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lunedì 21 maggio 2018

Usa, sparatoria al liceo in Texas


Dieci morti
Sospetto assalitore ha 17 anni. 
Polizia: 
“Trovati tubi bomba”

Le forze dell'ordine hanno confermato che le vittime sono 9 studenti e un professore. Nel campus del Santa Fe High School e nella zona circostante sono stati trovati degli esplosivi: si tratta di tubi bomba e pentole a pressione. Testimoni alla Cnn: "È iniziato tutto dopo un'esercitazione anti-sparatoria". 
Il Buffo presidente Donald Trump ha annunciato che farà tutto quello che è in suo potere per proteggere gli studenti (ridicola e scontata affermazione). 
Quella di oggi è la 22esima sparatoria in un liceo statunitense dall'inizio del 2018, 
in una Nazione dove le Armi si possono Comprare come le Caramelle.

Ha aperto il fuoco subito dopo un’esercitazione anti-sparatoria. Pistola in mano, è entrato in una classe dove si stava svolgendo una lezione di Arte, facendo dieci morti (nove studenti e un docente). Il presunto autore è il 17enne Dimitrios Pagourtzis, riferisce la Cbs, ed è stato arrestato insieme a un altro sospetto dopo circa un’ora dalla sparatoria. Entrambi, ha dichiarato lo sceriffo Ed Gonzalez, sono studenti della scuola. Successivamente la polizia ha ritrovato diversi esplosivi nel campus dell’istituto, il Santa Fe High School, e nella zona circostante. Si tratta di tubi bomba e pentole a pressione, su cui ora sono al lavoro gli artificieri.

Le modalità e l’autore della carneficina ricordano da vicino quanto accaduto in Florida, lo scorso febbraio, quando Nikolas Cruz fece una strage nell’high school di Parkland. Questa volta il teatro dell’ennesima sparatoria in un liceo è il distretto scolastico di Santa Fe Independent, in Texas, dove si contano anche diversi feriti, trasportati nell’ospedale della vicina Galveston. Tra loro c’è un agente, ignote le loro condizioni.

Anche il presunto autore della strage è rimasto ferito, riferisce la Cnn, ma sta collaborando con le autorità. E iniziano a uscire informazioni sulla sua vita. Secondo il sito Khou, Dimitrios Pagourtzis in passato ha pubblicato sui social una sua foto in cui indossa una t-shirt con scritto Born to kill (Nato per uccidere) e altre immagini di una giacca verde con simboli nazisti. Da quanto si apprende, il giovane gioca a football nel team della scuola ed è membro della squadra di danza di una chiesa greca ortodossa locale. La polizia fa sapere inoltre che non risultano a suo carico documenti di acquisto di armi da fuoco.

“La giornata era cominciata normalmente, avevamo finito la prima ora e poi è scattata l’esercitazione anti-sparatoria”, ha dichiarato una ragazza che frequenta il liceo texano dove è avvenuta la strage. “Cinque minuti dopo abbiamo sentito dei colpi“. L’istituto scolastico, a una trentina di miglia da Houston, è in lockdown e alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco con gli agenti prima dell’arresto. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che su Twitter scrive: “Le prime notizie non sembrano buone. Che Dio benedica tutti”. Il capo della Casa Bianca ha poi aggiunto ai media che “da troppi anni, da troppi decenni piangiamo per le perdite di vite. La mia amministrazione è determinata a fare tutto quello che è nel nostro potere per proteggere i nostri studenti, rendere sicure le nostre scuole e togliere le armi a chi costituisce una minaccia per se stesso e per gli altri”. Fra le soluzioni indicate da Trump quasi tre mesi fa c’è anche quella di fornire armi ai docenti, ipotesi che ha scatenato un’ondata di polemiche in America.

Poco dopo la sparatoria, nella cittadina texana di 13mila abitanti un uomo con una bandiera americana, un cappellino col nome di Trump e una pistola al fianco si è presentato davanti alla telecamere. Voleva andare davanti alla scuola e “rendere nuovamente grande l’America”, ha dichiarato ai giornalisti, rispolverando lo slogan elettorale del presidente Usa. Un gesto che ha scatenato l’ira di un passante: “Questo idiota sta camminando sulla strada con una dannata pistola al fianco quando abbiamo dei bambini colpiti con arma da fuoco. Anche io sono a favore delle armi – ha spiegato alle telecamere – e ne ho una, ma questo va in giro dicendo che bisogna fare di nuovo grande l’America. Non è questo ciò di cui il nostro Paese ha bisogno”. Quella di Santa Fe è la terza sparatoria in una scuola negli ultimi sette giorni, la 22esima dall’inizio dell’anno negli Stati Uniti.


MANIFESTAZIONE CONTRO LE ARMI
L'evento è stato preparato per settimane 
da quanti ritengono che la Casa Bianca
 e il Congresso non abbiano fatto abbastanza per limitare il ...

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venerdì 4 maggio 2018

Libertà di Stampa: Italia al 77° Posto


Nella classifica stilata da Reporter senza frontiere perdiamo 4 posizioni. Fra le cause i giornalisti intimiditi o minacciati di morte. Meglio di noi anche Burkina Faso e Botswana.

Brutte notizie per l’Italia sul fronte della libertà di stampa. Nell’annuale classifica di Reporters sans Frontieres il nostro Paese perde quattro posizioni, scendendo dal 73° posto del 2015 al 77° (su un totale di 180 Paesi) del 2016. L’Italia è il fanalino di coda dell’Ue (che è comunque l’area in cui c’è maggiore tutela dei giornalisti), seguita soltanto da Cipro, Grecia e Bulgaria. 

