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mercoledì 23 gennaio 2019

Bufala della moneta francese in Africa


Bufala della moneta francese in Africa


La bufala della “moneta francese in Africa”. Spieghiamo il perché

Proviamo a fare chiarezza sulla nuova cialtronata targata M5S

La cialtronata della settimana è la bufala della “moneta francese in Africa”. In altri paesi, se dici sciocchezze del genere vieni cacciato a forza di risate dal dibattito pubblico. Da noi, vai in prima serata su RaiUno sommerso dagli applausi.

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Proviamo a fare chiarezza?

È VERO CHE CI SONO PAESI AFRICANI CHE USANO LA MONETA FRANCESE?

No. Ci sono 14 paesi africani (tra l’altro non tutte ex-colonie francesi, ma anche spagnole e portoghesi) che, a loro volta divisi in due zone diverse, usano due monete diverse. Entrambe sono emesse da banche centrali africani.

E QUINDI CHE C’ENTRA LA MONETA FRANCESE?

Nulla, anche perché una “moneta francese” non esiste più da 20 anni. Le due monete di cui sopra sono semplicemente legate all’euro da un rapporto di cambio fisso con l’euro (come ne esistono vari, ad esempio quello che ha la Bosnia).

CHI BENEFICIA DALL’AVERE UN CAMBIO FISSO CON L’EURO?

La scelta tra cambio fisso e flessibile non è mai univoca e permanente: dipende dalle circostanze e dal contesto economico.
Se sei un paese in via di sviluppo (e se sei legato ad una moneta forte e stabile) è probabile che tu ne tragga parecchio beneficio, perlomeno finché non hai rafforzato la tua economia.

PERCHÉ?

Perché non sei esposto alle fluttuazioni della tua moneta debole che impattano sia sull’economia reale (tramite esportazioni e importazioni) sia sulla stabilità finanziaria (tramite il cambiamento del valore dei debiti in valuta estera). O meglio, sei molto più protetto (perché ora “importi” la stabilità della moneta a cui sei legato). E poiché nei paesi in via di sviluppo sia l’economia reale che quella finanziaria sono fragili, ogni cosa che ne limiti la debolezza è benvenuta (fatti salvi i rischi che ha il sistema dei cambi fissi quando c’è troppa divaricazione tra cicli economici di economie mature, come sappiamo fin dalla caduta di Bretton Woods nel 1971; ecco perché nel lungo periodo è certamente auspicabile un ritorno ai cambi flessibili, cosa che del resto ognuno di quegli stati può fare subito, se lo vuole).

E QUALI SAREBBERO I BENEFICI CHE LA FRANCIA OTTIENE DA QUESTO SISTEMA?

Nessuno di rilevante.

MA COME? E QUESTI “10 MILIARDI” DEPOSITATI PRESSO Il MINISTERO DEL TESORO FRANCESE..?

Quando c’è un sistema di cambi fissi, significa che ci deve essere qualcuno che si fa garante di quel cambio; perché se il libero commercio di quella valuta fa sì che il suo valore esterno salga o scenda oltre il rapporto di cambio fisso, qualcuno deve intervenire sul mercato dei cambi (acquistando o vendendo quella valuta) per ripristinare il valore concordato.

E con quali soldi si interviene sul mercato dei cambi? Con le riserve detenute presso le banche centrali.

Nel sistema di cambi fissi di cui stiamo parlando, è la Francia che si fa garante del mantenimento del cambio fisso (sollevando così i paesi africani da questo pesante onere, che storicamente – vedi Sud America – ha provocato il crollo di quelle economie). L’unica cosa è che chiede – giustamente! – a quei paesi di compartecipare a questo costo, versando parte delle riserve delle loro banche centrali al ministero del Tesoro francese, in modo che quelle somme possano essere utilizzate per difendere il cambio fisso.

Sono appunto i famosi 10 miliardi. Che non sono un furto, bensì la compartecipazione ad un onere di cui si fa carico la Francia (invece dei paesi stessi).

MA CON QUEI 10 MILIARDI QUEI PAESI AFRICANI POTREBBERO INVESTIRE IN STRADE, PONTI, INFRASTRUTTURE?

No. Le riserve delle banche centrali non fanno parte della spesa pubblica; servono, appunto, a intervenire sul mercato dei cambi, e non possono essere usate nell’economia reale. A meno di non voler monetizzare il debito pubblico (cioè stampare moneta a go-go), che non a caso è la folle posizione che ogni tanto il M5S ripete.

