action nei confronti di un gruppo bancario, Intesa SanPaolo.

Oggetto del contendere, che potrebbe riguardare fino a 400mila clienti dell’istituto, alcune spese di conto che sono state introdotte dalla banca in sostituzione delle commissioni di massimo scoperto abolite per legge nel 2009 e giudicate illegittime da Altroconsumo, che ha promosso l’azione collettiva partita a settembre. Il termine per l’adesione è il prossimo 21 gennaio, mentre l’appuntamento in Tribunale a Torino per il conteggio finale delle adesioni è fissato per marzo.

In attesa degli esiti della più ampia inchiesta della magistratura sulla gestione della Banca Popolare di Milano di Massimo Ponzellini, si sta invece chiudendo con una conciliazione da almeno 40 milioni di euro la triste vicenda del convertendo allegro della Bpm, il bond ad alto rischio da 170 milioni di euro che era stato venduto nel 2009 senza la necessaria informazione a 15mila clienti della banca milanese oggi nelle mani di Andrea Bonomi.

L’intesa, però, non porterà a grandi risultati per i consumatori secondo l’Aduc, unica associazione che non l’ha firmata commentando che "questi tavoli di conciliazione si risolvono in una buffonata a danno dei risparmiatori ed a vantaggio in primo luogo della Banca (che paga una piccola frazione di quello che dovrebbe sborsare), secondariamente delle associazioni che vi partecipano".

MANCATI INCASSI. Notevole, poi, la lista delle fregature assolutamente legali. Come le uscite dal listino a prezzi convenientissimi per l’azionista di maggioranza, ma piuttosto deludenti per il piccolo investitore costretto giocoforza ad aderire alle Offerte pubbliche di acquisto (Opa) perché in minoranza. E’ il caso, per esempio, di Benetton, con la famiglia di Ponzano Veneto che a febbraio ha approfittato dei prezzi da saldo per ritirare dal mercato la società dei maglioncini a un controvalore di circa 270 milioni di euro pari a 4,6 euro per azione. Somma che secondo il Sole 24 Ore equivale pro quota a meno del solo valore degli immobili della società.

"Sempre meglio che niente", commenta chi invece è rimasto a bocca asciutta. In caso di cambio di controllo di una società quotata, per offrire a tutti i soggetti coinvolti la stessa possibilità di guadagno, la normativa prevede infatti l’obbligo del lancio di un’Opa allo stesso prezzo per tutti gli azionisti. Legge che però si può aggirare.

In prima istanza fermandosi alla soglia 29,99% del capitale, basta che non ci sia un accordo segreto con altri azionisti per avere comunque la maggioranza nelle assemblee dove si prendono le decisioni importanti senza pagare il dazio ai soci di minoranza. E’ proprio su questa ipotesi che sta indagando la Procura di Milano a proposito della vittoria del gruppo Salini sul rivale Gavio all’assemblea di Impregilo dello scorso luglio, che peraltro è stata dichiarata regolare dal Tribunale, anche se sulla sentenza pende un ricorso in appello. La questione non è da poco, anche perché tra la ragnatela di interessi che gravitano intorno alla società di costruzioni c’è l’appalto per il Ponte sullo Stretto di Messina con annesse penali da mezzo miliardo a carico dello Stato.

Ancor più delicato, coi tempi che corrono, il tema delle esenzioni dall’Opa nei casi accertati di salvataggio delle società in crisi. Come quello del gruppo Premafin-Fondiaria Sai che fu dei Ligresti che ha tenuto banco per tutto l’anno. E anche qui la Procura indaga, tra il resto, sull’ipotesi dell’esistenza di accordi irregolari nell’ambito dell’esenzione dal lancio dell’Opa concessa dalla Consob a Unipol, a patto che dal piano orchestrato da Mediobanca venissero cancellati i vantaggi previsti per la famiglia Ligresti, dato che avrebbero premiato l’azionista uscente e per di più responsabile del dissesto, lasciando a bocca asciutta gli altri investitori.

Le clausole sono state cancellate, ma a fine luglio gli stessi Ligresti hanno fatto saltar fuori un ipotetico accordo segreto da 45 milioni con l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, che nella faccenda, in quanto creditore miliardario sia verso i Ligresti che verso Unipol, aveva tutti gli interessi a che l’operazione andasse a buon fine.

GRUPPI E CREDITI DA SALVARE. Ma quella del papello Nagel-Ligresti è sola una delle tappe della vicenda Ligresti al vaglio degli inquirenti tra Milano e Torino. Come è ancora tutta da giocare la partita entrata nel vivo nel 2012 sul salvataggio dei grandi gruppi quotati con una buona dose di debiti che non fanno dormire sonni tranquilli né ai banchieri, né ai grandi azionisti.

E talvolta neppure allo Stato. Si va dall’immane debito dell’editrice del Corriere della Sera, Rcs, che coinvolge tutto quel che resta del gotha della finanza italiana che sul tema continua a prendere tempo, al buco del Monte dei Paschi di Siena, passando per Parmalat e Telecom Italia, a proposito della quale perfino un manager pubblico come Franco Bassanini si è appena unito al coro della richiesta di un incentivo statale, per aiutare la società soffocata da 30 miliardi di debiti frutto di una privatizzazione "sbagliata" ad aprire la rete agli altri operatori.