GIORNALISTI NEL MIRINO  

Fra i motivi che - secondo l’organizzazione con base in Francia - pesano sul peggioramento, il fatto che «fra i 30 e i 50 giornalisti» sarebbero sotto protezione della polizia per minacce di morte o intimidazioni. Nel rapporto vengono citati anche «procedimenti giudiziari» per i giornalisti che hanno scritto sullo scandalo Vatileaks. I giornalisti in maggiore difficoltà in Italia, dunque, sono quelli che fanno inchieste su corruzione e crimine organizzato 





DIETRO BENIN E BURKINA FASO  

Per farsi un’idea dell’allarmante situazione italiana basta dare un’occhiata alla classifica: ci precedono Paesi come Tonga, Burkina Faso e Botswana.  

L’AFRICA SORPASSA L’AMERICA  

La libertà di stampa è peggiorata quasi ovunque nel 2015. Ma per la prima volta, da quando Rsf ha cominciato nel 2002 a elaborare la sua classifica, l’Africa mostra una situazione migliore che l’America, piagata dalla «violenza crescente contro i giornalisti in Latinoamerica», mentre l’Asia continua a essere il continente peggio valutato. L’Europa rimane l’area in cui i media sono più liberi, anche se Rsf nota un indebolimento del suo modello.  



FINLANDIA IN TESTA  

Dei 180 Paesi valutati, la Finlandia continua ad essere quello in cui le condizioni di lavoro per i giornalisti sono migliori (è in cima alla classifica accade dal 2010; seguita da l’Olanda, che guadagna due posti, e la Norvegia, che ha perso la seconda posizione. Russia, Turchia ed Egitto sono rispettivamente al 148°, 151° e al 159° posto. Fanalini di coda Turkmenistan (178°), la Corea del Nord (179°) e l’Eritrea (180°). I balzi più grandi in classifica sono stati quelli di Tunisia (dal 126° al 96°) e Ucraina (dal 129° al 107°).  

La libertà d’espressione non se la passa benissimo, nel nostro Paese, anche se ogni istituto che la misura racconta una storia diversa. Il motivo sta nella diversa natura degli istituti di ricerca e nella sensibilità degli esperti che misurano quanto sia libera la stampa in Italia.

Se, secondo la classifica di Freedom House siamo al 62esimo posto nel mondo in termini di libertà di stampa e secondo quella di Reporter Sans Frontieres siamo al 51esimo, quanto male è messa la nostra libertà di espressione? La domanda, all’indomani delle decisioni del ministro dell’Interno Marco Minniti in termini di fake news (con un servizio della Polizia postale che si occupi di segnalarle)
 è di stringente attualità.

La risposta non è del tutto positiva, anche se, d’altra parte, bisogna ammettere che l’Italia non è quella valle di lacrime che, a volte, viene raccontata. Il perché sta nel modo in cui la libertà di espressione viene misurata e, per vedere come viene fatto, occorre mettere a confronto gli indici che la misurano. Per farlo, oltre a Freedom House e Reporters Sans Frontieres, ho usato anche l’indice che misura questa dimensione del dataset di V-Dem.

Per quanto i grafici non siano radicalmente diversi, V-Dem premia molto aree del mondo come la Palestina, il Gabon e il Kyrgyzstan, mentre Repoters Sans Frontieres è più severo con la Cina di quanto non lo sia invece Freedom House. I motivi di queste differenze stanno nella metodologia che viene usata dai vari istituti per calcolare questi indici 
e nelle differenti organizzazioni che li calcolano.

Freedom House e Reporters Sans Frontieres sono due organizzazioni non governative. La prima è finanziata in gran parte dal governo americano. La seconda, invece, è indipendente ed è accreditata, tra le altre organizzazioni internazionali, presso l’Unesco e il Consiglio d’Europa. Invece V-Dem è un istituto di ricerca universitario che ha sede presso le università di Göteborg, in Svezia, e presso l’università di Notre Dame negli Stati Uniti. Tra i finanziatori, le monarchie nordiche, la Commissione europea e il governo canadese.

Tutti e tre gli istituti lavorano all’incirca allo stesso modo: conducono expert-survey. Ovvero, chiedono a esperti di misurare, in base alla loro professionalità, una certa dimensione di un Paese. Dimensioni come la libertà di stampa sono difficili da misurare secondo criteri oggettivi: non si tratta di calcolare il Pil di un Paese.

Proprio per questo motivo, bisogna fare domande molto dettagliate. Freedom House, per esempio, manda ai suoi esperti (in gergo coder) un questionario di 23 domande che analizzano, nella sua complessità il tema della libertà di espressione. Un procedimento simile lo adotta anche Reporters Sans Frontieres, ma con 87 domande.

V-Dem segue un procedimento un po’ più complesso. L’istituto nasce per dare al mondo accademico un’alternativa a Freedom House cercando di differenziarsi dall’istituto americano proprio sotto l’aspetto metodologico. Quando un esperto compila il questionario di V-Dem sulla democrazia nella sua area di competenza sa che i data-scientist dell’istituto correggeranno le sue risposte.