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sabato 1 aprile 2017

Perchè la Moneta si chiama EURO ?


Credo che proprio in pochi in Italia (ed anche in Europa) sappiano veramente il perché è stata chiamata Euro la moneta che da 14 anni abbiamo in tasca e che da 21 anni ne sentiamo parlare.

Ritorniamo indietro velocemente per capire la genesi di tale scelta. A Maastricht il 7 febbraio 1992 fu firmato il Trattato che modificò giuridicamente la vecchia CEE (Comunità Economica Europea) del 1957 in UE (Unione Europea) per poter creare il “mercato unico” necessario all’adozione di una moneta unica secondo l’idioma “one market, one money”. I vincoli e parametri macroeconomici a cui gli Stati firmatari si erano impegnati a rispettare, erano il presupposto per giungere alla convergenza che desse vita ad una moneta comune.


Il nome prescelto per la moneta da condividere era ECU (European Currency Unit, ovvero Unità di
Conto Europea) che si basava sin dal 1978 su un paniere ponderato delle valute nazionali europee
aderenti, il cui corso variava in funzione dei rapporti
di cambio delle valute stesse che vi partecipavano.

Credo che il nome ECU sia ancora scolpito in modo indelebile nelle menti di molti italiani che
contrassero mutui in tale valuta nei primi anni ’90 attratti da tassi inferiori rispetto a quelli in lire, indotti da banche (come al solito!) più inclini a fare i propri interessi che quelli della clientela tacendo sul ben più oneroso insito rischio di cambio. Sappiamo purtroppo come andò a finire, con il corso dell’ECU aumentato vertiginosamente rispetto alla lira e i conseguenti bagni di sangue a cui furono sottoposte decine e decine di migliaia di famiglie italiane nel pagarne il salato conto.

Ebbene in ogni caso la valuta che sarebbe scaturita da Maastricht si sarebbe dovuta chiamare ECU e
molti paesi membri, nonostante rimase di fatto sempre una divisa “virtuale”, si cimentarono già in
emissioni, riservate ai numismatici, coniando monete con tale valore.


Ma nel 1995 avvenne la “svolta”: nel Consiglio Europeo di Madrid avvenuto, il 15 e 16 dicembre 1995, fu deciso di cambiare il nome da ECU in EURO. Ma quale fu la vera motivazione di questo cambio di denominazione? Le note ufficiali si affrettarono nel dare delle spiegazioni “di comodo”, come ad esempio che la parola ECU si pronunciasse con troppo “francesismo” essendo il vecchio scudo francese. Altri dissero che essendo un acronimo inglese di European Currency Unit non sarebbe stato “gradito” a tutti e che il nome EURO fosse più direttamente riconducibile all’EUROPA.

Ma la vera realtà fu un’altra, imposta fortemente dalla delegazione tedesca capeggiata dal Cancelliere Helmut Kohl e dal suo potentissimo, inflessibile e “sopraccicliatissimo” Ministro delle Finanze Theo
Waigel (che d’allora verrà chiamato il “papà dell’euro”), che proposero ed ottennero immediatamente, il cambiamento del nome da ECU in EURO. Infatti nella lingua tedesca la pronuncia di “un ecu” si sarebbe detta “eine ecu” creando una imbarazzantissima assonanza con “eine kuh” cioè “una vacca” e che pertanto avrebbe creato ovviamente non pochi problemi ai tedeschi già fortemente “dispiaciuti” nell’abbandonare
il loro amatissimo marco simbolo del riscatto economico del paese.

Di fronte a tale evidenza, a cui non mancarono sorrisi e battutine nelle delegazioni, il Consiglio d’Europa di Madrid decretò all’unanimità di cambiare il nome in EURO, mandando definitivamente in pensione l’acronimo ECU, ma soprattutto ribadendo ancora per una volta (come se non ce ne fosse bisogno) che la Germania avesse il pieno potere di decisione su ogni cosa riguardo al nuovo ordine monetario che si stava instaurando in Europa e che avrebbe così fortemente condizionato il futuro dell’intero Vecchio Continente e con esso i destini dei paesi membri.

