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martedì 6 ottobre 2015

Tutta Colpa del Sindaco di Roma, Ignazio Marino



Che Roma viva una fase di enormi difficoltà non è un mistero per nessuno. Altra cosa è però cercare di capire e spiegare perchè ormai da mesi, il sindaco di Roma, eletto con oltre il 60% dei consensi dei romani, sia l’uomo più attaccato dai partiti (tutti), dalle lobby che per 40 anni si sono divorate la
Capitale, dalla stampa (renziana e non), e dal potere che nessuno aveva osato mettere in discussione
finora: il Vaticano. Eppure non poco – ma non quanto basta – è stato fatto per pulire Roma da degrado e malaffare. I risultati non sono ancora visibili: Roma è tuttora sporca e il trasporto pubblico, con l’eccezione della nuova metro C, versa in condizioni più o meno disastrose. Ma è davvero tutta colpa di Ignazio Marino? E perché i suoi maggiori detrattori sono all’interno del suo Partito Democratico? Chi vuole la testa di un sindaco forse colpevole di non essere sufficientemente renziano, troppo a sinistra per chi sogna, alla guida di Roma, magari un esponente del futuro Partito della Nazione? Cerchiamo di capirlo ripercorrendo le fasi e le problematiche che attraversano e tormentano la Città Eterna.

INCIVILTÀ ROMANA
Sia chiaro: se Roma è sporca non è solo colpa di Ama, la municipalizzata che (mal) gestisce la raccolta dei rifiuti. È colpa anche dei tanti cittadini e turisti a cui nulla importa di tenere pulita la città e che gettano ovunque i propri rifiuti. Stesso discorso vale per chi parcheggia sulle strisce pedonali o sui marciapiedi, per chi blocca con la propria auto i passaggi dei disabili, per chi scavalca i tornelli per non obliterare il biglietto, per il conducente di autobus che insulta e minaccia un giornalista che fa il suo lavoro. La puntata dello scorso lunedì di Piazza Pulita su La7 è stato il più duro schiaffo che potesse essere dato ai romani, messi di fronte ai fallimenti di una città al collasso. Un ritratto avvilente di una Capitale – o di una sua parte importante – che che ha fatto dell’illegalità, del malcostume, della violenza – il proprio tratto distintivo.

10 IMPORTANTI DISCONTINUITÀ DELL’AMMINISTRAZIONE MARINO
Partiamo da Malagrotta: la mostruosa discarica è stata chiusa. Lo smaltimento dei rifiuti è passato dai privati – che per anni hanno lucrato su un sistema che ha macinato milioni di euro – al Comune. Ed è stata indetta la prima gara d’appalto pubblica. Inoltre, è raddoppiata la raccolta differenziata. Roma oggi è ancora sporca, ma i risultati promettono dal Comune si vedranno nei prossimi mesi. Vedremo.
Ignazio Marino ha avuto la folle di idea di contrastare il potere della famiglia Tredicine, quella che
gestisce i terribili camion bar che il sindaco ha fatto sgomberare dal Colosseo. Marino ha anche fatto
saltare la Festa di Piazza Navona gestita per decine di anni dai soliti noti del racket ambulante romano.

Una rivoluzione sul tema ambulanti.
Sono arrivate le prime ruspe sul lungomare di Ostia: uno schiaffo alle famiglie che per anni hanno
gestito la cementificazione del litorale romano. E per l’estate 2016 Alfonso Sabella, delegato al
Municipio lidense, promette grandi rivoluzioni. Sono stati pedonalizzati i Fori Imperiali e il Tridente dove sono aumentati del 50% gli introiti dei negozi.
Ignazio Marino ha aperto il libro nero dei vergognosi affitti degli alloggi comunali, in cui vivevano intere famiglie pagando solo poche decine euro al mese in pieno centro. Saranno messi in vendita ben 600 appartamenti.
Marino è certamente visto come il fumo negli occhi dai protagonosti di Mafia Capitale. Gli interessi di personaggi un tempo di casa nelle aule del Campidoglio sono crollati. Ne è dimostrazione il fatto che sia stata imposta al sindaco la scorta, nonostante le sue resistenze. Sono lontani i tempi in cui girava in bicicletta.
Per chi lavora in metro, è stato introdotto il badge da timbrare. Ora la metropolitana funziona peggio
perché i dipendenti si ribellano a questa svolta. Su Atac – la municipalizzata del trasporto urbano – il
problema resta enorme: nonostante il licenziamento di molti dirigenti e un nuovo management credibile resta un servizio scandaloso per la sua mediocrità.
L’ultimo, non certo in ordine di importanza, tra i nemici di Ignazio Marino è colui che nessuno aveva osato sfidare: il Vaticano. Da politico si è battuto a favore del referendum sulla procreazione
medicalmente assistita eterologa e da sindaco ha approvato un atto importante promessso in campagna elettorale: il registro per le Unioni Civili. A giugno, Marino ha patrocinato e partecipato, in prima fila, al gay pride romano. Una scelta che ha provocato aspri scontri con Angelino Alfano, Ministro dell’Interno di un governo (Renzi) che – come tutti quelli che lo hanno preceduto – non ha fatto nulla in tema di riconoscimento della dignità delle coppie gay.