Quel che è certo, intanto, è che nel caso Unipol-FonSai i risparmiatori, inclusi quelli che avevano investito sulla compagnia delle Coop, oltre che con l’Opa mancata possono già fare i conti con l’evaporazione di investimenti per una somma complessiva compresa tra 300 e 400 milioni di euro. In quello del Monte dei Paschi, i soldi, 3,9 miliardi più altri 550 milioni potenziali per gli interessi, arrivano direttamente dal contribuente via ministero del Tesoro.

Mentre su Parmalat pagano innanzitutto i dipendenti, che con la prevista chiusura di tre stabilimenti rischiano il posto di lavoro. Intanto l’azionista francese Lactalis si è premurato di vendere a Collecchio una sua società americana, portandosi a casa metà del tesoretto da 1,5 miliardi raccolto da Enrico Bondi con le azioni legali contro le banche per il crac di Calisto Tanzi, che era custodito nelle casse del gruppo.

E che così ha finito col servire anche ad alleggerire i debiti dei francesi verso Mediobanca, che a Lactalis nel 2011 aveva prestato 410 milioni proprio per l’acquisto di Parmalat. Anche qui la magistrature è al lavoro, l’ipotesi a carico dei vertici della società è di appropriazione indebita. Ma è difficile che si arrivi a un punto prima di una decisione definitiva sulle sorti del centinaio di dipendenti italiani a rischio.

Fonte: Il Fatto

http://www.wallstreetitalia.com/article/1478609/lobby/risparmiatori-52-miliardi-andati-in-fumo-per-salvare-le-mele-marce-della-finanza.aspx


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giovedì 28 giugno 2012

Rai: per i morosi arriva la Finanza


Rai: per i morosi arriva la  Finanza


Addio ai furbetti della tv. 

Con una mossa a sorpresa, la Rai ha incaricato la Guardia di Finanza di rintracciare e accertare i nomi degli evasori del canone della tv di Stato. E di farli pagare. Una mossa che spariglia le carte di chi, fino a oggi, era riuscito a risparmiare ogni anno i quasi cento euro dell’imposta. Da settembre non ci sarà più pietà per nessuno. La Guardia di Finanza andrà a bussare alla porta di quelle famiglie e di quegli esercizi commerciali che la Rai ha identificato come evasori.

 Dopo la verifica i militari redigeranno un verbale che verrà inoltrato agli uffici amministrativi della tv di Stato. Se le risorse in termini di uomini e di denari non saranno sufficienti per il porta a porta, la strada del controllo potrebbe essere differente. I capifamiglia - sospetti evasori - verranno convocati negli uffici dei comandi provinciali delle Fiamme gialle oppure nelle tenenze dislocate sul territorio della provincia. Lì, seduti di fronte ai militari dovranno rispondere a tutte le loro domande. Firmeranno un verbale e se ne potranno andare. Se hanno dichiarato la verità - cioè che hanno la tv, ma il canone non lo hanno mai versato - si dovranno mettere in regola. Pagando ovviamente l’imposta per l’ultimo anno, gli interessi di mora, e le sanzioni.

 Chi pensa di risparmiare, mentendo anche davanti agli ufficiali di pg, rischia grosso. Scatterà, infatti, una denuncia penale. E allora i guai saranno più gravi. Gli elenchi con i primi nomi degli evasori - qualche decina di migliaia in tutto il Paese - sono stati consegnati qualche settimana fa al Comando generale della Guardia di Finanza che ha già provveduto a smistarli ai reparti operativi sul territorio nazionale. Appena dopo la pausa estiva arriva la stangata. Per capirci: chi, nell’ultimo anno, non ha pagato il canone si vedrà sfilare dal portafoglio - come minimo - quasi 400 euro. Che sono la somma di due sanzioni: una che va da 103 a 516 euro per non aver versato l’imposta. Una seconda di 103 per non aver pagato la tassa di concessione governativa (che corrisponde al 4 per cento dell’importo complessivo del canone Rai), più i 99,60 euro della tassa e gli interessi di mora per non aver versato il dovuto alla Rai nei tempi previsti. Risultato: un salasso destinato a rovinare il rientro dal mare di parecchie migliaia di famiglie. E di altrettanti baristi, ristoratori e osti che, per offrire un servizio alla clientela, hanno sistemato la televisione nel locale. Ma si sono sempre ben guardati dal saldare i conti con «mamma Rai».

 Chi non ha mai pagato il canone può ancora avere una speranza di salvarsi dalla stangata imminente. Vale a dire, pregare che il suo nome non sia in questo elenco di evasori, la cui consistenza è ben lontana dal numero degli abbonati morosi stimati dai funzionari di viale Mazzini. Una speranza più che giustificata: l’elenco dei «cattivi» è stato stilato in base ai controlli dei verificatori della tv di Stato che, tra il 2002 e il 2005, sono andati in giro per l’Italia a far firmare ai cittadini documenti in cui dichiarano di non avere in casa almeno un televisore. Senza, però, affrontare il tema del canone tv, la tassa più contestata del Paese, e che la Corte di Cassazione, quattro anni fa, ha classificato come «Imposta di scopo». Tradotto in soldoni vuol dire che è un’imposta da pagare per un bene superiore: il funzionamento del servizio televisivo pubblico. E non conta se si fruisce o no del servizio: chiunque ha un televisore può, potenzialmente, godersi l’informazione oppure i programmi di intrattenimento che le tre reti Rai sfornano ogni sacrosanto giorno. Altri elenchi, però, sono in arrivo. E la strada delle verifiche è aperta.

 ESEMPIO
 Gli abitanti di San Cipriano d’Aversa, provincia di Caserta, 12.767 residenti e solo 285 (7,23%) che pagano l’abbonamento alla tv pubblica, sono avvisati.