Possono farlo perché, usando delle domande di controllo, sanno di quanto il coder si possa sbagliare e quindi, usando un algoritmo, (per i nerd della statistica, un Irt bayesiano) ottengono una risposta più accurata. Questo, in parte, spiega perché, mentre Freedom House e Reporters Sans Frontieres danno risposte simili, l’indice di V-Dem si comporta in modo diverso. Queste differenze si riflettono anche nelle classifiche. Per quanto le ultime e le prime posizioni siano quasi coincidenti (Francia a parte), nella pancia del ranking accadono cose interessanti. La Bulgaria, per esempio, è 38esima secondo 
V-Dem e 109esima secondo Repoters Sans Frontieres. Controversa è anche la posizione del Madagascar, 113esimo secondo V-Dem e 57simo secondo Repoters Sans Frontieres.

Ma non si tratta solo di un problema di metodologia. Infatti, i coder che danno i voti ai vari Paesi sono diversi per ogni istituto. Questo, soprattutto, spiega le discrepanze tra i vari indici. 
Quindi, in definitiva, come siamo messi? 

Andando a fare la media dei vari indicatori, scopriamo di essere davvero un po’ troppo in basso, nella classifica, ma non così in basso. Infatti, l’Italia si colloca al 37esimo posto, poco al di sotto della Namibia. Va detto che, al netto di tutte le difficoltà, da noi è come se si realizzasse l’80% dell’ideale della libertà di espressione. Il problema è che gli altri Paesi europei mantengono valori significativamente più alti.

A guidare questa classifica, infatti, ci sono ancora i Paesi scandinavi con Norvegia e Svezia decisamente sugli scudi. Nessuna sorpresa in coda al ranking: a chiuderlo, infatti, ci sono i soliti sospetti con la Corea del Nord saldamente all’ultimo posto.





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domenica 14 gennaio 2018

l’America di Donald Trump è diventata lo Zimbello del Mondo Intero


In un anno Donald Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti

È l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd ad aver trovato l’espressione più tagliente, oltre che la più azzeccata: “In meno di un anno, l’America di Donald Trump è diventata lo zimbello (the laughingstock in inglese) del mondo intero”, scrive Rudd in un articolo della rete Project Syndicate.

La cosa più grave in questa crudele definizione è che a essere evocata è “l’America di Donald Trump”, non la figura del presidente. Perché se il miliardario divenuto comandante in capo della prima potenza mondiale suscita regolarmente risate e sorrisi, talvolta a denti stretti, quel che sta succedendo per gli Stati Uniti è di natura diversa.

Un anno dopo l’elezione di Trump, l’8 novembre 2016, che ha colto di sorpresa il mondo poiché tutti avevano pronosticato la vittoria di Hillary Clinton, il suo è ancora il regno dell’imprevedibilità.

Il paese chiuso in se stesso
Questa imprevedibilità, verso la quale la diplomazia prova solitamente orrore, riguarda sia il destino personale di Donald Trump, sempre più incerto a mano a mano che procede l’inchiesta sulla Russia connection durante la campagna elettorale, sia la posizione e la strategia degli Stati Uniti nel mondo, oggi difficilmente interpretabili.

La “guerra culturale” in corso negli Stati Uniti, e l’energia impiegata dalla Casa Bianca per difendersi ed evitare al presidente le insidie di un procedimento di messa in stato d’accusa (impeachment), ovvero di destituzione parlamentare, rischiano di far chiudere il paese sempre più in sé stesso, rendendolo meno ricettivo a quanto accade nel mondo e ai mutamenti geopolitici.

Sarebbe un fatto positivo se la cosa permettesse di evitare avventure potenzialmente catastrofiche come l’invasione dell’Iraq decisa dall’amministrazione Bush nel 2003, di cui il mondo paga ancora a caro prezzo le conseguenze. Ma le difficoltà interne e le incoerenze dell’amministrazione Trump non le impediscono comunque d’imperversare, perlopiù negativamente.

Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha esercitato il suo potere in chiave negativa, smontando una parte dei risultati ottenuti dal suo predecessore Barack Obama, al quale tributa un odio ammantato di gelosia.

Ha fatto marcia indietro in maniera alquanto irrazionale a proposito del Trattato transPacifico (Tpp), che era stato negoziato in Asia per “contenere” la Cina, un obiettivo che pure era uno dei temi portanti della campagna presidenziale di Trump.
Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento del clima, dando così una forte spinta agli scettici dei cambiamenti climatici, in barba ai dati scientifici e all’opinione del resto del mondo.
Ha rifiutato di confermare l’accordo nucleare con l’Iran, indebolendo senza tuttavia vanificare uno dei rari successi delle trattative multilaterali degli ultimi anni, rischiando così di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente ma anche di distruggere ogni possibilità di negoziato con una Corea del Nord già nuclearizzata e che ha tutte le ragioni, ormai, di diffidare della parola di un presidente degli Stati Uniti.
A questa lista già sufficientemente pesante, si aggiungono le gravi minacce che fa pesare sul Nafta, l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti, il Messico e il Canada, e la cui scomparsa, qualunque cosa si pensi di questo tipo di accordi, avrebbe serie conseguenze sugli equilibri tra il suo paese e il suo vicino meridionale.

Questa capacità del capo dell’esecutivo di fare danni non è accompagnata da una strategia chiara. Questo isolazionista primordiale ha comunque deciso di rilanciare l’impegno militare statunitense in Afghanistan, ha bombardato la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News, e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.


Alla vigilia di un lungo viaggio in Asia Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara

È vero che ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) nelle sue due roccaforti di Mosul e Raqqa. Ma è altrettanto chiaro che non possiede alcun piano per il dopo Is, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra in maniera evidente.