IL GOVERNO RENZI HA ABBANDONATO ROMA
Non è un mistero per nessuno: la sicurezza delle nostre città è solo in parte competenza dei sindaci.
Spetta al governo centrale attraverso il lavoro dei prefetti e delle forze di sicurezza gestite dal Ministro degli Interni. Ma allora perché nei giorni dello scandalo dei funerali al boss Casamonica, tutti si sono lanciati contro il sindaco che non era, tra l’altro, a Roma, ma in vacanza come la gran parte dei cittadini romani ad agosto? Perché nessuno ha accusato il prefetto Gabrielli – che ha poi ammesso le proprie responsabilità? Ma soprattutto perchè nè Matteo Renzi nè il suo ministro degli Interni Angelino Alfano si sono esposti come avrebbero dovuto davanti ad uno scandalo che non era affatto solo romano, ma innanzitutto italiano? Non è un segreto per nessuno il fatto che ci siano zone di Roma – come il quartiere Arco di Travertino abitato dalle famiglie Casamonica – in cui nè le forze dell’ordine nè i giornalisti possono entrare. Quartieri che lo stato centrale ha apertamente deciso di appaltare alle mafie. Perchè un giornalista non può avere la libertà di entrare senza essere cacciato con pietre e minacce di morte, come è avvenuto al cronista di Piazza Pulita? Dove sono le istituzioni che dovrebbero combatterle le mafie, e non fiancheggiarle?


Renzi prosegue nella sua strategia di ri-costruzione del consenso: presenzia quasi ogni settimana agli
eventi di Expo, tra vip e ostentata mondanità, evitando in ogni modo che il suo volto possa essere
associato all’Italia che non funziona. Così, preferisce volare a New York per seguire la finale Pennetta-Vinci, dando forfait all’ultimo minuto alla Fiera del Levante. Forse per non affrontare la contestazione dei sindaci del Salento in guerra con il Governo per la Tap? Stesso discorso per Roma: Renzi non ha mai apertamente affrontato il tema Mafia Capitale, limitandosi a dire: “Marino dimostri di saper governare”.
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GLI APPELLI (POCHI) IN SOSTEGNO DEL SINDACO
In una città per troppi anni governata dai salotti dell’alta borghesia mondana e ultra cafonal, forse non è un male che i cosiddetti intellettuali tacciano. Sono pochi, ma non possono rimanere inascoltati gli
appelli in sostegno del sindaco. “Salvate il soldato Marino. O per lo meno non sparategli alle spalle, se potete”. Suonava così l’appello che numerose personalità della cultura hanno rivolto nelle scorse
settiamne al presidente del consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi. A sottoscriverlo c’erano Furio
Colombo, Tana de Zulueta, Gustavo Zagrebelsky. Perché? “Perché tra noi firmatari, persone che
ragionano dall’esterno, fuori dalla politica romana, si è diffusa una notevole preoccupazione vedendo il gioco al massacro che si è aperto dopo Mafia Capitale”.
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LA STAMPA ALL’ATTACCO, CON I RENZIANI IN PRIMA FILA. PERCHE?
Sorprende, ma forse neanche troppo, che al tiro al piccione Marino siano stati e siano tuttora in prima fila numerosi giornalisti, commentatori o interi gruppi editoriali. In primis, i filo renziani del gruppo
l’Espresso. E poi ci sono le star o psudo tali del piccolo schermo. Maurizio Crozza non perde occasione di ironizzare sul sindaco Marino, deriso e descritto come un incopetente marziano di passaggio a Roma, sempre in vacanza. Nessuna gag, stranamente, però è stata riservata al ben più grave volo di stato di


Non è da meno la renzianissima Repubblica. Dopo che l’amministrazione capitolina ha deciso di
pubblicare tutte le spese del sindaco, l’operazione “verità” ha rischiato di trasformarsi in un vero
boomerang. O questo ha cercato di fare un articolo pubblicato sul quotidiano fondato da Eugenio
Scalfari: spese di ordinaria rappresentanza sono state descritte come scandalose ed esagerate, le auto
a noleggio sono diventate “limousine” e cene da 40 euro sono state descritte come lussuose. Il risultato – sorprendente – è stato leggere centinaia di commenti di sostegno al sindaco e di critica verso la

Repubblica.
Ha fatto discutere l’inaspettata difesa di Marino da parte del fondatore del celebre blog Roma fa schifo Massimiliano Tonelli che sui costi di rappresentanza ha detto: “Il sindaco sta spendendo una media di 1800 euro al mese ed è poco. Fa pochi viaggi, poche cene, spende poco per la rappresentanza e il sindaco della Capitale non può permettersi questo. Ha pochi rapporti, deve curare di più le relazioni.

Non mi sta bene che il sindaco viaggi in seconda per risparmiare 40 euro. Deve viaggiare in prima per poter fare incontri di un certo livello”.

Quanto ai tentaivi di certa stampa di denigrare Ignazio Marino attraverso polemiche fondate sul nulla, l’elenco è ormai lungo. La prima era stata la ormai celebre storia della Panda rossa: un episodio
surreale poi rivelatasi infondato che doveva servire ad elininare un sindaco a pochi mesi dall’esplosione del caso di Mafia Capitale. L’ultima macchina del fango è stata costruita in occasione del viaggio del sindaco Marino a Filadelfia nei giorni in cui il papa era in America. È bastata una domanda rivolta a papa Francesco – che conteneva una chiara menzogna – per avviare una nuova ondata di veleni e fango. “Il sindaco Marino … ha dichiarato … che è stato invitato da lei”. La domanda è stata posta dal giornalista di SkyTG24, Stefano Maria Paci e conteneva una affermazione che Marino non ha mai espresso. Parole poi smentite dalla lettera, pubblicata due giorni fa, contenente l’invito ufficiale dell’arcivescovo di Filadelfia, Charles Chaput, datata 29 luglio.
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lunedì 30 marzo 2015