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mercoledì 16 maggio 2012

Grecia fuori dall'euro e Spagna e Italia ?



 Grecia fuori dall'euro e  Spagna e Italia


 Paul Krugman, economista statunitense, ha vinto il premio Nobel per l'economia 2008 per la sua analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell'attività economica. Autore di numerosi volumi, dal 2000 collabora con il New York Times scrivendo editoriali d'opinione (op-ed) bisettimanali nel suo blog. Attualmente è anche professore di Economia e di Relazioni Internazionali all'Università di Princeton.


Ebbene Krugman avvisa: se non si cambia rotta, in un mese la Grecia sarà fuori dall'euro e le conseguenze si avvertiranno subito in Italia con la fuga di capitali, per cui le banche dovranno decretare il blocco dei conti correnti, limitando i prelievi quotidiani, come successe in Argentina nel 2001.
Nell'articolo pubblicato nel suo blog sul New York Times, Krugman prevede i seguenti avvenimenti:
1. Uscita della Grecia dall'euro, molto probabilmente il prossimo mese.
2. Enormi prelievi da Banche Spagnole e Italiane, dato che chi ha i depositi tenta di spostare il loro denaro in Germania.
3a. Le banche potranno vietare di trasferire i depositi al di fuori del paese e limitare il prelievo di contanti.
3b. In alternativao forse parallelamente, un enorme prelievo alle riserve della BCE per impedire il collasso delle banche.
4a. La Germania ha una scelta: Accettare gli enormi crediti pubblici indiretti su Italia e Spagna, oltre a una drastica revisione della strategia - in sostanza, dare, alla Spagna in particolare, ogni speranza di cui si ha bisogno sia per garantire il debito in modo da mantenere bassi gli oneri finanziari chun più alto obiettivo di inflazione della zona euro per rendere possibile la regolazione del prezzo relativo; oppure
4b. Fine dell'euro.
Questo accadrà nel giro di qualche mese, non anni.

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UE: sempre più austerity e sempre meno ragione.

InGlass-Steagall La Commissione europea ha appena rilasciato le proprie previsioni per l’Italia che, guarda caso, prevedono la necessità di ulteriori interventi sul bilancio dello stato per poter raggiungere l’obiettivo del pareggio nel 2013.
Speriamo che nessuno si sorprenda.
Noi lo diciamo da tempo: i tagli e le tasse non funzionano; non si arriva al pareggio di bilancio attraverso l’austerità. Si peggiora solo la situazione perché la gente ha meno soldi da spendere, gli investimenti vengono meno. In breve, la politica del pareggio di bilancio porta dritto alla recessione, non deve sorprendere che poi peggiorino ancora i conti pubblici.
It’s not rocket science, come dicono gli americani, non dovrebbe essere difficile capirlo. Ma evidentemente i professori, i tecnici, e i politici che li scimmiottano, sono così inquadrati nella politica monetarista e liberista che non riescono a comprendere la realtà.
In loro difesa, sono decenni che sono stati abbandonati i principi dell’economia sana quindi si può capire che non ne hanno quasi gli strumenti, ma la vera domanda è un’altra.

i Ministri Passera e Fornero
L’esempio del Ministro Fornero (rimandiamo al link del post Fornero: il lavoratore paghi subito, ma la finanza non si tocca.) non promette bene. Nonostante le lacrime per le conseguenze dei tagli sulla gente, ha continuato sulla strada dell’austerità. Ha superato la sua reticenza umana, per andare avanti con le teorie liberiste senza remore.
Nel frattempo Monti sembra sempre più preoccupato. L’economia frena, i cittadini non ci credono più. Il gradimento del governo tecnico scende molto rapidamente e non è difficile capire che toccherà punti ancora più bassi dopo le prime scadenze dell’IMU.
Ora il professore comincia a parlare di investimenti, di come evitare l’ulteriore aumento dell’IVA.
Non ci prenda per fessi però, cercando di fare vedere che vuole stimolare l’economia mentre lui – e in modo spiccato il Ministro Passeracontinuano ad insistere che la “crescita” vera arriverà dalle liberalizzazioni, che creeranno competizione e dinamicità.
La realtà dimostra il contrario, che le riforme strutturali di questo tipo mirano semplicemente ad aprire nuovi settori dell’economia agli squali della finanza, colpevolizzando chi ha un reddito decente e non accetta il modulo della guerra tra poveri.
Tra BCE, FMI e i nuovi organismi ancora peggiori in discussione ora (l’ESM per esempio) si continua a dare soldi praticamente gratis alle banche per fare guadagni facili con la speculazione in derivati e in titoli di stato, senza mai intervenire nell’economia reale.
Non funziona, e pure i dati ufficiali lo dimostrano.
Se vogliamo cambiare direzione prima che sia troppo tardi, occorrono le vere riforme: separazione bancaria e credito produttivo.
Vi invitiamo a usare per Twitter gli hashtag #separazionebancaria, #nobigbanks.
Teniamo sempre dritta la barra: “Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza”.
Dateci mano a diffondere la campagna di raccolta firme per Glass-Steagall: http://www.firmiamo.it/nobigbanks