Per restare in Medio Oriente, viene da chiedersi se riuscirà mai un giorno a comprenderne la complessità: Donald Trump si mostra così compiacente nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da spingere quest’ultimo ad accelerare la colonizzazione di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, senza timore di proteste da parte della Casa Bianca, con il rischio di creare così le guerre di domani.

Nel momento in cui è in corso la sua prima lunga visita in Asia, un viaggio la cui posta in gioco è gigantesca, tra nucleare nordcoreano e relazioni con la superpotenza di domani, la Cina di Xi Jinping, Donald Trump continua a non avere una linea politica chiara, sballottato com’è tra due entourage in conflitto tra loro, sull’orlo della rottura con il suo segretario di stato Rex Tillerson, che lo ha esplicitamente definito un “cretino” (moron), e preoccupato prima di tutto di proteggere la sua base elettorale conservatrice.

Il principale beneficiario
Questo cocktail di dilettantismo, accecamento ideologico e interessi contraddittori mette sempre più fuori gioco il paese. Non perché gli Stati Uniti abbiano deciso così o perché siano privi dei mezzi per rimanere “in gioco”, ma perché la loro incoerenza li rende un alleato sempre meno affidabile, degli strateghi senza strategia e neppure una visione.

Il principale beneficiario di questa situazione è evidentemente Xi Jinping, appena incoronato “re” di Cina, secondo la formula ironica ma carica d’ammirazione usata dallo stesso Donald Trump in un’intervista televisiva.

I dirigenti cinesi analizzano da anni il “declino” della potenza americana. Pensavano che il momento fosse già arrivato nel 2008, durante la crisi dei subprime, quando hanno creduto troppo presto che il loro momento fosse arrivato. Questo accadeva prima di Xi Jinping, arrivato al potere nel 2012, e prima di Donald Trump, eletto solamente un anno fa.

Esaminando il discorso fiume di Xi Jinping durante il diciannovesimo congresso del Partito comunista cinese, la settimana scorsa, è possibile leggere tra le righe come Pechino sia oggi convinta che ci siano tutte le condizioni perché la Cina ridiventi quella potenza mondiale che era un tempo l’“impero di mezzo”.

Lo deve ai suoi notevoli sforzi, che le hanno permesso di diventare la seconda economia mondiale in tre decenni, ma anche a Donald Trump, che sta facendo sprofondare il suo paese in una condizione di disagio strategico che può essere interpretato come un segno di declino.

L’assenza europea
Così facendo, Donald Trump ottiene un risultato opposto a quanto difende e professa: invece di rendere l’America great again, trasmette ai suoi rivali l’immagine di un uomo che sta indebolendo il suo paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano diventando più “grandi” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

Gli europei assistono a questi sconvolgimenti con la loro abituale indifferenza verso le evoluzioni del mondo. Lo psicodramma catalano concentra tutte le attenzioni, ma si tratta solo di uno spettacolo secondario, come dicono gli statunitensi, un granello di sabbia rispetto alla posta in gioco del tempo presente.

Dopo essere stati rinvigoriti dalle minacce di Donald Trump di togliere il proprio “scudo” agli europei che non erano disposti a pagarlo, i paesi del “vecchio continente” sono stati rassicurati dalle parole concilianti pronunciate in seguito, e tutto si svolge come se l’allarme fosse rientrato.

Sarebbe un errore grave, che per di più minaccerebbe gli europei di essere solo delle pedine, e non i protagonisti, dei cambiamenti strategici profondi in corso oggi.

Questa presa di coscienza è cominciata, in particolare dopo l’elezione di Emmanuel Macron in Francia, ma resta ancora troppo incerta per cambiare le cose. Un anno dopo l’elezione di Donald Trump, l’Europa deve ancora decidere se vuole essere l’appendice di un’America in crisi o padrona del proprio destino.

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venerdì 14 ottobre 2016

Election Day in America


Nuovi guai per Trump, altre tre donne lo accusano: “Ci ha molestato sessualmente”

A 26 giorni dall’Election Day, il candidato repubblicano Donald Trump è sotto assedio. Due donne hanno raccontato al New York Times di essere state molestate dal magnate del real estate. Ma le rivelazioni di Jessica Leeds e Rachel Crooks al giornale della Grande Mela non sono le uniche accuse di abuso sessuale rivolte al miliardario americano con dichiarazioni alla stampa. «È solo un attacco politico. Nulla di tutto ciò si è mai verificato. L’intero articolo è pura fiction», ha smentito un portavoce di 
Trump mentre il tycoon sarebbe pronto a fare causa al blasonato quotidiano. 
LA NUOVA RAFFICA DI ACCUSE 
Jessica Leeds, ora 74enne, ha raccontato al Nyt un episodio avvenuto «oltre 35 anni fa» a bordo di un aereo. Lei viaggiava in economica quando un membro dell’equipaggio le chiese se voleva spostarsi in prima classe. Si ritrovò così vicina a Trump. Lui le mise le mani addosso, anche sotto la gonna. «Era come un polpo», ha sottolineato la Leeds indicando di essere tornata in coda all’aereo per sfuggire all’aggressione e spiegando di aver deciso di raccontare la sua storia dopo che Trump si è candidato per la presidenza. Ad accusare l’aspirante inquilino della Casa Bianca sulle pagine del Nyt anche la 33enne Rachel Crooks che sarebbe stata molestata dal tycoon quando aveva 22 anni e lavorava come segretaria per una società di Real Estate nella Trump Tower di New York, a Manhattan. Lui le avrebbe messo le mani addosso in ascensore, dopo essersi presentato, cercando anche di baciarla sulla bocca. 