Se l’ISIS ESISTE è Colpa Nostra




Quello che si sa sulla presenza dell’ISIS in Medio Oriente è ben comunicato dalla mappa seguente

Se l’ISIS ESISTE è Colpa Nostra

La cellula terroristica ISIS ha il suo centro strategico in Iraq, ma anche la Siria sembrerebbe essere coinvolta; vediamo una mappa aggiornata a poche settimane fa sull’effettiva presenza dell’ISIS in Medio Oriente

E a Prodi”scappa”la verità!”,non si doveva uccidere Gheddafi”

L’ISIS avanza in Libia,in un paese indebolito dopo la morte di Gheddafi e ora minaccia l’Italia.
Prodi:”E’ colpa nostra”. Ma perchè lo uccisero? Ecco la verità

L’Isis avanza, si sta prendendo la Libia. L’Italia ora è a portata di missile ed è entrata ufficialmente nella lista di Paesi nemici dello Stato islamico, tanto che Paolo Gentiloni è stato definito ministro “dell’Italia crociata”. L’allarme è rosso, dunque. Ci si trova davanti a una catastrofe.

L’ISIS oggi avanza liberamente in Libia sfruttando la situazione di caos totale che vige nel paese da quando l’Occidente ha ammazzato Gheddafi.

La Crociata anti-Gheddafi fu iniziata dalla Francia e appoggiata attivamente da Gran Bretagna, Italia (per mano dell’allora Premier Silvio Berlusconi), Canada e altri paesi. Ufficialmente, e solo ufficialmente, l’intervento militare aveva lo scopo di tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli.

In realtà invece dietro alla guerra-lampo promossa dall’Occidente c’erano ben altri motivi. Ovviamente economici.

Ma di quali interessi economici stiamo parlando? Per saperlo, basta guardare questo video:

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Le verità taciute su Gheddafi e la Libia - L'Imperialismo Occidentale senza freni

E oggi a Prodi,intervistato da Il Fatto Quotidiano, è scappata la verità: ”Si tratta di un errore nostro. Delle potenze occidentali. La guerra in Libia del 2011 fu voluta dai francesi per scopi che non lo so… certamente accanto al desiderio di ristabilire i diritti umani c’erano anche interessi economici, diciamo così,e l’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi.“.

Prosegue poi:”La Libia è dietro l’angolo. È un Paese ridotto a essere senza alcuna disciplina, senza controllo, senza alcuna forma di statualità, dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa”
Parole pesantissime,che scaricano la colpa sul suo acerrimo nemico,Silvio Berlusconi,accusato di aver partecipato ad una guerra che ha spianato la strada all’ISIS verso i suoi obiettivi più importanti:conquistare Roma,eliminare i cristiani che si oppongono e mettere l’Italia sotto il califfato islamico.

L'ex premier torna sul conflitto del 2011: "Dopo Gheddafi bisognava mettere tutti attorno a un tavolo, invece ognuno ha pensato di poter giocare il proprio ruolo. C'erano interessi economici. Ora occorre far sì che tutti gli interlocutori si confrontino e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale"

L’Italia?
L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi.

Credo che , Silvio Berlusconi, sia d’accordo con lei su questo punto.
Ma sta scherzando? Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra.

Eppure Berlusconi si professava grande amico del leader libico…
Il presidente del Consiglio in carica era Silvio Berlusconi. Adesso la Libia è caduta nell’anarchia e nel caos più assoluti. La situazione è davvero di una gravità eccezionale, non possiamo fare finta che le nostre azioni non abbiano inciso nel produrre tutto questo.

Ravvisa un pericolo di sicurezza per l’Italia?
La Libia è dietro l’angolo. È un Paese ridotto a essere senza alcuna disciplina, senza controllo, senza alcuna forma di statualità, dove i commercianti di uomini imperversano buttando a mare i disperati che sognano una vita migliore in Europa.

Teme che i terroristi possano arrivare anche sui barconi, come ha detto qualcuno?
I terroristi sono organizzati, altro che barconi.

Ritorno alla prima domanda. Le cancellerie occidentali cosa dovrebbero fare in questo momento secondo lei?
Occorre senza dubbio uno sforza per produrre un minimo risultato nel tentativo di fare sedere tutti gli interlocutori al tavolo e impegnare in un lavoro comune Egitto e Algeria. Non c’è altra via che non produca una situazione ancora più catastrofica di quella attuale.

Pensa che anche gli uomini incappucciati dell’Isis debbano essere fatti sedere al tavolo dei negoziati?
A questa domanda non posso dare una risposta perché è relativa a un presente di cui non voglio parlare.

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martedì 11 marzo 2014

Baby squillo : preti del Vaticano e politici fra i clienti


Baby squillo, preti del Vaticano e politici fra i clienti.
Anche preti e politici coinvolti nel caso delle baby squillo dei Parioli. Lo riporta il quotidiano Il Tempo secondo il quale, grazie alle analisi dei cellulari delle due minorenni, è stato possibile risalire a molti clienti che avevano incontrato o almeno contattato una delle due ragazzine.

Dai tabulati emergono numeri telefonici provenienti dal Vaticano e dai palazzi della politica romana. Una fonte investigativa avrebbe rivelato al giornale romano "stiamo indagando anche su preti e politici che sarebbero coinvolti nel caso".