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lunedì 20 febbraio 2012

Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza





 Salviamo la Gente

 Riformiamo la finanza



Obiettivo firme: 639/10000
Salviamo la Gente, Riformiamo la finanza.
Separiamo le banche d’affari dalle banche commerciali invece di finanziare i salvataggi bancari.
Fino agli anni Novanta c’era un muro che separava le banche di investimento e le tradizionali banche commerciali che erogano credito, era vietato l’uso dei depositi per fini speculativi.
Poi hanno abbattuto i muri, UNENDO LE VARIE FUNZIONI FINANZIARIE E RENDENDO TUTTI NOI SCHIAVI DI UN SISTEMA BASATO SULLA BISCA MONDIALE DEI DERIVATI e sui titoli cosiddetti “tossici” che hanno in gran parte determinato l’esplosione dell’attuale crisi finanziaria.
LA GENTE NORMALE NON PUO' PIU' PAGARE PER LA SPECULAZIONE DELLA GRANDE FINANZA.
DOBBIAMO PROTEGGERE LE FAMIGLIE, LE IMPRESE, L'ECONOMIA REALE.
Chi sostiene Glass-Steagall.
Questa la lista di alcune personalità che sostengono il ritorno alla separazione bancaria.
OWS – il movimento Occupy Wall Street; Luciano Gallino; Guido Rossi; il Pontificio Consiglio Justitia et Pax del Vaticano; Giulio Tremonti; Carlo Azeglio Ciampi; Giulio Sapelli; Marco Onado; Franco Bernabè; Paolo Andrea Colombo, presidente dell’Enel; Robert Reich; il regista Michael Moore, Sigmar Gabriel presidente del partito socialdemocratico Spd in Germania; Francois Hollande, politico in corsa per l’Eliseo in Francia; Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti; Timothy Garton Ash; Arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, Chiesa Anglicana; Massimo Mucchetti, giornalista.
Dai il tuo sostegno alla campagna di NOBIGBANKS ed al Disegno di Legge presentato al Senato per la separazione bancaria, clicca qui per leggerlo.
Aderisci alla campagna
Ci metto la faccia e firmo!
Scrivici due frasi sul perché sei d'accordo e inviaci una tua foto, che pubblicheremo col tuo consenso.
Oppure se riesci, inviaci un breve video di 2/3 minuti in cui ci motivi perché sostieni NOBIGBANKS e racconti i tuoi problemi con le banche.

 http://www.firmiamo.it/nobigbanks

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lunedì 13 febbraio 2012

- LAVORO -: gov. monti, la grecia e l'art. 18




la mancanza di misure adeguate contro la finanza speculativa, cioè la causa principale della crisi economica mondiale hanno in pratica lasciato inalterata la crisi

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una seria politica di sviluppo economico e industriale è l'unica soluzione non solo per la grecia ma anche per gli stati membri europei in difficoltà. fino a quando l'europa e gli USA non faranno un programma unico per contrastare la speculazione finanziaria le soluzioni finora adottate saranno del tutto inadeguate


- LAVORO -: gov. monti, la grecia e l'art. 18: la mancanza di misure adeguate contro la finanza speculativa, cioè la causa principale della crisi economica mondiale h...