Una terza donna, Mindy McGillivray, ha riferito al Palm Beach Post un’analoga vicenda risalente a 13 anni fa. Due ex concorrenti di Miss Usa, il concorso di bellezza presieduto da Trump che garantisce alla vincitrice l’accesso a Miss Universo, hanno detto che il magnate entrava nel back stage mentre le ragazze erano mezze nude, fissandole, senza neppure scusarsi per l’intrusione, come se ne avesse il diritto. L’ultima accusa, in ordine di tempo, è quella di Natasha Stoynoff che sarebbe stata presa di mira da Trump nel 2005 mentre lavorava come giornalista per People, magazine sul quale ha deciso di fare outing.  
ACCUSE ANCHE DA UNA TERZA DONNA 
Spunta una terza donna dopo le due che hanno accusato Donald Trump sul New York Times di averle molestate sessualmente. Stavolta è in Florida dove oggi il tycoon fa un comizio al South Florida Fair Expo Center. Mindy McGillivray, che all’epoca aveva 23 anni, ha detto che finora aveva confessato a parenti stretti e amici di essere stata toccata impropriamente a Mar-a-Lago, il resort di Trump vicino a Palm Beach.La donna ha detto al Palm Beach Post di aver deciso di uscire allo scoperto dopo aver ascoltato le smentite di Trump nel dibattito tv di domenica scorsa. Dalla sua il suo accompagnatore, il fotografo Ken Davidoff, che ricorda bene come lei lo ha preso da parte dopo il presunto incidente per dirgli che «Donald mi ha palpato il c...o». 
CLINTON, «NON SONO SOLO PAROLE»  
«Non sono solo parole». Così la democratica Hillary Clinton, facendo campagna elettorale in Nevada, ha commentato le nuove accuse di abuso sessuale lanciate contro il rivale repubblicano. Trump, durante il secondo dibattito presidenziale, aveva definito le sue «solo chiacchiere da spogliatoio», puntando invece il dito contro l’ex presidente Bill Clinton, marito di Hillary, che avrebbe effettivamente molestato delle donne. «Quest’uomo non dovrà mai diventare presidente», ha rincarato il portavoce 
dell’ex Segretario di stato, Brian Fallon, via Twitter. 
UN INEDITO MINISTRO DEGLI ESTERI RUSSO 
«Non è la mia lingua madre e non so se suonerà decente ma ci sono così tante fighe nella vostra 
campagna elettorale, da entrambe la parti, che preferisco non commentare». Così il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha risposto in inglese ad una basita Christiane Amanpour, rinomata anchor della Cnn, che gli aveva chiesto un commento su Trump e le donne. 
I PROSSIMI APPUNTAMENTI 
Hillary Clinton oggi parteciperà ad una raccolta fondi a San Francisco, in California. A suo favore interverrà una vera e propria corazzata: la first lady Michelle Obama sarà a Manchester, in New Hampshire, mentre il vice presidente Joe Biden terrà un discorso a Las Vegas, in Nevada, dove il prossimo 19 ottobre si svolgerà il terzo e ultimo faccia a faccia tra i due candidati alla presidenza. 
L’aspirante first husband, Bill Clinton, farà campagna per la moglie Hillary in Iowa mentre la figlia Chelsea sarà in Maine. Donald Trump terrà un discorso in Florida, il cruciale stato in bilico dove i sondaggi lo danno in marginale svantaggio rispetto alla rivale democratica, e poi in Ohio, dove il tycoon risulta indietro di ben 9 punti, almeno secondo le rilevazioni della Baldwin Wallace University, uno dei 
più prestigiosi atenei del Midwest.  

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domenica 22 novembre 2015

Mussolini Protettore dell'Islam



Nel 1934, a seguito della nascita della Libia italiana, Mussolini avviò una politica favorevole agli arabi, li chiamò "musulmani italiani della quarta sponda d'Italia" e costruì per loro villaggi, moschee, scuole e ospedali. Dietro l'apparente intento umanitario, il fascismo e alcuni settori del mondo islamico riconoscevano Francia e Regno Unito come nemici comuni e il duce voleva sfruttare tale fattore a proprio vantaggio. Questa comunanza di intenti era generata dall'avversione agli accordi sanciti dal trattato di Versailles del 1919, dominato da Stati Uniti d'America, Francia e Regno Unito, i quali non avevano soddisfatto pienamente né le richieste avanzate dall'Italia, 
né quelle del mondo islamico.

Al fine di guadagnarsi il favore degli arabi e di suggellarne l'alleanza, Mussolini, benché cattolico e firmatario dei Patti Lateranensi con la Chiesa, decise di farsi conferire il titolo di
  protettore dell'Islam.
 Secondo l'interpretazione del duce, essendo subentrato in Libia il governo italiano al posto di quello ottomano, tale titolo gli spettava di diritto in quanto, in qualche modo, erede dell'autorità del califfo. Il 20 marzo 1937, nei pressi di Tripoli, Mussolini ricevette da Iusuf Kerisc, un capo berbero sostenitore dell'occupazione italiana contro la resistenza libica, la spada dell'Islam durante una sontuosa cerimonia. Dopo essere entrato a Tripoli fra salve di cannone e alla testa di una schiera di 2.600 cavalieri, il duce ribadì la sua vicinanza alle popolazioni musulmane, garantendo loro 
«pace, giustizia, benessere e rispetto delle leggi del Profeta».