LEGGI ANCHE :  http://cipiri8.blogspot.it/2013/11/baby-squillo-colpa-di-berlusconi.html


C’è anche Mauro Floriani, marito dell’onorevole Alessandra Mussolini, tra i venti clienti delle baby squillo dei Parioli indagati a Roma. L’uomo, ex capitano della Guardia di finanza, come scrive Repubblica, si è presentato spontaneamente dai magistrati: c’era anche il suo numero tra quelli intercettati per ricostruire i movimenti delle due ragazzine minorenni. L’accusa per i venti indagati è di prostituzione minorile: secondo i pm, tutti erano a conoscenza dell’età delle due prostitute.
“A che ora ci vediamo domani?”. Questo chiedeva Mauro Floriani - marito della senatrice Alessandra Mussolini indagato nell’inchiesta sulle baby prostitute di Roma - al telefono ad una delle due ragazzine che si prostituivano nell’appartamento dei Parioli. La frase, intercettata, è allegata ad una delle ordinanze di custodia cautelare per Mirko Ieni, ora ai domiciliari per sfruttamento della prostituzione, cessione di stupefacenti e interferenza illecita nella vita privata per la questione dei rapporti sessuali filmati.

La frase è estrapolata da una conversazione telefonica con una delle due ragazzine e, per gli investigatori, costituisce una delle prove che Floriani fosse un cliente abituale di almeno una delle due minorenni. In alcune conversazioni intercettate in più occasioni l’ex finanziere prende appuntamento con la ragazzina, si accorda sugli orari e luoghi dell’incontro. In altre conversazioni intercettate parlerebbe anche con gli sfruttatori delle ragazzine. Secondo la Procura sono “incontrovertibili” gli elementi a carico di Floriani, attualmente dirigente di Trenitalia. Per lui, come per gli altri venti clienti indagati, è scattata l’accusa di prostituzione minorile. Intercettazioni telefoniche, ricognizioni fotografiche e tabulati sono agli atti dell’indagine.

Floriani, attualmente ai vertici delle Ferrovie dello Stato, ha lasciato le fiamme gialle nel 1996. Quando ancora era capitano della Finanza, ha lavorato nell’inchiesta sulla maxi tangente Enimont con Antonino Di Pietro. Sposato con la senatrice di Forza Italia, è padre di tre figli. L’uomo nelle scorse ore è andato dai magistrati per segnalare che il suo numero avrebbe potuto comparire nei tabulati delle chiamate delle baby prostitute, ma ha negato di aver avuto rapporti con le donne. Il suo nome però era già stato iscritto nel registro degli indagati. L’inchiesta è quella che a fine ottobre scorso ha portato all’arresto di 5 persone accusate di aver indotto due ragazze di 14 e 15 anni a prostituirsi nel quartiere Parioli di Roma. Tra loro c’era anche la madre di una delle due minorenni. Nelle telefonate messe agli atti, la mamma chiede alla figlia di cercare di organizzarsi tra prostituzione e compiti a casa: “Sto a corto”, dice, “dobbiamo recuperà”.

2004 - Alessandra Mussolini: allora in Alternativa Sociale approva la proposta del Governo francese di procedere alla castrazione chimica per pedofili e molestatori: “Condivido e ritengo che l’Italia debba adottare la stessa misura unitamente alla Francia. E’ il minimo e rappresenta un atto dovuto nei confronti delle famiglie che hanno subito umiliazioni e violenze”.

CHISSA' COSA NE PENSA ADESSO DI SUO MARITO ???

"Cosa posso dire? Sono distrutta". Alessandra Mussolini risponde così al telefono al Messaggero a chi le chiede come si sente. E piange. Lei, sempre in prima fila per difendere le donne e contrastare la pedofilia. Vittima anche lei del marito, Mauro Floriani, accusato di prostituzione minorile nell'inchiesta sulle baby squillo romane. Da più di una settimana lui ha dovuto fare i bagagli, e ha preso un appartamento non molto lontano da quello della famiglia.

SCUSATE MA NON CAPISCO
LA MUSSOLINI DIFENDE BERLUSCONI PEDOFILO
 E VOTA A FAVORE DELLA NIPOTE DI MUBARAK
POI CACCIA DI CASA IL MARITO
PEDOFILO ???

Floriani rischia grosso dopo la Convenzione di Lanzarote, ratificata in Italia nel 2012, sulla protezione dei minori contro lo sfruttamento e l'abuso sessuale. Nel caso in cui le contestazioni nei suoi confronti venissero definitivamente accertate dai magistrati potrebbe passare fino a 4 anni in carcere.

L'uomo, indagato per prostituzione minorile, potrebbe uscire indenne dal processo grazie a un emendamento che proprio Alessandra Mussolini riuscì a introdurre nella legge che portava sì la condanna a quattro anni di carcere in caso di rapporti sessuali con minori, ma soltanto nel caso che l’adulto fosse a conoscenza della reale età della vittima, consenziente o no che fosse. Lui ha dichiarato che credeva che la ragazzina avesse 19 anni.

Chi, secondo le due ragazzine, non si faceva remore a sfruttarle era Mirko Ieni, figura chiave nell'inchiesta. "Lui ci ha pressato e condizionato: ci trattava un po' come delle macchine". Secondo le ragazzine "per lui dovevamo esserci sempre, tutti i giorni, non voleva perdere i soldi, ovviamente". Insomma, eravamo il suo stipendio. 

Tra i clienti c'è anche il figlio di un parlamentare del Centrodestra (che sarà interrogato nei prossimi giorni), il vicecapo del Dipartimento Informatica di Bankitalia Andrea Cividini, alcuni funzionari della Fao e un manager della società di revisione "Ernst & Young". Per arrivare a questi nomi i carabinieri hanno incrociato i tabulati telefonici delle due prostitute, intercettando le conversazioni ed effettuando pedinamenti.


leggi tutto su Alessandra Mussolini : 
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Sesso, le donne raggiungono l'orgasmo quando ?