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giovedì 5 gennaio 2012

Gomorra delle Dolomiti , Cortina d'Ampezzo


Gomorra delle Dolomiti

Cortina d'Ampezzo


 Tutti abbiamo pensato che fosse un esorcismo e invece il diavolo a Cortina c’è per davvero. Al punto che ora si può anche ridere a crepapelle  davanti a quel battaglione di suv guidati da nullatenenti, e sono maschere comiche le finte precarie con le pellicce, il colbacco, gli zigomi puntellati  e i labbroni di botulino. L’agenzia delle entrate ha insomma scoperto che Cortina  è la sola città  del mondo dove i disoccupati hanno tutti la carta oro dell’American express.
E’ stato infatti accertato che a Cortina i ristoratori dichiarano sino a trecento volte meno di quel che realmente incassano, i commercianti di beni di lusso quattrocento volte meno, i baristi il 40 per cento in meno, e i proprietari di suv, denunziando  un massimo di trentamila euro l’anno, non guadagnano abbastanza soldi per comprare l’auto che possiedono e non si possono permettere neppure di fare il pieno.
E se si leggono i verbali dell’ agenzia delle entrate si apprende che questi ‘tartassati di Cortina’ somigliano ai leggendari lestofanti del contrabbando dei tempi d’oro. Tutti come don Masino Spadaro che sostituiva l’acqua benedetta  dentro le statuine della Madonna di Lourdes con il cognac e beccato alla frontiera esclamava: "mih, miracolo fu!"
Purtroppo però c’è poco da ridere ed è  anche meglio trattenere l’indignazione. E’ soprattutto in questi momenti che bisogna ragionare. Cortina come metafora, direbbe Sciascia, ci aiuta a capire infatti il nostro vero problema: in Italia sono i furbi a fare classe dirigente e non importa che si tratti di capitani di industria o di leader politici, di protagonisti della vita sociale o di anonimi commercianti o ancora di direttori generali o sconosciuti ricchi di vario genere. Da Cortina arriva la conferma di tutti i pregiudizi sull’Italia che non riesce ad essere moderna perché è il Paese dell’illegalità diffusa, il Paese dove è sempre vero che a pensar male ci si azzecca sempre.
Questa retata tributaria infatti non è stata quel peccato di polizia politica che molti avevano denunziato e, tra loro, improvvidamente anche  il comandante della Finanza di Belluno. Certo, è vero che lo Stato e questo governo rischiano di trasformare la pressione fiscale  in oppressione fiscale e di interpretare il ruolo odioso  del cerbero, del minosse, del catone, del fustigatore e del secondino. Ma si rimane di sasso scoprendo che a Cortina  si concentra davvero l’Italia che non paga dazio, l’Italia senza il biglietto che mai farà patto con lo Stato, mai prenderà da sé la decisione  di onorare le tasse almeno in tempo di crisi, che sarebbe al tempo stesso una confessione e un perdono, un amen, un ite missa est con una previsione di introito per lo Stato alla voce “recupero evasione”.
Attenzione: questa di Cortina non è l’Italia dei consumatori distratti che vanno sempre di corsa dal bar all’ufficio, dal panettiere all’ ortolano e trattano gli scontrini fiscali come coriandoli di cartuzze  che finiscono nei taschini e nei portafogli, biglietti di carta che somigliamo a un vestito di ferro. Né questa di Cortina è l’Italia che si arrangia e arrotonda con la piccola illegalità, non i vecchietti in nero, i sopravvissuti del boom economico che si davano da fare in tutti i modi e mai si fidavano dello Stato che era ancora quello dell’otto settembre, del privilegio sbracato e dell’ingiustizia di classe, non i piccoli esercenti e gli ambulanti del Sud, i meccanici, i venditori senza licenza con la casetta abusiva e sanata.
A Cortina c’è invece l’Italia ricca che sempre ‘fotte’ il prossimo. In una sola boutique di lusso hanno trovato merce  del valore di 1,6 milioni di euro senza alcun documento fiscale. Come si vede siamo ben oltre l’ illegalità dei mercati ambulanti di Bari e di Palermo.
Così è dunque ridotta la città del prestigio sociale e dell’incanto di natura, la città delle leggendarie feste esclusive e delle lunghe passeggiate d’autore, la città dove lo scià di Persia veniva fotografato in tenuta da sci e dove si rifugiava Gianni Agnelli, la città che fu scuola di accoglienza e di cultura alberghiera, la città delle nostre consuetudini cosmopolite.
Oggi Cortina è degradata a negozio dei negozi, passerella degli orrori, avamposto del generone romano e del peggiore brambillismo di Milano, il cafonal da rotocalco che si autocelebra nella compiaciuta volgarità del sito Dagospia, l’Italia che evade le tasse ed è orgogliosa di evaderle anche perché esiste una scuola di economisti e di pensatori vari che difende questa sua evasione come frontiera di libertà: l’individuo contro lo Stato, l’anarcoliberismo, il turbocapitalismo…
E speriamo che  adesso ci ragionino le persone per bene d’Italia su questa Cortina che è ormai più torbida della Valle dei Templi. Certo, nessun riccastro penserà mai di realizzare sulle Dolomiti una casa abusiva come ad Agrigento farebbero anche nel tempio di Giunone.
Ma Cortina è peggio. Quella è un’Italia povera che  vive di espedienti, questa è la capitale dell’ evasione spavalda, della ricchezza miserabile perché ostentata e clandestina che rischia di legittimare l’eversione latente che c’è in ciascun italiano. Cortina come cuore della dissoluzione di classe, il paradiso degli evasori, la Gomorra delle Dolomiti che giustifica tutte le altre Gomorra d’Italia, le altre Cortina d’Italia.
Pensate all’illegalità diffusa di Napoli e a quella di Cortina: Napoli è, Cortina è diventata. Napoli è l’ex capitale marginale e Cortina è la nuova capitale della truffa d’alto bordo. Napoli sta ai margini per sventura e Cortina per ventura, per scelta: stare ai margini nel senso di non farsi beccare, fuori dall’occhio.  Solo adesso si capisce  il fiasco di ‘Vacanze di Natale a Cortina’: la realtà dell’ ultima vetrina d’Italia è molto più comica e al tempo stesso più volgare di qualsiasi film dei  fratelli Vanzina. Cortina è il cinepanettone andato a male.
(dal blog di Francesco Merlo)

 ANKE:
http://cipiri.blogspot.com/2011/12/cortina-paga-la-sorella-di-alemanno-con.html


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mercoledì 2 marzo 2011

attenti a SMANTELLARE gheddafi



attenti a SMANTELLARE La rete globale del Colonnello, LA FINANZA DI MEZZO MONDO finirebbe a gambe all’aria - NON SOLO UNICREDIT, FINMECCANICA, JUVENTUS: Investimenti LIBICI per oltre 100 miliardi in più di 60 società estere, immobili e fondi - è LONDRA la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli - CONGELANDO LE partecipazioni libiche Le conseguenze economico-finanziarie potrebbero avere una portata molto più ampia del caro-greggio....


Da Sole 24 Ore

 

gheddafi Quando ieri il gruppo inglese Pearson ha congelato la quota del 3,27% in mano al fondo sovrano libico, i vertici della banca italiana Ubae devono avere sentito un brivido nella schiena. L'istituto, joint venture italo-libica, è infatti posseduto al 67,55% da Tripoli. E lo stesso brivido l'hanno sentito probabilmente in tanti: Tripoli, attraverso i suoi veicoli finanziari, è infatti presente come azionista in almeno 60 società internazionali. Non esiste una mappa completa delle partecipazioni libiche, né degli interessi economici, né dei depositi all'estero.


 

Gheddafi in fiamme Ma «Il Sole 24 Ore», consultando molteplici fonti, ne ha costruita una. Parziale, certo. Ma sufficiente per capire quanto la guerra civile in Libia e i congelamenti di fondi possano frenare o rendere più difficile l'operatività di società in tutto il mondo. Insomma: tutti guardano all'effetto-petrolio, ma le conseguenze economico-finanziarie della crisi libica potrebbero avere una portata molto più ampia.