Nonostante l'approvazione da parte dei media di regime, la cerimonia suscitò ilarità fra la popolazione italiana per via dei suoi connotati assurdi e paradossali. Una delle fotografie dell'evento, raffigurante Mussolini in sella a un cavallo tenuto per la cavezza da un palafreniere, nella sua versione ufficiale fu ritoccata e pubblicata cancellando il palafreniere. Il dettaglio è spesso citato come uno fra gli esempi più rappresentativi dell'arte della falsificazione invalsa nei regimi totalitari.

L'anno successivo venne inaugurato nella piazza principale della capitale libica un monumento equestre in onore di Mussolini, il cui basamento recitava: «A Benito Mussolini pacificatore delle genti, redentore della terra di Libia, le popolazioni memori e fiere dove fiammeggiò la Spada dell'Islam consacrano nel segno del Littorio una fedeltà che sfida il destino».

La spada, decorata con arabeschi, dotata di una lama dritta a doppio filo e con elsa e fregi in oro massiccio, era stata realizzata dalla ditta artigiana Picchiani e Barlacchi di Firenze su ordine dello stesso Mussolini. Dopo il 1937 non venne più utilizzata e fu custodita in una teca di vetro a Rocca delle Caminate, residenza estiva del duce. Del prezioso oggetto non si ebbero più tracce dopo il 25 luglio 1943, quando la Rocca venne liberata.

FONTE WIKIPEDIA

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giovedì 8 ottobre 2015

L’Europa Processa Facebook



 L’Europa processa Facebook e lo Spionaggio Americano

La Corte di Giustizia europea deciderà sul ricorso di un cittadino che accusa la sorveglianza globale americana attraverso le aziende del web. Ma il quadro politico dietro il caso è estremamente complesso: si tratta di una vera e propria guerra commerciale tra Usa e UE.

La Corte di Giustizia europea si è pronunciata. Come era prevedibile ha stabilito che la semplice esistenza dell’accordo Safe Harbor, negoziato dalla Commissione europea nel 2000, e che all’epoca stabiliva che le misure dalle aziende americane a tutela della privacy fornite dei cittadini europei erano adeguate, non impedisce che un’autorità di garanzia (nel caso specifico il DPA irlandese) in presenza di una denuncia circostanziata di possibili violazioni dell’accordo in questione, debba riconsiderare la situazione a valutare se effettivamente il livello di protezione è adeguato.

Inoltre, la Corte ha invalidato l’accordo Safe Harbor del 2000. 

La Corte di Giustizia Europea (CGUE) si occuperà di un caso molto importante. 

La Corte di Lussemburgo, infatti, discuterà il ricorso di Max Schrems (presentato insieme ad altri 25mila utenti) col quale si accusa la...
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domenica 27 settembre 2015

l’America è la Vera Minaccia per il Mondo



Oliver Stone: dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo

Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. 
E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”.

Molta gente pensava che i giorni in cui Oliver Stone scalava le classifice fossero finiti. Molte persone si sbagliavano. Il suo libro del 2012 e la serie TV, “The Untold History of the United States”, suggeriscono che il regista rinnova gli sforzi per sfidare la narrazione tradizionale per quanto riguarda l’eccezionalismo americano, l’imperialismo economico e il “coinvolgimento nefasto” del governo americano in Medio Oriente, si legge su TheAntiMedia.org.
A completare la serie di documentari in 10 parti e le 750 pagina del libro, Stone ha collaborato con lo studioso della Seconda Guerra Mondiale, Peter Kuznick. Il regista sostiene che nel valutare la storia americana dal 1930, è il coinvolgimento americano in Medio Oriente che in realtà ha catturato la sua attenzione.
“Abbiamo destabilizzato l’intera regione, creato il caos. E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato“, ha detto Stone.
Secondo Stone, il ruolo destabilizzante del governo degli Stati Uniti in realtà risale a ben oltre l’ISIS. La sua nuova serie individua momenti di intrusione americana nella regione nel lontano 1930 e lo segue fino al colpo di stato iraniano appoggiato dalla CIA nel 1953, il supporto per i militanti in Afghanistan in funzione anti-Unione Sovietica nel 1980, l’invasione dell’Iraq di George HW Bush del 1990, e gli sforzi attuali in Iran, Siria e altri paesi.

L’ultimo episodio della serie “The Untold History of the United States” si intitola“Bush e Obama: Age of Terror”. Vengono trattati i seguenti argomenti:
Il Progetto per un Nuovo Secolo Americano, un think tank neoconservatore che ha invocato un evento come Pearl Harbor che faccia da catalizzare per l’azione militare in Medio Oriente
La tirannia di neoconservatori che ha spinto gli Usa in guerra con l’Iraq usando un’intelligence difettosa
Il Patriot Act, che ha spogliato gli americani di una vasta gamma di libertà civili, mentre ha legalizzato un nuovo stato di sorveglianza
Il lavaggio del cervello nazionalista e l’allarmismo per la guerra al terrorismo
Invadere l’Afghanistan per sconfiggere alcuni degli stessi terroristi che gli Stati Uniti hanno armato e addestrato due decenni prima
Tattiche di tortura e interrogatori incostituzionali a Guantanamo
Il lavoro dei media tradizionali a favore della guerra attraverso la propaganda e la collusione delle imprese.
Obama che si è svenduto a JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Citigroup, General Electric, e Big Pharma.
Il piano di salvataggio finanziario da 700 miliardi di dollari pagato da lavoratori, pensionati, proprietari di case, piccoli imprenditori, e gli studenti con prestiti.
L’aumento dei compensi per i CEO in mezzo al crollo della classe media.
Il fallimento di Obama nell’offrire speranza, cambiamento, o la trasparenza, la persecuzione di informatori del governo. Anche se ha ripudiato l’unilateralismo di Bush, ha raddoppiato le truppe e, secondo Stone, “manca del coraggio di un John F. Kennedy ”.