Viene spontaneo da chiedersi se lo stesso problema di assonanza non felice fosse stato avanzato da
altri paesi come ad esempio l’Italia, la Spagna o la Grecia, oggi la moneta che adottiamo si chiamerebbe ugualmente EURO o sarebbe rimasta con il vecchio nome di ECU?

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mercoledì 21 settembre 2011

LA MONETA: MATERIA GIURIDICA O ECONOMICA




LA MONETA
UNA MATERIA GIURIDICA PRIMA CHE ECONOMICA
E’ bene chiarire un aspetto fondamentale sulla figura di Giacinto Auriti in quanto è diffusamente ed erroneamente indicato come economista. Giacinto Auriti era un giurista, un docente di giurisprudenza che collaborò alla stesura di trattati di diritto internazionale e della navigazione nonché alla carta costituzionale greca. Fu durante il suo percorso professionale di giurista che si imbattè ed affrontò, colmandolo, il vuoto giuridico sulla proprietà della moneta all’atto dell’emissione. E’ inutile ribadire su queste poche righe la storia della moneta ma occorre conoscere il suo significato giuridico per comprendere come abbia origine l’insanabile debito pubblico, causa dell’elevata pressione fiscale e di limitazione degli Stati ad adempiere alle proprie funzioni sociali e sovrane. http://digilander.libero.it/Terra_Nostra/IL%20VALORE%20INDOTTO%20DELLA%20MONETA-libretto.pdf Ma come può uno Stato essere “sovrano” se non può decidere della propria politica monetaria? Questi aspetti giuridici vanno approfonditi illustrando sia le modifiche normative adottate in materia monetaria durante tutti i 150 anni di storia d’Italia http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/storia , sia dimostrando la incostituzionalità ed antidemocraticità del Trattato dell’Unione Europea http://www.altalex.com/index.php?idnot=37819 .
D’altronde gli economisti non hanno mai affrontato la questione monetaria all’atto dell’emissione, specificandone prima la sua caratteristica di strumento di misurazione e scambio dei valori nazionali identificati con il P.I.L., perché altrimenti non si sarebbero permessi di moltiplicare tali valori, svincolandoli dalla quantificazione di beni reali, e non avrebbero creato le famigerate bolle finanziarie.
E’ fondamentale, quindi, illustrare e far comprendere che la moneta all’atto dell’emissione è di proprietà degli stati. Su questo presupposto di natura giuridica, illustreremo come il Tasso Ufficiale di Sconto (il costo del denaro all’atto dell’emissione) sia la madre di tutte le usure bancarie http://digilander.libero.it/Terra_Nostra/TarquiniAnnoGiudiziario.pdf e di come il suo “inesistente” corrispettivo monetario non ci permetterà mai di estinguere il debito pubblico perchè MAI EMESSO.
LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE ITALIANA E’ COME LA VEGLIA AD UN MORTO
Un altro aspetto da affrontare e quello legale, relativo alla denuncia fatta nei confronti degli istituti centrali di emissione ( un tempo Banca d’Italia oggi BCE ) http://www.noiconsumatori.org/articoli/articolo.asp?ID=246 e la sentenza di Cassazione che “pilatescamente” annullerà la condanna alla Banca d’Italia, nonché i citati aspetti illegittimi ed incostituzionali del Trattato UE che all’ ex-art. 107 del trattato di Maastricht sancisce la indipendenza ed autonomia della BCE dagli stati membri dell’unione  http://eur-lex.europa.eu/it/treaties/dat/12002E/pdf/12002E_IT.pdf .
Esattamente ciò che ha ribadito il governatore Mario Draghi, candidato alla presidenza della BCE, dichiarando che “i governi non devono ingerirsi nella politica monetaria” http://www.bancaditalia.it/interventi/integov/2011/21032011/draghi_21_03_2011.pdf .
Ma allora di cosa sono sovrani gli stati se non possono decidere della propria politica monetaria? Certamente sono sovrani del debito, come ha dichiarato lo stesso Ministro Tremonti ma il cui significato sfugge alle masse. Vuol dire che, come per le imprese di Stato tipo Alitalia, anche i debiti degli stati saranno socializzati andando a prelevare dai risparmi delle famiglie http://www.lineaquotidiano.net/node/17650 .