 

gheddafi b df deddd a f ae dfd Il network
È incredibile come un paese, uscito dalle sanzioni internazionali solamente nel 2003, sia riuscito a conquistare il mondo così velocemente. Eppure a suon di petrodollari - attraverso i veicoli finanziari Lia, Lafico e Libyan African Investment Portfolio - Tripoli l'ha fatto: solo la Libyan Investment Authority ha un patrimonio di 69 (c'è chi stima 100) miliardi di dollari in gran parte investito all'estero. Insieme alla Lafico e alla Banca centrale, Tripoli è azionista di almeno 60 società: dalle italiane UniCredit, Juventus, Retelit e Finmeccanica (in passato anche Fiat), a società inglesi, olandesi, irlandesi, africane. Negli Stati Uniti Tripoli non ha grandi partecipazioni, ma - secondo le recenti rivelazioni di Wikileaks - ha 32 miliardi di dollari di liquidità depositata (e ora congelata) nei conti delle banche Usa.

 

Unicredit piazza Cordusio Ci sono poi tutte le operazioni immobiliari, soprattutto a Londra: è per esempio libico il centro commerciale Portman House a Oxford Street. La capitale inglese, più che terreno di speculazione immobiliare, è però la vera e propria succursale finanziaria di Tripoli: a Londra Gheddafi ha per esempio posizionato i suoi due fondi, FM Capital Partners e Dalia Advisory. E in tanti sostengono che proprio da Londra si muovessero i sui investimenti. C'è poi l'Africa. Nel 2008 gli investimenti libici nel continente nero avevano già raggiunto 30 diversi stati, con cifre non elevate - 1,5 miliardi di dollari - ma rilevanti.
Non solo. Ci sono anche tutti gli investimenti esteri in Libia: secondo l'Unctad ammontavano nel 2009 a 15,5 miliardi di dollari. Sono noti i legami con l'Italia, rafforzati con l'accordo di cooperazione firmato il 30 agosto. Ma anche la Francia ha interessi rilevanti: si pensi, per esempio, che Bnp Paribas nel 2007 ha acquistato il 16% della banca locale Sahara, con l'obiettivo di salire fino al 51%.


 

Juventus Insomma: la Libia è un paese piccolo (un Pil da 73 miliardi di dollari nel 2010, investimenti diretti dall'estero di appena 15,5 miliardi di dollari e 6,5 milioni di popolazione), ma l'impatto mondiale di una crisi libica è potenzialmente molto più vasto a causa della ragnatela di partecipazioni e di interessi economici tessuta in pochi anni post-sanzioni dal Colonnello.


 

finmeccanicaL'impatto potenziale
Quale effetto la crisi libica possa produrre all'estero è chiaro nella corsa record del prezzo del petrolio. Ma, come detto, le implicazioni internazionali potrebbero essere ben maggiori. Per le società con i libici tra gli azionisti (incluse le italiane) si potrebbe creare un'impasse nei consigli di amministrazione: «Gli eventi a Tripoli potrebbero senza dubbio alterare gli equilibri nei cda delle società che hanno i libici tra gli azionisti rilevanti - osserva Alessandro Terzulli, economista della Sace -. Nel breve questo effetto si può tamponare, ma alla lunga può rallentare le decisioni».

 

libia Questo è il primo possibile effetto. Ma ce n'è uno più ampio: quello derivante dal contagio. Le turbolenze a Tripoli e nell'intero Nord Africa stanno rallentando gli investimenti di fondi sovrani molto più grandi, come quello di Abu Dhabi (600 miliardi di dollari di dotazione): veicoli finanziari pieni di soldi che, in passato, hanno salvato banche e società internazionali dalla crisi.


 

Proteste in Libia Il fatto che l'Arabia Saudita abbia deciso di spendere 37 miliardi di dollari per riforme interne, unito al fatto che Barhain, Libia, Oman e Kuwait abbiano aumentato le spese interne per una cifra pari al 4% del Pil, ha un significato ben preciso: gli investimenti sui mercati internazionali potrebbero presto diminuire.

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lunedì 15 marzo 2010

armi e finanza: mercato globale

armi e finanza: le connessioni di un mercato globale

Andrea Dalla Palma www.unimondo.org


Il 12 marzo a Milano si è parlato, nel corso della fiera «Fa' la cosa giusta», del rapporto per il 2009 sui legami tra il mondo finanziario e il mercato delle armi, realizzato dall’Osservatorio sul Commercio di Armi di Ires Toscana. Pubblichiamo una presentazione della ricerca tratta dal sito Unimondo.org, che da anni denuncia le «banche armate» e la vendita di armi italiane a paesi dove si violano i diritti umani

Nel corso dell’incontro su «Finanza e armi» che si è tenuto sabato scorso a Milano durante la fiera «Fa’ la cosa giusta!», il caporedattore di Unimondo, Giorgio Beretta, ha presentato un’anticipazione della sua ricerca sulle operazioni d’appoggio all’export di armamenti italiani svolte dalle banche nell’ultimo decennio. La ricerca è parte di un più ampio studio-pilota dal titolo provvisorio «Finanza e amarmenti: le connessioni di un mercato globale» realizzato dall’Osservatorio sul Commercio di Armi [Oscar] di Ires Toscana – Istituto di ricerche economiche e sociali – vincitore del bando di finanziamento della Fondazione culturale Responsabilità etica onlus per il 2009 che mostra le ampie connessioni tra mondo finanziario – e in particolar modo di banche e assicurazioni – e che è stato presentato dai ricercatori nel corso della medesima manifestazione.