Gli attacchi dei droni di Obama su Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen, Libia e Somalia (che include una clip sulle sue parole alle truppe: “A differenza dei vecchi imperi, non facciamo questi sacrifici per territori o per le risorse … .Noi lo facciamo perché è giusto. ”
Stone dice che la sua serie di documentari è un approccio alternativo alla storia americana, e spera di combattere il “crimine educativo” di esporre gli scolari di oggi alla propaganda dei libri di testo e programmi televisivi.
Su questa nota, Stone non usa mezzi termini:
“Non siamo in pericolo. Noi siamo la minaccia. “


LEGGI ANCHE

http://cipiri.blogspot.it/2015/09/cara-america-smettila-di-esportare.html



Eastwood: 
“Cara America, smettila di esportare democrazia, 
era meglio tenersi Saddam e Gheddafi”

Clint Eastwood non cessa mai di sorprendere. Questo repubblicano sui generis, idolo dei conservatori americani ma spesso eterodosso su molti aspetti dell’ideologia della destra statunitense, ha
ultimamente espresso diverse critiche alla politica estera di Washington....



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sabato 19 settembre 2015

Cara America, Smettila di Esportare Democrazia


Eastwood: 
“Cara America, smettila di esportare democrazia, 
era meglio tenersi Saddam e Gheddafi”

Clint Eastwood non cessa mai di sorprendere. Questo repubblicano sui generis, idolo dei conservatori americani ma spesso eterodosso su molti aspetti dell’ideologia della destra statunitense, ha
ultimamente espresso diverse critiche alla politica estera di Washington.



Parlando da Monaco, l’attore e regista americano ha dichiarato: “Noi vogliamo continuamente formare altre culture alla nostra democrazia nonostante il fatto che esse abbiano una mentalità del tutto differente dalla nostra. Forse certe culture hanno bisogno di un dittatore affinché il loro sistema
funzioni”.

Per Eastwood, “i problemi si presentano quando a un certo punto i dittatori non pensano ad altro che ai loro interessi a detrimento di quelli del popolo. Gli Usa hanno deposto Saddam Hussein, ma in fin dei conti ne è arrivato un altro al potere, ugualmente terribile se non peggio”.

Secondo il regista di American Sniper, “la stessa cosa è successa in Libia. Noi pensavamo di essere
 i salvatori, ma ora quel paese va davvero meglio? Alla fine vi regnano il caos e la guerra e le milizie
islamiste mantengono il terrore. Gheddafi era un tiranno, certamente. Ma almeno la gente viveva in
pace sotto il suo regime. Ora la regione è ancora più instabile”.



Libia, l’ultima intervista di Gheddafi: 
“senza di me i terroristi invaderanno il Mediterraneo”

Mu’ammar Gheddafi è stato per 42 anni il leader della Libia, dopo aver guidato il colpo di stato militare che nel 1969 destituì la monarchia (accusata di essere corrotta ed eccessivamente filo-occidentale) del re Idris I e del suo successore Hasan. Durante i 42 anni di Gheddafi la Libia ha conosciuto il suo periodo politico ed economico più stabile e fiorente, con indici di crescita e sviluppo poi crollati dopo la sua barbara uccisione a Sirte nell’ottobre 2011.

 Da ormai tre anni e mezzo il Paese più importante dell’Africa settentrionale alle porte del Mediterraneo è diventato una polveriera in balia del terrorismo islamico. Eppure pochi mesi prima della sua morte, a marzo 2014, lo stesso Gheddafi in un’intervista concessa a Laurent Valdiguié e pubblicata sul Journal du Dimanche spiegava chiaramente: “la scelta è tra me o Al Qaeda L’Europa tornerà ai tempi del Barbarossa. Il regime qui in Libia va bene.

E’ stabile. Cerco di farmi capire: se si minaccia, se si cerca di destabilizzare, si arriverà alla confusione, a Bin Laden, a gruppuscoli armati. Migliaia di persone invaderanno l’Europa dalla Libia. Bin Laden verrà ad installarsi nel Nord Africa e lascerà il mullah Omar in Afghanistan e in Pakistan. Avrete Bin Laden alle porte, ci sarà una jihad di fronte a voi, nel Mediterraneo. La Sesta Flotta americana sarà attaccata, si compiranno atti di pirateria qui, a 50 chilometri dalle vostre frontiere. Si tornerà ai tempi di Barbarossa, dei pirati, degli Ottomani che imponevano riscatti sulle navi. Sarà una crisi mondiale, una catastrofe che dal Pakistan si estenderà fino al Nord Africa. Voglio farle capire che la situazione è grave per tutto l’Occidente e tutto il Mediterraneo. Come possono, i dirigenti europei, non capirlo? Il rischio che il terrorismo si estenda su scala planetaria è evidente“.

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http://cipiri.blogspot.it/2015/09/lamerica-e-la-vera-minaccia-per-il-mondo.html




Oliver Stone: dimenticate l’ISIS, è l’America la vera minaccia per il mondo

Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente, creato il caos. 
E poi diamo la colpa all’ISIS per il caos che abbiamo creato”...