Riteniamo fondamentale, quindi, l’interesse alla tematica da parte di magistrati oltre che dei semplici cittadini per far luce su queste decisioni che condizioneranno le nostre vite ed analizzare insieme le azioni giudiziarie a difesa della Costituzione e del popolo. Il fine è quello di colmare il vuoto giuridico sulla proprietà della moneta all’atto dell’emissione partendo quindi dalla sua concezione giuridica, come ha tentato di fare per circa quaranta anni il prof. Giacinto Auriti.
Se oggi esistono e si moltiplicano movimenti di cittadini come il nostro che si “uniscono nell’ idea di libertà” di Auriti il motivo va ricercato nella “verità” di quell’idea che le dà la forza.Il compito è arduo, come già detto, perché bisogna sradicare un falso concetto culturale di moneta e non a caso ,con l’accentuarsi in tutta Italia delle nostre iniziative culturali in tal senso,con la presa di coscienza della popolazione, la Banca d’Italia è corsa ai ripari siglando un accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione per l’insegnamento e la formazione economica e finanziaria nelle scuole
http://www.bancaditalia.it/servizi_pubbl/conoscere/edufin-scuola/progetto-miur-bi/materie/moneta/moneta.pdf
Ovviamente omettendo il concetto giuridico di moneta e la sua proprietà all’atto dell’emissione.
Se la situazione economica è giunta a questo punto la causa va ricercata nella ignoranza dei popoli in materia monetaria. Un percorso culturale che va affrontato.
LA SOLUZIONE ALLE CRISI MONETARIE
La diffusione della conoscenza del problema da parte di giovani, di esponenti politici, e tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere e studiare con il prof. Giacinto Auriti è fondamentale per intraprendere anche delle iniziative sociali per alleviare i cittadini dall’angoscia. In quest’ultimo anno sono aumentati i suicidi per insolvenza, l’incapacità di estinguere debiti soprattutto con la pubblica amministrazione,una piaga sociale che Auriti aveva individuato e per la quale aveva denunciato come istigatori i governatori Ciampi e Fazio. Una denuncia che finì con un non luogo a procedere per “consuetudine” nella politica monetaria della Banca Centrale ,come aveva sentenziato all’epoca il procuratore di Roma, Ettore Torri ( lo stesso che lo scorso anno aveva dichiarato di legalizzare il doping nel ciclismo dichiarando che “è consuetudine per i ciclisti fare uso di sostanze dopanti”)
http://www.sport.we-news.com/ciclismo/news/3754-ettore-torri-shock-il-doping-dovrebbe-essere-legalizzato .
E’ quindi fondamentale che la politica tuteli la sicurezza e la salute ( anche mentale ) dei cittadini deliberando a favore di strumenti di tutela economica che si rifanno ai concetti ed alla scoperta del “VALORE INDOTTO DELLA MONETA” di Giacinto Auriti ed è altrettanto fondamentale che la magistratura “comprenda” l’origine di questi mali. Le indicazioni per l’adozione di tali strumenti di tutela vanno divulgati con la partecipazione dei mezzi di comunicazione, della cittadinanza e di tutti i movimenti associativi e politici che non si sono ancora avvicinati a tali problematiche e relative soluzioni ed ai quali illustreremo l’importanza di un obiettivo che la politica deve perseguire per una soluzione delle angosce: l’attuazione dell’Art 19 comma 10 della Legge 262/05 http://www.camera.it/parlam/leggi/05262l.htm che ridefinisce la proprietà delle quote private della Banca d’Italia detenute ,oggi, per il 95% del suo capitale dalle stesse banche private che dovrebbero essere controllate dalla Banca d’Italia. http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/partecipanti/Partecipanti.pdf I controllati che controllano il controllante? Con l’attuazione della suddetta Legge, in ritardo di oltre 3 anni, l’azionariato di Banca d’Italia potrebbe andare totalmente allo Stato per il tramite del Ministero del Tesoro ma i gruppi bancari vogliono essere “liquidati” e, a fronte del capitale sociale di 156.000 euro della Banca d’Italia, essi chiedono miliardi di euro per cedere le quote. Miliardi di euro che rappresentano gli utili e le riserve accantonate che la Banca d’Italia ha accumulato dall’Unità ad oggi, lucrando sugli interessi del debito pubblico e quindi sul nostro lavoro e sul nostro valore e sui nostri sacrifici economici.
Associazione Terra Nostra
Gianluca Monaco