In quale situazione una donna raggiunge più facilmente l'orgasmo? La questione potrebbe interessare soprattutto gli uomini, solitamente preoccupati della soddisfazione sessuale della partner...
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mercoledì 5 marzo 2014

Annullato OSCAR di Sorrentino colpa di Berlusconi


Annullato OSCAR di Sorrentino colpa di Berlusconi

In questi giorni è stata alla ribalta la notizia che il film italiano “La Grande Bellezza” ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero. Una grande rivincita per il cinema italiano, ultimamente decaduto a causa di produzioni scarse e di poco successo. A quanto pare però la critica non è stata molto dolce nei confronti di questo lungometraggio di Sorrentino, anche se gli altri 3 film in gara per l’Oscar di questa categoria erano nettamente inferiori.

Purtroppo, una scelta discutibile di proiettare il film su Mediaset in netto anticipo rispetto alle solite tempistiche televisive, ha creato grave scompiglio ad Hollywood e sembrerebbe che l’Oscar sia stato annullato e dovrà essere restituito a breve, accompagnato da una penale di € 300,000.

Accordi sui diritti cinematografici prevedono che per almeno 6 mesi dalla data della premiazione, il film non possa essere trasmesso sulle tv nazionali, a maggior ragione se raggiungibili in chiaro e gratuitamente.

Questa grave violazione fortemente voluta da Mediaset (casa produttrice tra l’altro della pellicola) costerà cara al regista Sorrentino, che si dichiara già mortificato e deluso.

Leone di Carpi – Corrispondente e Critico Cinematografico


ECCO COME E PERCHE’ “LA GRANDE BELLEZZA” DI PAOLO SORRENTINO HA VINTO L’OSCAR
- DI SERGIO DI CORI MODIGLIANI -

…Il film è stato prodotto da un importante rampollo della dinastia Letta, il cugino dell’ex premier.

Si chiama Giampaolo Letta, è uno dei quattro baroni del cinema italiano (lui è il più importante, non a caso è un altro dei nipotini) il cui compito principale consiste nell’impedire che in Italia esista e si manifesti il libero mercato multimediale, mantenendo un capillare controllo partitico dittatoriale sull’industria cinematografica. E’ l’amministratore delegato della Medusa film, il cui 100% delle azioni appartiene a Mediaset. Il vero oscar, quindi (in Usa conta il produttore, essendo il padre del film) lo ha vinto Silvio Berlusconi, al quale va tutto il merito per aver condotto in porto questo business nostrano.

Ma nessuno in Italia lo ha detto.

E’ un prodotto PDL-PD-Lega Nord tutti insieme appassionatamente.

In teoria (ma soltanto in teoria) è stato prodotto da Nicola Giuliano e Francesca Cima (quota PD di stretta marca burocratica di scuola veltroniana) per conto della Indigo Film, i quali -senza Berlusconi- non sarebbero stati in grado neppure di pagarsi le spese dell’ufficio, dato che su 9 milioni di euro di budget, il buon Berluska ne ha messi 6,5. E’ stata buttata dentro anche la Lega Nord, che ha partecipato con la Banca Popolare di Vicenza (500 mila euro come favore amicale) e con la sponsorizzazione del Biscottificio Verona (in tutto il film non si vede neppure una volta qualcuno mangiare uno dei suoi biscotti), entrambe le aziende vogliose di entrare nel grande giro (sono bastate due telefonate per convincerli).

Grazie alla malleverie politiche, attraverso fondazioni di partito hanno ottenuto altri 2 milioni di euro incrociati: il PD se li è fatti dare grazie al solerte lavoro di relazioni europee attraverso il “programma Media Europa” (650 mila euro) mentre Renata Polverini ha partecipato alla produzione dando 500 mila euro per conto della Presidenza Regione Lazio attraverso il “fondo per il cinema e audiovisivi per il rilancio delle attività cinematografiche dei giovani” (soldi che ha dato a Giampaolo Letta, sulla carta lui sarebbe “il giovane” che andava aiutato). Nicola Giuliano ha messo su la squadra partitica. In teoria fa il produttore, ma fa anche il docente, il consulente.Ha la cattedra al corso di produzione della Scuola nazionale di cinema di Roma, ma allo stesso tempo ha anche la cattedra di docente di produzione cinematografica presso l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, oltre che docente di “low cost production” a San Antonio De los Banos nell’isola di Cuba e consulente per la Rai. E’ un funzionario tuttofare che mette su pacchetti partitici, il che poco ha a che fare con il cinema, ma molto ha a che vedere con l’idea italiana di come si fa il cinema.

O meglio: molto ha a che fare con l’idea di come si uccide e si annienta una cinematografia.

Secondo gli esaltatori di questo “prodotto Italia”, il film vincente aprirebbe la strada a investimenti, stimolando i giovani autori e lanciando il nuovo cinema italiano; mentre, invece, l’unico risultato che otterrà sarà quello di far capire a tutti, come severo ammonimento, che “o prendete la tessera di Forza Italia/PD oppure non lavorate” chiarendo a chiunque intenda investire anche 1 euro nel cinema che bisogna però passare attraverso la griglia dell’italianità partitica, il che metterà in fuga chi di cinema si occupa e attirerà invece squali di diversa natura il cui unico obiettivo consiste nel fare affari lucrosi in Italia con Berlusconi e il PD, in tutt’altri lidi.

I giovani autori, i cineasti italiani in erba, le giovani produzioni speranzose, il cinema indipendente, ricevono da questo premio un danno colossale perchè il segnale che viene dato loro è quella della contundente italianità, quella della Grande Ipocrisia, la vera cifra di questo paese che si rifiuta di aprire il mercato ai meritevoli, ai competenti, a quelli senza tessera.