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Hanno dato Ad Obama Dati Falsi sull'Isis, intelligence Usa nei guai
Il Pentagono indaga su possibili distorsioni delle informazioni




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giovedì 6 novembre 2014

La tratta degli schiavi

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. La tratta degli schiavi


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Tra il 1550 e il 1807 più di 10 milioni di Africani sono stati venduti a mercanti europei senza scrupoli e portati in America a lavorare come schiavi. A più di mezzo secolo dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo che sancisce la proibizione di qualsiasi forma di schiavitù e a 200 anni dall'abrogazione inglese della tratta atlantica, è tempo di affrontare quel genocidio passato alla storia come la 'tratta degli schiavi'.

I più grandi centri di reclutamento di uomini destinati alla schiavitù sono l'Africa subsahariana e occidentale, e in particolare: la Costa del Vento (Gambia, Guinea), la Costa dei semi (Sierra Leone, Liberia), la Costa d'Avorio, la Costa dell'Oro (Ghana, Togo), la Costa degli Schiavi (Benin, Nigeria, Camerun e Gabon) e infine la Costa dell'Angola (Congo, Angola). È da queste terre che gli schiavi venivano portati nel Nuovo Mondo appena scoperto e colonizzato.

In realtà, le tratte in Africa si dividono in tre filoni, quello Transahariano, quello Orientale e infine quello Atlantico. Mentre quest'ultimo iniziò nel XVI secolo, la schiavitù in Africa era presente già da molti secoli (almeno dal 600 d.C.) lungo le vie dell'espansione musulmana, consolidatasi con la conquista araba dell'Africa del nord. Gli Africani venivano condotti attraverso il deserto del Sahara e le regioni dell'Africa orientale, verso il Magreb, l'Egitto, il Medio Oriente e i Paesi dell'Oceano Indiano, per svolgere soprattutto lavori domestici o per essere arruolati nell'esercito; le donne, in particolare, venivano utilizzate come serve nelle case oppure negli harem.

Nell'allora corrente mentalità schiavista, gli Africani erano 'destinati per natura' alla condizione servile e non è un caso che nel periodo medievale gli schiavi maschi assunsero grande importanza per la difesa e l'espansione dell'Islam, soprattutto in Tunisia e in Egitto.

Un altro ruolo svolto dagli schiavi è stato, nei secoli, quello di eunuchi, e questo perché, essendo stranieri, non avevano legami con i gruppi rivali del padrone e, non avendo famiglia, non avevano necessità di appropriarsi di ricchezze per il futuro.

Le tratte della tratta transoceanica
Con la scoperta del Nuovo Mondo per coltivare i campi inizialmente vennero utilizzati gli indios. Ma questi, già decimati dalla crudeltà dei 'conquistadores?, morivano anche a causa dell'incidenza delle malattie; in seguito quindi si utilizzarono i bianchi assoldati in Europa ma, quando anche questi furono insufficienti, iniziò a crescere il commercio degli Africani, caratterizzati da una straordinaria resistenza fisica (tra loro si registrava, infatti, il più basso tasso di mortalità).

In realtà il commercio degli Africani in Europa iniziò prima della scoperta dell'America, e precisamente nel 1445 quando l'esploratore portoghese Dinis Dias raggiunse il Senegal e riportò in patria 4 prigionieri: fu l'inizio di una tratta che diventerà sistematica. Alla cattura violenta, va sostituendosi, a partire dal 1450, il commercio con gli Arabi e i capi guineani. Si conta che un secolo dopo gli schiavi rappresentavano il 10% della popolazione di Lisbona: utilizzati dapprima come servi domestici e poi nelle piantagioni di canna da zucchero delle Canarie, di Madera e delle Azzorre.

Ma con lo sviluppo degli imperi coloniali nelle Americhe gli schiavi iniziarono a essere deportati in  quantità sempre più consistente e in condizioni sempre più crudeli e disumane.
La tratta atlantica si svolge in tre tappe: dai porti europei salpavano i vascelli carichi di mercanzia (tessuti, perle e soprattutto zucchero e armi) destinati all'Africa, dove le merci venivano scambiate con i mercanti locali in cambio di schiavi. La seconda tappa era la traversata dell'Atlantico in direzione dell'America; nella terza tappa venivano portati in Europa i prodotti lavorati dagli schiavi in America, prodotti che in parte ritornavano proprio in Africa per essere mercanteggiati con nuovi schiavi...questo ciclo durò per oltre tre secoli, dalla metà del XVI secolo alla metà del XIX.

Alcune città europee hanno costruito la loro fortuna proprio sui profitti della tratta, tra tutte Liverpool in Inghilterra e Nantes in Francia. Nel Museo di Nantes, ad esempio, sono conservati moltissimi documenti inerenti il 'commercio' degli schiavi, proprio perché questo richiedeva grossi investimenti e finanziamenti che andavano debitamente registrati. Dai documenti si scopre che venivano venduti anche i bambini, chiamati 'negrillos? e le bambine 'negrittes?. Gli adulti erano divisi nella categoria dei 'negres?, gli uomini, e delle 'negreffes? le donne.

LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2014/11/tratta-degli-schiavi.html

TRATTA DEGLI SCHIAVI



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LEGGI ANCHE : http://cipiri.blogspot.it/2014/10/in-africa-abbiamo-solo-depredato-per.html

In Africa Abbiamo solo Depredato per Secoli


400 anni di schiavitu'
200 anni di colonizzazzione
se l' Europa , il continente
senza risorse naturali oggi sta bene
e' grazie a cio' che tuo nonno 
ha preso ( o rubato )
dall' Africa.
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