Giorgio, cosa emerge dalla tua ricerca?
Tre sono i dati più significativi. Il primo è che le esportazioni di armamenti dell’Unione europea – e in particolare quelli italiani – non sono affatto marginali ma hanno ormai assunto un ruolo di primissimo piano nel contesto internazionale. I dati del Sipri, autorevole istituto di ricerca svedese, mostrano che nell’ultimo quinquennio il volume di esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’Unione europea ha ormai superato quella di Stati uniti e Russia. Per quanto riguarda l’Italia, il recentissimo rapporto dell’Ue sui trasferimenti internazionali di armamenti dei paesi membri mostra che, dopo la Francia, l’Italia ormai affianca la Germania e supera di gran lunga la Gran Bretagna in questo particolare commercio.

Il secondo rilevo?
E’ il fatto, poco conosciuto o meglio sarebbe dire spesso volutamente sottaciuto da governi e informazione ufficiale, che nell’ultimo decennio le esportazioni di armi italiane sono state prevalentemente dirette a paesi del Sud del mondo. E questo nonostante una legge, giudicata «restrittiva» dall’industria militare nazionale, come la 185/90 imponga il divieto di vendita di armi a paesi sotto embargo, responsabili di gravi violazioni di diritti umani e in conflitto interno o esterno. Prendiamo ad esempio i due principali destinatari di armi italiane degli ultimi anni: si tratta del Pakistan a cui è stato autorizzato tre anni fa l’acquisto dalla Mbda italiana di missili terra-aria, un affare da 415 milioni di euro, proprio nel bel mezzo di uno stato d’emergenza. E nel 2008 è stato dato il via libera alla maxi-commessa del ministero della Difesa turco di elicotteri militari dell’Agusta per oltre un miliardo di euro, anche in questo caso proprio nel bel mezzo dell’intervento militare turco nel Kurdistan iracheno e nonostante le proteste delle associazioni pacifiste preoccupate anche per le reiterate violazioni dei diritti umani dei governo di Ankara.

E in tutto questo qual è stato il ruolo delle banche?
Direi che si sono trovate strette in una duplice morsa. La prima, che ha fatto leva anche su una maggior attenzione dei consumatori, è rappresentata dalle campagne sociali per una maggior responsabilità sociale delle banche: mi riferisco in particolar modo alla Campagna di pressione alle «banche armate» che dal 2000 ha posto all’attenzione dei cittadini e degli istituti di credito proprio il tema specifico dei servizi forniti dalle banche all’industria militare per l’esportazione di armamenti. La seconda, molto meno trasparente e per diversi aspetti di tipico stampo lobbistico, è rappresentata dalle industria militare e in particolare dalle aziende che fanno capo a Finmeccanica, che non ha mancato di esercitare le sue pressioni sugli Istituti di credito.

A cosa ti riferisci in particolare?
A quanto scritto – nero su bianco – nell’ultima relazione d’esercizio dell’Aiad, la potente Federazione Aziende italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza che non ha avuto remore a stigmatizzare come «atteggiamento demagogico» la decisione delle banche di autoregolamentare la propria attività nel settore. Il testo va letto per intero perché mostra con chiarezza come agisce una lobby. Riporta infatti la Relazione dell’Aiad che nel 2008 «A tenere viva l’attenzione dell’Associazione è stato anche il problema delle Banche etiche che, professandosi ‘non armate’, hanno sospeso ogni transazione di esportazione, se pur già disciplinata nel rispetto della Legge 185/90. In maniera ricorrente l’Aiad ha rappresentato la propria preoccupazione per l’amplificarsi delle conseguenze derivanti alle imprese ed al riguardo sono state inoltrate sia a Confindustria che all’Abi diverse comunicazioni alle quali hanno fatto seguito molteplici incontri sia con i vertici dell’Abi che dei diversi Gruppi bancari nonché con il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi; numerosi anche gli interventi nell’ambito di seminari e convegni per porre in evidenza l’atteggiamento fondamentalmente demagogico proprio degli istituti bancari».

Le banche non avranno mancato di rispondere a queste, come chiamarle, «provocazioni»?
Purtroppo no e questo mi stupisce. A fronte di una dichiarazione evidentemente provocatoria come quella dei vertici dell’Aiad ci si sarebbe aspettati che l’Associazione bancaria italiana [Abi] in testa e le singole banche che in questi anni si sono dotate di codici di responsabilità per quanto riguarda il finanziamento e i servizi all’esportazione militare rivendicassero formalmente e con forza la propria indipendenza e l’autonomia delle proprie posizioni. Invece – ed è questo che mi preoccupa – non si è alzata alcuna voce, segno che le pressioni dell’industria militare sugli istituti di credito sono riuscite a mettere a tacere anche quei settori all’interno delle banche che hanno come compito quello di definire e promuovere la «responsabilità sociale d’impresa» della banca.

Tornando alla tua ricerca, quali sono i dati salienti?
La mia analisi mostra tre elementi rilevanti. Il primo è un dato quantitativo: nel periodo dal 2001 al 2008 più del 60 per cento delle operazioni di incassi per esportazioni di armamenti italiani sono state ripartite in maniera abbastanza uniforme da tre gruppi bancari: il gruppo Bnl-Bnp Paribas che ha assunto operazioni per oltre 2,3 miliardi di euro [cioè il 21,2 per cento del totale], il gruppo IntesaSanpaolo – che considerando anche le operazioni dell’acquisita Carispe – ne ha svolte per quasi 2,2 miliardi di euro [20,1 per cento] e il gruppo Capitalia-Unicredito [oggi UniCredit] che – soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma – ne ha assunte per oltre 2 miliardi di euro, cioè il 18,7 per cento. Va però rilevato che mentre la Bnl e il Bnp Paribas – che ormai sono uno stesso gruppo – mostrano negli ultimi anni valori in forte crescita, i gruppi IntesaSanpaolo e Unicredit presentano invece un chiaro ridimensionamento della loro operatività del settore.