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domenica 6 giugno 2010

PREGIUDIZIO LIBERISTA sul fallimento finanziario dell’Ungheria

La recente notizia di un possibile “fallimento” finanziario dell’Ungheria ha drammatizzato le sedute di borsa nei giorni scorsi generando, insieme alla riduzione di circa il 5% del valore del fiorino, rovinose cadute degli indici (in particolare bancari) in tutta Europa e contribuendo all’ulteriore riduzione del rapporto di cambio dell’euro con il dollaro, il franco svizzero e altre valute. Da oltre un anno l’Ungheria segue un programma di risanamento finanziario richiestole dal Fmi e la situazione della sua finanza pubblica non sembrava drammatica. Benché il rapporto deficit-pil sia sempre stato alto (6,3% già nel 2004 e probabilmente il 7% adesso), il rapporto debito-pil è ancora oggi analogo a quello tedesco (circa il 79%). La Commissione europea aveva recentemente esaminato la situazione di Ungheria, Lettonia, Lituania e Malta ed aveva concluso che tutti e quattro i paesi avevano preso i provvedimenti necessari per ridurre il loro disavanzo di bilancio. Al punto che Ungheria e Lettonia erano state invitate a perseverare nei loro sforzi. Per Malta e Lituania, invece, i ministri delle finanze dell’Ue erano stati invitati a prorogare di un anno, quindi rispettivamente al 2011 e al 2012, i termini loro impartiti per il risanamento del bilancio. Con le entrate fiscali in caduta libera e un numero crescente di disoccupati, anche l’Ungheria ha dovuto aumentare l’indebitamento. Il partito che ha vinto le elezioni ha poi promesso un ulteriore taglio delle tasse. Rimborsare il debito sarà più oneroso, anche se i tassi d’interesse sono bassi.
E’ il forte coinvolgimento delle banche europee nella situazione ungherese che rende la situazione meritevole di attenzione. La crisi ungherese ha fatto aumentare in modo brusco gli indici che misurano la “costosità” dei titoli Cds che sono vere e proprie polizze negoziate al fine di assicurarsi sulle perdite legate a contratti finanziari privati; ma anche gli indici dei Cds sui titoli di stato di Spagna e Italia sono significativamente aumentati.
Se tendenze del genere dovessero proseguire la conseguenza più immediata sarebbe che la creazione del fondo europeo anti crisi da oltre 400 miliardi di euro a cui sta lavorando la Bce, e sui cui si dovrebbero pronunciare la settimana prossima i ministri finanziari, diventerebbe più difficile e più costosa. Una quantità sempre maggiore di risorse dovrà essere sottratta ad impieghi potenzialmente produttivi e di welfare in una situazione europea di ridotta crescita media, e destinata a puro soccorso finanziario. Persino la tanto discussa tassa sulle banche, con cui finanziare in parte il fondo di salvataggio, potrebbe rivelarsi una specie di partita di giro: il suo gettito tornerebbe in buona misura alle banche stesse fatte oggetto di salvataggio.
La crisi ungherese rende evidente l’assenza di un centro politico che gestisca in modo coordinato gli interventi nell’area euro e che permetta di seguire una strada comune di crescita e risanamento. Se tale centro esistesse le prospettive di una condivisa politica economica di crescita sarebbero maggiori, ma anche le stesse politiche di risanamento potrebbero avere un respiro migliore. Ad esempio, le misure antispeculative della Germania, in sé condivisibili ma pericolose quando adottate da puri battitori liberi, sarebbero estensibili all’intera area euro; un’imposta sulle transazioni finanziarie a breve, del tipo di quella proposta dalla Linke, potrebbe essere introdotta allo scopo di rimpinguare i fondi europei per le aree arretrate e periferiche; altre politiche di gestione della circolazione dei capitali nell’area euro sarebbero possibili. Paghiamo però gli effetti del vecchio pregiudizio liberista e monetarista che ha accompagnato la nascita della moneta europea: una moneta può esistere senza stato (anzi così vive ancor meglio!) e la politica è meglio che lasci perdere la moneta, oltre che le tasse, le banche, l’occupazione, il welfare, etc. Il mercato basterà per tutto. Si vede come sta andando, ma purtroppo non basterà una nuova crisi finanziaria in Europa a far cambiare questa deriva culturale.

di Bruno Bosco, docente Università di Milano-Bicocca

Editoriale di "LIBERAZIONE"

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