Il film ha vinto esattamente nello stesso modo in cui aveva vinto “Nuovo cinema Paradiso” nel 1990.

Due parole tecniche per spiegarvi come funziona il meccanismo di votazione dell’oscar.

Per votare bisogna essere iscritti al MPAA (Motion Pictures Academy of Art) e bisogna essere sindacalizzati; dal 1960 vale anche il principio per cui chi è disoccupato non vota, nel senso che bisogna dimostrare con documenti alla mano che “si sta lavorando” da almeno gli ultimi 24 mesi ininterrottamente, garantendosi in tal modo il voto di chi sta veramente dentro al mercato. Perchè per gli americani l’unica cosa che conta per davvero è il mercato, per questo Woody Allen (autore indipendente) detesta Hollywood e non ci va mai, la considera una truffa. I votanti sono all’incirca 6.000 e sono presenti tutte le categorie dei lavoratori (si chiamano industry workers): produttori, registi, sceneggiatori, direttori di fotografia, macchinisti, tecnici del suono, delle luci, scenografi, sarti, guardarobiere, guardie di sicurezza, perfino i gestori degli appalti per gestire i catering sul set, ecc. Ogni voto vale uno, il che vuol dire che il voto di Steven Spielberg vale quanto quello di un ragazzino il cui lavoro consiste nel tenere l’asta del microfono in direzione della bocca del divo di turno nel corso delle riprese, purchè lo faccia da almeno due anni e paghi i contributi. Quando si avvicina il giorno della votazione scattano i cosiddetti “pacchetti” e a Los Angeles la lotta è furibonda e comincia la caccia già verso i primi di novembre, con i responsabili marketing degli “studios” (sarebbero le grandi majors) che minacciano, ricattano, assumono, licenziano, per convincere chi ha bisogno di lavorare a votare per chi dicono loro. Per ciò che riguarda i film stranieri la procedura è la stessa ma su un altro binario: vale il cosiddetto “principio Hoover” lanciato dal capo del FBI alla fine degli anni’50: vince la nazione che più di ogni altra in assoluto farà fare affari alle sei grosse produzioni che contano, acquistando i suoi prodotti. E’ il motivo per cui l’Italia è la nazione al mondo che ha collezionato più oscar di tutti (la più serva e deferente) e la Russia e il Giappone quelle che ne hanno presi di meno. Quando l’Italia, per motivi politici (o di affari) ha bisogno dell’oscar, allora costruisce un poderoso business (per la serie: vi compro questi quattro telefilm che nessuno al mondo vuole e ve li pago tre volte il suo valore) e lo va a proporre a società di intermediazione di Los Angeles collegate ai due sindacati più potenti californiani, da 40 anni gestiti da famiglie calabresi e siciliane, quelli che danno lavoro alla manovalanza tecnica e gestiscono i pacchetti, dato che controllano il 65% dei voti complessivi. Per i film stranieri bisogna avere un forte “endorsement”, ovvero un sostegno di persona nota nell’industria che garantisce a nome dei sindacati, come è avvenuto quest’anno con Martin Scorsese che si è fatto il giro presso la comunità di amici degli amici a Brooklyn.

Nel 1989 accadde la stessa cosa: Berlusconi doveva entrare nel mercato americano per mettere su un gigantesco business (quello per il quale è stato definitivamente condannato dalla Cassazione, il cosiddetto “processo media-trade”); doveva entrare a Hollywood dalla porta principale con la Pentafilm. Ma non c’erano film italiani che valessero, era già piombata la mannaia dei partiti, tanto è vero che perfino il compianto Fellini girava a vuoto da un produttore all’altro ed era disoccupato, motivo per cui finì per ammalarsi. Alla fine, l’abile Berlusconi riuscì a convincere il più intelligente e bravo produttore di quei tempi (che se la passava maluccio) Franco Cristaldi, a dargli un prodotto perchè lui doveva vincere comunque. Cristaldi era disperato e non sapeva che cosa fare perchè non poteva fare delle figuracce con gli americani che conoscono il buon cinema e non è facile ingannarli, ma si fece venire in mente un’idea geniale. Aveva fatto una marchetta con Raitre e aveva prodotto un film “Nuovo Cinema Paradiso” che era stato un flop clamoroso, sia alla tivvù, con indici di ascolto minimi, che al cinema, dove era uscito e dopo dieci giorni era stato ritirato per mancanza di pubblico. Il film durava 155 minuti ed era, francamente inguardabile, di una noia mortale. Senza dire nulla al regista, Cristaldi ci lavorò da solo -letteralmente- per tre mesi. Rimontò totalmente il film, tagliò e buttò via 72 minuti e usando dei filtri cambiò anche le luci, riuscendo anche a modificare dei dialoghi. Lo fece uscire in Usa dove ottenne un buon successo di critica, sufficiente per passare. Berlusconi fu contento ma non gli diede ciò che era stato pattuito. Il giorno in cui Tornatore prese l’oscar, nel 1990, accadde un fatto inaudito per la comunità hollywoodiana. La statuetta venne data al regista e all’improvviso Franco Cristaldi fece un salto sul palco, si avvicinò, strappò di mano la statuetta a Tornatore, prese il microfono in mano e disse “questo oscar è mio, questo premio l’ho vinto io, questo è il mio film, questo è un film del produttore”. Fu l’inizio della fine della sua carriera in Italia, perchè il giorno dopo l’intera critica statunitense (in Italia non venne mai fatta neppure menzione degli eventi) lo volle intervistare e lui raccontò come i partiti stessero distruggendo quella che un tempo era stata una delle più importanti industrie cinematografiche del mondo. Lo scaricarono tutti in Italia e finì per lavorare all’estero. Di lì a qualche anno morì.