Merito quindi delle nuove e recenti direttive delle due banche?
Non proprio. E questo è il secondo elemento e mi spiego. Mentre il gruppo IntesaSanPaolo già dal 2007 ha definito una policy che decreta «la sospensione della partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma, pur consentite dalla legge 185/90» e puntualmente ha pubblicato nel proprio bilancio sociale i dati aggregati delle operazioni assunte riguardanti l’esportazione di armamenti, non altrettanto si può dire per il gruppo Unicredit.
Dopo l’annuncio già nel dicembre del 2000 da parte di Unicredit di aver emanato direttive interne che disponevano – cito testualmente dal loro bilancio sociale 2001 [pg. 78] – «la sospensione, con decorrenza immediata, di ogni facoltà delegata per interventi creditizi in favore di aziende che si occupano di produzione e commercializzazione di armi e prodotti connessi» – un annuncio che ci aveva positivamente sorpreso e a cui avevano dato ampio rilievo anche importanti trasmissioni televisive come Report della Gabanelli – la banca Unicredit pur continuando a ribadire pubblicamente la propria posizione non ha mai riportato nel proprio bilancio sociale alcuna operazione relativa all’export di armi anche se ha continuato a svolgerle. E questo nonostante la loro «Carta di Integrità» li impegni a «mantenere la trasparenza nei confronti dei clienti garantendo sempre la tempestiva informazione sui prodotti e sui servizi offerti».

Rilievi non proprio confortanti per il principale istituto di credito italiano…
A cui ne va aggiunto un altro ancor più preoccupante. Senza darne troppa pubblicità già dal 2007 il gruppo Unicredit ha modificato la propria policy reintroducendo la possibilità di finanziare determinati settori dell’industria militare e non escludendo la fornitura di servizi bancari alle esportazioni di armamenti. Di fatto – come annuncia l’ultimo bilancio sociale – UniCredit sta rivedendo per la terza volta la propria politica in tema di difesa e armamenti e lo avrebbe fatto in dialogo con «un gruppo internazionale di Ong» di cui però non menziona il nome, forse per non lederne la riservatezza.

E la Bnl?
La Bnl ha emanato ormai dal 2003 un «Codice etico» che sostanzialmente limita le operazioni d’appoggio all’esportazione di materiali militari ai soli paesi della Nato e dell’Unione europea, proprio la controversa autorizzazione all’incasso dei 55 elicotteri militari venduti dalla Agusta alla Turchia per un valore di oltre 1 miliardo di euro fa capire che anche la limitazione dell’operatività a paesi considerati alleati espone le banche a non poche critiche soprattutto quando certe forniture militari si prestano ad un chiaro impiego di tipo repressivo. E come UniCredit, la Bnl non brilla certo per trasparenza. Nonostante l’ampia operatività nel settore propri bilanci sociali non ha mai fornito una sola cifra, ma solo percetuali e talvolta con giochi di parole poco edificanti.

A cosa ti riferisci?
Prendi ad esempio l’ultimo bilancio sociale. La Bnl a pg. 31 afferma che «Avendo come riferimento il market share del 18,2 per cento registrato nel 2002 [anno precedente alla emissione del Codice etico Bnl in materia], mentre nel 2007 si era registrato un significativo ridimensionamento della presenza della Banca in tale mercato con una diminuzione al 5,21 per cento, nel 2008 – esclusivamente a seguito di un operazione di ampia portata con un primario Gruppo nazionale verso un paese Nato, rientrante dunque nei canoni del Codice etico Bnl – la quota percentuale e salita al 33,87 per cento». E segue questa affermazione che è di una logica disarmante: «Senza questa operazione la quota Bnl sarebbe pari al 6,21 per cento, sostanzialmente in linea con i valori espressi negli anni passati». Che è come dire: «Se non peccassi, sarei un santo».

Insomma uno scenario non proprio incoraggiante…
Direi di più. Reso ancor più fosco e preoccupante dal fatto che da due anni la presidenza del Consiglio ha deciso di non pubblicare la sezione della relazione annuale [richiesta dalla Legge 185/90] che riportava le singole operazioni autorizzate e svolte dagli istituti di credito, sottraendo cosi la possibilità di verifica dell’attività delle banche. Un fatto ripetutamente denunciato dalla Campagna di pressione alle «banche armate» anche con lettere ufficiali indirizzate alla presidenza del Consiglio e ai ministeri competenti, che però non hanno mai avuto risposta. E, nonostante l’informazione ufficiale della relazione sia vitale anche per gli istituti di credito per certificare l’effettiva attuazione delle loro direttive, non mi risulta che le banche abbiano inoltrato alcuna protesta per denunciare questa manipolazione. Insomma c’è davvero ancora molto da fare se le banche vogliono impegnarsi con coerenza e piena trasparenza in questo settore.

A quando la pubblicazione del volume di Oscar?
Sarà pronto e fresco di stampa per la prossima fiera sociale Terra Futura, che si terrà a Firenze dal 28 al 30 maggio.

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