Fu in quell’occasione che Tornatore, in una intervista, spiegò come si faceva il regista in Italia: “Bisogna occuparsi di politica, quella è la strada. Io mi sono iscritto al PCI e poi sono riuscito a farmi eleggere alle elezioni comunali in un piccolo paesino della Calabria dove sono diventato assessore. Mi davano da firmare delle carte e io firmavo senza neppure leggerle, dovevo fare soltanto quello. Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che potevo anche dimettermi e andare a Roma a fare i film”. Aveva ragione lui: in Italia funziona così. 24 anni dopo è la stessa cosa, con l’aggravante del tempo trascorso.

“La Grande Bellezza” appartiene a questo filone dell’italianità e il solo fatto di accostarlo a Fellini o a De Sica è un insulto all’intelligenza collettiva della nazione: è una marchetta politica.

E si vede, si sente, lo si capisce; nell’arte non si riesce a mentire perchè l’arte è basata su uno squisito paradosso: poichè è finzione totale -e quindi menzogna pura- chi la produce non può darla ad intendere perchè la verità sottostante salta sempre fuori. E’ la cartolina di un piccolo-borghese costruita (a tavolino) per venire incontro agli stereotipi degli americani votanti, attraverso un’operazione intellettualistica che non regala emozioni, ma soltanto suggestioni di provenienza pubblicitaria marketing negativa. In maniera ingegnosa e diabolicamente perversa propone delle maschere in un paese dove la verità artistica passa, invece, nella necessità dello smascheramento, cioè nel suo opposto.

E’ la quintessenza del paradosso italiano trasformato nel consueto ossimoro: un brutto film che si pone e si qualifica come la Grande Bellezza; proprio come Mario Monti che lanciò il decreto “salva Italia” che ha affondato il paese e Letta (Enrico) che lanciò il “governo del fare” licenziato dopo pochi mesi perchè non è riuscito a fare nulla.

Il film, davvero noioso e privo di spessore, è un prodotto subliminare, promosso dai partiti politici italiani al governo solo e soltanto dopo che i due protagonisti, Toni Servillo e Paolo Sorrentino, si sono messi pubblicamente a disposizione della famiglia Letta. Il film, infatti, doveva uscire a settembre del 2013, ma hanno anticipato l’uscita a giugno perchè era il momento in cui era assolutamente necessario usare ogni mezzo per poter azzannare l’opposizione. Il 7 giugno del 2013, Servillo e Sorrentino, vengono invitati da Lilli Gruber nella sua trasmissione “8 e 1/2″ per l’emittente La7. L’intervista dura 32 minuti. I primi 20 minuti sono noiosi e si parla del film che, si capisce da come andava l’intervista, nessuno avrebbe mai visto. Dal 21esimo minuto in poi, avviene la svolta, fino alla fine. L’attore e il regista, ben imboccati dalla Gruber, si lanciano in un attacco politico personale contro Beppe Grillo e il M5s. Un fatto che non aveva alcun senso, dato che si trattava di un film che nulla -per nessun motivo- aveva a che fare con la vita politica italiana e con il dibattito in corso. Servillo fu durissimo nel sostenere a un certo punto che “mi faccio dei nemici ma me li faccio volentieri” spiegando ai telespettatori (che pensavano di ascoltare un attore che parlava di cinema) come “Grillo ripropone un’immagine di leader vecchio che passa da Masaniello a Berlusconi” -cioè il suo produttore- “e usa un linguaggio violento….”. Sorrentino gli andò dietro e insieme, per dei motivi incomprensibili a chiunque si occupi di cinema in qualunque parte del mondo (tranne che in Italia) spiegavano che il M5s “è un movimento che vuole togliere la sovranità al parlamento”.
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Da quel momento i due sono andati in giro a promuovere il loro film in ambito politico nazionale allertando la popolazione sul pericolo rappresentato dal M5s e così, l’establishment nazionale, l’ha imposto come moda propagandandolo in maniera esorbitante. Riguardando quell’intervista, ho scoperto, pertanto, che Toni Servillo ha stabilito che io sono un suo nemico. Non lo sapevo.

Ieri sera, la Gruber, sempre attenta nel rispettare i codici della rappresentanza che conta, ha dedicato un’altra intervista al film, ma in questo caso ha invitato Walter Veltroni.

Forse c’è stato qualche telespettatore che si sarà chiesto “ma che cosa c’entra con questo film?”


Quello di Sorrentino “è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri”. Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità, con una classe dirigente di scrittori che non scrivono, intellettuali che non pensano, poeti muti, giornalisti nani, imprenditori da buoncostume, chirurghi da botox, donne di professione “ricche”, cardinali debolucci sulla fede ma fortissimi in culinaria, mafiosi 2.0 che sembrano brave persone, politici inesistenti (infatti non si vedono proprio). Una fauna umanoide disperata e disperante che non crede e non serve a nulla, nessuno fa il suo mestiere, tutti parlano da soli anche in compagnia e passano da una festa all’altra per nascondersi il proprio funerale. Si salva solo chi muore, o fugge in campagna. È un mondo pieno di vuoto che non può permettersi neppure il registro del tragico: infatti rimane nel grottesco. Scambiare il film per un inno al rinascimento di Roma (peraltro sfuggito ai più) o dell’Italia significa non averlo visto o, peggio, non averci capito una mazza. 
Marco Travaglio

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martedì 3 gennaio 2012

suicidi, colpa della crisi


Piu' suicidi

colpa della crisi

Uno al giorno tra i disoccupati, stando a istituto Eures

Sono stati 2.986 i suicidi in Italia nel 2009, con un aumento del 5,6% rispetto all'anno precedente (2.828 i casi nel 2008), invertendo la dinamica decrescente dell'ultimo biennio. L'incremento, secondo l'istituto di ricerca Eures, e' direttamente legato alla crisi: nel 2009 i suicidi per ragioni economiche hanno raggiunto il valore piu' alto degli ultimi decenni (198 casi, cioe' +32% rispetto ai 150 casi del 2008; 118 nel 2007). Tra i disoccupati si registra mediamente un suicidio al giorno.

Assago, 2 gennaio 2012 - Due tragedie della disperazione nel secondo giorno del nuovo anno. Il 2012 comincia sotto un cielo plumbeo carico di dolore nel sudovest milanese dove due uomini, due lavoratori conosciuti e stimati, uno di Assago e l’altro di Robecco, si sono tolti la vita a poche ore di distanza l’uno dall’altro.
Il primo impiccandosi ad un albero e il secondo sparandosi un colpo di pistola in auto. In comune le due vittime non avevano nulla se non la scelta drammatica di togliersi la vita. Nessuno dei due ha lasciato un biglietto per spiegare il gesto e come sempre accade in questi casi è impossibile capire cosa abbia spinto a tale disperazione.
La prima notizia, terribile, è arrivata da un contadino che intorno alle 9.30 lungo la bazza nell’area orti ha notato qualcosa di strano. Si è avvicinato e, incredulo, ha visto un uomo appeso ad una corda. Immediatamente ha chiamato i soccorsi. Sul posto sono arrivati polizia locale e carabinieri di Assago. Immediatamente le forze dell’ordine hanno intuito che si è trattato di una tragedia della disperazione.
L'altra tragedia si è consumata poco dopo a Gaggiano in località Viggiano dove un elettricista residente a Robecco sul Naviglio si è tolto la vita sparandosi un colpo di pistola. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, l’uomo di 60 anni, artigiano, era arrivato in via Belgio nella zona industriale a bordo della sua autovettura.

"Bersani : "Grillo sbaglia su Equitalia. Qui girano pallottole, bisogna stare attenti". Così il segretario del Pd commenta gli attacchi alle sedi all'agenzia di riscossione del fisco. No caro, qui l'unica cosa che "gira" sono i coglioni degli italiani e quando non ce la fanno più......
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 E' IN ATTO UNA AZIONE DI AIUTO IN CASO DI DISAGIO MORALE SCRIVERE A :
 autoaiutolavoro@tiscali.it

leggi anche :
 http://cipiri.blogspot.com/2011/12/suicidi-in-aumento-litalia-scivola.html

http://cipiri.blogspot.it/2012/04/federcontribuenti-denuncia-equitalia.html

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venerdì 10 dicembre 2010

El País sullo sciopero RAI , E' colpa di Minzolini


El País sullo sciopero RAI: "E' colpa di Minzolini"


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MADRID- Commenti al vetriolo da El País per la RAI. Dalle colonne di uno dei quotidiani più autorevoli d’Europa si commenta la notizia dello sciopero RAI di stamattina, facendo riferimento alla gestione- Minzolini. Quest’ultimo viene definito come “il giornalista più controverso d’Italia; ora, assieme al direttore generale della Rai, Mauro Masi, dovrà rispondere delle accuse più gravi che si possano fare a un portavoce dell’informazione”.
Il giornale si riferisce alle accuse mosse da più parti al Direttore del TG1 di spese record a carico dei contribuenti, mancato diritto di cronaca, e pubblicità occulta.

Senza risparmiarsi affatto, El País ripercorre il recente passato dell’emittenza pubblica italiana: “Nell'ultimo anno e mezzo, le notizie della emittente pubblica RAI1, la più seguita d'Italia, hanno perso un milione di spettatori. Il suo direttore, Augusto Minzolini, ha ricevuto critiche e invettive di ogni calibro per il suo modo di fare giornalismo, che molti definiscono come "obbediente" verso il governo di Silvio Berlusconi”.
Ecco perchè l’UsigRai, sindacato dei giornalisti della RAI, avrebbe convocato oggi “lo sciopero di una giornata per protestare contro la gestione economica e di informazione dell'emittente pubblica, e ha appena approvato un voto di censura contro Masi, ottenendo 1.314 voti favorevoli e 77 contrari”.
Secondo il quotidiano di Madrid Minzolini è diventato famoso in Italia da quando è stato nominato dal primo ministro a capo dell'ormai ex-telegiornale più seguito dagli italiani.
Da quel momento avrebbe impostato una nuova linea editoriale, più leggero e per così dire “Berlusconi-dipendente”. "Non ha parlato mai di Noemi, né della D’Addario, né tantomeno del Bunga-bunga, perché a parer suo era puro “gossip”. Nel frattempo, però, ha mandato in onda servizi di dubbio gusto informativo poco opportuni per un palinsesto serale".
L'incidente giornalistico definito più impressionante è stata la sua “interpretazione” della sentenza Mills. Nella notizia data nel Tg delle ore 20.00, quello più seguito dagli Italiani, ha detto che l'avvocato inglese, accusato di corruzione assieme all’Immune Berlusconi era stato prosciolto. In realtà, i giudici avevano dichiarato il reato “commesso ma non perseguibile”, in quanto caduto in prescrizione "per effetto di una delle tante norme italiane approvate dalle ultime legislature di centro-destra". Così parlò El País.



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